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Isole e vele
(romanzo lirico)

© 1988 by Veniero Scarselli

Ti scrivo prima che la febbre

All'oasi di Abu Hassan
è la fine predestinata
del lungo viaggio temerario
si arriva da oriente
attraverso il deserto ostile
le serpi in agguato insidioso
le pietre infuocate
il corpo arso e malato
ma quando finalmente sei giunto
e oltrepassi le porte ecco
che la foresta sovrasta
l'occhio ebbro di miraggi
fra acque limpide
e ombrosi giardini incantati
uomini e animali
si muovono lenti
ricchi nella saggezza
ospiti gentili e pazienti
salutano devoti
offrono tè di erbe
frutti miracolosi.
Vorrei dirti della saggezza
vorrei dirti della pazienza
ma mi vince sottile il male
ti scrivo prima che la febbre
mi tolga la memoria
l'inesorabile febbre
delle putride acque del deserto
bevute alle pozze con le iene
già mi trema la mano
china su questo foglio.
Se ignara lo riceverai
sarà passato tanto tempo
qui è la fine giusta
del lungo viaggio
dolce sarà l'attesa
disperata
di una lettera.

Veloce corsa della prora

Interminabile veglia di stelle
sul mio veliere
quando ogni sonno di' uomo a bordo
era ignaro
e gemeva l'albero
e lo sforzo di vela
e io solo chiuso
nella veloce corsa della prora
sapevo
che da sempre ci attendono
mari abitati da uccelli
irraggiungibili isole.

Forse gli unici testimoni

In certe notti antiche
— forse una memoria
di trascorse esistenze? —
so che vegliai a lungo
su un gran veliere immobile
alla deriva
nel Mar dei Sargassi
pieno d'ombre e rumori
d'insondabili abissi
nell'attesa del vento
così tenue speranza
nella notte di stelle
così incombente.
Nessun marinaio
seppe mai cosa accadde
in quella notte di stelle
i pochi vecchi
più non sanno narrare
gli tremano le labbra
escono suoni rotti.
Il vascello è tornato
la leggenda dice
che un giorno il vento
gonfiò le vele
scosse il gran ventre
il legno gemette
sotto la vela tesa
in patria lo spinse
senza alcun timoniere
una traccia invisibile.
Indagare è inutile
il libro di bordo
ha le pagine bianche
anch'io quando frugo
nei vuoti recessi della mente
m'afferra indicibile angoscia.
Il vecchio legno sembra riposare
maledetto nella darsena grande
talvolta vi giunge
nelle notti di tempesta
l'eco dei marosi
e il marinaio attento
che conosce il linguaggio
delle antiche navi il sibilo
delle sartie nel vento
il cigolio delle tavole lo sciacquio
cupo dell'onda sulla carena
pone ascolto
a estranei rumori
a sussulti impercettibili
a gorgoglii del gran ventre
forse gli unici testimoni
della vera storia
una memoria scritta
chi potrà decifrarla
nelle fibre contratte del legno
certo una specie ignota
di memoria animale
che nell'ora della morte
quando lo spirito è pronto
ad aprirsi come seme
forse s'appresta a ridestarsi.

Le bianche isole

Quando fu la prima volta
che conobbi le bianche isole
in quel mare sconosciuto?
Da un vento sfavorevole
così lontano sospinto
col cuore gonfio d'ansia
unico uomo sul mio legno
fui quel giorno prigioniero
di sargassi tenaci
nell'oceano improvvisamente
calmo
allora vidi tra frane
di silenzi di pietre
come rocche emergere
dai fondi marini per millenni
disabitati
quegli scogli incontaminati.
Era tutto stranamente immobile
il rombo delle cicale
i sassi
che biancheggiavano come ossa
ma quando osai sbarcare udii
distintamente udii
nella macchia riarsa
quella presenza invisibile
sembrava quasi un rauco
grido d'uccello marino
e vidi anche quell'orma
testimonio di mostruose
vite sotterranee
e poi m'avvidi ancora
che sole e terra tutto
era segnato da un'occulta
disumana misura
il tempo
assoluto era un regno di luce
che alto incombeva.
Non so quanto tempo errai ebbro
di quel nuziale splendore
finché la luce o l'angoscia mi vinse
e io nel deliquio conobbi
solo allora veramente conobbi
la straordinaria creatura
l'essere superiore impadronitosi
della mia povera spoglia
che nell'amplesso rapace
a sua immagine e somiglianza
volle plasmarmi.
La barca abbandonata
allora cedette
e fu lontano sospinta
da un furioso vento.

