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Eretiche grida
manoscritto di eremita rinvenuto in una grotta del Monte Athos

© 1993 by Veniero Scarselli

In faccia a chi
gettare queste grida rabbiose
per la sete inappagata d’un Dio
che si nasconde agli occhi e alla ragione,
da questa grotta e da quest’isola inaridita
per gli assalti matrigni della Natura
e l’ingiusta terribile Assenza?
Qui Dio non è stato mai visto,
quindi non ha niente da offrire
tranne che le piaghe della solitudine
e il cancro di un’inutile attesa
che lima i nostri ultimi giorni.
A che serve gettare le mie grida
ad una madre che fu causa prima
del mio male ma ormai dimenticata
insieme agli altri in un lontano cimitero?
o ai figli ciechi e sordi, impazienti
di buttarsi nel mondo ad ingozzarsi
come porci col miele dei peccati?
o ai poveri compagni viandanti
che sembrano talvolta apparire
silenziosi sul nostro cammino
come buone amorose comete
ma subito dileguano, fantasmi
inghiottiti dai pozzi della memoria?
 
Ma anche a quelle femmine sciagurate
che pressate dal bisogno di generare
bestialmente consumarono soltanto
i nostri involucri caduchi di fuchi
stordite dal furore delle copule
senza mai saper niente dell’anima.
Oh spietate incantevoli incantatrici!
api regine, cui nessuno ha detto
che siete solo mosche prigioniere
nella tela del vostro stesso sesso,
questo ragno mai sazio che costringe
la vagina dentata a strisciare
sulla faccia della Terra e ad ingoiare
piccoli succubi maschi senz’ali
per evacuare infine dal ventre
altra anonima carne caduca!
 
Queste grida di stanco cercatore
sono solo delle vuote bottiglie
gettate a mare come inutili messaggi
da un assetato di Dio senza più amore;
sono vane bestemmie nel deserto
e non danno nessuna risposta
a chi spera, prima di morire,
di strappare alla Morte il conforto
almeno d’una scienza meno incerta;
io le butto dalle altissime rupi
a pesci che neanche curiosi
passano annusando pigramente
i loro piccoli mondi colorati;
esse al più arriveranno soltanto
dove branchi di monelli sfaccendati
le prenderanno a calci o giocheranno
a riempirle di code di lucertole,
o dove amanti curiosi fornicando
vi cercheranno erotici proverbi,
come quelli dei biglietti a sorpresa
che incartano golosi cioccolatini.
Non spero ch’esse varchino mari
e spiagge ormai violate e calpestate
per giungere un giorno anche a Dio:
io ormai non so più dov’Egli sia.
 
Eppure la vetta di quest’isola
stremata dalle guerre con Dio
un giorno fu per molti eremiti
un giubilante grido di speranza
pur strozzato fra le viscere della Terra,
da dove questa Madre possessiva
gli impediva di giungere al cielo.
Tuttora nei profondi burroni,
fra gli scogli battuti dai marosi,
ronzano suadenti come miele
gli abissi del mare ancora caldo
di delizie corporali della Madre
che insidiano le menti smarrite,
le attirano nei flutti del Lete,
ne sommergono per sempre le grida.
 
Nessuno ha mai saputo ove conducano
gl’intestini contorti della Terra;
di notte talvolta par di udire
vagiti d’infelici creature
che chiamano da grotte subacquee
in cui la pianta della vita è conculcata
ma forse ancora viva, aggrappata
come un’ostrica alle buie pareti
col suo piccolo alito caldo
e la piccola speranza animalesca;
forse in quelle tenebre scompaiono
ormai ridotti a mostruosi organismi
i deboli e gl’incauti, i peccatori
che hanno abbandonato ogni speranza
e che il peso del corpo ha affondato
nelle spire ribollenti dell’oceano;
con gli occhi sbigottiti che s’aprono
e subito per sempre si richiudono,
per un istante intravedono sul fondo
il grande Buco Nero della Morte
che fuoriesce da quest’orrido universo
inghiottendo nel suo gorgo anime e cose.
 
Quest’isola furente di sete
era forse l’ardito avamposto
per spiare e imparare a riconoscere
il Nemico, una sosta di speranza
nell’oasi assediata dal deserto,
dove fare abbeverare i cammelli
per proseguire il difficile viaggio,
e dove il germoglio dello spirito
si spogliava dalle croste corporali
d’una vita inutilmente vissuta
attendendo il miracolo di rinverdire.
Era forse la nave temeraria
che varca le caligini della morte,
forse la speranza mai spenta
del gran balzo, del volo d’aquilone
al di sopra degli oceani e dei deserti
dove vibrano le tremule luci
di infiniti universi e mondi.
 
Ma ora al di là della vetta
non c’è che il Nulla, il vuoto orrendo Nulla.
Il cielo delle notti pare vuoto;
abbiamo alzato invano gli occhi al cielo
nelle plaghe delle aurore boreali
fino ai limiti estremi del mondo
per cercare qualche minima traccia
di anime sopravvissute per caso
all’oscena catastrofe della morte
e da Dio non volute, respinte
perfino dai venti stellari;
potevano essersi impigliate
negli spazi senza luce del cosmo
ed esser divorate dai geli,
o forse vagare timorose
cercando ancora soccorso
mosse dal ricordo struggente
di fraterni teneri abbracci,
non sapendo che anche la Terra
sarà presto una foresta di pietra
ricoperta di fossili creature,
anch’esse una volta protese
piene di speranza verso il cielo
ma annichilite dallo stesso rifiuto.
 
Ora qui più nessuno alza gli occhi
al cielo vuoto, nessuno ha quella forza
che si getta disperata nel cielo
con la lingua della sete del mondo
per vedere almeno fate Morgane;
solo qualche silenzioso eremita
per dissetarsi cerca con pazienza
di strappare qualche stanca goccia
dell’avaro amore di Dio
come rara erba preziosa
dalle zolle d’una terra abbandonata;
ma unica signora e padrona
è la bestia ringhiosa del vento
che l’assalta dal suo agguato fra le rocce
ululando il suo antico furore:
la bruta materia si scontra
eternamente con la bruta materia
generando il nero succo della morte,
e la terra ne beve avidamente
per nutrire la pianta del Male.
 
Qui uomini e animali
ormai hanno cessato di opporsi
alle forze maligne della terra;
qui curvi ed immobili aspettano
solo che la vita si compia;
come figli rassegnati all’inedia
nascosti negli anfratti d’arenaria
che si sbriciola lentamente in polvere,
succhiano ogni goccia di linfa
dai seni sgonfi della Madre esausta,
ma ormai anche lei li abbandona
all’arsura della sete di Dio;
così a poco a poco si seccano,
il corpo si mummifica,
l’anima si ritira.
 
