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La casa in mezzo al prato in Boscoverde di Rocca Pietore

Nella sua ultima raccolta di versi “La casa in mezzo al prato” Maria Luisa Daniele Toffanin si rivela, come di consueto, autrice raffinata, lucida, essenziale. Un lessico musicale e un affresco d’immagini si contestualizzano in una serie di paesaggi che rievocano ricordi ove vibra un senso religioso rasserenante, venato di un quieto panismo che unisce la natura all’umano, l’umano al soprannaturale.

Ancora una volta – e non sarà certo l’ultima – a essere eletto come fonte d’ispirazione è un luogo dell’anima. A Boscoverde di Rocca Pietore, un gruppo affiatato d’amici trascorre spensierate vacanze all’ombra della “maestosa Marmolada” (dalla prefazione di Mario Richter) nel pieno evolversi di generazioni che si succedono al ritmo piano del trascorrere degli anni. Che sono tanti, come denota il sottotitolo “osservatorio di vita e del Creato /da dieci lustri insieme / in Boscoverde di Rocca Pietore”. Anni vissuti al “vento di memorie / che ricompone le ore i giorni / di assenze presenze / nel senso della vita”. Anni che si snodano attraverso località amene che hanno significato di pregnanza esistenziale, di piacevoli e indimenticabili incursioni nelle pieghe di un mondo litico e arboreo che rientra a pieno titolo nel ciclo vitale dell’autrice e del suo stuolo d’amici e parenti.

Questo, in breve, il senso del “bosco della vita”, titolo di uno dei brani più struggenti i cui versi sono note tracciate sullo spartito del ricordo. “E vi abbraccio tutti / in quella foto di gruppo recente / i vuoti colmati da tante / figure piccine fanciulle …/ tempi diversi di fioritura”. Così, tra danze e sortilegi, tra disgeli e rifioriture, è possibile assistere al prodigio continuo delle stagioni che mutano d’abito l’anno, nella constatazione che nulla finisce ma tutto diviene, del che è testimonianza il costante ritorno della comitiva, seppur in parte rinnovata,nelle amate contrade montane. “Ritornare ritornare / con passo e cuore leggero / ai luoghi più amati / ritrovati dentro nel tempo (…) e risentirsi risentirsi / parte ancora viva / dell’eterno miracolo”.

Un ritorno che riesce a vincere perfino lo sgomento per la distruzione operata dalla natura – la recente alluvione che ha investito la valle del torrente Pettorina. “In quest’ora-umana terra lacerata / in questo immenso arboreo lutto / allo strazio del vento delirante / ora tutto si farà tenero humus al cuore / dolce-amaro ricordo d’un bene perduto. / Ma sarà sarà la memoria / linfa-coscienza ardita di sé / della propria gente stretta insieme / nella montana avventura sempre/ sarà risorsa-ardore / per rinascere padri figli remoti avi / nell’antico rinnovato incanto / di tradizioni ladine e splendidi luoghi (…) Vita tutta che non muore / muta solo forma”. Come a significare che la memoria mantiene vivo il ricordo di quel che è stato impregnando il nuovo che sopravviene, nell’incessante susseguirsi delle generazioni.

Ed è in quest’empito di consapevolezza affidato all’espressione lirica che si apre – e, in buona sostanza, pure si compie – quest’ultima silloge di Maria Luisa Daniele Toffanin con la quale manteniamo sempre aperto un debito di riconoscenza per gli orizzonti d’infinito che la sua poesia riesce a dischiudere.

Recensione
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