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Più che silloge di poesie, lungo e inesausto poema è Fragmenta, ultima fatica di Maria Luisa Daniele Toffanin. Lo è per il fluire indistinto, quasi ematico, dei versi, i quali, fin dall’”introibo” che annuncia gli “archetipi” pronti a sprigionare da “solchi di memoria”, disegnano un unico e affabulante componimento destinato a incidere con profondità nel lettore. Lettore che ha da essere particolarmente prensile all’empatia che dalla Toffanin scaturisce, da quella sua arte così singolare, in grado di scandagliare le viscere dell’anima sempre più visibili nei ricordi – per l’appunto frammentati – che s’affollano sulla soglia di un evocare piano, eppure tormentato dall’umana coscienza dell’effimero, dell’eterno transeunte. E’, la poesia della memoria, un “topos” ricorrente nel panorama letterario d’ogni tempo, ciascuno è, in fondo, costantemente seguito dall’ombra dei millenni che l’hanno preceduto, e, per quanto irripetibilmente individuo, egli non può fare a meno di sentirsi affratellato alle generazioni che l’hanno preceduto e gli succederanno.

Ma vibra, pure, la poesia della Toffanin d’un intenso panismo peraltro subito lumeggiato in quelle “celesti rispondenze” che, oltre a farci “scoprire in un sospiro | che il tempo s’invola” e “nella tenera malinconia dell’ora | ancora avvertire presenze che a sera si siedono al desco | col calore della tua mano, un consiglio rinnovato in bisbiglio”, ci spingono a contemplare l’armoniosa mappa del Cosmo e “nel buio del bosco in stellare incanto, nel divino | amoroso motore ancora cercare risposte al nostro mistero”. E diviene così di grado in grado il canto, da assolo spontaneo che scava nelle latebre di questo mistero, una sorta di torcia che sempre più rischiara l’oceano dell’inconscio collettivo, fatto di gesti e comportamenti e modi d’essere che rimontano nel tempo spingendosi ben oltre il conoscibile. E anche il contesto assume contorni che ben aderiscono allo stato d’animo della Toffanin, i contorni di quella nebbia che racchiude la sua vicenda umana, una vicenda fatta di quel “dolce rituale di vita | che reiterata così in minuti eventi | ripensa e ricuce i tempo | con mani sempre diverse”.

Analoghi contorni assumono i personaggi che rivivono nel verso della Toffanin, a volte etichettati con nomi precisi – come Bice e Laura – altre volte con i nomi più generici di madre, di figlio. E’ un arco di tempo immutabile a racchiudere il dipanarsi di vita e morte in una realtà dove “si vive con fatica | abbarbicati all’avara roccia” ma nella quale basta il tocco miracoloso di una natura che sempre si rigenera dalle sue ceneri a consolare la sofferenza. Guardandosi attorno, infatti, “è panico prodigio d’ulivi | tenera la terra dono del dio”. Sicché può sciogliersi il canto alla natura, una natura libera che zampilla effondendo ovunque il suo amore: “Amore, nel vento mi desti il mattino | con tremuli suoni di greggi lontani, | con voce d’ali smeraldo-turchine | mi canti il divino già esploso | in corone d’azzurro remote e vicine”.

Sono espressioni che la dicono lunga anche sullo stile della Toffanin, su quella sua forma-sostanza alla quale non ci sentiremo mai abbastanza avvezzi, talmente riesce ogni volta a stupirci la delicata purezza dei suoi cristalli che s’incastonano nella raffinata montatura del verso. Un verso che fluisce libero, mai imprigionato da gabbie metriche eppure soggetto alla impercettibile ondulazione del rievocare della Toffanin, che si svela nel trepidare di un’attesa che “preme l’attimo del cuore | col suo magnificat | mille pulsazioni-vibrazioni | di note intime-onde di lucciole | rimbalzanti in dune d’infinito | mille immagini variegate | rigenerate a cascate d’iride | fantastico personal caleidoscopio | senza confini”. Un verso che si avvale, a volte, di iterazioni cantilenanti, a scandire il ritmo della trenodia: “Ti ho vegliata, madre | nella terrena ultima notte | sul cuore adagiata del mio uomo | là nella casa-eco ancora | acceso dal nostro vivere. | Ti ho vegliata | senza scialli di pianto | ma velata di tela di rosa | gioia per il tuo corpo vergine | dal crudo patire lento. Ti ho vegliata | le mani fiorite di viole | umili grate all’Eterno | per il dono a te a noi | del tuo sfiorire sì dolce | lungo la siepe del giorno”. Un verso che è anche non-verso nella scansione sapiente degli spazi vuoti, a segnare la sospensione della parola fermata in punta di penna: “Quell’acqua sorgiva attesa desiata | che sazia d’un fiato l’ardore di gesta | è l’acqua versata per mettere ali | ai sogni raccolti in coppe d’argilla | per dare splendore al giovane sole | dei vostri pensieri. | Non avide labbra così impazienti – | sussurra la fonte d’antica sapienza | – a gocce minute suggete quel nettare | raro per essenze”. Mentre la forma-sostanza della Toffanin veste sempre più i colori dell’”immensa albamarina” che sorge dal ventre della notte e che “riluce al mattino e mi risveglia | chiuse le porte al treno dei fantasmi”.

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