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Ci vestiremo di versi

La poesia di Patrizia Fazzi: universale radiologia dell'anima

Arezzo, Teatro della Bicchieraia
Arezzo, 10 aprile 2001

Considero un grande onore aver ricevuto il novum libellum e pomice expolitum di Patrizia Fazzi e più grande onore essere stato richiesto di dare un contributo alla presentazione, che equivale a essere uno dei padrini di un battesimo letterario, che ha come celebratrice di lusso l’amica Fernanda Caprilli. Un onore e, naturalmente, un piacere, perché conosco l’autrice da molti anni, dai tempi in cui era preziosa collaboratrice all’Istituto Magistrale: ora lei, come la scuola, è passata di grado, divenendo lei poetessa e la sua scuola Liceo!

Sono innamorato della poesia e portato sempre a spiare nelle persone la capacità di sentire, di pathèin e simpathèin, inserendo il proprio vissuto, il proprio microcosmo dentro la più vasta sfera dell’universale vicenda umana, anzi nel fluire delle lacrimae rerum. E proprio questa riflessione mi ha fatto fare il canzoniere di Patrizia e ne voglio rendere testimonianza: il libro è piccolo per quantità, ma grande per le risonanze e i messaggi che irradia.

Non scomodiamo i grandi teorici della poesia, a farsi da Orazio, per dare definizioni, teorizzare categorie, per poi far rientrare il libro in una di queste. Ma il canzoniere di Patrizia Fazzi ci piace: “ci”equivale ai molti amici con cui è capitato di parlarne e tutti – guarda caso – intenditori di poesia per professione! Ci piace e la prof. Caprilli si è assunta l’incarico di dirci “oggettivamente” il perchè: il mio è un intervento a latere e come tale “soggettivo”, di parte!

La poesia come tale deve nascere dal vissuto per trascenderlo e collocarlo in una superiore dimensione. Ciò può accadere in maggiore o minor misura, magari anche in minima misura: ma se accade, il miracolo prende forma, si realizza e può essere ammirato. Se ciò non accade, il prodotto può essere ammirevole per pregi formali e profondità di dottrina, ma rimarrà – tacciatemi pure di vecchio crociano avvizzito – fuori della poesia. Del resto Quinto Cicerone – ma il celeberrimo fratello era d’accordo – conclama che non bastano i lumi, ci vuole l’ars!

Emerson, un grande intenditore di poesia, ci offre la chiave, la pietra di paragone, la cartina di tornasole per saggiare la vera poesia:

“La più bella poesia fu prima esperienza, ma il pensiero ha subito una trasformazione da giorni in cui non era che pura esperienza. Uomini estremamente colti raggiungono spesso una notevole abilità nell’arte di scrivere versi, ma è facile leggere nei loro versi la loro storia personale. Nello spirito del poeta vero il fatto invece si trasforma totalmente in un nuovo elemento di pensiero e ha perduto tutto quello di cui poteva e doveva spogliarsi”.

Ebbene, il canzoniere di Patrizia supera la ‘prova’: può essere esile, ma muove nel verso giusto, trasformando le gocce di vissuto – che tutti sono capaci di raccontare – in un estratto decantato, testimonianza di autentiche emozioni. Non entro nell’analisi, ma la poesia di Patrizia Fazzi è veramente, come dice un suo verso, “radiologia dell’anima”. “La nota segreta” – questo il titolo di un’altra poesia – diventa, trasmutando e trascolorando, la nostra comune nota segreta, perché anche i nostri giorni sono troppo spesso un “mosaico opaco” e tutti però abbiamo un “tassello accordato” o almeno, disperatamente, lo cerchiamo. Ecco alcuni versi: “...nel mosaico opaco dei giorni | sei un’iridescenza silenziosa” | nel crescendo stonato di impegni | tu sei la nota segreta, | l’unico tassello accordato | la vibrazione sopita, | il mio concerto represso”.

Il dolore onnipresente è riscattato dall’amore e dalla fede nella parola poetica (“Tutte le parole d’amore”, “Per te tante parole”, “Vola poesia”...), l’attualità si fa riflessione sull’eterna vicenda delle sciagure umane ( si pensi alla poesia “La guerra del golfo”). E c’è la natura, contrappunto di emozioni ( le poesie “Verde”, “Toscana”, “Primavera”..). C’è la recherche du temps perdu, casareccia e in sedicesimo, ma non per questo in sotto tono, con la bellissima “Via Masaccio”, forse per me la poesia più intensa e bella del libretto: “Percorro il mio viale di bambina | e vibrano le foglie di ricordi | ... ora il verde è cemento | il grigio insidia anche i capelli, | le bambole sono di pelle viva e tenera | ma il gioco della vita è duro. || Si delinea in fondo il fine della corsa.”

E anche il componimento “Crocevia” s’imprime nella memoria: “Brucia il mio cuore | colpito da una scheggia impazzita | ora i pezzi della mia vita | non combaciano più”. Il ‘crocevia’ di Patrizia si dilata, incombe, perché diventa il crocevia di ognuno di noi. Ma non finirei più, perché ogni poesia supera alla grande il ‘test di Emerson’ – non scientifico, ma intrigante proprio per questo – e ogni poesia reclamerebbe lettura e commento. “Ci vestiremo di versi” dice l’autrice: “Ci vestiremo di versi | come di carezze | e per una volta ancora | la poesia si farà amore || e ci salverà”. Sì, non c’è dubbio, il libro di Patrizia Fazzi è un piccolo libro, ma non è fatto di versi: è proprio poesia.

Recensione
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