Antichi navigatori

In quest'isola fossile
smarrita dai vivi
scoscesa agli uccelli
ostile ai naufragi
che vento e polvere
fruga in ogni recesso
dell'arenaria corrosa
e ogni ruga della pietra
è ferita sterile
ove non cresce animale
né arbusto né erba
in quest'isola ignuda
così violata dai nembi
prigioniera delle folgori
ov'è la mia nave spoglia
ormai inutile come tronco
e noi antichi navigatori
prigionieri
di questo sortilegio
impotenti ai marosi
gettati dalla ventura
in quest'isola maledetta
la tua mano
calda sul viso
con acuto dolore
mi manca quando ricordo.

Sapide foglie e rami

Come docile era la mano
che mi seguiva nel bosco
la pioggia appena cessata
stillava ancora dai faggi
e io per sottili sentieri
ti conducevo attento
perché eri ignota creatura
la mano era fredda
e gli occhi di mattino
e quasi sfioravi la terra
ricoperta di foglie
inverno ancora aveva
la tua giovane linfa
e sotto foglie ammucchiate
indovinavo letarghi
di torpide radici
ma il tuo sonno il tuo respiro
tenacemente vegliavo
con pazienza di cicala
penetrata nelle tue viscere
certo che a primavera
sapide foglie e rami
sgorgano dal cuore dell'albero.

E tu che mi facevi dono

Così fondo silenzio
custodiva nella mite nebbia
il bosco di marzo
e l'odore di lunghe piogge
il cantare di qualche uccello
l'auto ferma sotto un faggio.
Vieni per mano dissi
bussando alla tua casa
con timorosa tenerezza
sfiorandoti il viso umido
del miele della notte
urgente di mille germogli
mentre la terra prendeva a nutrirci
e l'erba ad accoglierci
nell'utero
e la carne a soffrire
come seme che si apre
a un geloso
pullulare di cellule.
E tu che mi facevi dono
nascendo
della tua libertà.

I suoni del mondo

Nei cavi di spiagge assolate
fra rosmarini e ligustri
scoprimmo
stupiti e abbagliati
la verità
dei nostri corpi ignudi
trapassata dai raggi
sbocciata dall'abbraccio trepido
dall'umile antico bisogno.
Fra le dune era il vento
e la marina così dolce di fiori
lontani giungevano
— rari uccelli —
i suoni del mondo.

Insostenibile luce

E il toccarsi delle carni ingorde
così accese d'attesa
l'abbraccio
ncalzante marea
l'esultante penetrazione
poi lunghi spazi percorsi
nell'anima senza tempo
improvvisamente aperta
alla voragine
ove ogni altro volere cede
e insostenibile luce
abbacina la memoria.

Vittime inermi

Poiché il luogo e il tempo
ci nega l'amore
e dalla luce ostile braccati
abbiamo invano frugato
i luoghi oscuri le buche
ove nascondere
la nostra follia
e già di sole ebbre
le pelli hanno tremiti
e i corpi cercano i corpi
strisciando come topi
sotto le vesti ignude
e il tuo abbraccio è artiglio
che furente s'avventa
sul sangue sprizzato
dalle arterie ferite
nei singulti violenti
precedenti la morte
in questo luogo presto
lasciamoci cadere
ogni recesso del corpo
bagnato di libidine
vittime inermi
di questo antico sacrifizio.

Sommovimenti dell'animo

È per rapace volontà
di sempre più penetrarti
di sempre più possedere
la tua anima sfuggente
che col. labbro carnivoro
di ogni suono mi cibo
di ogni soffio intelligibile
di ogni linfa della tua bocca
e ogni segno di te
carpito
mi conduce esultante
sempre più presso
al gran lago del cuore
nel colmo di luce
ove nulla può la parola
ma solo dolcissimi
sottili come onde
sommovimenti dell'animo.