Queste umili rassegnate creature
talvolta è possibile vederle
cercando con pazienza fra le rocce,
alzando sassi o scostando cespugli;
sono muti compagni di viaggio,
lucertole, millepiedi, scorpioni,
un coniglio solitario, qualche vecchio
chiuso in un’ermetica crisalide
e che sembra pregare, sopito
nel suo lungo inverno della carne;
ha imparato a vivere il letargo
dell’attesa, a rallentare nella bara
il respiro ed i battiti cardiaci;
eppure, se accadesse il grande evento
sarebbe pronto, ad un minimo segnale,
a ridestare l’anima dormiente
col furore d’una nuova primavera.
Ma dalle mura altissime del cielo
immutabili come la vita e la morte
non trapela neppure un miraggio,
una piccola fata Morgana
che possa ancora illuderci di Dio.
 
Ma io finché gli occhi non seccano
continuerò a gettare rabbiosamente
a quel Dio le mie inutili bottiglie
vuote come latrati di cane
che ora non chiedono più niente,
solo appena la pietà del Padrone:
perché forse quel Nulla è soltanto
apparenza, la vetta è gelosa
del suo segreto, teme gli occhi dei mortali,
non vuole che le valve delle nubi
si aprano agli incerti e ai timorosi,
forse nasconde davvero
l’Incommensurabile.
L’erta che porta alla cima
è comunque l’unico scampo
a chi è inseguito come un topo dalla Morte.
 
Guardate la vetta terribile!
forte come un urlo nel cielo,
gelida, lontana, inconoscibile,
simile a una femmina di pietra:
come può nascondere Dio?
Dov’è il passaggio segreto
dal mondo degli uomini al Suo ventre,
la vagina, il cordone ombelicale
che dovrebbe guidare i suoi figli
al ritorno nell’utero del Padre
seguendo passo passo come i ciechi
il filo d’Arianna della morte
e tastando con le mani incerte
le buie pareti del cunicolo
per sboccare infine abbagliati
nella sfera perfetta del suo Essere?
 
Non è più possibile attendere
con questo dubbio, occorre ad ogni costo
tentare, anche con mano tremante,
il cunicolo che porta alla vetta,
deflorarla con lo stupro sacrilego
ma umano della pura ragione,
e infine strappare l’Inconoscibile
alle mura di ghiaccio che lo serrano
fra le valve come perla preziosa;
è solo il demonio del corpo
così pregno d’infami bisogni
a tenere ancorata la mia anima
coi suoi poveri visceri merdosi
alle forre, ai burroni, ai precipizi;
se esiste, io chiamerò ancora Dio
a gran voce perché mi soccorra,
esca finalmente dalla tana
del suo splendido castello di nubi;
perciò mi laverò e purificherò,
mi vestirò con l’abito da festa
e berrò alla sorgente del monte
un viatico che pungoli le forze
e almeno per un attimo dissolva
il buio corporale che grava
sui miei occhi con palpebre stanchissime
ormai fatte di carne morente.
 
Ho afferrato di buonora con i denti
il tortuoso sentiero di capre
che porta al segreto della vetta
in un giorno di furore mattutino
in cui fremeva diritta e tagliente
nel cielo azzurro e sembrava vicinissima
ad accendersi del mistero del mondo.
Gabbiani guaivano scrutandomi
sospesi nell’aria di vetro
con le vele delle ali immobili
sopra il mare; ed io un po’ timoroso
salivo sentendo sui miei sensi
le presenze d’altri antichi sfortunati
cercatori di Dio, echi indistinti
di voci liberate dall’Eternità
che mi seguivano fra le tombe di pietre.
Ma era un mattino predestinato,
e miravo fisso alla vetta
che inviolata e beffarda torreggiava
già nel pieno fulgore del sole.
 
Ben presto il sentiero di capre
divenne un impervio canalone,
un’insidia franosa di pietraie
da temere ad ogni passo falso
che il mio piede biforcuto cedesse;
poi divenne uno stretto cammino
scavato nella roccia dai millenni
sempre pronto a sfuggirmi in strapiombi;
poi fessura appena afferrabile
dell’orrida parete ripidissima
che sovrastava il mio piccolo io
dall’alto del trono del potente
invisibile Abitatore; ed infine
una semplice ruga della sua Fronte
cui con l’unghie ed i denti aggrapparsi
per salvare la mia povera vita.
Solo allora la vetta cedette
sotto il manto di ghiaccio che si scioglieva
e s’aprì tutta nuda al mio sguardo
come femmina vinta che si lascia
carezzare da occhi impudichi.
 
Ma anche una vetta così alta,
più alta delle nubi più alte,
la più alta delle vette del mondo,
non celava alcuna traccia di Dio.
Forse era stato spodestato
dalla grigia potente dinastia
d’infaticabili aquile guardiane
che a lente ruote delle ali spiegate
attentamente esaminavano il mondo
e poi veloci con grida di trionfo
si gettavano dal cielo di piombo
sugli incauti esseri viventi
per punirli di essere nati.
In cima a quella vetta spoglia
c’era solo un mucchietto di sassi
calcinati dal sole e dai venti,
pudico nascondiglio alle ossa
bianche e ignude d’un vecchio eremita;
ancora le povere braccia
s’aprivano nel segno della Croce,
le occhiaie abitate soltanto
da formiche che fuggivano d’ogni parte.
 
Più in là, mummificato come un re
ma avvolto su se stesso come un serpe,
troneggiava un escremento di cristiano;
s’era a lungo caparbiamente difeso
dalla furia incalzante del tempo,
ma ora logorato dagli assalti
non era che polvere inorganica
come quella che produce la Morte
nel lento incenerirsi dei secoli;
eppure dei negri scarabei
ancora s’accanivano con le chele
e la sorda misteriosa concentrazione
di chi è assorto in piaceri carnali,
a rubare la ghiotta materia
per digerirla nel tepore delle tane
e poi nascostamente moltiplicarla
con riti sessuali esoterici
e il più vasto segreto disegno
di inondarne con l’aiuto del Maligno
nottetempo la faccia della terra.
 
A lungo rimasi abbracciato
con cuore fraterno al silenzio
di quei poveri resti mortali
di sfortunati cercatori di Dio
abbandonati senza un segno di pietà
alle strida lancinanti delle Arpie
che gli echi delle valli sottostanti
rimandavano di dirupo in dirupo
fino al fondo assordante delle grotte
dove stava appollaiata la Morte.
Per un attimo ho sperato di sfuggirla,
di non subirne la fatale attrazione
nel vuoto vertiginoso degli abissi,
di potermi addirittura protendere
ancora più in alto nel cielo
e almeno intravedere una fugace
apparizione dell’Essere, la salvezza;
ma il pesante fardello di carne
del mio corpo ormai prossimo al disfacimento
gravava come un sasso sulla terra
inchiodato al suo destino di morte,
si udiva solo il mugghio del vento
incalzare imperioso fra i sassi
per gettarmi giù dalla vetta,
e l’osceno lavorio di mandibole
dei neri coleotteri coprofagi
che attendevano alla loro fatica.
 
