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Ascesa al regno degli immortali:

Sono le emozioni a salvare dalla decadenza dell'anima

crederci è potere

La vicenda del romanzo Ascesa al regno degli immortali di Alessandro Pierfederici è ambientata al tempo della cosiddetta Belle Époque. A descrivere questo periodo è lo stesso autore.

“Si tratta di quel periodo fra Ottocento e Novecento in cui in Europa si era consolidato un nuovo ordine politico che, sotto una pace apparente, nascondeva tensioni e conflitti pronti a scatenarsi. Fu il periodo dell’emigrazione di massa dall’Italia unificata, delle repressioni armate dei moti popolari, delle disfatte nelle guerre coloniali. Di lì a poco il mondo occidentale precipitò nel più spaventoso conflitto bellico mai visto, il tragico punto di arrivo di un’epoca, che distrusse, assieme a milioni di persone inconsapevoli ed innocenti, l’eredità di secoli di storia”.

Un'epoca, quindi, macchiata dal sangue e dalla violenza e attraversata da una progressiva decadenza. Un tempo che, contrariamente a quanto sembra suggerire il nome, è oscuro e “spettrale”. Così lo dipinge l'autore del romanzo, che ambienta la vicenda tra belle époque triestina e viennese, creando un ponte tra le due realtà territoriali e sociali.

“Centro nevralgico, quasi simbolico, di questa decadenza – rimarca Pierfederici - è la Vienna imperiale che l’enorme numero di musicisti, scrittori, pittori, scienziati, uomini di cultura e intellettuali allora attivi aveva reso una delle capitali culturali del mondo. Tutti avvertivano il dramma che si andava preparando, ne traevano linfa per le loro creazioni ma nello tesso tempo erano prostrati dalla consapevolezza dell’impotenza a fronteggiarlo”.

A questo clima di sgretolamento di un'epoca e delle sue certezze fa da contraltare il senso di fallimento di Anton, il protagonista. Ne nasce un'atmosfera lenta, attutita dove spira una sorta di aria di catastrofe e morte incombente.

Il protagonista aspira all'idea di infinito, a trascendere la finitudine ed i limiti umani e lo strumento creativo scelto per salire la lunga scala che conduce al cielo è l'arte ideale. Aspirare ad un’arte ideale. La capacità dell'arte di aspirare all'infinito, come ricorda l'autore, è ravvisabile nella perfezione e nell'emozione suscitata da alcuni capolavori, così potenti che l'anima stenta a credere sia possibile siano frutto di una mera mente umana.

Di fronte ai cocenti dolori dell'infanzia ed alle disillusioni dell'adolescenza, Anton si convince che la realtà fattuale non è altro che una pesante zavorra da cui liberarsi, in quanto è considerato una limitazione al sogno di una creazione assoluta, un’arte pura, e quindi impossibile. Negare il reale a favore di un ideale difficile se non impossibile da raggiungere ed afferrare porta Anton a vivere in uno stato di conflitto e di scissione perenne dell'anima... in parole povere a “non vivere”.

Anton, infatti, arriva sempre troppo tardi, è bloccato dall’insicurezza, dal dubbio se sia giusto o meno agire d’istinto o proseguire sul cammino che si è scelto, è tormentato da incertezze costanti, perché il suo percorso si fonda sul vizio originario, l’idea di poter scindere quotidianità e creazione artistica.

A salvarlo, pur tra dubbi, ripensamenti ed esitazioni, sarà proprio la musica, sotto una duplice veste. Sia a livello di interpretazione di una musica altrui che tragga ispirazione dalla realtà sociale dell'epoca, sia la musica che compone se stessa e che diviene strumento per narrare i dissidi di un tempo, la miseria di un popolo ed il dolore individuale e collettivo.

Il suo approccio al mondo cambia radicalmente: da un universo al riparo dalle emozioni ad uno dove le emozioni sono la cifra stilistica dominante e si trasfondono con forza nella musica. In questo modo i dolori e le delusioni, date e ricevute, non sono più qualcosa di pericoloso da cui guardarsi e schermarsi, da negare, ma la vera ricchezza dell'esistenza con cui confrontarsi costantemente.

“Non sono più un sacrificio – chiarisce Pierfederici – bensì una benedizione, il segno indelebile della vita vissuta. Sia il maestro Kohn che l’amica Helene lo avvisano, a distanza di tanti anni, che la scoperta dell’amore vero e del dolore vero (forse i due estremi fra le emozioni umane) e la sua trasfigurazione nell’arte e poi nell’anima dell’artista sono ciò che lo porterà davvero verso l’immortalità della memoria”.

L’arte perciò, come ribadisce l'autore, è strumento di salvezza non tanto per un’epoca ed un mondo in rapida disgregazione (è l’illusione coltivata invece dall’amico scrittore Ralli) quanto per l’artista stesso. E la memoria eterna non è quella dei libri di storia e delle enciclopedie, ma quella di coloro che hanno trovato, attraverso l’arte, ma soprattutto attraverso la loro vita, la propria identità e il proprio ruolo.