I caldi corpi richiusi

Ora l'abbraccio è calmo
i pensieri ignudi di sesso
si sta come lucertole appesi
a distese solari
così bianchi
supini
fioriti nell'umiltà
e una linfa dolce
che sembra morte
invade trasparente
i saldi corpi richiusi.

La pelle sfiorata

Indicibile
era sulla sabbia
il silenzio del passo ignudo
assorto
senza meta
e dal tuo piede mansueto
la mia orma seguita da presso
e la notte
destati
dal calore dei corpi nuovi
la pelle sfiorata di dolcezza.

Sigillo della fecondazione

In quel rogo primigenio di nozze
rendemmo fertile la terra
forti come eroi guerrieri
sulle spiagge antiche del mondo
correnti col mare alle caviglie
esultanti come animali selvaggi
piangenti come bambini
avvinti
fra le dune e i cespugli
nel crogiolo assordante dei mari
delle terre dei soli
affranti
dal lungo grido ancestrale che erompe
sigillo della fecondazione
nello stupore meridiano delle pinete.
Oggi
sono povera cosa
fraticello che giorno
dopo giorno attende all'umile cibo.

Come una grazia attendo

Anche questo lungo violento
lancinante
uragano d'amore
m'ha lasciato.
Così timido
è ora il giorno che consumo
così effimero
il lume della lampada
così incapace
la parola che scrivo
mi ritiro vuoto come guscio
a offrire a Dio
questo inutile esistere.
Come una grazia attendo
che mi vinca un altro
delirante uragano
un'altra
sbigottita scia di rovine.

Gli stanchi moti del cuore

Già quando ascoltavi
salire al cielo selvaggia
la lunga riarsa estate
e il rombo tetro delle cicale
nelle pinete devastate
e il battito vorace del mare
che sgretola spiagge
non sapevi
se avresti ancora salvato un giorno
della nostra stagione.
E quando il vento
agitò alberi scuri
d'autunno imminente
seduta a un tavolo d'osteria
davanti a un bicchiere vuoto
scrutavi senza parola
l'onda del vento sui campi d'erba
tu attenta a leggere sempre
gli stanchi moti del cuore.
Un musicante suonava
pensieroso sull'organetto
vecchie canzoni di vendemmia
nel cielo scuro correvano
nuvole basse veloci.
E poi fu il temporale.

Se ti ricordi la tenerezza

Se ti ricordi i paesi del sud
ove le spiagge non hanno fine
e la sabbia intatta
è ricoperta dal mare
con la dolcezza e tenerezza
di uomo per la sua sposa
se ti ricordi la tenerezza
coprivamo anche noi talvolta
un'orma sulla sabbia
segnata da uomini
passati prima di noi
ma noi l'amore ha soltanto
sfiorato senza ferire
il mare cancellato
le labili tracce
che abbiamo scritto
ancora si doveva imparare
dolorosamente
sul nostro corpo
il suo antico significato
e ancora ci tortura
non aver saputo
trattenere l'amore
nelle mani
non serve cercare sulle spiagge
la pietra lucente il segno
la parola incantata
se non sappiamo
il giusto modo d'amare
se non sappiamo costruire nient'altro
che castelli di sabbia.
E un giorno che sei in mezzo al mare
su una nave che fugge
ti sovviene la tenerezza
il suo alito caldo
ma il vento si porta via
questo fardello prezioso.

Ogni valle è un fiume

Quando ingrato finalmente
lascerò la tua casa
impaziente di mura
e lascerò al suo destino tutto
anche la gotica vecchia città
costruita sulla nebbia
lo so
sarà un giorno greve di pioggia
dopo aver bevuto
un caffè con te
e tenuto la mano
ancora una volta
e parlato senza senso
oppure non parlato
piove da tanto tempo
che ogni valle è un fiume
e gli animali soffrono
e gli uomini fuggono
per starsene soli
con un male che strugge
e tutto ciò che vive
oltre quelle montagne
è dimenticato
ma io seguo il fiume
come un nomade antico
devo cercare le stelle
che volgono a sud
troverò un luogo
per seppellire il cuore
e non più amare
o amare come gli uccelli
soltanto a primavera
sulle spiagge del mare
e dopo fuggire
senza dolore senza ricordare
la tua mano calda
nella mia fredda
non lasciarmi la mano
oh non lasciarmi la mano
piove da tanto tempo
non so più da quanto.

