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Genesis
Fiaba della guerra e della pace

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C’era una volta, nel principio dei principi,
l’Essere (almeno così si racconta)
senza macchia di spazio e di tempo;
poi qualcuno ch’era un po’ filosofo
disse invece che in principio era il Verbo,
il Pensiero che pensa se stesso;
ma infine quasi tutti d’accordo
lo chiamarono il Motore Immobile
perché solo pensando Se Stesso
e stando ben fermo fece il mondo,
il quale invece, com’è noto da gran tempo,
non fa che muoversi continuamente
in qua e in là, anche se si ignora
il perché di tutto questo movimento.
Qualcuno però cui non piaceva
tutto questo egoismo di Dio
che pensa soltanto se stesso
sostenne che invece era pieno
d’una sostanza fino allora sconosciuta
che per non sbagliare chiamò Amore;
disse anche che Dio fu costretto
a fare il mondo per darne almeno un poco
a qualcun altro, poiché di quella roba
era pieno come un uovo e certamente
non poteva non essere stufo
di tenersela tutta per Sé;
naturalmente però ci fu anche
chi per invidia o per malignità
insinuò ch’Egli sì, era stufo,
ma di amare soltanto se stesso.

        2
Cosa sia veramente il buon Dio
resta insomma ancora da chiarire,
ma un fatto incontestabile è che dopo
aver creato al di fuori di sé
alcune cose troppo concettose
per il nostro sempliciotto comprendonio
quali per esempio Spazio e Tempo,
accese il fuoco d’artifizio del Big Bang,
che come è noto dette origine al cosmo,
e su un pianeta che aveva nome Terra
mise il cielo e le stelle, i mari e i monti,
e tutti gli accessori che servivano
al Suo grande disegno di creare
un omino piccolissimo ma fatto
press’a poco a Sua immagine e somiglianza,
quindi con un’anima buona
ma anche con un mucchio di carne
che gli stava tenacemente attaccata,
e qui pare siano sorti molti guai.
A questo porcellino senz’ali
ebbe infatti l’imprudenza di donare
il Suo Amore affinché lo ringraziasse
ed onorasse ad ogni pie’ sospinto
come il Padre di tutte le cose
e per permettergli di farlo agevolmente
lo mise gratis perfino in un Giardino
così pieno di delizie che i posteri,
da quando ne furono estromessi
con grande vergogna e dolore
a causa d’un peccato di superbia,
rimpiangono ancora a calde lacrime
come indimenticabile Eden.
Dio invece, dopo aver lavorato
sei giorni interi per creare il mondo,
vide d’aver fatto cosa buona
e se ne andò a riposare contento,
ma di Lui non si seppe più niente.

        3
Nell’era dunque della vecchia Terra,
che tutti i bambini dei pianeti
della nostra galassia hanno studiato
diligentemente anche a scuola
come “Età Felice dell’Eden”,
esistevano soltanto esseri buoni,
femmine timorate di Dio
che partorivano senza dolore
e vivevano contente coi compagni;
tutti insieme ringraziavano il Signore
e vivevano in grande armonia
con le buone creature dell’Eden
che gli erano state affidate.
Ma un giorno la Terra andò incontro
a un disastroso evento stellare
che tramutò alcuni esseri buoni
in orridi bipedi che scesero
dagli alberi d’una quieta foresta
con una nuova scimmiesca invenzione:
cominciarono a scheggiare pietre aguzze
per potersi facilmente scannare,
poi presero con foga a moltiplicarsi
per potersi scannare in maggior numero
e con maggiore volume di sangue
con armi sempre più potenti,
sterminando in un pugno di secoli
tutti gli esseri buoni ed estinguendo
ogni vita vegetale e animale
su quel povero pianeta che una volta
era verde d’ogni erba ed albero
ed oggi viaggia spogliato di tutto
come nave fantasma dello Spazio
verso mete oscure e disperate.

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Ma nel terzo millennio dopo Cristo
(sapete, quel Tale inviato
inutilmente a fermare l’ecatombe
e messo immediatamente in croce)
un manipolo di esseri buoni
riuscì fortunosamente a salvarsi
lanciandosi con una astronave
su un pianeta distante anni-luce
e registrato sulle mappe cosmiche
col nome gentile di Niobe,
per poter generare in pace e amore
una nuova umanità extraterrestre
che fosse più gradita al buon Dio
di quella miseramente fallita.
Ebbene, noi siamo i discendenti
di quegli antichi profughi approdati
or sono mille anni sul tranquillo
pianeta Niobe portando via con sé
saggiamente solo sane tecnologie
timorate di Dio, fra tutte quelle
disordinatamente inventate
dalla scienza pervertita della Terra
che per le menti esaltate di allora
eran solo strumento sanguinario
di peccato, di rovina, e di morte.
Anche le nostre ave, trapiantate
su questo nostro Pianeta felice
tutte molto timorate di Dio,
crebbero figli timorati di Dio
che laboriosi operarono il Bene,
rinacquero i campi ed i boschi
popolati di docili animali
contenti di lambirci le mani,
ed anche i mari si colmarono subito
di gentili qualità di pesci
lieti di nutrirci, vedendo
che tutti onoravano il buon Dio
in ogni loro atto e pensiero.

        5
Anche le scienze onorarono Dio,
e gli astronomi del nostro pianeta
per devozione, ma anche per trarne
qualche utile insegnamento morale,
si misero a studiare il brutto morbo
che aveva colpito la Terra
dalla quale eran fuggiti i nostri avi
prima che il deserto la invadesse
e prima che venissero uccisi;
così integrando reperti archeologici
e dettagliate osservazioni telescopiche
dei crateri dell’infelice pianeta
ridotto ormai ad una luna fantasma,
si poté ricostruire esattamente
la causa di quel primo disastroso
tentativo di Umanità sulla Terra,
accertando ch’essa aveva subito
il cozzo fatale con un Astro
di natura maligna che vagava
per i mondi infiniti del cosmo
seminando le uova della Morte
sui disgraziati pianeti che incontrava.
Ma un mistero rimase insoluto,
perché l’esame telescopico accurato
di quell’enorme spianata di deserto
che si poteva vedere sulla Terra
lasciava stranamente riconoscere
una bizzarra macula scura
circondata da alte montagne:
se questa fosse stata una foresta
(e la cosa fu molto dibattuta)
forse avrebbe potuto per miracolo
non esser pietrificata ma verde
e nascondere anche i discendenti
d’un uomo buono scampato al massacro
e rifugiato in quella terra di nessuno
per ricrearvi al sicuro un nuovo Eden.
Questo è il dubbio che da anni ci tormenta
finché il nostro Parlamento non ratifichi
un’adeguata spedizione esplorativa
di un’astronave sulla vecchia Terra,
che sia capace di portare in salvo
nella nostra civiltà i sopravvissuti,
ammesso ch’essi abbiano gran voglia
d’abbandonare la vita primitiva
per un’altra rischiosa civiltà.

        6
Studiando inoltre i resti delle ossa
di quegli orridi bipedi di ominidi
che i transfughi avevano raccolto
prima di lasciare la Terra
per studiarne le tare ereditate
dal contatto col terribile Astro,
gli astronomi dovettero perplessi
classificarli pur con molta prudenza
come appartenenti ai primi ominidi
comparsi sulla Terra con il nome
di Homo Erectus, facilmente distinguibili
dalle scimmie antropomorfe attuali
per la loro scarsissima moralità
e la modesta dotazione d’intelligenza;
gli astronomi naturalmente speravano
che nel frattempo i bruti a poco a poco
si fossero evoluti verso il Bene
per selezione naturale migliorando
anche il loro quoziente intellettivo,
come infatti era avvenuto pei gorilla
secondo i vecchi insegnamenti di Darwin;
ma sulla base dei reperti storici
e più precise datazioni col carbonio
dovettero effettivamente riconoscere
ch’eran molto più assetati di sangue
dei loro animaleschi ma innocui
precursori di prima creazione:
uccidevano tutti, anche i fratelli,
e neppure una parola d’amore
offerta a braccia aperte li fermava;
chi si avvicinava a loro inerme
per abbracciarli o con un pane per sfamarli
veniva crocifisso come spia
o gli tagliavano la gola come a un porco.
Allora gli astronomi concordi
dissero che doveva sicuramente
trattarsi d’una specie sconosciuta
ultima nata, estremamente sanguinaria,
cui dettero il nome d’Homo Sapiens
per le sue armi estremamente sofisticate,
ricostruendone perfino lo scheletro
e descrivendola in volumi ponderosi
come causa senza dubbio dell’eccidio
avvenuto sulla Terra. Quel nome
ricorre ancora nei testi scientifici,
ma qualcuno negli ultimi congressi
ha proposto di chiamare quella specie
brevemente e senza troppi fronzoli
“Uomini” e questo fu il nome più che infame
che restò come un marchio indelebile
su quei tristi scheletri oggi esposti
nei musei delle nostre capitali.

        7
Ma studi comparativi sul DNA
della nostra specie attuale
e quella di quegli uomini sanguinari
permisero anche di arrivare
a una scoperta di portata filosofica
eccezionale, in quanto si è risolta
senza più dubbi l’antica diatriba
sulla natura originaria del Male,
da cui si sa ch’è tristemente affetto
tutto ciò ch’è materia vivente
ovunque dislocata nel cosmo,
come quella purtroppo che incarna
anche la nostra specie attuale
pur così orgogliosamente civilizzata:
si assodò che durante la Creazione
Dio era incorso in un piccolo errore
nel progetto della bella elica
di DNA ch’Egli aveva realizzato;
forse il calcolo matematico esatto
dei molti atomi atti ad intrecciarsi
con l’Anima ch’Egli stava innestando
nell’innocente materia vivente
era arduo e complicato anche per Lui.
Così l’errore s’era spanto a macchia d’olio
generazione per generazione,
inquinando totalmente ovunque
la struttura genetica della Vita
nonché la trama delicata dell’Anima
che stava avvinghiata al protoplasma
succhiandone le molecole nutritive
come un bruco rinchiuso nel suo bozzolo
che spera di diventare farfalla.
Tuttavia si vide anche che a prescindere
da questo imperdonabile errore,
il seme della Vita che il buon Dio
lasciò cadere da una scia di cometa
che varcava gli spazi siderali
sfiorando pianeti inabitati
non era macchiato di sangue
prima dello scontro fatale
col nero Astro e la tragedia che ne venne;
era anzi abbastanza in buono stato,
aveva pure la scintilla di anima
prevista, poteva quindi sopravvivere
abbastanza piacevolmente nel suo Eden
se non ne fosse stato spodestato
dalla genia sanguinaria degli Uomini,
cui a causa della loro onnipotente
diabolica sapienza tecnologica
fu dato il nome tre volte malfamato
di Homo Sapiens Sapiens Sapiens.