Oh, mio Dio senz’amore,
è Te, che coi fucili di legno
d’una mente che muore d’inedia
volevo villanamente stanare
con l’ottusa arroganza del cacciatore,
non con la speranza del cieco,
del Lazzaro, del paralitico, del disperato,
ma come chi vuole con la forza
carpirti la formula gelosa
che spieghi il mistero dell’universo;
ma Tu, che sei Aquila,
getti le creature devianti,
che presumono d’amarti soltanto
con l’amore fraudolento della ragione,
dalla rupe Tarpea del tuo nido;
Tu dischiudi la tua Casa solo ai figli
che sanno farsi poveri di spirito
e umilmente t’accolgono in cuore;
il peccato della ragione
è lo specchio superbo di Narciso,
è divorato dai vermi del dubbio
e non depone che uova d’inganni.
 
Abbi finalmente pietà
di chi non ha saputo trovarti
pur nella bellezza sconvolgente
di questo tuo incredibile universo,
e neppure nel grembo pieno di Grazia
di quest’isola protesa verso il cielo
con l’anelito tenace e forsennato
d’ogni pietra e d’ogni essere vivente,
e allora s’è fermato ad aspettarti
con il groppo antico alla gola
d’un povero cane abbandonato
che dopo tanto ostinato frugare
fin presso alla porta della Morte
s’è sdraiato sulla tomba del padrone.
Forse aveva invano cercato
soltanto nei posti sbagliati;
ma Tu non eri anche lì?
 
Dio, sai quante volte
sepolte nella loro cecità
di bestiali mortali creature
queste anime incapaci d’attingerti
strisciarono umilmente ai tuoi piedi
tentando ogni funzione corporea
loro data, ogni minimo pertugio
che s’aprisse luminoso ai loro sensi,
pur di poter vedere con un urlo
uscire abbagliante dalla notte
il faro del tuo Sesso Creatore,
pur di poter morire
nell’orgasmo di conoscenza di un’estasi.
Ma si sarebbero anche contentate
d’un tuo minimo cenno, d’un modesto
fenomeno metafisico, una prova
pietosa di carità, anche di un osso
buttato al cane affamato della ragione
che salvasse dal deserto del dubbio
il loro amore disatteso e umiliato.
 
Io in cambio non potevo offrirti
che il mio amore animalesco e caduco,
eppure il solo, anche se fatto di carne,
che sapessi somigliante al tuo
così grande ma così inaccessibile,
il solo che m’avevi inoculato
per compiere la tua volontà
con la compagna che m’avevi donato,
per suggere il dolce nutrimento
di conforto e saggezza dal suo seno.
Sai quante volte ansimando,
sfiniti dal bagliore di un orgasmo,
la raccolsi con gli occhi smarriti
dai cieli senza tempo dell’anima
che invano avevamo tentato
di varcare uniti per raggiungerti
come Icari senz’ali, soltanto
con la nostra minuscola estasi.
Al ricordo, il mio piccolo sesso
ancora mi si drizza per tentarmi,
reclama la sua parte di carezze,
anche se adesso non è più
che un’inutile goffa appendice,
un corpo morto che trascina solo il peso
della propria sepolcrale solitudine.
 
Tu invece continui a travestirti
con l’oro ingannevole di tramonti
che stordiscono, caduchi incantamenti
di aurore che ogni giorno sorgono
così piene di speranza di vita,
ma ognuna può essere l’ultima
che Tu ci permetti di vedere.
Perché tanti inutili inganni,
e perché a questa mente infelice
desti solo corte zampe d’insetto
per trascinarsi a un’incerta salvezza
col suo corpo pesante di poca anima
che ad ogni luccichio si smarrisce
nei pigri labirinti di piacere
d’una vita vuota di Te,
e dopo tanta fatica di cammino
fra i rovi e le cloache della carne
per spurgare le secrezioni che impediscono
ai miei occhi di vederti, ed ai tuoi
di vedermi, ancora ti nascondi
in ogni sasso corroso dal vento
ed in ogni cespuglio riarso
che attende paziente alla pena
di un altro inutile giorno?
 
Lo so, che sei qui;
sei l’acre veleno invisibile
che viene dal mare ogni giorno
portato dal vento salmastro,
sei il fuoco del sole e del tempo
che brucia lentamente gli alberi,
i rovi, gli animali, le anime;
sei entrato perfino in questa grotta
in cui consumo i resti del mio corpo
accampato ai tuoi piedi come un povero
pellegrino in attesa del miracolo,
e forse te ne stai accanto a me
travestito da topo o da ragno,
forse fingi anche d’essere intento
ad una tela, e intanto mi spii,
mi studi con la calma del serpente,
come la Morte, in silenzio: mi lusinghi
ed assali, mi degusti
e rilasci; e forse neanche sai
se ti disponi a divorarmi o a risparmiarmi.
E’ una guerra diuturna che mi nutre
ormai da una vita, e il tuo silenzio
è il mio latte avvelenato di figlio
che mi costringi a succhiare dalla poppa
smisurata dei giorni e delle notti.
 
Ma chi sei veramente?
forse il sopruso della morte?
o piuttosto il sopruso d’una vita
non richiesta, il cieco e casuale
stupro sulle tue creature
per il piacere del tuo Pene generatore
e distruttore? chi sei, per disseccare
le radici di ciò che per prodigio
hai fatto nascere, anche la più piccola
tua innocua infelice creatura,
e dal silenzio del tuo uovo di pietra
dietro le mie fragili spalle
attendi di spezzarmi le reni
per darmi con la morte e il dolore
ancora una terribile nascita
a un mondo che non si vede e non si sente?
chi sei, che m’hai così beffardamente
inchiodato l’inutile mente
alla croce impietosa della ragione
e accecato per non farti riconoscere,
mentre dal Tuo vero nascondiglio
quando stringo con i denti la paura
puoi scoppiarmi d’improvviso in faccia
come un colpo di mare che s’abbatte
ciecamente e furiosamente sulle scogliere
per rubarmi il mio unico Io
e farlo tuo consumandolo come cibo
nella tana del tuo luogo senza tempo?
 
Malvagio Iddio, chi può farneticare
ancora di sapienza e misericordia,
se dalla fogna che hai fra le cosce
hai partorito senza alcun ritegno
questo mondo orribilmente gobbo
popolato d’imperfette creature
e poi hai sparpagliato i tuoi untori
col veleno del Male ch’è in Te
per uccidere la pianta della vita
e ricacciarla nel Chaos donde è nata
e dove regna la tua mente perversa?
Dov’è la tua sapienza e misericordia,
se nel tuo ventre vuoto e sciagurato
sei capace di nutrire soltanto
il feto mostruoso della Morte?
 