Estranea creatura

Da ignote strade un giorno
irretito
che un singolare oblio ha súbito
come sogni cancellato
fui al nord
fra le estreme regioni delle aurore
e sbigottito toccai il mare
grigio e ostile
che il cielo aveva perduto
che il vento alzava incessante
selvaggio di schiume
e spazzava le spiagge
e i gabbiani fermi
davanti ai marosi
impotenti a volare
in attesa forse
di una loro stagione
la mia stagione è ormai
così lontana
mi ascolto
crescere nudo fra le dune
come il lichene senza radice
estraneo anche a te
estranea creatura chiusa
come uno scrigno
che vòlti al mare
hai occhi di sabbia
il viso immutevole
color dei cespugli
vorrei carpirti un pensiero
rompere con parole
la crosta di gelo aggredirti
d'amore
ma nel silenzio
è una voragine
ove noi si precipita
impotenti a volare
anche noi fragili uccelli
dimentichi
della strada di casa
ti prego volgimi
anche solo in un soffio
una parola uno sguardo
della tua anima.

Questo involucro ottuso

Oggi ci accoglie e nutre
ancora una segreta
dimora del bosco
ove indistinto
attraverso il mondo
filtra il travaglio di pioggia
sempre più fioco e lontano
al lume avaro del fuoco
ma noi
che timorosi e impazienti
forse ostili ci fronteggiamo
non udiamo ormai che il ronzio
assordante delle larve nascoste
in gallerie sotterranee del corpo
intente a generare
oscure metamorfosi.
Perché scacciare i fantasmi molesti
perché reprimere la caparbia
vita della carne?
Nei presagi si legge che è vano
fuggire ormai
all'imminente risveglio selvaggio
di mostri a noi stessi sconosciuti.
Al nuovo giorno
l'anima ansiosa e titubante
spierà ancora il mondo e le stelle dai buchi
di questo involucro ottuso
incapace di vedere nel cielo
mai
un qualche segno di Dio.

Separo il male dalla tua anima

Col limpido occhio del giusto
senza pietà ti disseco
e scopro i nervi le vene
le caverne
della carne tumida
e senza spandere lacrima
né goccia di sangue
disgrego anche il cuore
infido meccanismo
e poi pezzo per pezzo
con paziente intelligenza
separo il male dalla tua anima.
Da innumerevoli notti
udivo il ronzio furtivo
dei mondi vegetali
che assediano la tua vita.

La tua bellezza indicibile

È per cercare turbato
una traccia rivelatrice
che scruto il mistero impenetrabile
dei tuoi limpidi occhi
che ogni tua parola
ogni moto del corpo
così flessuoso
nel mio cuore disseco
per scoprire le origini
la verità
del tuo folle desiderio
d'essere calpestata
e frustata e umiliata
sulla pelle dolce
e posseduta
davanti ai miei occhi
da un'orgia di uomini
come cani affamati
che ogni recesso
del tuo bianco corpo
bagnano di libidine
ma adesso io so
che sei superba regina
mai sazia di sudditi
e ti servi instancabile
di rozzi schiavi di esseri inferiori
di cui umilii gli organi
di cui fiacchi le menti
trionfante
in delirio
e proprio questo è il cibo
sacerdotale
che nutre la tua pelle bianca
il tuo corpo flessuoso
i tuoi limpidi occhi
la tua bellezza
indicibile
che talvolta a me solo offri
tuo fido ministro
con le tue mani
con tenero amore.

La sua tana sotterranea

E quando rapita mi narravi
di lontane terre sconosciute
ove cupi boschi
dal vasto nord
arrivano al mare
e il cielo è sempre
nelle notti calde
stranamente acceso
di chiarore stellare
e le scoscese selve
chiuse a voce d'uomo
ove la sua esistenza
ha l'animale schivo
che lascia silenzioso
la sua orma calda
e l'odore di vita
sull'erba umida
sui sentieri nascosti
che nessun'altro sa
ove tu sola t'inoltri
con i guardinghi occhi
con il leggero passo
ferino ma che gli uccelli
non temono
e io t'ero d'amore avvinto
o creatura dei boschi
che come cane seguii
che mi condusse al suo nido
a una radura inviolata
dal furore degli uomini
nella fonda tenebra
nella sua tana sotterranea
ove alfine mi concesse
di dividere il suo ignudo
incredibile
sconvolgente segreto.