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A dire il vero la materia vivente
aveva un solo insopportabile neo:
a causa dell’errore primigenio
insinuatosi nelle ardue e complesse
equazioni differenziali di Dio,
risultava così vulnerabile
dai nocivi influssi ambientali
che ben presto fatalmente appassiva
e poi rovinosamente invecchiava
fino crudelmente a morirne.
Nondimeno la materia vivente
si sparse lo stesso ingordamente
sui mari e sulle spiagge appena emerse
sulla faccia accogliente della Terra,
e chi per pestilenze o vecchiaia
se ne moriva, pazienza! erano in tanti,
una massa enorme e prepotente
di individui giovani e sani
che con i sessi eretti e voraci
facevan ressa per venire avanti.
Così i pulzelli, quando pieni di meraviglia
dal loro uovo dischiudevano gli occhi,
vedevano che complessivamente
vivere anche solo per poco
era bello, e inneggiarono osanna
a quel dono che intuivano elargito
da un’alta Intelligenza, seppure
da quando era andata a riposare
non s’era fatta più vedere sulla Terra.
Ma coltivarono grati lo stesso
il buon seme della Vita ricevuto
seppure così difettoso
non sapendo come reclamare
e onorarono comunque il Creatore
popolando felici e contenti
l’Eden che gli aveva assegnato,
e che prima che infuriassero le guerre
restò a lungo fiorente d’amore.

        9
Molti dati raccolti dagli astronomi
sulla triste fine della Terra
provennero anche dal diffuso
resoconto di un antico testimone
della grande efferata ecatombe,
certo uno degli esseri buoni
che ovviamente non aveva ancora
le moderne tecnologie astronautiche
per fuggire, e credette di salvarsi
pensando di poter continuare
la specie degli esseri buoni
in una valle inesplorata della Terra
protetta da impervie montagne,
che sembrava perciò molto adatta
a compiere il volere di Dio.
Di quel Giusto purtroppo si ignora
se abbia avuto un’adeguata discendenza,
dal suo diario si evince che scomparve
come un semplice oscuro esploratore
nella fitta profondità d’una foresta
sopravvissuta all’invasione del deserto;
ma non si sa come questo documento
sia per caso pervenuto nelle mani
dei nostri avi prima che lasciassero
al suo destino negli spazi siderali
la vecchia Terra ed approdassero salvi
con l’astronave sul nostro Pianeta:
esso è stato scoperto da non molto
che marciva con altre pergamene
nelle cripte oscure e graveolenti
delle nostre più antiche biblioteche.
Ma ora ch’è stato ritrovato
e tradotto da stupiti papirologi
in una lingua digitale accessibile,
è doveroso renderlo pubblico
come monito per tutti gli abitanti
dei pianeti che popolano l’universo
e che forse hanno perso il ricordo
della tragica storia della Terra,
col possibile rischio che inclinino
ancora una volta verso il Male.
Ciò che segue è dunque il resoconto
più veridico oggi esistente
del disastro che ha colpito quel pianeta,
segnato ancora sulle carte cosmiche
come nave fantasma alla deriva
col nome esecrato di “Terra”.

        10
Io Acmed ero figlio di Zot,
ch’era figlio di Amman figlio di Eber
nell’Eden donatoci da Dio
prima che eventi spaventosi
ci dessero la Conoscenza del Male;
così ho dovuto vedere purtroppo
anche sulla mia persona
gli effetti del peccato originario
che ha macchiato la carne primigenia:
l’inesorabile trasformazione dell’uomo
nella bestia, e poi l’orrendo raggrinzimento
di tutto il corpo per la laida vecchiaia
fino a diventare una larva
capace solo d’inghiottire cibo,
in attesa della Luce del riscatto
che la tolga dal suo bozzolo grinzoso.
Ma ora che il mio tempo sta per compiersi
e la vita pian piano sta fuggendo,
non posso fare a meno di narrare,
anzi gridare, con il pianto negli occhi,
a chi forse leggerà questo scritto
ciò che accadde a quelli che bramarono
l’Avere piuttosto che l’Essere,
e non sapevano quello che facevano.

        11
Il giorno del terribile Evento
in cui la dannazione del Mondo
ebbe inizio, ero solo un bambinello
che una potente scossa della Terra
sbalzò violentemente dai suoi giochi;
stordito e attonito vidi che il Pianeta
aveva improvvisamente cambiato
la sua orbita diuturna intorno al sole
e che altissimi nembi di polvere
abbuiavano il giorno come a notte,
tanto che perfino procellarie,
esperte navigatrici di uragani,
con caotici svolazzi ed alte strida
dovevano cercare alla cieca
un riparo, mentre l’aria e la terra
tremavano, e gli ominidi buoni
correvano piangenti a nascondersi
coi topi nelle tane più profonde.
Mai si seppe cosa accadde veramente:
molti dissero che il corso del Pianeta
si fosse scontrato con un astro
nero come la pece e così grande
che non s’era mai visto, così grande
da contenere tutto il Male del mondo,
e che il Male fosse stato inoculato
in alcuni degli ominidi buoni
da radiazioni altamente venefiche;
ma a dire il vero questa diceria
non fu mai veramente provata,
perciò non si possono escludere
altre ignote cause extraterrestri
sfuggite forse allo sguardo di Dio,
o addirittura da Lui stesso volute
per mettere alla prova il Suo gregge.

        12
Quando il terremoto ebbe fine,
tutti gli esseri buoni della Terra
uscirono stralunati dai cunicoli
per vedere da vicino il nuovo Astro
che ancora avvolgeva il Pianeta
in una sordida notte di pece,
ma dovettero nascondersi ancora
dentro buche che credevano sicure
per salvarsi da un nuovo nemico,
poi che presto una genìa inopinata
di mostri orrendi, generata dissero
da potenti radiazioni dell’Astro
sui geni di molti disgraziati,
cominciava a inseguirli nelle tane
per massacrarli con pietre taglienti
e divorarne la dolcissima carne;
poi i mostri ne uscivano sazi
forbendosi le bocche insanguinate
alla fioca luce del giorno
che a poco a poco tornava a rischiarare
la terra degli orrori mano a mano
che l’Astro allentava la sua preda
per riprendere la corsa maligna
verso altri pianeti sfortunati.

        13
Ben presto quegli orridi bipedi
applicarono con lena mai vista
i loro turpi organi erettili
a inseminare orride vagine
che erravano lascive per il mondo
per generare altri mostri affamati;
con arroganza si autonominarono
Uomini Nuovi e inventarono armi
molto più sofisticate delle selci
per uccidere meglio tutto ciò
che la nuova orda di mostri
trovasse ovunque e subito da divorare;
masticavano perfino vecchie ossa
raspando con sacrilega voluttà
come i cani la stessa terra infame
dov’erano sepolti i loro morti,
poiché ora nelle guerre s’ammazzavano
con ferocia inaudita anche fra loro;
poi come fiumi neri di termìti
invadevano col ferro e col fuoco
campi e boschi facendo atroce scempio
d’ogni cosa ch’era nata dalla terra,
fiori, alberi, uomini, bestie,
ogni nido di tenero implume
che non avrebbe pigolato mai più.

        14
Non occorsero neanche molti anni
perché iniziasse ad avanzare inesorabile
l’arsura insostenibile del deserto
spazzato da bufere di sabbia
che bruciò anche gli arbusti superstiti
dove prima tenere pecorelle
alzavano il muso dall’erba
per aspirare i venti di primavera.
Ogni mite creatura mansueta
scomparsa dalla faccia della terra
era stata fino allora una trincea
che la semplice Vita dell’Eden
aveva invano eretto per opporre
il Bene alla violenza del Male,
ma il veleno dell’Astro s’era ormai
incarnito nei corpi degli uomini
e sulla Terra infine fu la Morte
a restare sovrana; fu la stessa
loro furia fratricida, o forse anche
la nemesi terribile di Dio
come accadde a Sodoma e Gomorra,
ma certo più niente sopravvisse
che avesse forma vegetale o animale:
il vecchio mondo dell’Eden scomparve
ormai inghiottito dalle sabbie eterne.

        15
Io non so perché bambinello
fui risparmiato da tanta distruzione;
fu forse per un sogno premonitore
di mia madre prima d’essere uccisa:
la visione d’un pianeta deserto
che correva senza pace e senza meta
nelle fonde immensità dello spazio;
o forse fu il rumore infrasonoro
che i suoi sensi riuscirono a udire
del passo insanguinato della Morte
che presto l’avrebbe sopraffatta,
come spesso succede ai vitelli
di presentirlo prima d’essere condotti
al terribile macello, e allora muggono
pietosamente già da molto lontano.
Fu certo il desiderio delle madri
che almeno un loro figlio innocente
riuscisse a fuggire dall’Eden
prima d’essere unto con gli altri
dalla peste terribile del Male
e prima di conoscerne il castigo:
io vergine d’anima e corpo
pensai ch’ero stato prescelto
per la nuova divina missione
di rifondare all’altro capo del mondo
una stirpe di uomini buoni
ripopolando la Terra ora ignuda
con le forme gentili della vita,
e a questo fine fu un povero vecchio
a prendersi cura di me
per gli anni della mia giovinezza
nascondendomi lontano dai massacri
in una grotta che scavò con le sue mani
camuffandone bene l’entrata.