Il tuo Creato è un’opera di morte;
ma ancora più perverso è costringere
le creature a nutrirsi, per non morire,
d’altre inermi infelici creature,
a straziarle con i becchi, a masticarle
ancora vive; come il povero lupo
costretto dal tuo perfido disegno
a sgozzare gli agnelli sui prati
in cui Tu stesso fai nascere alla vita
stuoli di gentili margherite
sconciate da quel sangue ingiusto.
Come può un Dio damore trattare
le creature uscite dal suo ventre
come meri burattini senz’anima,
da cui sprizzano invece terribili
il sangue, le grida, la paura?
La Paura:
ecco l’orribile figlia
che avete generato Tu e la Morte
e che ogni notte mentre attendo il sonno,
ignudo davanti a me stesso
ed all’immensità dell’universo,
entra nel mio letto e come un’aquila
m’addenta con ferocia il cuore.
 
O forse anche Tu
per l’orrore di quello che hai fatto
versi lacrime e sangue;
forse opponi perfino ogni forza
ed ogni fibra di Te contro il Male
che non volevi; dimmi, ti prego,
che non volevi il Male del mondo,
che fu solo un anomalo accidente,
un errore casuale dell’evoluzione,
un virus che sfuggito al tuo controllo
poté moltiplicarsi tuo malgrado
senza fine; forse sei un essere
imperfetto e infelice come noi,
ed è per questo che conosci la pietà,
ch’è la più grande delle imperfezioni:
gli esseri perfetti non conoscono
né amore né pietà, sono astri
che possono soltanto risplendere
della propria narcisistica luce;
Tu invece, che piangi i tuoi figli
che invocano la tua misericordia,
sei solo l’impotente prigioniero
del tuo stesso mostruoso universo.
 
Sono stati gli strumenti della scienza
se pure umanamente imprecisi
a smascherare la tua grigia esistenza
di Dio incapace, quando abbiamo osato
sondare con degli occhi radioelettrici
le più estreme pareti del tuo cosmo,
misurarne i confini invalicabili;
ci hai fatto credere che fosse infinito,
traboccante di luce e di bellezza,
e invece è prigioniero da sempre
di pareti inscalfibili come la Morte
che sembrano cieli ma son finti,
dipinti come quinte di cartone;
e questo piccolo spazio è abitato
qua e là da involucri bizzarri
che somigliano a esseri viventi
con perfetti tubi digerenti
e l’aspetto più o meno bestiale;
talvolta son perfino intelligenti,
ma in realtà sono solo microscopiche
isole di un ordine casuale
perché mai programmato da alcuno:
fittizi coaguli del Chaos,
e perciò senza alcuna speranza.
 
Ma forse Tu neanche l’hai creato
questo goffo e mostruoso universo:
se è vero che sei l’Essere Assoluto,
il Tutto che riempie l’universo,
allora sei sempre e solo Tu
il tuo folle incredibile universo
fatto d’atomi, neutrini, neutroni
e fantasmi di materia inafferrabile;
esso dunque è il tuo bruttissimo corpo,
forse nato senza neanche t’accorgessi,
e per caso, da un ambiguo Big Bang
fra le tenebre ripugnanti del Nulla
come un piccolo pallino di materia
che poi s’è gonfiato come un rospo
la cui pelle si espande all’infinito
finché forse scoppierà; sei soltanto
l’infelice pallone di te stesso
pieno solo della polvere del cosmo
e con l’anima che tenta inutilmente
d’alleviare la sua agra solitudine,
ma ogni volta cozza inutilmente
sulle proprie inscalfibili pareti,
forse anche vi batte furiosamente
i suoi pugni come un povero pulcino
troppo debole per rompere il suo guscio.
 
Oh mio Dio finalmente ignudo
senza i veli di pietà ed inganni,
non sei dunque che la gabbia regale
di Te stesso; solo per te stesso
sono i fremiti divoranti del tuo amore,
per il guscio del tuo enorme corpo
quasi vuoto ed autocondannato
a specchiarsi su di sé in eterno
senza mai potersi neanche estinguere,
senza neanche il conforto del tempo
e della morte; e al di fuori di te,
oltre gl’inviolabilii confini
del tuo gran corpo, non c’è altro che il Nulla,
il limbo grigio e doloroso del Non-Essere!
 
A chi potremo chiedere ora
pietà, o mio inutile Dio,
per tutte queste ignare creature
dell’universo, questi esseri imperfetti
che conoscono le più sconvolgenti
sensazioni di piacere e dolore
e i più ebbri sentimenti d’amore
ma sono abbandonati sulla terra
senza un comprensibile disegno
a soffrire da soli la morte.
Un sereno mattino della vita
dischiudono gli occhi di bambini
su una giostra fatata di colori,
e un incantesimo li spinge ad inseguire
ogni piccolo riflesso di bellezza;
ma subito la Morte viene loro
a spegnere l’inganno negli occhi.
 
Può essere il tempo della morte
del nostro buon cane fedele
che nella lunga corsa per raggiungerci
non ce la fece;
o quella, di cui nulla è più infame,
dell’essere umano più caro
che ogni volta tornando da lontano
chiamavamo rallegrandoci <Mamma!>
Poco prima era calda e luminosa
col suo profumo di buona vecchia madre
e come sempre ci seguiva dal suo letto
con gli occhi lucidi soffrendo la pena
di chi è vecchio e sa il dolore del mondo;
e poi misteriosamente al mattino
è grigia e fredda come un sacco vuoto,
una ignara abitatrice affacciatasi
a una finestra senza stelle dell’universo.
 
Ma Dio! poco prima anche lei
era un piccolo Io circonfuso
del tepore che si effonde dall’anima,
una sfera che sembrava perfetta
ed eterna in un gelido universo
in cui solo timidamente ondeggiava
quando i venti premevano per abbatterla!
c’era l’Io, che vegliava geloso
con i suoi meccanismi automatici
sul lavoro ordinato degli organi
per difendere la casa dalle ingorde
invasioni del Chaos e della Morte;
come fu, che in questo breve tempo
senza una giusta causa
si rompesse l’involucro magico
dell’Io, quasi bolla di sapone
toccata dal dito dispettoso
d’una bimba? ma Dio! come potesti
far sì che si perdesse nella terra,
che si empisse di materia inorganica,
che cadesse come un guscio di calcare
sul fondo degli oceani del mondo
fra sedimenti di conchiglie d’altre ere?
 
