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Florilegi femminili controvento

Abbiamo sempre più bisogno di poeti, e non solo perché - come oggi spesso (e a volte anche banalmente) si ripete – “la bellezza salverà il mondo”, ma anche e soprattutto per la dimensione che ogni poeta che si rispetti porta con sé. Una dimensione universale, cui ci accompagna la musica del verso, rimato o non rimato ridondante od ermetico che sia, una musica che non è il prodotto matematico delle note dalle quali è composta ma che quelle stesse note travalica, superando da subito i confini dello spazio e del tempo.

Abbiamo bisogno di poeti veri, innamorati del sogno e dunque dell’unica realtà concepibile in un mondo avaro di promesse com’è l’attuale, uomini e donne che superino d’un balzo il piatto distendersi del nostro orizzonte comune, insegnandoci a guardare oltre. La lente d’osservazione non può non essere l’immenso e misterioso libro della natura, immenso per la molteplicità delle sue specie e sottocategorie, misterioso per il velo di fuliggine che tenacemente lo ricopre. Una fuliggine insensibile ai venti impetuosi della mente, ma che il soffio lieve della brezza del cuore basta a spazzar via, soltanto che lo si voglia. Che lo si desideri, anzi, con l’ostinata volitività insita in ogni manifestazione d’arte, la poesia innanzitutto.

Poeti, sì, di quelli di razza. Che antepongono il cuore alla mente, viaggiando lungo percorsi sconosciuti ai più e che però, enigmaticamente, a quei più sono in grado di rivelarli punto dopo punto, solo che li si ascolti. Una pretesa sussurrata a labbra chiuse, e che fluisce attraverso canali invisibili, scuotendo sensori nascosti che pochi o nessuno credevano di possedere. La poesia ci insegna ad essere ciò che realmente siamo e non avremmo mai immaginato d’essere, a patto che ci si metta in atteggiamento d’accoglienza. D’accoglienza d’identità altre rispetto alla nostra, e che tuttavia scopriamo, a conti fatti, d’esserci appartenute da sempre.

Una simile palingenesi, a chi scrive almeno, è capitato di sperimentare visitando, da annoso amico e appassionato lettore, la poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin. Che è poesia del cuore, e questo è fin troppo facile capirlo, ma anche e specie della speranza. Speranza di cogliere, in mezzo alle stoppie bruciate che sempre più s’accumulano lungo la “trama miracolosa dei giorni” l’anelito d’una vita che non vuole proprio saperne di rinunciare a se stessa. Ed è proprio la cifra aperta di questa vita, la sua estensione che supera di gran lunga il ristretto confine di quella individuale, a dominare la ricerca della Toffanin, quel suo sporgersi ben oltre la finestra abbracciando così l’ecumene dal quale siamo invisibilmente circondati. Una poesia d’impronte e di gesti, di memorie e segreti, di singhiozzi silenziosi e di lampi di consapevolezza. Ma, in particolare, una poesia dove la natura svolge un ruolo di primo piano, perché è madre benigna e tutto accoglie nel suo grembo gentile.

Un’affabulazione la cui ispirazione panistica, come ho altre volte avuto modo di sottolineare, viene sublimata dalla intensa visione religiosa che la Toffanin reca con sé, e che la induce a crescere sempre più nel segno di una scoperta-riscoperta (direbbe lei) della natura vera dell’uomo.

In questo segno, il quale tuttavia non è il suo esclusivo, la Toffanin ci sottopone, a ritmo piacevolmente vertiginoso, tre sue nuove plaquettes poetiche – “Sottovoce a te madre”, “Segreti casentini ed oltre a primavera” e “Florilegi femminili controvento”. Silloge, quest’ultima, che consegue ben due primi premi “L’Anfora di Calliope” e “Tulliola Renato Filippelli” nel 2016. Riconoscimento indubbiamente meritato per l’impegno poetico e sociale di un’autrice che riunisce in sé, nell’animus della migliore tradizione letteraria italiana, il tenore dei contenuti con la raffinatezza stilistica. Perché se la parola, secondo taluni, ha fatto ormai il suo corso e ci si dovrebbe piuttosto affidare alla meta-parola in ambito di espressione poetica, altrettanto non può dirsi della tradizione classica. Della quale la Toffanin fa largo e sapiente uso, operando una scelta terminologica che tiene conto di specifiche esigenze contenutistiche riuscendo ogni volta a cogliere nel segno che non appesantiscono anzi fanno lievitare la forma.

Accomuna, queste tre sillogi, l’adozione di copertine acquerellate, raffiguranti soggetti floreali, in particolare le splendide peonie di Milvia Bellinello Romano per Florilegi femmili controvento, e paesaggi1 dalle tinte delicate che sembrano adagiarsi, con la soave levità d’un verso, sul cartoncino. L’animo d’un poeta si svela anche attraverso questi particolari e non è nuova, la Toffanin, a simili doni di freschezza che denotano la sua eterna giovinezza artistica, il suo tener conto, sempre e comunque, dell’incorruttibilità della natura che si consuma e rinnova di continuo attraverso il ciclo vitale delle generazioni. “Non morirà la vita” scrive ella infatti “se alla luce dell’ultima stella/ rileggendo le opere e i giorni/ alla pagina estrema del dolore/ lei unirà le mani in preghiera/ di gratitudine e di speranza/ di un’alba nuova per la sua casa.” E’ delle donne che si parla, della loro intima, irrinunciabile “vocazione alla bellezza” dalla quale è impossibile prescindere se non si vuole scivolare nell’imbuto dell’indeterminatezza del nostro tempo limitato. Perché, se “il corpo è valigia di carne/ che il tempo limita e usura” che dire dell’”anima che leggera migra” nel suo “viaggio infinito?”

Ma il “Florilegio” è pure altro. Un alternarsi di vuoti e pieni, se guardiamo bene, di luci e ombre che hanno come contesto l’universo femminile, denso di tinte, colori ed effluvi che sanno di giardini, di petali, di memorie. Per questo, secondo la Toffanin, bisogna “ricomporre in levità di petali/ ghirlande d’antiche essenze/ e appenderle in dono/ a stanze femminili altre/ e attendere con ardore/ al vento dei semi d’oro/ nuovi fiori di speranza/ oltre il naufragio dei giorni.” Al principio di questo florilegio è, naturalmente, la Vergine Maria con il suo “bagliore d’iride divina” ma a comporlo concorrono la robinia, la stella alpina, la rosa-pinea, la primula, la lavanda, la peonia … Un percorso scandito da colori dapprima tenui poi accesi poi ancora tenui, un ciclo che si ripete implacabile, ricomponendo e scomponendo di continuo l’affascinante puzzle della natura.

1. “Primavera”, china acquerellata di Marco Toffanin per Segreti Casentini ed Oltre a Primavera; “Variazioni”, di Mario Serra per Sottovoce a te Madre.

Recensione
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