        16
In quel luogo di quiete fittizia
il timore del Male incombente
andò a poco a poco sciogliendosi
insieme alla crudele memoria
dell’infame bagno di sangue
avvenuto davanti ai miei occhi.
Ebbi quindi un’infanzia felice,
nonostante la tremenda carestia,
infatti soltanto a malapena
giungevano fioche notizie
dall’Eden che le sabbie inghiottivano
con tutte le sue erbe, i fiori, i boschi,
e i docili animali feroci
ch’eran soliti lambirci le mani;
si coprivano di sabbia perfino
le enormi fortezze costruite
e poi abbandonate nell’orgia
di sangue e di odio dagli ultimi
uomini-mostri resi folli dal terrore,
che le avevano erette in un estremo
tentativo di non essere sgozzati
dal furore degli stessi fratelli;
perfino i colossi d'argilla,
Vitelli d’Oro costruiti in fretta
per scacciare gli spiriti della morte,
adesso non erano altro
che rovine petrose senza nome
arroventate da un sole inesorabile
e abbandonate al loro sonno cosmico.

        17
Quando giunse a fine il suo tempo,
il buon vecchio apprestandosi a morire
disse ch’ero già così grande
da mettermi da solo in cammino
per cercare se un angolo di Eden
in qualche parte remota della Terra
fosse mai sfuggito allo sterminio
e fosse in grado di dare nutrimento
ad una stirpe di uomini buoni
ancora timorati di Dio.
Una mappa clandestina, sottratta
dal buon vecchio alla caccia omicida
e su cui negli anni verdi avevo a lungo
fantasticato studiandone ogni segno,
sembrava testimoniarne l’esistenza;
avevo anche rinvenuto nel deserto
vecchie tracce di trincee ed accampamenti
abbandonati da qualche fuggiasco
che aveva già cercato la salvezza;
soprattutto un sentiero affiorava
appena appena dal terreno riarso
e sembrava mirare lontano
verso l’oscura terra di nessuno:
forse qualche Giusto era riuscito
a scampare alla caccia famelica
dell’uomo all’uomo e s’era incamminato
verso un luogo della Terra che sperava
nascondesse un angolo di mondo
così protetto da poter scampare
alla furia degli Uomini Nuovi.

        18
Decisi di seguire quella pista
portando quel mio sogno in fondo al cuore
attraverso il pauroso deserto
che ormai aveva invaso la Terra;
come un Re Mago che segue la sua stella
seguii quella via della speranza
per lunghe innumerevoli notti
e lunghi innumerevoli giorni
finché anche le ultime tracce
si persero disperatamente nel nulla.
Un giorno ch’ero in preda all’angoscia
per l’inutile cammino ormai privo
d’una meta e per gli occhi ubriachi
dell’accecante bagliore del deserto,
m’apparve crudelmente verosimile
perfino la beffa traditrice
d’una Fata Morgana, che non era
la dissetante illusione di un’oasi
ma una sierra di montagne così alte
che le altezze innevate sparivano
nel biancore del cielo, pinnacoli
d’una immensa ingannevole cattedrale
che sorgeva davanti ai miei occhi.
Spinto irresistibilmente a seguirla
pur sapendo quanto la visione
fosse fittizia e sfuggente,
con grande meraviglia m’accorsi
che invece davanti ai miei occhi
si ergevano montagne d’una roccia
così vera da poterla toccare
quasi con mano e dalle cime aguzze
coperte di neve e di ghiacci
talmente elevate ed impervie
che certo ben pochi scalatori
erano riusciti a valicare;
ma fui anche preso da sconforto
per quei gioghi assolutamente insormontabili
cui solo l’aquila poteva avvicinarsi
con le lunghe sue ali silenti
che attentamente scrutavano il mondo.

        19
Ma infine mi soccorse ancora
la mia tenace volontà di sopravvivere
e volli ugualmente tentare
le ripide pareti di roccia
per cercare una via che non fosse
così inaccessibile agli umani,
e fu ancora una volta il buon Fato
a volere che a un tratto m’apparisse
proprio innanzi ai miei occhi un passaggio
così stretto da sembrare una porta
apertasi su un mondo fino allora
gelosamente custodito dalla Terra;
e allora m’inoltrai nell’ardua gola
certo con un po’ di turbamento
ma anche rinnovata speranza.
Scopersi con grande allegrezza
che il valico fortunato portava
ad una valle miracolosamente
lussureggiante di verdissima boscaglia
in un intrico di liane e enormi fiori
che s’aprivano come trepide creature
ad ogni piccolo fiotto di sole
che filtrasse fra quei grandi alberi;
io allora finalmente riconobbi
il gran luogo di pace che a lungo
avevo immaginato esistesse
durante la mia grama infanzia
vissuta fra le aride pietraie
di un mondo che stava morendo.

        20
Scoprii anche che il cuore della foresta
proteggeva il sonno segreto
d’una città ch’era morta da secoli
ma fra le cui rovine sembrava
che alitasse ancora lo spirito
di uomini di buona volontà
e d’una gaia operosa civiltà
una volta fiorente, che il tempo
non era riuscito a cancellare.
Varcai stupito il grande portale
che portava ancora i segni dell’antica
magnificenza, mi inoltrai passo passo
in quel mondo silente di ruderi
avvolti dalla fitta boscaglia
in cui solo serpi ed uccelli
avevano i nidi invisibili;
schivando le fronde degli alberi
e gli arbusti che impedivano il passo,
vidi are di templi, colonne,
imponenti gradinate muscose,
scesi in gallerie sotterranee
che poi si riaprivano al sole
fra le erbe di improvvise radure,
laddove il mio passo inatteso
risvegliava frotte di uccelli
che col battere d’ali in un baleno
incrinavano il silenzio del Tempo;
ma subito esso riavvolgeva
come un uovo perfetto lo spirito,
rapito nell’estatica contemplazione
della morta città, che pur muta
risorgeva davanti ai miei occhi.

        21
Ma ciò che soprattutto mi stupì
e immensamente rallegrò fu scoprire
fra i ruderi una piccola radura,
e acceso dai raggi del sole
un orticello lavorato con amore
da invisibili eremiti, che da esso
traevano il loro povero sostentamento;
alcune galline ed un cane
che tranquilli riposavano al sole
mi fissarono dapprima con sospetto,
ma subito riconobbero benevoli
il mio sincero desiderio d’amicizia;
così rimasi un pezzo a contemplare
quell’isola remota in cui la Vita
per un miracolo s’era conservata
avvolta da una florida natura,
mentre oltre le montagne la guerriglia
degli ultimi sperduti morituri
che ancora bramavano l’oro
stava certo portando altro dolore
a un pianeta già spogliato di tutto
e destinato ad errare senza meta
per gli spazi smisurati di Dio.

        22
Ma l’ansia così a lungo inappagata
di vedere un mio simile mi spinse
a turbare quella quiete secolare;
m’avvicinai facendo scricchiolare
i miei passi sulla ghiaia ordinata
d’un piccolo giardino fiorito
mostrando con le braccia aperte
il mio onesto desiderio di pace;
ma i monaci inspiegabilmente
rimasero nascosti nelle grotte
che avevano scavato nel tufo
anche quando fui così insolente
da chiamarli gridando ad alta voce,
la cui eco rimbalzò sui ruderi
e sui pendii scoscesi dei monti
ed infine tornò da lontano,
mentre frotte di timide colombe
con un forte rumore di ali
s’alzavano precipitosamente
per nascondersi nel fitto del bosco.

        23
Dunque degli Uomini Giusti
ancorché timorosi esistevano,
e io avevo osato pensare
che essi m’avrebbero abbracciato,
m’avrebbero chiamato fratello,
m’avrebbero offerto l’acqua pura
del loro pozzo nel cavo delle mani
poi che ero il viandante da sfamare
e dissetare, forse l’unico uomo
che vedevano da tempo immemorabile;
ma la paura d’essere assaliti
non fece uscire nessuno dalle grotte
con un pane o una ciotola d’acqua,
e io volli per rispetto rimettermi
alla loro volontà: pensai che i monaci
forse stavano immersi nel profondo
d’impenetrabili estatiche meditazioni
e che un intruso di viandante ora veniva
a disturbarli, seppure a braccia aperte,
solo per chiedere acqua e vile cibo;
non avrebbero potuto mai interrompere
la via intrapresa verso il Nirvana,
poi che solo nella fonda immobilità
di una solitudine assoluta
può accendersi la Grazia dell’estasi
capace di squarciare il buio
nei nostri occhi di gattini appena nati
per donarci un lampo del Vero.

        24
Non restò che continuare il viaggio
verso cime più alte ove la terra
fosse troppo povera e spoglia
per far gola alle bande di predoni
forse sopravvissuti per compiere
l’ultimo male prima che la tabe
che ne aveva minato la Specie
oscurasse le ore della vita
anche a quegli infami superstiti.
Forse in alto fra boschi impenetrabili
c’era ancora una casa che una volta
era stata accogliente, forse un rudere
ma sufficiente a ripararmi dall’inverno
e in cui forse rinvenire le tracce
d’un vecchio focolare, il calore
della casa natale di qualcuno
che l’aveva dovuta abbandonare
con il cuore disperato, come quando
si abbandona il caldo ventre della madre
per andare a morire lontano.
Anch’io dovetti un giorno abbandonare
la mia dolce casa di carne
in una fossa lontana, profanata
dalla furia di sacrileghi assassini,
e da allora non mi ha più lasciato
il dolore di avere perduto
il buon ventre in cui poter nascondere
il mio corpo così ignudo e implume
sotto il peso di torbide stelle:
ovunque fossi andato a morire
sarei stato per sempre uno straniero
colto dalla morte mentre stanco
si riposa su una strada sconosciuta
con gli occhi volti al sole che tramonta.

        25
Invece a un tratto credetti di vedere
da lontano la casa destinata
ad essere il buon ventre di madre
dentro al quale avrei potuto rinascere
come Santo Francesco a nuova vita;
intravidi la mia provvida Porziuncola
fra gli alberi fitti d’un monte
e talmente nascosta dal fogliame
che neanche avrei creduto ai miei occhi,
se da lassù un vecchio cane zoppo
non si fosse trascinato a fatica
per venirmi incontro guaendo
poi che era rimasto fino all'ultimo
ad attendere il ritorno di qualcuno
forse morto di terribile violenza
o costretto da un destino avverso
ad abbandonare la sua casa
all’inedia della solitudine.
Adesso era venuto ad incontrarmi
piangendo le sue lacrime di cane
sulla mano che l’accarezzava
e a raccontarmi i suoi timori e le sue pene;
allora mi sdraiai con lui sull’erba
per ascoltarlo, e lui leccandomi il viso
mi elesse a suo fraterno sposo
portandomi in dote la sua casa.
Già scendeva il velo della sera
con le ultime farfalle e i pazzi voli
di piccoli pipistrelli burloni;
sdraiato col gentile Frate Cane,
avevamo rimirato le stelle
che m’avevano guidato nel deserto
così lontano dal male e dal dolore,
ma ci vinse la quiete dei boschi
e un’infinita dolcezza nelle membra;
a poco a poco senza quasi accorgerci
cedemmo all’invito delle stelle,
che sempre più deboli svanirono
dagli occhi d’ambedue che si chiudevano.