Da allora nella quiete della notte
mi accade di porgere più ascolto
alle voci inascoltate del mio Io,
così umili, ignude, doloranti,
provenienti dagli oscuri precordi
di questo corpo che ancora caparbiamente
si ostina a respingere la Morte.
Nel silenzio della grotta si sente
distintamente il quotidiano e disperato
lavorio delle cellule e degli organi
per non farsi risucchiare dal Chaos:
ecco Sorella Aria
che ad ogni respiro affannoso
entra sibilando nei polmoni,
ecco Sorella Pancia
che compie il suo umile lavoro
sul magro cibo con buffi gorgoglii
e sconce flatulenze d’intestini,
ecco martellanti nel petto
spesso incerti, timorosi di fallire
ma sempre generosi e solerti,
i tonfi di Fratello Cuore
che mai s’arrende nel voler nutrire
la mirabile follia dei pensieri;
ah, i grandi e sublimi i ronzii
dei Pensieri che fan ressa impazienti
fra le onde cerebrali per librarsi
negl’immensi spazi oltre il cervello,
per non morire d’inedia con lui,
per vedere la Luce oltre la morte.
 
Ecco dunque il mio Io,
questa cosa misteriosa che si sente
così bene pulsare dentro il corpo
ma non si può circoscrivere con la mente;
forse è il cuore corazzato e impenetrabile
d’una macchina cibernetica intelligente
lanciata spavaldamente nella guerra
contro il Chaos e la Morte?
o il ventre triste e molle d’un verme
tutto assorto nel buio del suo esistere
perché intento a raccogliere gli echi
queruli dei nervi e dei budelli
per non morire, o almeno per salvare
una piccola porzione di sé,
la parte che forse è più durevole
perché quella meno esposta ai mutamenti
della materia e che incredibilmente
è capace di pensare se stessa,
d’auscultare i propri palpiti corporali,
perfino grassamente di ridere
ai rumori scurrili degli intestini,
quella infine che in un grido di speranza
egli chiama ostinatamente anima?
 
Non so a quale parte del corpo
sia attaccato quest’Io che trasciniamo
così fortunosamente con la vita,
né di quale sostanza sottile
sia fatto, se vi siano livelli
di peso specifico diverso
e se alcuni possano davvero
liberarsi come puro pensiero
dal mortale contenitore corporale.
Certo è impossibile ignorare
la semplice esperienza immediata
che si ottiene palpando il proprio corpo
e sentendolo così completamente
separato e distinto dal pensiero,
quasi che il puro pensiero
possa esistere staccato dalla carne
trionfando come un piccolo dio
sulla propria materia corporale;
e invece fu incastrato a morte
da Dio dentro un corpo caduco,
pigiato fra nervi e intestini,
che non si sa neppure se gli servano
da supporto, alimento, o prigione;
un’oscura prigione in attesa
d’una ancora più oscura liberazione.
 
Dio che hai fatto? hai dunque costretto
una Cosa ch’è così impalpabile
da rendere inutile ogni sforzo
di analisi chimica e filosofica,
a soffrire murata nella carne
d’una mente corporale soffocante,
mentre forse sarebbe capace
di staccarsi senza sforzo dal chimismo
meccanico e cialtrone dei neuroni
come solo può fare una sostanza
immateriale di purissimo spirito.
Ma talvolta accade il prodigio,
ed anche una mente cerebrale
fatta infelicemente di carne
riesce a sgravarsi del figlio
che fremeva impaziente nel suo ventre;
ed è con un urlo di giubilo
che partorisce l’opera immortale,
il figlio ribelle e temerario
che abbandona le lordure fetali
per raggiungere ogni parte del mondo
e fecondare altre menti di uomini,
come il cigno in una notte di stelle
si libera dal corpo d’anatroccolo.
 
Ma ancora più esaltante è il prodigio
che uguaglia a Dio perfino le più semplici
menti dei mortali, quando accade
talvolta nell’ora della morte
che per forze ultraterrene si liberi
da miserabili cellule disfatte
l’immagine eterea d’un defunto,
che in un’onda più veloce della luce
vincendo lo spazio ed il tempo
compare in sogno, o in un magico crepuscolo,
a una madre infelice o ad un figlio
come un vero simulacro del morto,
per brevi istanti guardandoli muto
col desiderio inappagato d’un abbraccio,
forse anche per chiedere pietà.
In quale parte ancora inesplorata
di questa vile macchina cibernetica,
in quali fili nervosi, quali antenne,
si producono ed irraggiano nello spazio
queste vaste impalpabili vibrazioni
di amorosi sensi che ci appaiono
e subito scompaiono forse
timorosi d’incutere paura,
e allora fuggono cercando un rifugio
fra le pieghe profonde e invisibili
d’altri mondi paralleli meno ostili,
in dimensioni a noi sconosciute?
 
Forse fra le anse dei budelli
e i chimismi più oscuri dei neuroni
di questa nostra prigione cibernetica
davvero si nasconde un’anima
che non ha alcun bisogno di cellule,
né di sangue, né di organi, per sostenersi;
è lo stesso pensiero autocosciente,
ad avere una certezza così nitida
di esistere distinto dal corpo,
poi che questo si lascia spiare
dall’Io come un coso qualunque
che sta fuori di noi, un coso inerte
e neghittoso, un involucro buffo
e cialtrone rigonfio d’escrementi,
e che si può perfino mutilare
senza mai riuscire ad intaccare
il nocciolo duro dell’Io.
Non sembra quest’Io inafferrabile
un’entità sempre uguale a se stessa,
quindi un luogo metafisico della coscienza,
una vera anima sovrana
forse trasmigrata per errore
da altre vite in quest’involucro provvisorio
alieno perfino a noi stessi?
 
E quest’altro corpiciattolo nero
che guata da un buio nascondiglio
della grotta, un Fratello Coleottero
con una vita forse simile alla mia
e che la luce della mia candela
ha svegliato dalle lunghe digestioni
già di nuovo affamato: quale anima
può essere migrata nei suoi gangli,
da quali vite precedenti di alieni?
Ora arranca goffamente ma implacabile
come antica macchina da guerra
con i rostri e le tenaglie spiegate
e l’insolente organo succhiatore
che studia di rubare il mio pane;
mi squadra dalle sue feritoie
con uguale diritto d’esistere
ed uguale volontà d’impossessarsi
di tutti i piaceri del mondo
per scavarsi un’altra tana meno incerta
al riparo dalla luce e là godersi
indisturbato le sue giuste digestioni
rimirando soddisfatto il proprio Io,
unico al mondo e bello come un dio.
 
