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Finché ci sarà una nota

Una poesia che sia musica

La silloge poetica “Finché ci sarà una nota” di Patrizia Fazzi si ritaglia un posto tutto particolare non solo fra i lavori consimili venuti in luce in questi ultimi anni, ma anche all’interno della produzione stessa dell’Autrice. Patrizia abbandona infatti, in una sorta di fascinoso giro di valzer, i suoi prediletti temi pierfrancescani e le sue ricerche volte alla scoperta in chiave personale di sentimenti eterni, per porre in essere un esperimento di virtuosismo lessicale di sorprendente originalità: una vera e propria scommessa sulla possibilità di fare non la solita poesia sulla musica, ma una poesia che sia musica, una poesia che scaturendo dall’ascolto contestuale della musica, della musica appunto abbia le peculiarità, in uno scambio ardimentoso di espedienti tecnici ed approdi espressivi.

Questi versi debbono la loro fascinosa freschezza inventiva prima di tutto al fatto di essere improvvisazioni che, secondo la migliore tradizione della musica di sempre, si offrono alla lettura come schegge dell’anima e del cuore, irripetibili e non più passibili di aggiustamento o modifica:

niveo risveglio
di ogni poro dell’udito
dilavato piano
dalle scorie spurie

(da “Un sogno quieto”, p. 19)

Ma, in suggestiva sequenza, evocano anche la pratica della variazione quando risolvono soggettive movenze in luministiche modulazioni:

armonia che annulla il silenzio
s’impone sublime, giocosa, suadente,
contrappasso al rumore scomposto,
barriera estrema al dolore dei giorni

(da “Tocchi di velluto”, p.25)

E sono invenzioni, canoni, ricercari: mediazioni dell’intelligenza sulla sensibilità, delle quali appunto la musica è sostanziata. È una corsa per arrivare insieme all’accordo finale, con un respiro ritmico nel quale si insinuano quei gruppi irregolari che nei pentagrammi sono coloratura: un numero ne esplicita l’intima ragion d’essere. Il ritmo melodico è ininterrotto, sinuoso e cangiante, con quella consumata sinteticità che discende dalla piena padronanza dei mezzi espressivi:

eppure una lacrima resta
a bagnare la terra del cuore,
a dare linfa al seme minuscolo,
ignaro del tesoro che racchiude,
pronto a brillare anche nella notte,
anche nel deserto senza rose di pietà

(da “Essere”, p.31)

E sono contrappunti, ora aspri (…c’è un filo che guida / intessuto di prove e passioni…p.21), ora dolcissimi in felice crescendo (…amorosamente / dolcemente / solennemente / essere… p.31), ma sempre rigorosi perché l’originalità espressiva non è perseguita a tutti i costi, ma istintivamente soggiace al controllo di inderogabili parametri formali: ed è così che tanto gli adagi flebili e sommessi quanto gli allegri invadenti a baldanzosi sono di ariosa incisività.

Patrizia crea nel tempo della musica e nella creazione riversa la coscienza di sé: i suoi versi continuano a veicolare esperienze e sentimenti che il fattore esterno, lungi dal condizionare, asseconda ed esalta:

…non solo musica
ma passi di danza nell’anima …
la linea di sublime che giace
e tace segreta,
umile ancella alla gabbia banale dei giorni
(da “La linea di sublime”, p.35)

Alcuni versi sembrano mimare scale maggiori e minori, anche cromatiche, quando l’emozione tracima e si perde in rivoli iridescenti dai finali incisivi che fanno pensare a una cadenza perfetta (…risana ferite / ti affaccia sull’orlo di un petalo / profumato ancora di sole...p.27) o più languidi e come rappresi che rammentano una cadenza sospesa (…musica amica / musica / musica / grazie…p.35): grumi sonori che Patrizia -pur non musicista - ha in qualche modo intuito e realizzato!

Una scommessa - dicevo aprendo questa nota - sulla possibilità di fare non la solita poesia sulla musica, ma una poesia che sia musica. Vinta, alla grande!

Recensione
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