        26
Mi risvegliai al calore d’un fiato
chinato su di me per annusarmi
e che odorava tenerissimamente
di buon latte: era un piccolo agnello
con la sua mamma, ed allora capii
che in quel luogo non s’era interrotto
il filo armonioso della Vita
e che questa continuava a sgorgare
dal cuore generoso della terra
protetta da uno spicchio ancora azzurro
dell’antico cielo dell’Eden.
La poverella che nel suo travaglio
aveva dovuto fermarsi
aveva perso le compagne e la strada
proprio quando stava fuggendo
col frutto benedetto nel suo ventre
per scampare come me allo sterminio;
ma adesso aveva scelto il suo pastore
e brucava quietamente l’erba verde
che cresceva in questa parte di Eden
rimasta intatta fino ai nostri giorni
affinché il nostro fato si compisse.
Mi rizzai a sedere sul prato
perché il sole illuminava la mia casa,
le erbe luccicanti di rugiada
cominciavano già ad asciugarsi
ed ancora mi dormiva accanto
il buon amico con le guance flosce
appoggiate lievemente sul mio petto;
l’accarezzai, ma subito ebbi un tuffo
quando percepii che il vecchio cuore
non aveva resistito all’emozione
d’avere ritrovato un padrone
e m’aveva affidato con fiducia
anche il suo ultimo respiro;
ma tutto era avvenuto dolcemente
senza ch’io neppure m’accorgessi,
poiché la Morte che tanto temiamo
sa essere indulgente con la Vita:
l’accompagna per un po’ lungo la via
e poi la lascia andare gentilmente,
forse con una piccola carezza.

        27
Ma la Morte è speculare alla Vita
ed ambedue sono fatte da Dio
di buoni esseri che nascono e muoiono,
di buona erba, di alberi, di terra,
di aria che riempie i polmoni
senza niente chiedere in cambio;
i miei oggi li riempivo a piene mani,
ma ancora non riuscivo a scacciare
il pensiero dell’amico Frate Cane
e della morte di tutti i disgraziati
che ancora si ammazzavano fra loro
e mai avrebbero capito quanto sia
insensata una vita solo tesa
a soddisfare l’Avere anzi che l’Essere
anche a costo di perderla per sempre;
quegl’infelici credevano che la Vita
fosse loro debitrice d’ogni bene
e dovesse ingrassare il triste ego
destinato comunque a perire;
gl’infelici non sapevano che si nasce
per avere solo a titolo di prestito
un minuscolo pezzetto di terra,
giusto il posto ove può stare un cane,
una pecora, un topo, una gallina,
e poi un giorno le nostre stesse ossa
insieme ai buoni spiriti degli avi;
non si deve mai chiedere nient’altro
al seme della vita, donato
agli uomini di buona volontà
dalle buone comete che viaggiando
per le vie misteriose del cosmo
uniscono infiniti cieli e mondi,
seppure non c’è dato di sapere
se seguano il disegno di un’alta
incommensurabile Intelligenza
oppure rotte casuali dello spazio
che un giorno riporteranno la Vita
al Chaos che l’aveva generata.

        28
Fu tra quelle montagne boscose
ch’ebbe inizio la mia vita vera
cui sapevo di esser destinato;
era svanita la paura del fuggiasco
e affievolito il ricordo degli orrori
che un dì m’era toccato di vedere
coi miei occhi atterriti di bambino;
ed ora che il sole illuminava
la mia nuova Terra Promessa
la salutai nel radioso mattino
che stava sorgendo sul mondo
rotolandomi grato sull’erba;
mancava soltanto Frate Cane,
che m’aveva dovuto lasciare
dopo avermi lambito la mano
col suo ultimo affettuoso fiato caldo;
dandogli amorosa sepoltura,
non ho mai così tanto pensato
all’esistenza d’una vita ultraterrena
per tutti gli esseri che si vogliono bene,
Cani, Uomini, Pecore, Galline,
tutti insieme come nella vita,
e non voglio credere che Dio
non l’abbia già in serbo per noi.

        29
Ma io ero vivo, corpo e anima vivi!
Facevo capriole sul prato
già caldo grazie a Frate Sole,
aspiravo i profumi eccitanti
che esalava la terra in fermento
per mille piccoli organismi già al lavoro,
mentre tutte le erbe del Creato
con le piccole anime gentili
mi vellicavano il naso gaiamente:
ecco, ecco, la buona Acetosella,
riconobbi con un grido di meraviglia,
proprio quella che succhiavo da bambino!
uh! ecco anche il Centocchio, la Bardana!
il Farfaraccio, il Cicorietto, la Borragine!
uh, l’erba Cipollina! e chissà quante
quelle ancora che non conoscevo
ma buone da mangiare, se da sempre
hanno dato nutrimento al mondo
prima che la folle e perversa
avidità degli Uomini distruggesse
proprio le ricchezze che essi
volevano a ogni costo possedere
contendendosele l’uno con l’altro.

        30
Mi stupiva la Mente straordinaria
che aveva saputo inventare
una Natura così ricca e complicata
ma con tutte le cose e le creature
così ben accordate fra loro:
gli alberi, gli arbusti, le erbe,
i mille odori, i mille animaletti
e i mille onesti insetti laboriosi
intenti a fabbricare la vita,
e per la festa degli occhi e del cuore
i mille fiori e farfalle colorate;
Chi mai, quale forza dello spirito
o di questa misteriosa materia
aveva piegato le molecole
a formare quest’opera perfetta,
i venti che scendono dall’alpe,
le nuvole i fulmini la pioggia,
i mille uccelli che garriscono in cielo
pur sapendo di dover morire,
ma per innata scienza forse sanno
il perché di questa vita e questa morte
calcolate con tanta precisione
dal Grande Orologiaio, questa morte
forse necessaria e a volte dolce,
che oggi tocca al lupo, oggi all’agnello,
e forse domani al cacciatore.

        31
Ma orsù, era l’ora del lavoro:
esplorare, frugare, restaurare
questa nuova casa per l’anima
e per quella degli antichi abitatori
che l’avevano intensamente vissuta;
sentivo intorno a me vicinissimo
di quegli Esseri l’accorato rimpianto
e volevo dunque meritarmi
la loro casa riempiendola d’amore,
cercare ancora di loro fra la polvere
ogni piccola traccia, la cenere
rimasta nel vecchio focolare,
l’ultimo pezzetto di carbone
della loro ultima cena;
in quale stanza ora vuota e diroccata
stava il Letto di ferro dei padri?
e dove, dove, era andato a morire
fratello Tavolo consunto e istoriato
dai temperini di tante generazioni?
avrebbe ancora saputo parlarci
dei sorrisi, dei baci, degli affetti,
delle cene frugali, delle veglie
nei lunghi inverni, del fuoco scoppiettante,
delle storie di fantasmi narrate
ai trepidanti bambini sorridendo
davanti al bicchiere di vino
e al lume di sego di montone?

        32
C’era anche da aggiustare il tetto
che il gelo e la vecchiaia aveva aperto;
ma con cautela, senza disturbare
i nidi delle Rondini sotto il tetto
che presto sarebbero tornate,
il giorno, dicono, di San Benedetto.
C’era anche da aggiustare la scala
che scendeva nella grande stalla,
quella dove tutti d’inverno
dormivano insieme fianco a fianco
col fieno, i miti bovi e le vacche,
ma prima discutevano sereni
di arature, di semine e raccolti,
grati per il fiato così caldo
delle bestie che già riposavano
ruminando lentamente il loro cibo
e per le lunghe fumanti pisciate
che ogni tanto scrosciavano fragorose
come provvide cascate del Signore,
e avvolti dal vapore generoso
i bambini dormivano contenti
stringendo al petto le bambole di pezza.

        33
Non c’erano invero più porte
né finestre, ma pensai: che fortuna,
quella che lasciava penetrare
il silenzio delle selve e dei monti
e quello sovrumano delle Aquile
che con le ali quasi immobili salgono,
salgono sempre più alte
con l’occhio fisso in cielo fino ad essere
vicinissime a Dio, ed è allora
che lanciano grida di osanna.
E poi ci sono gli spiriti del luogo,
che si possono udire talvolta
tendendo bene gli orecchi:
l’impercettibile brusio dei prati verdi
e l’occhieggiare delle piccole Margherite
che a Maggio si assiepano impazienti
per aprirsi tutte insieme al sole;
c’è anche il sottobosco che attende
con un brusio il buon raggio di luce
che filtri fra le tremule foglie
appena vellicate dal vento,
il fluire operoso della linfa
negli impetuosi giovani alberi,
ma che si sente solo con l’orecchio
ben premuto sul tronco se appena
azzittiamo i battiti del cuore;
e poi i respiri un poco ansimanti
dei vecchi tronchi, i veri Re della foresta
con le grosse radici che premono
per uscire fuori dalla terra
e vedere anche loro la luce.
Ora certo non ero più solo:
questi spiriti stavano nascosti
insieme agli Elfi nel folto del bosco
ad osservare la mia goffa persona;
curiosi ma anche un po’ inquieti
ammiccavano fra loro commentando
le mie mosse di nuovo venuto:
“è uno che sembra un buon uomo,
però non è certo dei nostri,
chissà perché è venuto fra noi?”

        34
Ma quest’uomo venuto da lontano
senza arco né frecce era qui
per chiedere la loro investitura
a capostipite d’una piccola tribù
desiderosa con l’aiuto di Dio
di vivere secondo natura
con ciò che i boschi danno all’uomo buono
quando onora gli spiriti degli alberi
e tutti i piccoli Elfi che abitano
i vecchi tronchi cavi del bosco,
i quali vegliano benevoli su di noi
e su tutte le sorelle Creature
gioiose compagne in questo viaggio
umilmente terreno e celeste.
Ho cercato a lungo per i boschi
questi piccoli Elfi proclamando
la mia buona volontà di pace,
ho perfino usato piccoli tranelli
per convincerli ad uscire almeno un poco
dal fitto degli alberi, ma gli Elfi
sono timide creature silvestri
che si mostrano solo talvolta
quando sono assolutamente certi
di poter aiutare un uomo giusto
che sappia amarli come veri fratelli.