Di primo acchito potrebbe sembrare
un qualunque oggetto sconosciuto
in un mondo di oggetti sconosciuti
com’è per lui sicuramente anche il mio corpo
così mostruoso di alieno invasore,
se non fosse che si muove e respira,
mostra atti volontari, dunque pensa;
quindi è certo anche lui l’infelice
possessore d’un altro Io imperfetto
come il mio, e sta dinanzi a me
tetragono anche lui come una monade;
forse ha anche una sorta di anima,
più semplice e certo incapace
di librarsi come spirito eletto
dal groviglio carnale dei gangli,
ma anch’essa è custode gelosissima
dei fragili filamenti nervosi
che fremono su e giù per il corpo
per dare sostanza e supporto
al software misterioso dell’Io.
Dunque è davvero un fratello,
anche lui come me timoroso
che quei fili possano spezzarsi
e l’Io restare prigioniero come un topo
nella fogna del cervello quand’esso
andrà a liquefarsi con la morte:
due fratelli insomma che si studiano
in cagnesco per non essere uccisi,
e come topi in quella fogna senza uscite
percorrono e ripercorrono perpetuamente
gli stessi cunicoli ciechi.
Non potrò mai schiacciarlo sul muro.
 
Anche sull’Io di quel fratello
si spunta ogni sforzo di conoscenza:
nessuno potrà mai sapere
le sensazioni di piacere e dolore
chiuse in quella cassa di coleottero,
i terrori, le angosce, forse i morsi
lancinanti della solitudine;
non le sa neppure il rettile ch’è appena
balzato inaspettato dal suo agguato
e proprio adesso l’addenta: dal di fuori
sembra un gioco, uno scherzo fra amici,
e invece in silenzio lo stritola
con l’antica sapienza dei padri,
si sente il rumore delle ossa
spezzate; anche l’ignaro predatore
è una cassa ermeticamente chiusa,
un automa che mastica tutto,
dai budelli alle zampe mentre ancora
disperatamente si dibattono,
e non ha mai il più piccolo sentore
dello spasimo solitario della vittima.
 
Anche i corpi più belli degli uomini
sembrano soldati tutti uguali
asserragliati negli angusti carapaci
di pesanti semoventi testuggini:
un mortifero esercito d’automi
mossi solo dalla cupa volontà
di distruggere il mondo e se stessi.
Forse sembra talvolta che conversino
amabilmente o salutino con sorrisi
accattivanti, ma in realtà sono smorfie
per celare le corazze e gli aculei
che proteggono l’Io; il suo vero volto
è sepolto in un pozzo inaccessibile
in cui è dato talora penetrare
soltanto a poche anime elette
nello stato straordinario di grazia
d’un atto d’amore sconvolgente,
se riescono ad aprirsi una breccia
e a contemplare il vero Io dal bel volto
eternamente liscio di bambino.
Ai più purtroppo non è consentito;
rimane totalmente sconosciuto,
ogni Io è condannato per sempre
a nascere e morire senza gloria
dentro il proprio inviolabile carapace.
 
Dio, come potesti segregare
in una cella dello spazio e del tempo
l’Io così bisognoso d’amore
e poi abbandonarlo tutto solo
mentre invano ti gridava d’aiutarlo,
poi che era incapace di gettare
anche solo un piccolo ponte
oltre i propri invalicabili tegumenti
per varcare la materia refrattaria
dello spazio che lo isola dagli altri Io,
che son forse di amorose creature
a noi simili, anch’esse piangenti
nella propria campana di vetro
e che forse vedendoci da lontano
attendono invano di unirsi
a dei poveri fratelli sconosciuti,
impotenti ad infrangerne le pareti
anche con le grida ed il pianto.
 
Ci nascondi anche il mistero
di quest’Io di carne e di ossa
illuminato appena da un bagliore
di coscienza così simile al tuo Essere,
ma che appena è uscito dal tuo ventre
è già vecchio sulla fragile nave
di un antico viaggio galattico
senza illusioni, inerme spettatore
del tumulto assordante degli universi;
un Io che pare monade immutabile
e vulcano che dal nulla sa creare
splendenti montagne incantate,
ma che sono in realtà soltanto
cattedrali di sogni nel deserto
o dardi avvelenati di bestemmie
che cadono nel pozzo senza fondo
d’un grande cielo nero senza echi.
Non sa neanche in faccia a quale Dio
sputare la sua rabbia, a chi urlare
col pianto la sua orribile condanna.
 
Ma questa cosa che io sperimento
come mio immutabile Io
coincide con l’immagine del mondo
che ricevo, la minuscola porzione
che riesco ad abbracciare con gli occhi
spalancati ma miopi tentando
di capire tutto il Creato.
L’Io non è dunque nient’altro
che la stretta porzione geografica
elaborata dalla mente che mi appare
entro i brevi confini dell’orizzonte;
è solo l’impotenza dei sensi
a condannare quel piccolo verme
a nascere e morire prigioniero
dell’immagine del mondo che riceve
dentro il buco angusto d’una mela
senza mai poter essere farfalla
né mai poter conoscere il cielo;
soltanto se avesse la potenza
infinita dei sensi di Dio,
riuscirebbe ad abbracciare in uno sguardo
l’universo, a contenerlo tutto
coincidendo con i suoi confini;
l’Io allora sarebbe l’Universo,
e ciò che ora soltanto gli appare
uguaglierebbe finalmente il Vero.
 
Il mio Io sembra dunque così unico
soltanto perché quel grande Assente
l’ha chiuso in un guscio e costretto
ad eleggersi a misura ed origine
delle cose che vede, e invece forse
è solo uno dei vermi abitatori
delle mele abbandonate nell’universo,
un solitario in una folla di solitari.
Allora quel brusio indecifrabile
portato dalla brezza della sera
simile a un malato stormire
di foreste o a un lontano ronzio
di metropoli sepolte dall’erba
è forse una folla di sussurri,
di lamenti, di grida ovattate
sfuggite per miracolo o errore
a una folla di campane di vetro
come la mia, una miriade di anime
con gli aliti caldi supplichevoli
che premono per uscire dai buchi
sigillati, che mai s’aprono, delle mele?
 
Ma se è vero che altri infelici
mi circondano dai loro cunicoli
con lo stesso mio pianto solitario
e la stessa mia carne animalesca
da appagare, se è vero che patiscono
la mia stessa illusione di unicità
e lo stesso tormentoso dubbio
che quel mondo fastoso contemplato
come “vero” sullo schermo della mente
forse neppure esista,
allora il mio Io che si macera
nel timore della morte corporale
è uguale e virtualmente congiungibile
a quella folla d’altri Io e di coscienze
per la medesima essenza spirituale
che abita in ciascuno di noi
ed è tenuta separata soltanto
dalla bestialità delle carni;
allora questo Io individuale
è solo una delle tante luci
tremolanti che riempiono l’universo,
una delle tante che rischiarano
ad ogni nascita i caduchi corpicini
partoriti e destinati alla morte,
siamo circondati amorosamente
da una folla immensa di coscienze,
tante piccole lucciole simili
che potrebbero, se il caso volesse,
unirsi tutte insieme in una sola,
un’unica, grandissima Luce,
un’unica grandissima Coscienza!
 