Fiori della notte del deserto

A me che all'alba ancora fuggivo
da mari insidiosi e temibili
portando meco la vita
splendenti nel sole apparvero
come velieri amici
i dirupi di un'isola
e quando prostrato
mi sembrava il sapore della sabbia
dolce
come quello della madre
anche quella spiaggia
lontana e deserta
mostrò sbocciati da occulte radici
reali e carnosi
odorosi e sgranati
come fiori della notte del deserto
ancora quegli occhi che ormai
abitano assillanti la memoria.
E dopo che il sole di fuoco
nel suo corso fu alto alla riva
seppi che erano antichi
come la polvere gli uomini il vento
quegli occhi vestiti
di maturo fulgore
eretti sulla sabbia come grassi
umidi fiori della notte.
Ma quando al tramonto fui solo
coi miei pensieri e accorrevano
alla vetta scura dell'isola
da un mare di pietra
i venti e le nubi
e al cielo con impeto sconosciuto
controvento salivano procellarie
seppi che questa non era
la riva promessa agli eroi
il porto il grembo il rifugio
e quando il peso della notte
s'abbatté sui dirupi scoscesi
con la luce selvaggia di luna
non fui che un'ombra
fra le ombre del mondo
perché i tuoi occhi lascivi
sbocciati sulla sabbia infida
fioriscono solo un giorno
prima di marcire
fiori della notte del deserto.

E tu in deliquio urlasti

Il mare crebbe come un mostro
e soffiò entro le stive
vuote dei velieri
con i venti del nord
minacce di procellarie
ma a me che in questo esilio inguaribile
soffrivo nel ventre della nave
e spiavo dagli orifizi
il mondo ostile degli uomini
e gemevano lacrime
dagli occhi di vecchio
ancora apparve fortunosamente
in un fulgore di estati
il tuo ventre acceso
di dolce libidine
e abbandonata allora
la vecchia conchiglia
nascosi il molle addome
di vorace paguro
nei tuoi recessi uterini
mentre vagivo e vagivo
e tu in deliquio urlasti
come agnello sgozzato tutto
l'orgasmo bestiale
della fecondazione.
Ma quando fu la stagione
degli uragani e giunsero
le implacabili acque alte
dovetti ancora ritrarre
in porto lontano
il ventre vecchio e grinzoso
del mio veliere
spoglio d'alberi e vele
spettatore impotente
di eventi mortali.
Sui mari e le terre
s'abbattevano nembi
portatori di male.

Il monte scaro agli dei

Quell'ultimo giorno salimmo
il monte sacro agli dei
violando a ogni passo resti
di antichi abitatori
e prima c'erano alberi
poi solo rocce
e noi ancora salimmo
dominati dalla volontà
di vedere il mare sottostante
e le spiagge sconfinate
scirocco spingeva
ammassi di nubi
con veemenza da mari remoti
e rondini si tuffavano
nel precipizio urlanti
presaghe di tempesta
e il vento delle altezze
sferzava il viso e le carni
tu che mi seguivi
certo non potevi vedermi
perché avevo il color delle rocce
e occhi grigi come il cielo
ed ero un anfratto immobile
e l'amore era assente
e ogni segno di tenerezza
pietrificato nel volto
e a poco a poco anche il senso
fu refrattario e muto
e anche la pelle ignuda
insensibile alla carezza
e poi più nulla sapemmo
di quel prodigio
della pioggia e del vento
della tempesta di sabbia
che ci afferrò la gola
dell'orgasmo e dell'estasi
e del deliquio
ove ognuno giacque
nella sua spoglia ignuda
mentre i fulmini degli
dei smenavano la montagna.

Invano ho scrutato

Così viva e matura
di un amore teneramente
schiuso nella penombra
la dolce pena portai
come la madre il figlio
ancora sconosciuto.
Avevo atteso impaziente
che tu nascessi una sera
a questo mondo di stelle
e favolosi giardini
ma invano
ho scrutato nel cielo quella limpida sera
in cerca della cometa
il gelo
aveva già pietrificato
quei fiori recisi nel campo
con tanto amore
così a lungo serbati.

