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Charles Guèrin: anima senza patria

Il poeta e saggista marchigiano, già brillante autore di una completa panoramica della letteratura dell’Ottocento e del Novecento sull’interessante tema della solitudine dei poeti – che non ha limitato alla penisola italiana, ma ha spaziato nell’intero continente europeo, non fermandosi, peraltro, agli autori, ma interessandosi di ogni fermento letterario, di ogni corrente di pensiero e persino delle riviste, insostituibili palestre di cultura – si dedica in particolare ad un poeta. Si tratta del francese Charles Guérin (Lunéville, 1873–1907), già inserito nella panoramica di qualche anno fa, ma del quale oggi offre una testimonianza più approfondita della personalità, oltre ad una campionatura attenta e puntuale della produzione poetica, che viene riportata sia nel testo della lingua originale, che nella traduzione nel nostro idioma.

Guérin vive a cavallo dei due secoli, condizionato dal momento storico in cui le idealità romantiche avevano perso vigore e non offrivano più pacati rifugi di certezza nell’introspezione della persona, anche in considerazione del fatto che alcuni valori etici, che costituivano il faro dell’agire dell’uomo, progressivamente si andavano sgretolando.

Nel poeta transalpino cade anche il mito della natura – che aveva già costituito per lui un’oasi serena e rassicurante – tanto da riconoscersi presto “come fragile giunco che si piega; destinato alla dispersione, come un fuscello secco di fieno.”

Animo inquieto, Guérin tenta di ritrovare serenità attraverso l’abbraccio a princìpi di amorevolezza e di carità verso gli altri e, in particolare, gli emarginati, ma non riesce a superare il senso di solitudine, che accompagna tutta la sua breve esistenza.

Egli si indirizza verso una lirica che sgorga con naturalezza dal profondo dell’io, intrisa di sentimento, e che, sfuggendo i grandi temi esistenziali, resta comunque un angoscioso tentativo, mai portato a compimento definitivo, di acquisire un livello di interiore serenità.

Questi stati d’animo riescono, tuttavia, a dare versi di grande vitalità, che ci fanno conoscere ancora meglio la personalità dell’autore; e la scelta delle liriche tradotte è senz’altro indovinata, perché da esse traspare viva un’ angosciosa lotta interiore (“Il dubbio”, “ Lasciatemi addormentar” …).

Franco Orlandini non si limita alla mera traduzione letterale del testo, in quanto, dopo aver approfondito lo studio della personalità del poeta transalpino, si immedesima in essa, quasi come se i versi scaturissero direttamente dal suo animo.

Va anche sottolineato- cosa non comune per i saggisti – il modo di esprimersi semplice e lineare, che contribuisce alla comprensione e all’interesse del lettore, che trova nella lettura delle liriche un momento di conferma dell’indagine psicologica, ma anche la testimonianza di un estro poetico veramente valido.

Recensione
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