Forse due ego rigonfi
della stessa essenza spirituale
e che molto fortemente si amassero
con ogni cellula del corpo e della mente
potrebbero già fondere l’un l’altro
le due piccole luci tentennanti,
comunicarsi gli amorosi sensi
per via telepatica, esser dunque
un unico Io; forse è anche
già accaduto per esempio a due sposi
che abbiano vissuto santamente
l’unione fedele delle vite,
di ricevere prima di morire
l’ultima grazia, la fusione vera
delle anime in un’unica anima,
quell’unione perfetta ed eterna
comandata da Dio e tanto a lungo
inseguita con l’unione dei corpi.
 
Ma forse l’ingegneria genetica
consentirà d’attaccare con l’amore
anche i corpi degli sposi comuni
in un’unica carne benedetta
per farne dei fratelli siamesi
che certo non potranno non amarsi
come comandato da Dio;
e forse in un giorno non lontano
una nuova ingegneria metapsichica
riuscirà addirittura a trapiantare
anche l’anima dei nostri cari morti
dentro i corpi amorosi dei vivi
e a permettergli di usare il nostro corpo
per i loro bisogni affettivi,
ad esempio l’anima defunta
e infelice dello sposo dentro il corpo
ammalato di nostalgia della vedova;
ma riuscirà soprattutto a soddisfare
l’anelito delle giovani coppie
ad una unione santa e perfetta
fondendo i due spiriti direttamente
con raffinate cuciture delle anime
in un’unica bellissima luce.
 
Ma potrebbe anche accadere
lo straordinario miracolo universale
che spezzi questo nostro destino
d’incatenati ad un Io impenetrabile
ove ognuno non può amare che se stesso,
se con ascetici esercizi della ragione
o collettive trasmissioni telepatiche
o sublimi droghe psichedeliche
questa folla di menti corporali
riuscisse tutta insieme ad unirsi
in un’unica ardente sintonia
di onde e di neuroni vibranti
e frementi in un possente unisono
fino all’estasi suprema del deliquio
e avesse luogo una fusione nucleare
in cui l’immenso crogiuolo di coscienze
divenisse un’unica Coscienza
mai più divisibile dai corpi.
 
Sono dunque vicino a conoscere
il Vero a noi tanto negato?
quella strana sorta di Dio
descritto dalla gente dotta,
quel lugubre Motore Immobile
che in se stesso aveva fine e principio
e sembrava soltanto masturbarsi
contemplando la propria creazione
e riempiendo l’universo d’un amore
incommensurabile ma solo per se stesso,
era invece solo Luce grandissima
che spandeva se stessa in mille rivoli
quanti sono gli ego degli uomini
prigionieri di corpi accidiosi
e dimentichi della piccola lucciola
che portavano in sé fino alla morte?
il vero Dio, lo Spirito Universale,
era dunque il gran Globo di Luce
riempito dalle anime esistenti
e da tutte quelle che lasciano
ed hanno lasciato nei tempi
alla nostra pietà di fratelli
le loro umili spoglie mortali
per confluire insieme gioiosamente
come lucciole nell’enorme Serbatoio?
da cui forse un giorno rinascere,
ma solo per poco, per amore,
per una breve vita mortale,
sparpagliate in tanti corpi individuali?
 
Ma quale Dio,
Angelo, Budda, Profeta,
potrà aiutare queste menti timorose
di viventi che non sanno nulla
della vita, dell’amore, della morte,
a spezzare qui e ora le pareti
dell’Io ed a dissolversi nella Luce
di quella Mente infinitamente più grande
anche a costo di perdere, annullandosi,
la loro avara, possessiva, animalesca
identità individuale e rinascere
tutti come piccoli bambini
con le anime uguali riunite
in quell’unica, immensa, indivisibile
luce di Anima cosmica?
 
Ora occorre soltanto fuggire,
abbandonare la crisalide inutile
di questa grotta in cui m’ero rifugiato
per salvarmi dai mostri della paura
e che gronda soltanto escrementi
della cieca ragione meccanica.
Forse il vecchio Dio che credemmo
ci amasse è impietosamente lontano.
O non esiste. Ma esistono da sempre
timide particelle di spirito
immortale, disperse per il mondo,
tremule lucciole avvinghiate ai corpi
di vecchi, d’infelici, di moribondi,
di smarriti nei ciechi labirinti
delle menti corporali sempre prossime
a spegnersi, poveri ego
con le budelle bisognose di cibo,
le angosce, i deliri, le estasi,
e il dolore di chi ha il cuore storpiato
dalla ragione; tutto il mondo è illuminato
da un lucore di lucciole che gridano
tutto il loro amore inconsapevole,
il bisogno bruciante ma negato
di fondere insieme le anime.
 
Tutti si stavano consumando
della stessa mia insanabile malattia,
credevano di essere nient’altro
che polvere, alcuni non volevano
neppure continuare ad esser vivi;
non sapevano d’avere conservato
in un piccolo recesso del corpo
la luce consegnatagli dalla madre,
d’esser loro stessi la particola
del Vero aspettato come cibo
da un Dio che cercavano fra le pietre
d’una inutile montagna rincorrendo
vanamente un’ingannevole salvezza;
non sapevano che amore e salvezza
eran qui, tra i fratelli, in loro stessi.
 
Dalla cima superba di quel monte
non potevo udire i lamenti
delle semplici anonime creature
con le anime raggrinzite e rassegnate
che lentamente scivolavano a valle
soffocate nelle valve delle vite;
ora con amore e pazienza
dovrò dunque trovare uno ad uno
quei fratelli compagni di viaggio
abbandonati dalla mia superbia
al silenzio della solitudine,
cercarli per sentieri scoscesi
scostando ripari di cespugli,
chiamarli da lontano per nome
sovrastando il rumore del mare;
forse uno s’è seduto a una sorgente
per dissetarsi e riposare un momento,
qualcuno forse cerca fra le pietre
ancora una traccia disperata
di Dio, o s’è appoggiato ad una roccia
sperando nell’arrivo d’un amico;
ma forse è già sdraiato nella polvere
con gli occhi al cielo, s’è fatto con gli sterpi
una cuccia di cane e lì attende
il compimento della sua malattia,
sotto il cielo, nel gran letto nuziale
di chi ormai è sposato con la Morte.
 
Con le lacrime agli occhi
frusto questo corpo neghittoso
gonfio solo di libidine e di merda;
vorrei gettarmi, ignudo come nacqui
un anonimo giorno della terra,
innanzi a loro per toccarli ed abbracciarli,
lavargli le piaghe del costato,
farmi col mio amore perdonare
l’impudicizia della mia superbia,
d’essere stato sordo quando piangevano
e cercavano soltanto un amico;
forse sarei stato capace
d’annullare l’avaro mio ego
dentro il loro, forse anche di accendere
la straordinaria fusione nucleare
delle coscienze; forse con l’amore
avrei vinto perfino il misterioso
antico castigo della morte.
 