Le carni assenti

Per un intero inverno
ricolmo di neve
le nostre ombre abitarono
in quella baita sperduta
contando i giorni
lunghi
brevi
che salivano il sentiero
attutiti attraverso il bosco
nessun altro mai
nemmeno un suono saliva
quella pista stretta ormai
cancellata dalla neve
finché ogni cosa un giorno
fermò il suo moto
il ruscello gelato
gli alberi
il vento
noi fissavamo a lungo
il cielo così grigio
e pur così luminoso
le orme delle volpi
dei conigli selvatici
compagni silenziosi
nella notte bianca
talvolta il riverbero
scendeva dalle stelle
penetrava i vetri bagnava
la stanza buia le nostre ombre
abbracciate nel letto
gli occhi fissi
senza parola
in attesa
di giorno in giorno
per un intero inverno
che anche il ricordo
fosse smarrito
d'esser mai giunti
a quell'isola alta
d'esser congiunti
nelle mani fredde
nelle carni assenti
d'esser perduti.
Ma cosa accadde
un giorno lungo
o un giorno breve
più non so dire
ti vidi mettere
il vestito verde
ti vidi prendere
le poche cose
ti vidi scendere
quel sentiero stretto
ormai cancellato
dalla neve.

Mosca carnaria

Fu un vero addio
di poveri amanti
dopo ch'ebbero esausto
il lungo copione
dopo che tutte le piaghe
seminate da lungo tempo
ebbero dato il frutto
secco dell'indifferenza.
Ora che il fuoco ha distrutto
anche le poche vestigia
lettere foto pansé
nessuno più frugherà
nelle piaghe
come mosca carnaria
per introdurvi uova
di rancore
anche la memoria
è venuta meno
di quando il mondo era popolato
da fantasmi in agguato
pronti a possedermi
ora solo il silenzio
mi è vero amico
vado ad abbandonarmici
come a una vecchia amante.

Come quando pipistrelli

Ma quando proprio nessuna notizia
più ci giunse dall'altra
riva del mondo
col cuore gonfio fuggimmo per mare
fino all'isola
dalle alture scoscese
ove solo la luna
e chiarore di stelle
trafigge le rocce
e le notti insonni
ove il mondo degli uomini è assente
e anche le navi passano
lontane senza toccarla
e non giungono neanche
echi di naufragi.
Ogni funzione vitale
divenne allora elementare
potemmo ancora vivere
uscendo la notte
dalle tane fra le rocce
nutrimento cercando
come esangui uccelli notturni
soltanto ancora ricchi del ricordo
d'un alito di tenerezza
così gelosamente coltivato.
Ma un giorno
qualcosa incomprensibile accadde
che ruppe l'equilibrio di vetro
intessuto fra i sensi e la mente
si scatenò il cataclisma inevitabile
l'eclisse dell'anima la peste
che ogni difesa vinse
ogni erba distrusse
ogni seme ogni radice
del ricco mondo immateriale
che sosteneva la memoria
e la vita
allora invano cercammo
fra le sterili rocce e gli sterpi
cibo di ricordi
ci sopraffece intenso il desiderio
ingannevole della luce del sole
di nuovo salpare e rinascere
furiosamente tra gli uomini
e riamarli e riodiarli
sentire il canto sconvolgente
delle femmine
ma senza forze
ormai
ci trascinammo alla luce
impotenti lasciammo
che il furore del sole
corrompesse e consumasse
i resti dei corpi
come quando pipistrelli vicini a morire
escono dalle grotte
e inseguono ciechi
il calore della luce mortale.

Regale creatura

Quando sulla vetta infine
sorge veemente il sole
e arrivano i venti
dalle plaghe boreali
e le grida dei corvi
incidono l'aria come dente
io non so più veramente
se sei mai esistita
forse eri vera solo
nelle notti stellate
quando aerea erravi
per le gole e le valli
regale creatura
o forse
fu più vero il giorno
che partisti per silenzi di venti
per levigate rive di mari
fra i cantari di uccelli
immemore del peso terreno
del fardello della tua vita?