        35
Vissi dunque tutto il primo inverno
lasciando entrare per porte e finestre
tutte le creature bisognose
d’un riparo, serpi, topi, maggiolini,
vecchissime freddolose lucertole
e insetti d’ogni specie che discreti
si scaldavano intorno al focolare
dove ognuno aveva il suo posticino;
io pensavo a mantenere il fuoco
che scaldava anche i morbidi giacigli
preparati per i sonni di tutti:
foglie secche e un po’ di lana rubacchiata
a Mamma Pecora quand’era accucciata
davanti al gran braciere tutta immersa
nei suoi pensieri di pecora contenta.
Quanto tempo abbiamo passato
con questi bravi fratelli e sorelle
silenziosi ma grati delle cure!
Freddolosi, i fratelli Pipistrelli
se ne stavano appesi tutti in grappolo
all’architrave del grande focolare;
fratelli Topi dopo aver mangiato
curiosavano per tutta la stanza
e qualcuno visitava perfino
il mio giaciglio, ma senza disturbare,
poi stavano in un canto a far la siesta
ma con i vigili occhietti bene aperti;
fratelli Ghiri invece, bonaccioni,
stavano a dormire tutto il giorno
al calore tremolante del fuoco;
ma nessuno aveva il sonno più duro
delle piccole Serpi, che subito
s’infilavano nelle crepe dei muri
scegliendosi un bel posticino
per la lunga dormita invernale.
Sorella Pecora invece e Frate Agnello,
ch’era ormai molto grande e velloso,
non lasciavano più il mio pagliericcio
e facevano da calda coperta
ai miei sonni altrimenti infreddoliti,
ma non ho mai capito se dormissero
o vegliassero con l’occhio socchiuso
su tutti i miei sospiri di dormiente.

        36
Ma l’inverno si fece più duro
e dai monti del Nord scese soffiando
sorella Neve che entrando di bufera
da porte e finestre riempì
tutta la casa, e il focolare si spense,
così dovetti arrotolarmi nel giaciglio
stringendomi ancora più forte
al vello delle brave Pecorelle.
Anche i Lupi discesero dai monti
per cercare da mangiare più in basso:
la prima volta fu con grande batticuore
che ascoltai gli ululati agghiaccianti
aggirarsi qua e là per il bosco,
ma solo quella volta ebbi paura,
poi capii che non facevano alcun male;
Frate Lupo s’affacciò anche alla porta
come vuole l’etichetta dei Lupi
e il dovere di vecchio Gran Lupo,
e sono certo che fosse soltanto
per fare gli auguri di Natale,
poiché tanto infatti imperversò
per un lungo e bianco Dicembre
quella prima bufera di neve;
ma ricordo ancora la festa
dell’ultimo dell’Anno: avevo dato
un po’ di acqua e di miele perfino
alle brave Pecorelle, e ballammo
così allegrotti in mezzo alla cucina
dondolando per tutta la notte
e cantando a squarciagola fino all’alba.

        37
Ma anche la tempesta finì
con la piccola nostra notte brava
e sorse uno splendido sole;
tutto il cuore mi s’illuminò
alla vista dei fratelli Cerbiatti
che tutti in fila uscivano cautamente
per cercare con le mamme il cibo
fra gli alberi carichi di neve
cui staccavano con gran delicatezza
qualche ghiotta fogliolina ancora verde
o rosicchiavano una grassa corteccia
appena ricoperta di licheni;
ma grande festa si spandeva in tutto il bosco
se i golosi furfantelli rinvenivano
i succosi germogli d’una pianta
che essendosi sbagliata di stagione
era forse troppo presto sbucata
tutta speranzosa dalla neve.
Spazzai la Neve, ch’era entrata in casa
senza mai fare male a nessuno:
era morbida, secca, leggera,
ricopriva tutte le cose
con una sua dolcezza discreta
e si lasciava accarezzare docilmente
dalla scopa gentile, poi usciva
sussurrando quasi in un soffio
un lievissimo cortese “arrivederci”.
Pensai allora di trovarmi davvero
nell’ultimo angolo di Eden
rimasto per prodigio intatto,
se perfino da Sorella Neve
s’irraggiava l’Amore del mondo.

        38
Accesi il fuoco del Ringraziamento,
e quella fiamma fu il più bel saluto
all’Anno Nuovo del Primo di Gennaio.
Ma dovevo scavare la neve
se volevo trovare le radici
di raperonzolo che svernavano sotterra
o le verdi foglioline del prato
nascoste sotto il manto bianco,
che però la foresta offriva a tutti,
Conigli, Cervi, Caprioli, Cinghialotti,
che con arte consumata già sapevano
ove frugare la neve col muso;
anche tutti gli uccelli fortunati
che poterono venire alla mia casa
trovavano sempre qualcosa,
vecchi semi e vecchie briciole rimaste
nelle strette fessure del piancito
fin dal tempo dei vivi, quando ancora
la vecchia casa era tutta rallegrata
dalla festa di grandi e piccini.
Di loro non avevo trovato
alcuna croce nei dintorni di casa,
però ero certo che ora tutti quanti
erano qui intorno a me un po’ commossi
per l’allegra comitiva che riempiva
nuovamente di giovane vita
la loro vecchia amata dimora.

        39
Fino a quando gli è consentito,
ai Morti infatti piace molto sostare
nei luoghi dove vissero felici:
stanno qui ad osservare compiaciuti
da un luogo oltre la vita ma molto,
molto vicino a noi; pensate:
noi siamo i fortunati vivi
che ancora respirano l’aria
che essi una volta respiravano,
i vivi che ora possono provare
lo stesso piacere di esistere
godendo delle cose più care
che a loro ora mancano tanto,
perciò ogni novità che gli mostriamo
li fa gioire come fa gioire
i bravi nonni la vivace gaiezza
dei nipotini che scorrazzano per casa.
Allora anche le storie di fantasmi,
che qualcuno racconta d’aver visto
timidamente aggirarsi fra gli alberi
e poi sparire, certo sono vere,
ma bisogna aver l’anima pura
dei bambini che sanno col cuore
veder bella ogni cosa del mondo;
solo loro li sanno sorprendere
fra i cespugli o gli alberi del bosco
o in un angolo discreto della casa
e gli possono talvolta anche parlare.
Ma a me, che avevo ancora in cuore
l’urlo dei morti e l’angoscia della Ragione,
questa buona ventura era preclusa;
eppure avevo tanto desiderato
di rivedere anche solo per un attimo
almeno il vuoto simulacro della Mamma
assisa sulla solita poltrona
per chiederle almeno una volta
cercando vanamente d’abbracciarla
“perdono Mamma, se quand’eri in vita
non t’abbiamo onorata abbastanza”.

        40
In quell’Inverno non furono molti
gli uccelli cui restarono le forze
per salvarsi, ma i sopravvissuti
che come me salutarono Primavera
sono stati i miei fedeli compagni
dividendo la casa e il poco cibo
che pure nella mia imperizia
ero ancora riuscito a raccogliere
scegliendo fra le mille bacche
prima della venuta della neve.
In tutti gli altri inverni fu diverso,
perché dopo, con maggior sapienza,
avevo messo da parte tanto cibo
per tutti quanti, da attendere con gioia
sorella Neve che a Natale puntualmente
dalle gelide vette del Nord
con Frate Lupo veniva a visitarci.
Ma anche con le scorte esaurite
l’uomo forte di cuore e intelligenza
trova sempre qualcosa da mangiare
per sé e per i fratelli e le sorelle,
una Castagna, una Ghianda, un Corbezzolo,
un Fungo secco cresciuto sopra un ceppo
o una Gemma che il ramo ha già pronta
per sbocciare tumultuosa all’arrivo
di sospirata Sorella Primavera;
oppure la Corteccia degli alberi,
un poco amara per noi, ma sotto è verde
ed anche lei è succosa e nutriente
se ha sempre nutrito i caprioli
in tutti gli inverni della Terra.
Ma c’è anche la provvida, preziosa
sorella Rosa Canina,
che da sempre nel colmo dell’estate
ci offre dal folto dei rovi
a piene mani la festa colorata
di umili corolle, e d’inverno
le sue grasse e splendenti bacche rosse
coperte, sì, dalla neve, ma è facile
per tutti gli animali scoprirle
scuotendo bene i rami imbiancati,
e allora è una pioggia di frutti,
una grandissima gioia per gli occhi
ma anche per la pancia vuota.

        41
Ma gli uomini ormai da molti secoli
non ricordano quanto la Natura
anche nell’inverno più nero
sia prodiga di erbe selvatiche
e di piccoli frutti capaci
di sostentare generosamente
l’uomo giusto che si affida a lei
con la fede e la letizia che esaltava
anche il cuore di Santo Francesco.
Ma è anche prudente aiutarsi
da soli con l’astuzia e l’ingegno,
perché Dio si dice che aiuti
chi si aiuta; il Santo Poverello
diceva alle Creature di Dio
che la buona Divina Provvidenza
non fa mancare il cibo nemmeno
a chi non ha l’ingegno d’aiutarsi,
ma nell’estasi delle sue visioni
non vedeva quanti uccelli d’inverno
cadevano stecchiti dagli alberi
per la fame inviata dal Signore
secondo un Suo disegno imperscrutabile.