Ma ormai anche la guerra ostinata
di questo corpo contro il suo destino
di impietosa disgregazione
volge a fine come accade inesorabilmente
a tutte le forme caduche
d’un mondo caduco; già domani
il mare sarà troppo lontano
e il respiro troppo affannoso
per potere adunare le forze
e strisciare oltre il pertugio della grotta
dove il sole già s’alza struggente
su una nuova giornata del mondo;
e poi arrivare ad una rupe,
e come un naufrago accendere fuochi,
e gridare a gran voce contro il vento
il mio segreto, far segnali inascoltati
ad una vela che scompare all’orizzonte.
 
Dopo tanta inutile vita
e tanto arrovellarmi a interrogare
soltanto le viscere del mio Io,
ora so finalmente che vi amavo,
fratelli che forse leggerete
queste pagine gialle e sbiadite,
ma ho sempre sprecato un amore
forse zoppo, incapace, inconsapevole
e che oggi non serve più a nessuno.
Se almeno fosse dato reincarnarsi,
spererei che mi fosse concesso
d’essere soltanto il vostro cane;
potrei almeno leccarvi le mani,
dormirvi accanto, scaldarvi col mio fiato,
grato per il dono di vivere
all’ombra della vostra ombra;
mai più riempire di fiato insignificante
una grotta lontana dal tripudio
dell’Amore che scende come un fiume
a satollare la sete del mondo.
 
La Notte che ormai s’avvicina
m’ha aperto la porta della conoscenza
ed accolto nel ventre senza tempo
della grande Madre amorosa
abitata dalle cose invisibili
che vedono soltanto i morituri
nell’immobile attesa sotto le stelle.
Una volta, poco prima che morisse,
vidi anche la mia mamma così,
seduta quietamente nel buio
d’una notte fragrante di zagare
e di stelle, totalmente cinta
dal silenzio del palazzo della sua anima;
come un gufo d’infinita saggezza
seduto sulla torre della notte,
osservava le cose invisibili
che alitano intorno come piume
maldestramente travestite da fruscii
di falene, da respiri sommessi
di tarli acquattati nei buchi,
scricchiolii e piccolissime grida
e tumultuosi tramestii di topi;
fissava le cose della notte,
ma non era il torpore della morte,
anzi gli occhi parevano intenti
ad una nuova gelosa conoscenza;
accoglievano la luce dell’Essere,
o forse, già colmi di Bene,
esso tracimava dolcemente
dalle appena dischiuse pupille?
 
Ma anche chi ha vissuto senza Dio
e senz’amore come un ramo secco
in un breve tormentoso cammino
devastato da sogni tumultuosi
e accecato da mille apparenze,
aggrappato sempre a nient’altro
che al fungo marcescibile della vita,
ora che il tempo è finito
avverte che la mente piena d’ombre
si prepara a liberarsi dal corpo
e che le stanche molecole della prigione
nel loro lento quasi docile disfacimento
poco a poco si disperdono in un mare
fino a poco prima sconosciuto;
i mille volti degli oggetti noti,
tutti quelli malamente illuminati
da una fioca bellezza materiale
e che noi chiamavamo con affetto
con nomi d’alberi, cose, animali,
hanno già cominciato a svanire
con i loro ingannevoli nomi
nell’oceano luminoso che ricopre
della sua onda le anime e le cose.
 
Seduti quietamente sulla soglia
della buia casa del corpo
in rovina, attendiamo senz’ansia
che la grande Mutazione sia compiuta;
abbandonati al benigno fluire
dell’Essere che fa nascere e morire
e rinascere la materia del mondo,
docilmente ci lasciamo spogliare
anche del corpo ignudo
ch’era l’ultimo povero possesso,
l’ultima minuscola vanità;
vedremo finalmente in volto
con i piccoli occhi fatti grandi
il fenomeno ormai non più terribile
del dissolversi dell’Io, il sacrifizio
di quest’agnello allevato dalla madre
per essere un re solitario
in una bella dorata prigione
ed ora è a quest’ultima spiaggia
pronto a riunire con amore
il suo respiro al respiro della terra,
dell’aria, delle stelle, degli atomi,
forse al respiro di Dio.
 
Ora tutti gli involucri caduchi
che vestivano il mondo d’apparenze
si son già insensibilmente dissolti
nella limpida acqua che scorre
lentamente alla foce del mare
come quieta vita fetale
finora gelosamente nascosta
agli occhi impuri dei vivi.
Si è solo appena stupiti
per il mondo che si sta dispiegando
in questa straordinaria avventura;
ma è il temporaneo privilegio
di chi nel silenzio del suo Io
s’abbandona al grandissimo Fiume
mentre va maestosamente alla foce.
 
Solo un lievissimo tonfo,
e la botola sfinita delle mie forze
ha sigillato l’entrata della grotta,
ormai mia casa, mia patria, mia calda
amorevole madre e sorella.
Non si sente né fame né sete,
ma solo il pesante appressarsi
del fiato del Tempo, ed un sonno
atteso come un giovane amore
che sciolga la vecchissima mente
dall’ultimo corporale turbamento,
quasi il grato avanzare del letargo
in un docile corpo di orso.
Mio Dio,
sei forse finalmente vicino?
 
Chiunque Tu sia,
Dio o voracissimo essere,
origine eternale delle cose
o esplosione miracolosa del Chaos
per cui tutto il cosmo n’ebbe luce,
posso ormai soltanto affidarmi
alla tua possessione d’amore
senza più resisterti.
Ti prego
non farmi più male del possibile
quando consumerai su di me
il tuo terribile atto d’amore
ardendo il mio corpo e il mio Io
nel bianco silenzio del tuo talamo
per trasformare la mia carne inutile
nella tua così accesa di luce.
 
Perdona per l’ultima volta
questo cieco molesto parassita
che ora ti si è disperatamente
aggrappato per suggere il tuo Amore,
ma ha sempre strisciato come un ladro
nel giardino che gli avevi donato
saccheggiando ogni piacere senza darti
dell’avara giovinezza nient’altro
che insolenti bestemmie della ragione,
o meccaniche parole di scusa.
Perdonalo ancora,
se non è stato capace che d’offenderti
col suo caparbio impotente dubitare
quand’è iniziata la gelida stagione
del dolore e della solitudine.
 
Se non sei tutto quello che ho gridato
dal pozzo disperato della bestemmia
nel mio delirio di figlio abbandonato,
fa’ ch’io possa finalmente inginocchiarmi
davanti al tuo Mistero
come un’umile pagina bianca,
e il mio cuore rigonfio di Te
possa chiederti stupito: Proprio io
son colui che tanto a lungo hai cercato?

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