Tristi cespugli

Nella mia isola è chiuso
ancora il grigio inverno
e nei pini contorti
la solitudine s'annida
sopraffatta dai venti marini
succhiando parassita la linfa
ma tu più non cerchi
per me sulle spiagge
la conchiglia taumaturga
che guarisce ogni male
da solo ascolto sbigottito
ogni pausa del vento
negli scarni cespugli
cui una bieca volontà diede
triste aspetto umano
il verno batte
senza tregua
le menti degli uomini
che già affondano radici
in cerca d'acqua
tristi cespugli.
A primavera forse
mi cercherai pallida
invano di ligustro
in ligustro invano di mirto
in mirto quando indistinti fioriscono
i primi germogli del mondo
quando il mare ha cessato di ferire
le esauste scogliere.

Il rumore forte nero

Quando ancora vestivi
tutta la casa di te
e la tua ombra era ricchezza
e ancora cercavi disperatamente
di conservare di nutrire
io già assistevo impotente
al lento processo della rovina
l'erba cresciuta sui sentieri
l'orto inselvatichito
i pensieri ammalati
divorati dai fantasmi
esito ancora a varcare
da solo il tratto di bosco
il pendio ripido e brullo
che porta alla casa abbandonata.
Ma ora che tutto è avvenuto
è necessario
imparare la solitudine
come un male dell'anima
un attributo biologico
anche se talvolta il silenzio
è così assoluto
da sentir duro e spietato
come schiaffo
il rumore forte nero l'urlo
del proprio pianto.

Per un'amica che non ritorna

Per un'amica che non ritorna
da un viaggio incerto e dubbioso
tormentato da fantasmi
perché l'ultima sera la colse
in un'antica casa sconosciuta
dove tutti eran partiti
o nessuno forse
era mai arrivato
e le vaste sale dorate
rimaste vuote e spente
solo in una domiva
una piccola bambina.
Riconobbe la sua sera
dal rintocco degli orologi
allora sfiorando la culla
con mano amorosa disse vieni
è giunto il momento
non devi temere
e spogliandosi nella penombra
con gesti lenti
la sua immagine polverosa
in un antico specchio
indossata con cura
la sua veste più ricca
accesi
uno a uno i ceri
dei lampadari splendenti
sotto affreschi e stucchi accanto
a una preziosa spinetta
accomodò sul divano
l'ampia gonna e i merletti
e fra mobili severi
e pesanti tappeti attese
con la sua bambola di porcellana
che volgesse alla fine
il suo ricevimento
che suonasse
l'ultimo rondò
che venisse la notte
la sua vera prima dolce
notte di nozze.

È il rumore del vento

Per il sentiero dei fiori
questo giorno a ricordarti
son salito sul monte
dov'era la tua casa
una volta ricca di festa
prima di quell'evento
che io chiamo disgrazia e questo
era il tuo giorno
ora solo gli alberi
pieni d'aria stormiscono
nessuno arriva
quassù a visitarla
nemmeno un viandante curioso
o bambini in cerca di lucertole
nessuno più ti ricorda
sei solo un sentiero di fiori
una casa abbandonata
greve di polvere e inverni
oggi ho aperto le finestre
ho dato acqua ai gerani
lavorerò un poco
anche nel tuo giardino
e quando ritornerai
se tu ritornerai
troverai già fiorito
tutto il monte fiorito.
Sto seduto sulla soglia
ascolto
le grida dei corvi
il cielo caldo così vicino
non c'è neanche una nube
l'inverno è proprio passato
un altro inverno
non so quanto a lungo
possano vivere gli uomini
certo più degli uccelli
e più di tutti i fiori
ma nessuno s'accorge
quanto tempo è passato.
Quando il tempo passa
è il rumore del vento
negli alberi alti
e quando è sera
si accende un lume
e quando verrai
forse mi troverai
qui addormentato.

Capitani sconfitti

Quella casa abbandonata
non fu mai arsa
non fu abbattuta
si erge ancora
sulla vetta del monte
scoglio albero nave
forte nelle tempeste
e quando il vento cessa
non s'ode voce
o rumore d'animale
in quella nave vuota
ove ancora si dice
che un disperato abitante
sia avvinto tenacemente
a ogni trave a ogni legno
con le vele serrate
in preda all'oceano
un fragile abitante
fatto uomo dagli dei
per subire la pena
dei capitani sconfitti
che non possono abbandonare
la casa della loro anima
neanche se il ciclo è chiuso
neanche se la lotta
è cessata con la disfatta
e l'uomo
si è conosciuto
nell'eterna impotenza
nelle povere radici di carne
nei confini angusti
del suo raggio vitale.