        42
Ma ora che l’inverno più duro
è passato e l’aria è più mite,
bisogna pensare alle semine
e al tempo della nuova allegria!
Non so che semi fossero quelli
che sgranai dai baccelli che il gelo
aveva aperto, ma fu grande meraviglia
vederli allegramente germogliare
nel solco aperto sulla terra vergine
con un semplice bastone fatto aguzzo,
e poi trovare che le piante cresciute
eran buone; fu così che rivissi
tutte le esaltanti scoperte
fatte dalle donne intraprendenti
della mitica Età della Pietra,
che se avessero dovuto aspettare
che gli uomini tornassero sazi
dalla caccia portando solo gli ossi,
forse mai avrebbero mangiato,
né loro né i loro bambini;
allora tutte insieme decisero
di smettere l’improba fatica
di cercare le radici selvatiche
elargite d’inverno avaramente
da nostro Signore (il quale forse
voleva metterne alla prova la pazienza)
e cominciarono ad aiutarsi da sole
seminandole più comodamente
e in abbondanza; divennero così
già parecchie migliaia d’anni or sono
talmente esperte nell’arte contadina
da fondare un consorzio comune
di floridi verdissimi orticelli
con annesso anche l’asilo nido
per i vivaci marmocchi delle socie
che zappa in spalla andavano pei campi.

        43
Al tempo, quelle mamme solerti
non potevano certo immaginare
ciò che stava per succedere alla Terra
per la loro felice invenzione
di coltivare e mettere da parte
più di quanto fosse loro necessario
a mantenersi agili e snelle.
Anch’io ero contento come loro
e rivissi la semplice gioia
di quelle donne coi bambini sulle spalle
che avevano scoperto che i semi
si potevano facilmente moltiplicare
proprio come capre e bambini,
e per prime godettero a seminare
e a raccogliere le messi per l’inverno,
a trebbiarle e conservarle dentro ceste
custodite strettamente a vista
da bravi gatti mai sazi di topi,
che come è noto sono perfidi ladruncoli
delle opere ingegnose degli umani.

        44
Solo molto più tardi si seppe
ciò che accadde alle povere donne
con le ceste riempite di grano
per i loro bambini: l’invenzione
di coltivarlo così facilmente
piacque tanto agli avidi maschi
da sognarlo in quantità industriali
e disertare le cacce faticose;
alle umili ceste preferirono
enormi silos alti come case,
e agli orticelli coltivati con modestia
dal consorzio gentile delle femmine
preferirono le monocolture
che si estendevano a perdita d’occhio;
i bravi gatti vennero licenziati
perché i bruti preferivano le armi
usate nella caccia dei cinghiali
per difendere gli averi non dai topi
ma dagli assalti furtivi d’altri uomini,
che cominciarono a chiamare Nemici.

        45
Fu così che il Male già da tempo
sonnecchiante nei geni di quegli uomini
si riattizzò e cominciarono allora
le ruberie, le stragi, le vendette,
gli enormi spargimenti di sangue;
quei mostri di guerrafondai
si autonominarono subito
razza eletta, signori delle femmine
e di tutte le terre del Creato,
e rotolarono sempre più giù
fino al fondo della loro vergogna.
Dapprima sgozzavano soltanto
qualche tanghero colto sul fatto,
poi contadini dalle ricche ceste,
poi clan interi incapaci di difendersi,
e dopo avere ucciso tutti quanti
distruggevano i coltivi dei superstiti
per affamare le donne e i bambini;
ma sgozzarono anche i bambini
e stuprarono le povere vedove
per iniettargli il loro turpe seme
e far loro generare turpi Omuncoli;
speravano così che non ci fosse
più nessuno ad invidiare i loro beni
e quindi poter vivere contenti
con le ricchezze insanguinate dei vinti.
Ma anche se nessuno più attentava
alle loro ricchezze né alle femmine
ben protette fra le mura degli harem,
cominciarono a distrarsi dalla noia
dando a tutti, uomini e bestie,
quella caccia che tanto li eccitava,
e per avere qualche nobile ideale
chiamarono i nemici “selvaggi”
o “crudeli mangiatori di bambini”,
e costruirono perfino una statua,
enorme, tutta d’oro, da adorare
come un Dio prima d’ogni battaglia:
la chiamarono il Gran Vitello d’Oro
e conteneva tutto il Male del mondo,
che facevano poppare ai loro Omuncoli
mischiato al sangue di bambini nemici
per farli crescere sani e feroci,
già pronti e avvezzi al piacere delle armi,
così quei branchi di assassini diventarono
più feroci d’ogni belva sulla Terra.

        46
C’è chi dette la colpa al Grande Astro
che aveva guastato la Terra
con venefiche radiazioni contaminanti,
ma quegli uomini ormai erano belve
avvelenate dall’Avere e Possedere;
inventarono subito le armi
che facessero schizzare più sangue
e conquistare più gloria e potere;
qualcuno si fece anche Re
e fece costruire metropoli
nelle quali s’annidava meglio il Male
e con queste soggiogava i popoli
con la forza di eserciti di schiavi;
ma si fecero avanti altri Re
che avanzavano analoghe pretese
e ammazzarono usurpati e usurpatori,
e per stare più saldi sul trono
astutamente inventarono gli dei,
che rendevano più sacre le leggi
e più sacre le stragi dei sacrileghi
che tentavano di togliergli il potere;
poi inventarono le guerre mondiali
fra eserciti mondiali: erano ottime
per avere molta carne da guerra
da far benedire dai preti
prima delle grandi battaglie.
Ma stando al sicuro sul trono,
già pensavano al potere assoluto
sull’intero Pianeta, e per questo
occorreva inventare il genocidio,
la soluzione finale, lo sterminio
d’ogni forma di vita anche a costo
di provocare la fine del mondo
con una nuova arma mortifera
che nessuno aveva ancora mai visto
ma che avevano imparato dal Demonio
ad estrarre dal centro della Terra.

        47
Neanch’io capii subito il pericolo,
nonostante avessi a lungo studiato
la Storia ed a lungo meditato
sulle vite dei santi eremiti
e su quelle degli uomini virtuosi;
così non ripresi mai più
la mia semplice vita d’uccello
che si nutre di quello che trova
seppure con un po’ di fatica
fra i rovi e le migliaia di bacche
offerte dalla terra benedetta;
tutto ciò cui ora miravo
era accumulare facilmente
tanto grano da potermi un giorno
affrancare dal lavoro manuale
che abbrutisce lo spirito e il corpo
e assicurarmi tanti servi della gleba
per la vile produzione del cibo,
sì, tanto cibo da riempire tanti silos,
così io avrei potuto dedicarmi
alla nobile attuazione di progetti
molto più graditi al buon Dio
affinché la Ragione Filosofica
un giorno imperasse dovunque
e con i sani strumenti della Scienza
ricoprisse ancora santamente
la tabula rasa della Terra
per farne il più grasso e potente
fra i Pianeti che onorano il Signore.

        48
La solitudine e il silenzio dei boschi
mi facevano germogliare nella mente
vertiginosi pensieri propedeutici
al compimento della santa missione
di rifondare il popolo di Eletti
in quest’angolo eletto da Dio
vigilando con sapienza ed equità
che conducessero una vita laboriosa
obbediente a tutti i Suoi comandamenti.
Io già mi rallegravo, poi che presto
mi sarebbe stato concesso
di contemplare quella luce del Vero
che una volta gli eremiti nascosti
fra i ruderi e in grotte di tufo
m’avevano dovuto negare
per non perdere neanche una goccia
delle loro esaltanti visioni.
Oggi finalmente io so
che il lampo ineffabile del Vero
ci trafigge soltanto dopo lunga
tenace e faticosa meditazione
e non si può condividere con nessuno,
ma a quel tempo, confesso, sospettai
che temessero d’essere assaliti
da bande di assassini e derubati
delle loro straordinarie virtù,
o peggio, ch’essi fossero soltanto
rigonfi della gretta superbia
in cui spesso succede che cadano
perfino gli spiriti eletti.

        49
Ahi, la superbia! ad un tratto
mi venne l’inquietante sospetto
che anche l’apoteosi del mio ego
un giorno avrebbe fatto scoppiare
il pallone della mia superbia;
altro, che nobili elucubrazioni
sulla salvezza di popoli operosi,
a poco a poco cominciavo a temere
d’aver prodotto delle vane e fumogene
secrezioni mentali solo al fine
di travestire di nobili ideali
la mia oscena avidità di possedere,
la vile scelta dell’Avere anzi che l’Essere.
Ma la Ragione continuava ad insistere
ch’era giusto accumulare tanto grano
per gli inverni, le nevi, le catastrofi,
pei giorni duri delle vacche magre,
e in così grande esubero da venderlo
ai villaggi più poveri e affamati
del vecchio mondo in rovina, pei bambini
rachitici con le pance rigonfie
e le madri scheletrite (tanto erano
tutti quanti destinati alla mattanza);
ovviamente avrei avuto diritto
a possedere anche servi e molte mogli
per generare tanti esseri buoni
che faticassero per me e per il futuro
non lontano di onorato benessere
che io avrei fornito a tutti gli uomini;
perciò era a me ch’era giusto lasciare
il compito sovrano del governo,
ed io certo l’avrei fatto onestamente
guardando sempre ai principi illuminati
che può dettare solo la Ragione.

        50
Il dio della Ragione Filosofica
mi blandiva come il fondatore
di una nuova Legge sovrumana:
un novissimo Governo dei Filosofi
ma votato pur sempre ad onorare
ovunque il Signore Creatore
e a mantenere, anche in modo coatto
con adeguate forze poliziesche,
il primigenio Amore delle origini.
Non potevo certo sospettare
d’aver visto solo Fate Morgane
o altri simili ingannevoli abbagli
generati dalla mente, poiché questa,
a causa della sua ineludibile
struttura fisiologica di neuroni
astutamente concatenati fra loro
in modo circolare ed egocentrico,
ha la grande furberia di ripetere
con raffinata arte tautologica
che è vero tutto ciò che da lei
e solo dentro di lei è creato.
Nessuno m’era accanto col cuore
per ricordarmi questo vizio della mente
ed ammonirmi ch’essa stava conculcando
in me ogni dubbio, umanità ed emozione,
forse anche l’anima, insomma tutto ciò
che d’un robot fa un essere senziente
e soprattutto dubitante; in conseguenza
mai mi venne l’orribile dubbio
che potessi appartenere anch’io
alla perversa ed avida specie
dei nuovi predatori, gli Homo Sapiens
che da bimbo avevo visto sgozzarsi
con l’odio iniettato negli occhi
nella parte del mondo ora deserta
da cui il buon vecchio m’aveva salvato.

