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E ci sono angeli

Capita, talvolta, di inciampare in un libro, così, casualmente, e scoprire, dopo aver letto anche solo poche righe, di aver incontrato una perla, di avere tra le mani pagine ricche di profondo significato e di delicata bellezza. E ciò che accade per chi, come lo è stato per la scrivente, non avendo ancora avuto la fortuna di conoscere le opere di Maria Luisa Daniele Toffanin, s’imbatte in un libro dall’aspetto esiguo, ma dal titolo piacevole: E ci sono angeli (Tipografia Veneta, Editrice «La Garangola»).

Dopo la preziosa prefazione a cura di due firme autorevoli, Mario Richter e Norberto Villa, appare al lettore una breve nota dell’autrice, tesa a motivare, qualora ve ne fosse il bisogno, le righe poetiche che seguono. E ci sono angeli, suddiviso in tre arene espressive, si offre come occhio attento, sguardo curioso, presenza discreta e accogliente insieme e, quasi all’antitesi, denuncia urlata di un’infanzia che appare in tutta la sua complessa disuguaglianza. Non a tutti i bambini è dato di trovare braccia “cuna”, profusa tenerezza, generosa cura, così ben celebrate nella prima e nella terza arcata dell’opera di Maria Luisa. Divenuta nonna, la sua potenza espressiva, armoniosamente accompagnata da una ricerca stilistica alta, da una scelta accurata e romantica delle parole, manifestazione di una ricchezza culturale e di un’abilità nella composizione lessicale, ha trovato terreno fertile, molteplicità di stimoli che solo chi sa guardare con amore i primi attimi di una nuova creatura può comprendere.

E così è accaduto alla poetessa padovana, con l’arrivo della nipotina: un’esperienza che ha saputo donare nuove trasparenze, nuovi slanci artistici, nuove bellezze espressive. Ne Il volto dell’infanzia, che dà il nome al primo spazio tematico, l’attenzione ai piccoli gesti, ai respiri più delicati diventa celebrazione del tutto, del creato. Ed è riconoscimento di una bellezza del creato che in sé esprime la gratitudine verso il Creatore, senza declinazioni confessionali, bensì specchio di una tradizione che, seppur secolarizzata, non ha perso un’identità in cui lo spirito religioso non stride con la laicità della parola poetica. Osservare il volto dell’infanzia, per Maria Luisa, significa sentirne i profumi, coglierne i delicati e preziosi, seppur così fragili, profili; significa, proprio nella fragilità di un essere che necessita la presenza dell’altro per continuare a vivere, riconoscere il richiamo responsabile di un prendersi cura della vita, che proprio nel suo germogliare, ha già in sé la traccia di una promessa, i tratti di un futuro ricco di nuova speranza. “Profuma di piume / il volto dell’infanzia / e ha labbra di rose / dischiuse al mattino / in sorrisi di rugiada […]” (da E ci sono angeli, Il volto dell’infanzia, p.18).

E prosegue lo sguardo stupito sui primi vagiti, epifania di un colloquio infinito ed indicibile, così come recita Maria Luisa: esperienza di un incontro che porta in sé l’arcaico desiderio di incontro di parole, che potrà divenire, solo in una trasformazione che appare sintesi di millenarie trasformazioni e scoperte, dialogo condiviso, parole riconosciute, ossia: relazione dialogica. “Attesa verrà ora la parola / il fiore della vita / per sorbire fino in fondo / il calice-canto della gioia / eco di un sentire bambino […]” (da E ci sono angeli, Colloquio, p.19). E via via si dipanano le successive composizioni poetiche in un crescendo di emozionali attenzioni in un ampio atto di adorazione, meraviglia, stupore innanzi ad un miracolo che si rinnova: la vita! Nelle poesia di Maria Luisa la parola svela, nella quotidianità osservata e, in particolare, nella sensibilità artistica di colei che narra, la poeticità insita nei vissuti pienamente colti permettendo al lettore di percepire la poesia come qualcosa che è già in sé nelle cose, nelle esperienze: è della parola la capacità di renderla manifesta e del lettore l’opportunità di riconoscerla. La meraviglia verso la vita-bambina trova, poi, nella raccolta qui narrata, un secondo spazio di dilatazione, la terza arcata tematica: Di luna in luna.