Anton è sempre in cerca di certezze, di punti di riferimento stabili cui aggrapparsi. Ma più li cerca, più le sue insicurezza esistenziali lo fanno sentire in bilico, sulle sabbie mobili.

Ad un certo punto il suo approccio alla vita subisce una rivoluzione copernicana, che cambia irrimediabilmente il suo punto di vista.

“Aveva rinunciato da giovane all’amore – racconta ancora Pierfederici - alle amicizie, alla condivisione sociale in nome dell’ideale, e comprende ora che l’arte, per essere davvero tale ed esprimersi pienamente, gli richiede di tuffarsi a fondo nelle vicende umane, non solo quando queste lo vengono a prendere e trascinare verso il dolore, ma anche quando lo pongono di fronte ad una scelta: negazione dei propri principi morali, tradimento dell’amico e vivificazione artistica, o fedeltà a sé stesso e al proprio credo interiore e conseguente, possibile fermata al di qua della grande ascesa creativa?”

Il tipo di scrittura prescelta vuole essere per il lettore una sorta di scandaglio del tormento psichico del protagonista, messo di fronte al bivio di una scelta che per lui implica un terribile abbrutimento morale e che quindi ben presto diventa un vicolo cieco.

Quello che viene percepito da Anton come un vicolo cieco che viene rigettato in nome di una superiore levatura morale ed arte ideale diventa nei fatti reale abbrutimento autoimposto in qualche modo.

Quindici anni di: isolamento, apatia, vanità, convinzione di essere l’artista sommo incompreso da un mondo indifferente, misantropia e dolore per chi lo ama.

Quando, senza esserne consapevole fino in fondo, Anton sta per perdere definitivamente se stesso, il dolore per la morte della madre (chi ha dolore sente e chi sente è vivo) lo riporta alla vita, perchè “lo costringe a tornare fra la gente, in un mondo che però ha le proprie regole, inconciliabili con quelle dell’artista isolato e idealista”.

E' questo il tempo inevitabile del confronto, anche difficile, duro ed aspro, con il reale. E' questo il tempo di mettersi davvero in gioco anche a costo di farsi male e fallire davvero non solo nel mondo delle idee e del pensiero solipsistico.

“Anton accetta dunque – dice l'autore - a fatica e al termine di un lungo travaglio interiore, il sacrificio di far penetrare il mondo nella propria realtà di artista, ma ancora non comprende che quella è solo una possibile via e non lo scopo finale”.

L’arte, secondo le parole di Pierfederici, è un mezzo di ascesa e di assunzione di consapevolezza di sè non il punto di arrivo.

La trama ed il senso del libro belle parole di chi lo ha generato

Ascesa al regno degli immortali è la storia di un duro conflitto fra queste due spinte opposte, conflitto che inizialmente ha per campo di battaglia l’animo inquieto di un ragazzino votato a imprese maggiori di lui e destinato a smarrirsi in un mondo inesistente, e poi l’uomo adulto impegnato a far convivere in sé due pulsioni apparentemente inconciliabili. La coesistenza tra versante ideale e reale è possibile ma nasce solo da una successione di lotte, delusioni, desideri inappagati e rimorsi, uno stato d’animo ricorrente e costante nell’artista, anch’esso di matrice autobiografica.

La storia è colma di esempi di creatori moralmente riprovevoli, che hanno però additato la via di una più alta esistenza ad un’umanità da cui erano respinti o che addirittura detestavano, e suggerisce l’ipotesi che forse è proprio tale convivenza che origina la vera arte.

Citando una frase tratta dal Ritratto di Dorian Gray “Il vizio e la virtù sono per l’artista materia d’arte.”

L'arte viene poi proposta come uno strumento di catarsi, individuale innanzitutto.

Infatti, se cessa di essere fine esclusivo dell’artista, se diventa strumento per combattere prima di tutto contro la parte oscura di sé, allora la via della conciliazione e della salvezza è possibile.

Tutto dell’artista in quanto essere umano, il bello come il brutto, la totalità dell’essere, entra nella sua opera. L'opera si nutre della vita vera e così diventa di carne e sangue e proprio per questo è in grado di generare profonde emozioni.

Il riconoscimento in sé della natura difettosa, fragile, instabile di uomo da parte dell’artista conduce ad una riconciliazione interiore. Nella conclusione della storia, in cui il protagonista dei quattro canti di Mahler diventa l’immagine trasfigurata dello stesso Anton, questa ricomposizione avviene attraverso la comprensione che arte, vita e morte mai sono state disgiunte e mai potranno esserlo.

E' questa la suprema consapevolezza che porta l’uomo, prima ancora che l’artista, nel regno degli immortali.

20 marzo 2014

Recensione
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