        51
Temetti allora che nascondermi nei boschi
non mi avrebbe salvato, se il Male
davvero avesse già fatto il suo nido
negli oscuri meandri del cervello
come i vermi in una nera carogna;
mi pareva di vedere la prova
della mia degradazione nel fatto
che neanche i miei piccoli Elfi,
tutelari della vita dei boschi
e più volte invocati ad indicarmi
la via per raggiungere il Bene,
mi si erano voluti mostrare;
sapevo che m’erano ostili
perché avevo creduto soltanto
nel prepotente dio della Ragione
e temetti che senza saperlo
anche la mia mente di bambino
fosse stata trafitta dai raggi
in quella orrenda notte di tregenda
insieme agli altri uomini buoni.
Allora presi a invocare la Madre,
che avevo dovuto abbandonare
sotto un rozzo tumulo di pietre
al di là dei monti e dei deserti;
volevo mi dicesse se anch’io
discendessi dagli orridi mostri
comparsi improvvisamente sulla Terra
e che l’avevano così barbaramente
stuprata e uccisa, sapere se davvero
anche in me, in qualche piega del cervello,
si celasse il gene di uccidere
e divorare la carne innocente
di animali, e forse anche di uomini:
ero forse il guasto seme dei predoni
che perfino nell’ora paurosa
della propria morte imminente
la follia impietosamente spingeva
a fare strage d’ogni essere vivo?
Il silenzio doloroso degli Elfi
fu forse la triste sentenza
della Madre dalla tomba lontana.

        52
Ma volli tuttavia ostinatamente
ancora credermi immune dal Male;
non mi accorsi che avevo cominciato
a scheggiare per diletto alcune selci
e a farle (giuro, solo per diletto!)
più lucide e aguzze e a mano a mano
che imparavo sempre più taglienti;
le fissavo perfino ad una canna
per lanciarle sui bersagli e ancora giuro
ch’era un gioco, sì, forse un po’ ambiguo,
ma miravo solo ad alberi lontani
per potermi esercitare nella mira
ed ogni colpo che mettevo a segno
mi riempiva d’una gioia che non era
affatto materiale o sanguinaria,
ma genuinamente metafisica:
era come se riuscissi a centrare
proprio l’Occhio di Dio sfolgorante
dentro la corazza impenetrabile
dello Spirito, conquistassi in un sol colpo
ciò cui tanto ardentemente anelavo
e in un’estasi d’infinita durata
restassi inchiodato alla Sua Luce.

        53
Ma un giorno senza rendermi conto
colpii su un albero, certo per errore,
anche un grosso pacifico topo,
forse anche vecchio, poi che stava arrancando
con un poco d’affanno su per l’albero,
e lì rimase, inchiodato come un Cristo;
io con gli occhi spalancati vidi il sangue
colare, colare, lungo il tronco
e rimasi inebetito a contemplare
quanto fosse liquido e rosso;
non so se provassi vero orrore,
o soltanto vergogna per l’errore
così imperdonabile della mira,
se provassi almeno un po’ di pietà
o al contrario un orgoglio inverecondo
per la mira eccellente conquistata
col tenace esercizio quotidiano;
non m’accorsi neppure che l’alibi,
che dava al cento per cento improbabile
colpire un bersaglio così mobile,
vieppiù mi stuzzicava a sfidare
i limiti sovrumani della mira,
e purtroppo, in barba a tutte quelle
rassicuranti previsioni statistiche,
mi capitava di fare ancora centro.
Provai allora più sportivamente
a cacciare animali più veloci
mentre terrorizzati fuggivano
inseguiti dalla lancia acuminata
che voleva inoculargli la morte,
mi dicevo che erano bersagli
veramente impossibili da centrare,
quindi senza il minimo rischio
di versare altro sangue innocente.
Invece ogni volta accadeva,
e venivo ogni volta rapito
da una strana febbrile eccitazione;
a quel tempo non sapevo ancora
ch’era il brivido ancestrale che accompagna
soltanto la caccia per uccidere,
il vile appostamento traditore,
lo spietato inseguimento dei cani,
e termina col colpo osannante
della lancia; non sapevo che un giorno
quel gioco avrebbe dato il via
alla caccia molto più stuzzicante
fatta all’uomo, e poi al gioco assassino
della guerra insegnato allegramente
anche ai bimbi con le spade di legno,
mentre i grandi con molto più gusto
e maggiore sapienza tecnologica
si sarebbero ingegnati ad inventare
armi micidiali per le cacce
terribilmente molto più emozionanti
chiamate guerre, proprio quelle che un giorno
avrebbero distrutto, dilagando
per mari e monti, il Giardino dell’Eden
tramutandolo in orribile ossaia.
Forse allora cominciai a intravedere
il mio turpe destino, ma ormai
m’aveva già inghiottito la melma
di voraci e inclementi sabbie mobili
e il fango m’arrivava alla gola.

        54
Infatti non seppi fuggire;
e mentre affondavo ignobilmente
in quel lago di sangue, continuavo
ad aggrapparmi a tutti gli alibi possibili.
che a iosa e sempre più artificiosi
mi offriva con un ghigno vizioso
l’arrogante Ragione tautologica.
Così, fosse giusto o non giusto,
fosse anche disumano, confesso
che finalmente un nero giorno accadde
ciò che era fatale che accadesse
e che forse attendevo da sempre:
fu durante un’altra caccia sciagurata,
e non riuscii a respingere con sdegno
la tentazione d’assaggiare una preda
appena allora insanguinata, mi dissi
ch’ero spinto soltanto da legittima
curiosità, a dire il vero un po’ torbida,
ma nondimeno non potei astenermi
dal divorare l’innocente bestiola,
trovai anzi il sapore della carne
così eccitante che da allora la caccia
fu il mio primo irresistibile pensiero
e grande festa ripetere il gioco
vincendo perfino la vergogna
di assistere senza una lacrima
alla pietosa agonia della vittima.

        55
Ma ebbi l’idea d’arrostire
subito le prede appena uccise
per non sentire l’odore del sangue
allorché le divoravo, lo mutavo
nell’odore ancor più accattivante
di carne malamente bruciacchiata
che non aveva più il minimo sentore
del sangue sprizzato dalle vene
delle bestie che ferivo a morte;
così riuscii a non provare più
nemmeno quel po’ di vergogna,
e ne gustai senza scrupoli la carne
ch’era certo molto più appetitosa
dei tristi vegetali e tristi semi
che fino allora mandavo giù a stento
credendo di nutrirmi santamente
perché fosse compiuta la missione
di far rinascere l’Amore Universale
in un Eden che mai più avrebbe visto
l’oscenità del sangue su nessuna
delle buone creature di Dio.
Certamente i truculenti ispiratori
di questo trucco furono gli ominidi,
i miei avi cacciatori di teste
timorosi che uccidere un vivo
avrebbe offeso lo spirito del morto
e scatenato terribili vendette,
e allora inventarono il rito
di bruciarne la carne col fuoco
per rendere irriconoscibile la vittima
e scongiurarne il minaccioso fantasma.
Non ebbero così mai più paura
di mangiare un ominide nemico:
bastava tagliargli la testa
per non doverlo guardare negli occhi
ed infine arrostirlo sul fuoco,
ch’era tutta buona ciccia da mangiare;
poi divennero abbastanza evoluti
da capire che quel rito di scongiuro
sarebbe stato molto più efficace
se avessero portato sempre al morto
un po’ più di rispetto ed allora
rinunciarono a gustarlo alla brace
e cominciarono a nasconderlo sotterra
consolandolo con qualche vettovaglia
affinché il suo molesto fantasma
non avesse più nulla da reclamare
e nelle notti inquietanti di luna
non venisse mai più a tirargli i piedi.

        56
Ormai ero più che consapevole
di dipendere anima e corpo
senza neanche un filo di rimorso
da quella nuova fame di carne;
presi infatti a riempire le ceste
di ricche e sostanziose granaglie
non più per nutrire me stesso,
ma per l’ingrasso di animali prigionieri
che mi tenevo in serbo per l’inverno;
giunsi anche, che Iddio mi perdoni,
ad uccidere l’Agnello e la sua Mamma
per ricavarne il vello ed una ricca
riserva di carne da insaccare;
li ho sgozzati senza neanche sapere
come si fa, tanto innata è la scienza
contenuta nei geni di chi è sporco
già da troppi millenni di mattanze
d’uomini e bestie; ma quando li appesi
per scuoiarli tutti e due gocciolanti
del loro sangue ad un albero che invano
tentai di proclamare sacro Totem
affinché legittimasse la cocente
strana vergogna che m’aveva preso,
in quell’attimo sentii nitidamente
che s’era finalmente squarciata
la vescica del Male che anch’io
dovevo avere di certo in fondo al cuore;
sentii che se ora nessuno
avesse fermato la mia mano,
tutto il Male sarebbe ricaduto
sui miei figli e i figli dei miei figli
e sull’Eden che credevo di foggiare
ad immagine e somiglianza di quello
creato da Dio, ma ch’era stato
anche allora travolto dallo stesso
incurabile male omicida

        57
Allora abiurai la Ragione,
l’unica guida che credevo capace
di farmi luce, ed ora ch’ero orfano
piangevo senza più ritegno
finalmente vere lacrime umane,
come quelle d’un bimbo che ha perso
nella ressa la mano della madre.
Ora avevo l’amara certezza
che il subdolo germe del Male
è indissolubilmente attorcigliato
al DNA degli esseri viventi
e viene inoculato nel sangue
di padre in figlio proprio quando i nati
entrano con un vagito nella vita,
ignari che il bene di vivere
si paga togliendo la vita
ad altre vite e il terribile fato
li spingerà a divorare ogni cosa
che si muove sulla faccia della Terra
facendo del mondo un carnaio,
una montagna di ossa mute e bianche
che da millenni questo Sole ostinato
calcina per ridurre in polvere.

        58
Dunque la fatidica missione
di cui m’ero bellamente investito
era solo una perversa incongruenza:
riprodurre la Vita innocente
di un mitico Eden, descritto
soltanto nella Bibbia e che forse
non è mai neppure esistito,
per tornare di nuovo ad ucciderla;
questo, dunque, il risultato della guida
d’una orribile gelida Ragione
che non seguiva il Vero ma soltanto
la brutale e prepotente volontà
di autoaffermazione dell’Ego;
dov’era ora l’alto ideale,
lo strenuo inseguimento della meta,
se mai poteva essercene una
a guidare un pover’uomo il cui cuore
era adesso totalmente vuoto
d’ogni vero, d’ogni bene, d’ogni grazia?

