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Finché c'è luce

Mi occupo per la seconda volta di scrivere in merito alle poesie di Giovanni Tavčar che non fatico a considerare un poeta di razza pura capace di affermare la profondità di una visione “piena” del sentire attraverso l’animo.

E questo senza nessun cedimento all’ansia che spesso prende il poeta nel tentare di trovare qualcosa di diverso da comunicare per annullare la “realtà dell’emozione”.

Da autentico pensatore, il Nostro lascia alla poesia il compito di riuscire a tirar fuori dalla parola tutta la profondità che essa racchiude, perché solo la parola poetica riesce ad illuminare quello che di oscuro avvolge la vita.

La necessità di trasmettere, di comunicare, si amplia in Giovanni Tavčar di nota in nota in maniera considerevole, arrivando a lambire l’inesauribile fantasia facendo ricorso ad una vera e propria schiettezza emotiva.

Così, appare chiaro come le note, talune volte musicali, con le quali Giovanni si esprime, diventano braci che riscaldano anche i cuori più freddi, stupiscono e riescono ad incendiare la vita

In ogni caso a leggerle le poesie del Nostro, pare evidente come ci si avvii dentro un percorso virtuoso che ha per oggetto noi stessi, i fondamenti del nostro stare insieme e le ragioni essenziali del conciliare l’umano, con le speranze, gli stati d’animo, i vissuti, le rimembranze.

Sappiamo, e Giovanni ce lo mostra con chiarezza, che la vera poesia è soggetta ad un processo di selezione in cui vengono scartati una grande quantità di versi perché l’”occhio” del poeta deve avere una tecnica espressiva che sappia incastrare perfettamente il significato nel significante, creando così un’originale struttura parlante. La vera poesia è un corpo fonico assolutamente armonico e indicativo.

La Sua poesia è un veicolo di alta spiritualità; è vero a volte le sue strade sono irte di difficoltà, ma sono le uniche capaci di insegnarci l’amore, quello vero.

La poesia del Nostro ha il potere di sublimare ciò che è contingente ed effimero, proiettando la vicenda umana sulla strada della comprensione più intima e intensa.

Coinvolgente il processo salvifico di Giovanni, al quale Egli congiunge quello di una fede, mai strombazzata ma vissuta nelle pieghe più recondite dell’animo, come approdo sicuro alle intemperie dell’esistenza.

La poesia di Tavčar esprime il nostro commuoverci con il mondo, la nostra appartenenza al suo movimento misterioso. Poesia quindi come stupore e non come angoscia secondo l’ottica delle storie letterarie nel ‘900. Stupore che prosegue quello provato e comunicato da Giovanni Pascoli che continua con Umberto Saba, Sandro Penna, Giorgio Caproni per chiudere con Giuseppe Ungaretti e Camillo Sbarbaro.

Plasmare il mondo secondo una “nuova sensibilità”, costruire emozioni e giocare con l'animo è un'arte raffinata e complessa, consegnata nelle mani di pochi e talentuosi poeti come Giovanni Tavčar.

Ma se al poeta togliessimo le parole e gli regalassimo un altro strumento, altrettanto magico e potente, con il quale modellare il mondo e regalare sensazioni? E se gli consegnassimo la luce, dove ci porterebbe la sua arte? Ebbene, Egli saprebbe suscitare emozioni e saprebbe come fare per riuscire a portare il lettore dentro mondi immaginari, così come fa Giovanni con le sue poesie.

Ciò che ne viene fuori da questa raccolta è un tracciato poetico completo come uno spartito con musica antica che ad un certo punto precipita da altezze impareggiabili, senza fermarsi, coinvolgendo quanti leggeranno queste poesie che come una buona semente di certo germineranno in ciascuno di noi.

Uno dei tratti peculiari della grande poesia è che anche quando è flusso magmatico di emozioni mai si priva di un ordine; che anche quando in essa sono frantumati i canoni della metrica sempre soggiace, come ebbe a dire Montale, a una “regola invisibile” costituita dal sogno che in Tavčar prende corpo attraverso il voler “giocare così,/all’infinito,/in perfetta libertà,/bambino/senza tempo e senza età,/radioso,…..”

La tecnica poetica di Giovanni Tavčar è capace di moltiplicare i diversi punti di vista narrativi attraverso un linguaggio delicato e tenue, che offre al racconto il dono di una scrittura che eleva la parola a “fulcro dell’attenzione”; una parola capace di aprire altresì a ciascun lettore il palcoscenico del luogo in cui l’azione si svolge.

Questo è il dono peculiare di chi possiede per l’appunto, la “parola-luce”. Una parola che invita dunque ad osservare, la gioia, la fatica, la miseria, l’orgoglio, il dolore attraverso le pagine di questo racconto in cui è presente, purtroppo, anche il dolore.

Recensione
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