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Luigi Baldacci in prefazione esamina accuratamente questa ultima silloge di Veniero Scarselli isolando il poeta nel panorama letterario attuale. Secondo lui non rientra nella poesia di valenza civile e nemmeno in quella epigrammatica. Egli compie un viaggio in un tunnel che si chiama corpo, visceri, sesso: sesso nella sua accezione più totalitaria, come se tutta la biologia e tutta l'anatomia tendessero ad un significato solo, quello sessuale. Nella conclusione, spera "che qualcuno si accorga di questo poeta che avrebbe la forza di cambiare le regole del gioco". In effetti, nella dedica che ha voluto scrivermi, Io stesso Scarselli definisce questa sua nuova creatura "contorta e perversa". Più che di poesia tradizionale, mi sembra pare si tratti di una ricerca filosofico-religiosa. Già nel precedente libro (Pavana per una madre defunta) veniva spontaneo il paragone con Lucrezio: simile la marea di immagini sensuali, di visioni orride, ugualmente doloroso il tremendo senso del nulla. Sesso uguale morte è l'assunto di questo discorso dal dettato insolito, vagante barocco nel suo realismo crudo e spesso spietatamente osceno. Come tutti coloro che partono dal dato fisico e descrivono le più svariate perversioni, Scarselli avverte lanecessità dello spirito e ricerca Dio; ma "non si vede alcun posto per Dio: | è la prova evidente e terribile | che Egli ci ha abbandonati | o non esiste". A chiusura di questo "romanzo lirico" (così lo definisce l'autore poiché a suo modo racconta una storia d'amore tra un uomo e una donna) si resta con la bocca amara e con l'anima sconvolta.

Recensione
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