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Prefazione a
Pas dopo pas
di Lilia Slomp Ferrari

la Scheda del libro

Nadia Scappini, Come fare grande l’infinito

Morir pass dopo pass su quela strada
sangiˇt de scortar˛le vŔrs el ziÚl
grˇpi de cÓ, rumori de contrada

na man che te saluda dal portŔl
la zovent¨ che ride ’mpassionada
te fa sgambÚti pr˛pri sul p¨ bŔl.

Solo scorrendo i versi di questo bel libro, dove Ŕ il cuore a segnare il passo, William Butler Yeats - citato in esergo all’opera da Lilia Slomp Ferrari - avrebbe detto che l’autrice conosce bene il proprio mestiere. Non le avrebbe dunque raccomandato, come spesso ai giovani colleghi poeti, learn your trade.

Il sonetto, in cui la nostra si cimenta sistematicamente in questa undicesima opera in versi, presente in tutte le letterature europee e usato dai nostri grandi del Novecento, rappresenta una misura perfetta, ma non facile da praticare. E lei ci riesce alla grande, con disinvoltura perchÚ, oltre ad avere molto letto e pensato, ci ha raccontato che fin dall’infanzia una musica le canta dentro sul ritmo dell’endecasillabo: Endecasillabo che mi percuoti /con frusta d’aguzzino dentro il canto, / lasciami decollare in altri cieli, / magari controvento incontro al sole (Come goccia di vetrata, 2008).

“Il suo bisogno di canto ci viene incontro, ci avvolge come una colonna sonora… una musica che ha l’eleganza di un rond˛ settecentesco, a cui s’intrecciano i suoni di una rustica pavana” avverte Renzo Francescotti nella prefazione ad Amor porÚt (1995) da cui il sonetto, dedicato alla madre, che per la prima volta l’ha chiamata, imponendosi con la sua forma e le sue rime in modo perentorio e naturale senza pi¨ lasciarla:

Ciara n’ombrýa se slonga sora ’l prÓ, / v˛ida de ti, de la to voze piana, / el temp l’Ŕ sgolÓ via, l’Ŕ ’n fil de lana / che cuca ’n mez a l’erba , entortolÓ. // T’˛ volŔst ben, e quant nissun lo sa, / anca se mi per ti ero lontana... / vizina te ciamavo da l’antana. / Su quel scagnŔl de legn engranizzÓ // ˛ svoltolÓ i me dý dentro i me ˛ci / e g˛ ’nventÓ ai silenzi le parole / smorzando le me stÚle a una a una, // ancora co’ la testa sui gin˛ci. / Che me carezza anc˛i gh’Ŕ sol le gr˛le / che dýndola n’ombrýa come na cuna.

Chiara un’ombra s’allunga sopra il prato, / vuota di te, della tua voce piana, / il tempo Ŕ volato via, Ŕ un filo di lana / che sbircia in mezzo all’erba, attorcigliato. // Ti ho voluto bene, e quanto nessuno lo sa, / anche se io per te ero lontana... / vicina ti chiamavo dalla soffitta. / Su quello sgabello di legno fuligginoso // ho rimestato i miei giorni dentro i miei occhi / e ho inventato ai silenzi le parole / smorzando le mie stelle a una a una, // ancora con la testa sulle ginocchia. / Che mi carezzano oggi ci sono solo le cornacchie / che dondolano un’ombra come una culla. (Sonetto 3, Kamauz 1991)

“Questa silloge di sonetti - racconta Lilia - mi Ŕ nata quasi senza volerlo. Li ho messi in ordine come soldatini raccogliendo foglietti sparsi per una ballata di emozioni. Ho cercato di rispettare il pi¨ possibile la dignitÓ della parlata dei padri, curandone la grafia e recuperando parole che credevo affossate nella memoria riprendendo la musica di chi mi parlava da bambina. Cosý, magicamente nascevano i versi…”

Certo non chiede poco questa poesia: ci chiede, infatti, di cogliere la parola con responsabilitÓ. Il dialetto non Ŕ per lei un’opzione secondaria rispetto alla lingua italiana, ma la lingua matria, quella capace di far riaffiorare radici sepolte, di nominare le cose attraverso parole che risuonano nel mistero di un’antica sacralitÓ, quella da usare come un respiro “per gli affondi del cuore” (Paolo Ruffilli nella postfazione a Ombrýe, 2012): una Lengua che sa de lat ’pena ciuciÓ / brontolar de polenta ’ntÚl par˛l / musica che se sf˛ia dentro ’l fiÓ (Lingua che sa di latte appena succhiato / brontolare di polenta nel paiolo / musica che si sfoglia dentro il fiato).

Lo hanno, del resto, ampiamente testimoniato grandi poeti come Franco Loi, Fernando Bandini, Tonino Guerra o Raffaello Baldini, tanto per citare i pi¨ vicini a noi. Scelta tanto pi¨ preziosa in un tempo in cui la lingua viene usata in modi semplificati, sintetici, spesso banali. Scelta che consente di percepire le vibrazioni di una voce tramandata nei secoli, di coglierne in controluce la filigrana insieme allo spessore.

