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Il tuo corpo elettrico

Oltre il tuo corpo elettrico

Il tuo corpo elettrico, l’ultima raccolta poetica di Leda Palma, è snella e flessuosa come le creature attorno a cui si snoda – in superficie – il suo pretesto tematico: i gatti. Diciotto felini, diciannove testi poetici. E se la corrispondenza numerica non è esatta, come vedremo, c’è un perché.

L’articolazione semantica e formale della silloge si rivela, in apparenza, univocamente orientata. Ma se il nucleo tematico risulta chiaro, circoscritto e fortemente coerente, ben altre dimensioni ci vengono svelate da un’esplorazione del testo che ne indaghi deviazioni e dilatazioni, rarefazioni e rinvii.

“Eccoti” recitano, in apertura, i primi versi: “come scorrere di musica/ ala mansueta d’anima/freni la corsa/ a distanza d’esitazione/ desiderio e paura/di carezze.”

Movimento e stasi, fluire musicale e corsa frenata dal dubbio, esitazione, desiderio, timore. Si delineano così, già in apertura, alcuni dei movimenti che segneranno il passo dei versi dell’autrice: la quotidianità dell’azione e la pausa della riflessione, l’avvicinamento e il distacco, la forza e la tensione di emozioni intense e viscerali, talvolta lacerate, spesso desiderose di quiete.

Inesausta, tra i testi della raccolta, si dimostra in effetti la ricerca di un equilibrio fra urgenza empatico-emotiva ed equilibrio formale, tra vivissimi affetti e vocazione monologica dell’io, tra l’auscultazione di un apparente microcosmo – quello dei gatti, osservati, indagati, accolti, profondamente amati – e l’impellenza dei grandi quesiti esistenziali: la ricerca di un senso al dolore, il ripensamento del tempo, la riflessione sulla morte.

La compattezza della cornice e dell’ispirazione si apre dunque, incessantemente, a richiami, allusioni e tensioni che declinano piani fondamentali della soggettività dell’autrice, mentre la persistenza della nota dominante cede a una polifonia di suggestioni tematiche, aprendosi a diversi piani speculativi.

Horus e Ipazia, Rachele e Liliom, Ares e Spina – per nominare solo alcuni dei felini affrescati da Leda Palma – si rivelano individualità precise, dotate di tratti unici e perfettamente riconoscibili, e al tempo stesso si trasformano in occasioni – o pretesti – per un’indagine emozionale e conoscitiva tesa a esplorare le relazioni tra la soggettività umana e la natura, fra la quotidianità e l’altrove metafisico, fra l’io e l’altro, quando anche “un filo di lamento condiviso” può insegnare “la vita solidale” e “la premura”.

Non c’è retorica esaltazione della presunta spontaneità/istintività del mondo animale, in queste poesie di Leda Palma: i caratteri dei felini ritratti includono inesorabilmente bellezza e spietatezza, generosità ed egoismo, indifferenza e identificazione, il momento di grazia della condivisione e l’enigma di un’occasionale, imperscrutabile crudeltà. Nessun appello al sentimento facile, dunque: nessuna concessione alla leziosità arcadica, nessuna distinzione semplificatrice e rassicurante fra mondo umano e mondo animale.

Qui ogni gatto è ritratto nei suoi caratteri distintivi specifici e irripetibili, senza idealizzazioni letterarie.

Così, alla tenerissima immagine di Rachele e Leonilde, intente a partorire insieme sotto le frasche di un pino, “ostetrica l’una all’altra con intense leccate a ritmo per facilitare il varco”, fa da contrappunto l’affresco di Clotilde, che nega il nutrimento al cucciolo più debole e vulnerabile, forse malato: “ devo spingerlo a te che spesso/ lo rifiuti offrendo il latte/ad altri nomi d’egoismo eppure/madre perfetta un tempo/ custode della vita.”.

E a Clotilde viene associata Haiku, micia dagli occhi di mandorla orientale, che rifiuta e allontana i propri cuccioli, – “frustrata nel tuo/ spazio di egoista li cacci/con rabbia uno ad uno” – : in tal modo, in una significativa tendenza dicotomica, la coppia Rachele/Leonilde –uniche gatte a essere ritratte insieme, generando un testo condiviso e indivisibile come il momento del loro parto – si contrappone alla coppia Clotilde/Haiku, quasi a ricordarci che la lacerazione, la contraddizione e la difficile ricerca di un equilibrio sono cifre del vivente e dell’universale, e non prerogativa del mondo umano.

E a Ninfa, affettuosa e fedele, che “crede che il piacere sia rovina/ che sia orizzonte il muro di confine/che l’amore sia quello solo/destinato a me” fa da perfetto contrappunto la sua gemella Spina, autonoma e fiera, sdegnosa di favori e di carezze.

Ognuna delle creature evocate sbalza dalla pagina con colori vividi e intensi e con immagini che sembrano attingere a colorazioni espressionistiche: ne nascono ritratti disarmanti, condensati attorno a pochi tratti incisivi, essenziali: la “dignità di tigre decaduta” espressa da Cip, la lingua triste e instancabile di Mirta, che riveste di saliva e di dolore i suoi cuccioli morti nella notte, il fuoco del manto di Marx, “ che rifiutò carezze/ in vita e benefici” e che osserva il mondo con “nitido sguardo diffidente / misto a stupore/per la protervia la distruzione/ le bugie i ricatti”.

Evocati, ascoltati, ricordati e poeticamente ricreati, i felini di Leda Palma si trasformano dunque in cifra metaforica essenziale di una personale relazione con il quotidiano e di una instancabile riflessione sul senso stesso della vita: una vita indagabile –e indagata – anche attraverso varchi minimi, apparentemente marginali. E varco minimo, apparentemente marginale, è quello che si apre ad esempio in fondo a un orto, in una luce che immaginiamo radente, sull’esistenza sommessa di una creatura fragile e malata: “ti abitava/ un respiro affannoso/ una mancanza/ Un’estate udii/ il tuo pianto in fondo all’orto/ mi accorsi allora della mia vita viva/ del mio giusto respiro.”

Collocandosi sul delicato crinale fra libertà e addomesticamento, fra vocazione alla solitudine e frequentazione degli umani, i gatti ritratti da Leda Palma –fieri, tenerissimi o indecifrabili – si fanno emblemi di tutto ciò che, pur sembrandoci a portata di mano e di comprensione, si sottrae al nostro controllo per mantenere una propria enigmatica alterità. In tal modo, essi tendono forse a diventare creature paradigmatiche di un disancoramento della soggettività dalla dimensione esclusiva ed egoistica del proprio tempo e della propria Storia, quasi indicassero la via per stringere rapporti vivi con ciò che sta oltre il presente, oltre il quotidiano, oltre la contingenza del qui e ora.

L’io si apre così a un rapporto dialogico profondo con la bellezza e il dolore del mondo, con gli aspetti più segreti dell’esistente; con dimensioni naturali e spirituali a cui accostarsi in punta di piedi, predisponendosi all’umiltà, all’ascolto, alla condivisione.

Verso dopo verso, nel fluire delle immagini e delle suggestioni di questa raccolta esile ma estremamente compatta, sembra dissolversi ogni possibile scarto tra la sofferenza degli esseri ritratti e la nostra, tra le loro fragilità e quelle che minano noi : umano e al tempo stesso animale, eppure più che umano ed animale, si rivela il nostro e il loro vivere, il nostro e il loro morire.

Recensione
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