La nipotina Giulia è ancora musa ispiratrice eppure, seppur compare la traccia di un vissuto familiare, la poesia rende universali le emozioni espresse, riconosciute, provate, avvicinando il lettore alla propria traccia d’infanzia: “[…] Il canto dolcemente / le nostre infanzie avvicina / oltre le stagioni della vita […]”(da E ci sono angeli, A Giulia, p.67). Ed ecco che la parola richiama altri pensieri, ricordi, nostalgie per un tempo, la personale infanzia, irripetibile. Ma ciò che tocca maggiormente la sensibilità del lettore, oltre le delicate emozioni di un poetare che narra la delicata eppur gioiosa infanzia della prima e terza area, è il cuore dell’opera dedicata all’infanzia violata, all’infanzia depredata del diritto di vivere e crescere in un ambiente teso a promuovere serenità, giocosità, cura, educazione: “Allora lotta, anche con la scrittura, per riedificare un altare ai bambini di tutto il mondo” (da E ci sono angeli, Nota dell’autrice, p.11). La scrittura, dunque, come arma, la letteratura come denuncia, la lettura come provocazione di un pensiero etico, di un sano sdegno verso tutte le forme di disumanità di cui, i bambini, sono costretti a pagare il prezzo maggiore, le conseguenze più drammatiche, in un calvario al termine del quale, oltre la morte, la resurrezione non appare così nitida. La poesia si erge ad urlo contro un’umanità insensibile ai nuovi Erodi, che “Malvagi hanno violato / anche il sogno bambino / in rimbalzi pei rami pei prati” (da E ci sono angeli, Nuovi Erodi, p.27).

E in questa urgente denuncia Maria Luisa coinvolge coloro che, nel suo pellegrinare letterario, hanno formato la sua abilità artistica, hanno sostenuto il suo pensiero sull’uomo, sull’umanità: da Zanzotto a Camon, alla Morante, in un abbraccio che cerca solidale consolazione: “Piangi Cielo la tua buona novella sconfitta” (da E ci sono angeli, Piangi Cielo, p.28). I bambini abusati, i bambini della guerra, della lebbra e della fame; i bambini di Bucarest e quelli usati; i meninos de rua ed i bambini di Beslam; i bambini mai nati e quelli malati; quelli offesi, quelli abbandonati e, perché no, quelli dell’opulenza. Non dimentica nessuna, Maria Luisa, non lascia cadere nell’oblio nessuna sofferenza, bensì, nel raccontarla in versi, ottiene di immergerla in un alveo di bellezza che nulla toglie alla drammaticità dell’esperito. La poesia, ancora, come atto civile, come impegno etico, come educazione umanizzante tesa a sostenere e promuovere una nuova cultura dell’infanzia. Denuncia, la poesia, la responsabilità degli adulti e di una cultura dell’apparire e dell’apparenza, incapace di porre al centro la persona, neppure quando si manifesta nell’età più importante, più significativa: l’infanzia. Nonostante la drammaticità delle realtà narrate, Maria Luisa non abbandona la personale fiducia nell’uomo, richiamando all’agire nuovi e più “Angeli”: donne-angeli, uomini-angeli capaci di sottrarre dalla grinfie del male peggiore i bambini e le bambine vittime di quel male che ha volto di altre donne, di altri uomini. Vi è la necessità di formare “angeli”, volto di una nuova umanità, di un nuovo umanesimo capace di cogliere nell’aurora della vita l’impegno per un futuro solidale, giusto, equo; capace di riconoscere nel puer le tracce di una nuova letizia, le immagini di una nuova promessa sull’umanità: “Solo così […] i bambini redenti persone / potranno salvarsi, salvare il mondo / per una civiltà d’amore” (da E ci sono angeli, Piangi Cielo, p.30).

La vita narrata dalla poesia, la poesia che penetra nel vissuto più drammatico della vita per illuminarla di nuova speranza, per non abbandonarla al buio della sconfitta, per riportala ad altre e nuove primavere: pur nella peggiore condizione in cui i bambini possono essere gettati, Maria Luisa, mediante la forza della parola, sa donare squarci di luce, di cielo, di desiderio infinito di bene che ci porta a credere che un mondo migliore possa ancora esserci. In questo sta il senso di un dire, di un raccontare il dolore, la sofferenza, la morte: nel credere ancora, nonostante tutto, e sopra di tutto, alla vita. La poesia che narra il dolore può, nell’incontro misterioso con il lettore, causare nuova umanità, incoraggiare desiderio di bene: “doniamo ardore d’impegno” (da E ci sono angeli, Sradicare, p.52). Solo così si potrà, non solo immaginare, ma realizzare quel sogno che ha animato l’impegno di Martin Luter King, espressamente richiamato nel componimento che chiude l’opera, E sarà vita: “i bambini del mondo stretti / in un girotondo di gioia / lievi in volo sull’eco / di domestiche nenie-cantilene […] i bambini del mondo / con uguale particula / d’azzurro nell’anima / colore-premessa-promessa / di un vivere felice / in simili ludi e studi” (da E ci sono angeli, E sarà vita, p.85). E gli angeli ci sono, non mancano: sono tutti gli angeli-bambini a cui è dedicata l’opera, i bambini a cui è stata e continua ad essere negata l’infanzia; sono tutti quegli angeli che si fanno carico delle sofferenze-bambine o che trasformano le infanzie violate in nuove vite; potremmo essere ciascuno di noi, se solo avessimo un briciolo di coraggio, un impulso verso un agire eticamente orientato. E la poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin è un invito ad essere migliori, così come è della poesia di rendere la vita più bella, nonostante tutto, a dispetto di tutto.

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