La sua poesia si muove tra terrestritÓ e trascendenza, precarietÓ e persistenza. Una gioiosa e insieme dolorosa coscienza del percorso creaturale costituisce il filo sotterraneo che attraversa i diversi testi dove un’armonia tenacemente ricercata non cancella la sofferenza, piuttosto la redime; cosý come nostalgia e desiderio, altri poli in cui si dipana il suo mondo poetico, quasi un crepuscolarismo pudico, sono necessari l’una all’altro per rivelare, sostenere, esaltare aspirazioni, sogni, deragliamenti, persino vuoti del cuore. Vuoti che sono grembo e placenta in cui sostare, orientarsi, cercare la parte pi¨ autentica di sÚ per riemergere con la consapevolezza che l’altrove, il mistero possono divenire qualcosa di familiare che s’incista nel ricordo e negli infiniti segni che la natura offre allo sguardo.

SarÓ poi il suo genius femminile, la sensibilitÓ coltivata pass dopo pass, come coltiva le rose dello splendido roseto rimarginando non di rado le ferite provocate dalle intemperie, e ogni creatura vegetale e minerale del suo orto, a dilatare i confini dell’orizzonte, a trasmettere le giuste vibrazioni, a fare grande l’infinito, proprio perchÚ origina da un sentire memore e dunque da una sapienza d’amore. “Poeta degli orti, Lilia, che coltivi / le rime e le rose”: cosý l’ha inquadrata Ermellino Mazzoleni in un bel testo dedicato in “Aspettami al quinto punto cardinale”.

Ancora: a dare luogo a quel respiro corale, partecipe della natura e della ciclicitÓ delle sue stagioni, evidenziato da Paolo Ruffilli nella postfazione ad Ombrýe sopra citata; ad affermare la dignitÓ della donna, la sua oblativitÓ, la sua capacitÓ di attendere e di amare oltre e nonostante le possibili violenze subite, a prendere le distanze dal dolore dopo averlo stanato, scavato, artigliato; ad inoltrarsi come un ladro tra i ricordi correndo il rischio di smarrire la strada, di trovare i sentieri attorcigliati: Me mýssio ’ntÚi ricordi come en ladro / rÓmpego avanti sempre p¨ spavalda / se smýgola le f˛ie ’ntÚl riquadro. // No gh’Ŕ p¨ strade, no gh’Ŕ p¨ striaria / s’ent˛rtola i sintÚri en le valade / farfale seche le me sbrýssia via…(Mi mescolo nei ricordi come un ladro / arrampico avanti sempre pi¨ spavalda / si sbriciolano le foglie nel riquadro. // Non ci sono pi¨ strade, non c’Ŕ pi¨ malia / si attorcigliano i sentieri nelle vallate / farfalle secche mi scivolano via…).

Confesso che, quando penso a Lilia Slomp Ferrari, non posso che immaginarla china ad accogliere e coltivare con la medesima cura le rime e le rose, dove orto e coltivazione - orior e colo - rimandano a origine e cultura. E se talvolta la nascita pu˛ essere casuale, sappiamo bene che la crescita di una pianta, la maturazione di un verso, come quella di un rapporto personale, non possono che essere frutto di pazienza e di cura…

Elio Fox, che l’ha seguita, accompagnata, incoraggiata fin dai suoi primi passi nella poesia, scrive di lei che ha saputo creare l'incantesimo dell'astrazione, suggerendo la realtÓ dell'irreale, facendo parlare vento, stelle, fiori, boschi e rugiada come autentici attori; e ci Ŕ riuscita perchÚ sostenuta da uno spessore/sostrato morale inimitabile, nutrito di sguardi prospettici ogni volta diversi e capaci di inquadrare memorie presenti del passato, della storia, della civiltÓ, del carattere della gente trentina, dove la sofferenza era pedaggio per una fragile e temporanea serenitÓ. Cosa che si conferma in questa raccolta, nuovo egregio omaggio alla sua Terra, alla sua gente.

Una nota ancora aggiungerei sulla tonalitÓ di questa e di tutta la produzione in versi della nostra: attiene alla sua religiositÓ, alla sua capacitÓ di re-ligare, tenere insieme. Una religiositÓ dunque non confessionale, tantomeno devozionale, ma in senso etimologico. Riesce infatti a imbastire e poi tessere legami compenetranti e consustanziali tra uomini e creature nel ventre della natura, dove si possono incontrare con respiri diversi, battiti forti, pulsioni complesse, segnali di vita sommersa, ignota, che esige di essere evocata e portata alla luce. ╚ qui che si coglie il senso della nostra precarietÓ umana, della nostra incompletezza, a dire che uno svelamento, una comunione perfetta sono impossibili per le resistenze presenti in ciascuno di noi. Come se ci toccassimo nella nebbia, senza poter accedere fino in fondo all’anima dell’altro. Ma c’Ŕ, di converso, una sottile, tenera, tenace volontÓ, frutto di un paziente muto intenso ricercato dia-logare, di comunicare con quelli che sono nell’al di lÓ: il papÓ, il fratello Ezio, la mamma, la nonna, l’amica Lucia. Con loro sý c’Ŕ vera comunione, senza pi¨ l’opacitÓ del corpo, senza le divisioni del pensiero nel modo di vivere e di sentire che ci tormentano nella quotidianitÓ della vita:

Man de ladro stan˛t sul melagran. / me manca quel spacÓ dai denti rossi / a boca avŔrta sˇra i mÚ doman / con l¨ arŔnt a mi, saltavo i f˛ssi. (Mani di ladro questa notte sul melograno / mi manca quello spaccato dai denti rossi / a bocca aperta sopra i miei domani / con lui vicino a me saltavo i fossi.)

E questa comunione, sia pure nel dolore a tratti riaffiorante, diventa nei versi di Lilia una sinfonia, un tutt’uno con il respiro, con il passo dell’endecasillabo.

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