        59
Il fiato della Morte è vicinissimo,
come quello d’una bestia che c’insegue,
quando accade di toccare con mano
il vuoto di certezze fino a ieri
credute assolutamente veridiche
e si conoscono anche così bene
le armi per estinguere la vita;
a che serve infatti la vita,
se dopo tanto tempo passato
a edificargli solide fondamenta
perché crescesse fiera come un dio
e salisse onnipotente fino al cielo,
si scordano le regole più semplici
per vivere da uomini Giusti
e restare carnalmente fedeli
alla Natura, che ci tiene in grembo
come una madre il frutto del suo sangue?
Come abbiamo potuto accettare
che il Male germogliasse in quelle cellule
seminate da Dio sulla Terra,
che da allora s’è coperta d’una folla
di assassini: tetre oscene creature
che una volta Dio chiamava a sé
coi dolci nomi di uomini e animali
uniti in amorosa famiglia,
e che ora si mangiano fra loro
crudelmente, le vittime rassegnate
offrendo il collo docilmente al carnefice.
E’ la Vita che si uccide con le sue mani:
non sembra che la Morte sia il castigo
per avere osato di vivere?

        60
Mi destai da quei cupi pensieri
per un lieve bisbiglio di passi
leggerissimi, quasi un calpestio
di zampette di topi alla mia porta;
era aperta come sempre a tutti,
ma quel giorno fu il giorno d’un evento
che doveva indicarmi la via
del mio ultimo cammino mortale
per tornare alle origini della vita:
nel vano della porta era apparsa
circonfusa d’una luce ultraterrena
una soave dolcissima Creatura
ed io mi chiesi se mai fosse un Angelo
oppure un Elfo gentile venuto
a portarmi la buona novella
che desse significato all’esistenza;
forse ora i buoni Elfi dei boschi
credevano in me, forse anche
in una mia possibile redenzione,
venivano incontro alla mia casa
per ridarmi la conoscenza di quel Vero
che avevo colpevolmente dimenticato,
forse adesso tutta la foresta
mi accoglieva come un prodigo figlio
che tornava a testa china dal Padre
per condurre quella semplice vita
di semplice uomo che da tempo
avevo ripudiato ma che forse
senza ch’io neppure lo sapessi
da sempre m’era stata assegnata.

        61
La vecchia Ragione Tautologica
troppo a lungo aveva ignorato
gli innati bisogni del cuore
e non seppi subito riconoscere
il messaggio di quella straordinaria
Apparizione; ma poi a poco a poco,
come un povero cieco dalla nascita
che per un singolare miracolo
comincia a riconoscere la luce
a sprazzi ogni giorno più grandi,
ho imparato a riconoscere il Vero
suggendolo dai limpidi occhi
di Colei ch’era apparsa alla mia soglia
portatrice d’una luce che certo
era vero amore ultraterreno,
e fu mia Sposa, Madre, Sorella,
m’avvolse nel suo candido grembo
illuminandomi di tanta bellezza
da salvarmi dalla morte dell’anima.

        62
Nel lungo tempo passato da allora
quella luce non ha mai cessato
d’indicarmi la strada del Vero
per essere un Giusto fra i Giusti
e vivere la mia umile vita
come tutte le umili creature
protette dalla grande Foresta,
che nascono, amano e muoiono
contente d’avere vissuto
seguendo soltanto Virtute
e rinunciando all’ingannevole Conoscenza,
quella vana Fata Morgana
scaturita dal vizio della Ragione;
le felici creature del bosco
non desiderano mai niente altro
che di essere alberi ed erba,
nascere e rinascere dalla terra
anche dopo la morte dei figli
e i figli dei figli, non essere
nient’altro che humus nutritivo
per le nuove creature, e poi polvere
dispersa dal vento fra le zolle
secondo il volere di Dio.

        63
Ora sono un vegliardo come tanti
sazio della vita e di quel poco
di conoscenza concessaci da Dio
nel minuscolo pezzetto di terra
che un giorno ci aveva affidato;
ma la luce della bella Apparizione,
che quel giorno mi avvinse ridandomi
l’anima che avevo venduto,
splende ogni giorno più forte:
è la luce divina d’Amore
ch’io non seppi creare nel mio Eden
e assomiglia moltissimo alla Luce
che adesso vedo sempre più forte,
sempre più irresistibilmente vicina,
da cui so di essere atteso.
Ma adesso la Morte non è più
il castigo per essere vissuti.

Nota dell'autore

A ben pensare il titolo di questa fiaba avrebbe potuto essere “Fine del Mondo”, ma la prudenza, che pur qualche rara volta mi soccorre, mi ha consigliato un titolo meno catastrofico, visto che la fine del mondo, che molti dicono già iniziata, non sembra ancora compiuta. E’ vero infatti che il nostro Pianeta si trova in cattive condizioni di salute a causa dell’insipienza dei governanti, ma è altrettanto vero che negli organismi viventi si è formata una benefica assuefazione alle disgrazie provocate da carestie, veleni, effetti serra, inondazioni e immondizie; ciò potrebbe anche incoraggiare una visione più ottimistica, se non fosse che incoraggia i popoli più poveri a moltiplicarsi come conigli ancora più smodatamente di prima, non solo per rimpiazzare i morti seguiti a quelle fatali congiunture ma per il bieco disegno di prendere in forze il possesso del Pianeta. Non si può tuttavia fare a meno di notare severamente che nonostante questa minacciosa prospettiva c’è ancora fra noi una moltitudine di volenterosi impegnata con grande carità cristiana a salvaguardare le straordinarie attività sessuali dei poveri piuttosto che la salute dell’ecosistema.

Noi che invece apparteniamo alla élite dei saggi dotati di mediocri attività sessuali, ma obbedienti al dio della Ragione e quindi privi di carità cristiana, siamo favorevoli a un’inflessibile riduzione delle popolazioni per frenare l’avvento della tragedia, prima di dover ricorrere all’estrema risorsa di far fuggire nottetempo su un’astronave verso più accoglienti galassie almeno un eletto manipolo dei nostri pochi e preziosi figli. Frattanto però bisognerà pensare a difendere le nostre proprietà riducendo drasticamente l’invasione degli avidi predatori, in modo che non ci venga tolto l’accesso alle ultime delizie che ancora rimangono del Pianeta prima della sua definitiva distruzione da parte di barbari incivili: è infatti a noi eletti, che Dio ha dato la Terra Promessa, non alla pletora di straccioni venuti dopo, quindi abbiamo tutte le ragioni di difenderla dagli intrusi.

Molte anime caritatevoli si preoccupano giustamente che la drastica riduzione dei poveri avvenga possibilmente in modo umano e senza troppo dolore, ma occorre dire che tali timori sono largamente infondati: è vero che finora i tentativi di decimazione sono stati fatti in modo deplorevolmente crudele da goffi strateghi mediante goffe guerre d’invasione e poi altrettante goffe guerre per mantenere la pace; ma non tutti sanno che oltre alle vecchie e obsolete camere a gas con annessi forni, che fra l’altro sperperavano troppa energia e inquinavano il Pianeta, ed oltre alle obsolete bombe atomiche i cui effetti di lunga scadenza potevano pericolosamente ritorcersi sugli stessi operatori, la moderna “scienza della persuasione” ha messo a punto modelli più raffinati per sterminare i popoli facendolo in modo pulito e con aristocratica eleganza; essendo questi infatti costituiti da poveri e sprovveduti (altrimenti sarebbero ricchi) e per di più tormentati dallo sporco e dalle mosche, non sarebbe cristiano procurargli ulteriore sofferenza.

Le anime gentili dunque si rassicurino; in questa sede basti accennare come esempio al modello matematico studiato dai nostri economisti: il generoso progetto di fornire ad ogni famiglia povera una piccola TV, magari con sconti sull’abbonamento; essa infatti è in grado di produrre nelle menti semplici una gradevole pre-anestesia ipnotica e poi, con suggestioni subliminali, ma anche con allettanti consigli per gli acquisti, di convincerle a farsi succhiare il sangue dai ricchi a poco a poco, in modo che, abituati all’anemia, quasi neanche si accorgano di morire; e in genere infatti, a prescindere da qualche scaramuccia qua e là, deplorevolmente soffocata nel sangue, i poveri muoiono abbastanza serenamente e con tutti i conforti religiosi. Quale che sia comunque il metodo usato, il fine è sempre di creare un mondo più igienico per pochi ricchi, i quali, finalmente liberati da odori molesti, possano scorrazzare con lussuose automobili ecologiche senza che su di loro si posi una sola mosca.

Non voglio certo tediarvi con un elenco di altre astute e raffinate tecniche per una indolore Soluzione Finale; mi basta rammentarvi, nel caso che non ve ne siate accorti, che la presente fiaba era un onesto grido di denuncia del modo grossolano ed incivile usato in tutti i tempi per ridurre il numero dei poveracci del mondo. L’unico dubbio è che la Chiesa ci chieda conto della sorte delle loro anime, ma per fortuna c’è sempre qualche persona timorata di Dio che, oltre a sopprimerli, si dà anche un gran daffare per battezzare gl’infedeli e farli entrare volenti o nolenti in paradiso.

Quanto al genere letterario di questo scritto, non sforzatevi di capire se sia una poesia, un racconto, una riflessione filosofica, o qualche altra cosa; forse sareste propensi a considerarlo una qualche sottospecie di “poema”, ma io non vi dirò né sì né no, perché non voglio dare alcun pretesto di irritazione ai poeti veri, i quali, anche se oggi non poetano più come una volta, si sentirebbero lo stesso chiamati in causa per il fatto dei versi quasi tradizionali e storcerebbero il naso davanti a uno scritto così diverso da qualsiasi altra cosa ch’essi possano immaginare sia lecito scrivere in poesia. Tuttavia, anche se non saprete come chiamarlo, importante è che non vi siate annoiati, e magari v’abbia fatto un po’ meditare sui peccati vostri e dei governanti che avete votato; se poi ci fosse fra voi qualche prete, non si adombri se mi sono permesso di insegnargli una apocrifa, ma più veritiera teologia, quella che gli è sempre stata dolosamente taciuta sui banchi del Seminario.

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