Non una calda mano

In certe notti d'inverno
salendo alla vetta del monte
inondata di luna
fra i vasti prati coperti
di brina e di ghiaccio
luce mortale
intaglia alberi pietre dirupi
schiude recessi oscuri
alla mente inquieta
senza scampo
tutte bagna le membra
attento ai tuoi passi!
ogni ombra è una trappola
non smarrire il sentiero
se arrivi alla casa
sulla vetta del monte
forse sei salvo
o forse
c'è un agguato mostruoso
fra gli alberi scuri
intorno alla casa vuota
alla stufa fredda
se sei braccato
da questa luce da queste ombre
che inghiottono rumori
la terra gelata
lo scricchiolio dei passi
gli orecchi tesi
sei hai paura
non vale stringere
la pistola in tasca
a chi sparare a quali
fantasmi.
Ora che il fuoco è spento
non una calda mano
ti sosterrà i polsi
in quest'ora prossima
a partorire la morte
tu di quella casa
ormai prigioniero.

Le mie viscere loro cibo

Ah le mie notti bianche
popolate d'incredibili sortilegi
in cui inquieto cerco il sonno
il nascondiglio del mio letto
ma ogni volta ben desto
con gli occhi fissi in ascolto
il timore m'insegue
di presenze sfuggenti
silenziosa folla brulicante
che mi cresce intorno
che con lunghe insinuanti
propaggini nude
forse invade la mia stanza
lisce e imprevedibili
talvolta le tocco
e sembrano immobili
come uccelli impagliati
ma io so che sono subdole
e vive
ho già cercato invano
di ferirle più volte
di mutilarle col coltello
separarle dalla radice
ma simili a chiocciole
ritraggono i monconi
mai
goccia di sangue
geme dalle ferite
esse dunque sopravvivono
a ognuno di noi
anche se paiono possedere
ignobili forme subumane
come prima di vedere la luce
anch'esse creature
oscenamente avide di vita
con bocca e piccole membra
che nelle notti cercano
di separarsi dall'utero
e di strisciarne fuori
in cerca di cibo
e sembra allora respirino
e perfino emettano suoni.
Io non so che bisogni
nel loro essere nutrano
non ho finora visto
tentacoli sessuali
ma ne sento la presenza
umida e incalzante
e talvolta sulla pelle
la ricerca struggente
di crepe aperture orifizi
ciò che più mi turba
nelle mie notti bianche
la paura d'essere
lentamente accerchiato
e avvinghiato
la paura di patire
senza scampo
il loro amplesso nuziale
straziato e consumato
le mie viscere loro cibo.

L'antica ansia dei padri

Nessuno aveva mai udito il grido di quell'uccello
ma a me una notte d'inverno
in una foresta lunare d'improvviso abbandonata da elfi in fuga traversò come folgore tutto un arco di cielo subito intorno
cessò ogni segno
d'altra vita animale
sola e alta s'ergeva dal profondo quella millenaria
volontà imperscrutabile il lungo grido
ancora rompe acuminato la crosta di gelo
fruga gli echi delle valli. Fu allora che conobbi l'antica ansia dei padri dell'uomo nascosto in caverne
che inquieto attende l'evento mostruoso.

Gli uccelli neri

E un giorno che il mattino
ignudo trasparente violaceo
giaceva nel profondo inverno
un giorno di albe imprigionate
nella trama di ghiaccio
un giorno che fui solo
come la neve e gli alberi
e la luna e le notti
perché la donna e il cane
tutti m'abbandonarono
e guardavo il sentiero
incapace di scendere
dalla montagna bianca
incapace di udire
voci umane nell'aria
quel giorno che fui solo
vidi gli uccelli neri
d'improvviso fermi
in un raggio di sole
su una radura gelata
che il bosco stringeva d'ogni parte
ma l'aria dilatava
in grani di vetro
vidi gli uccelli neri
quel giorno che fui solo
grandi pesanti alteri
che pascolavano sicuri
unico segno vivente
in quella terra sterile
mi, ovendosi lenti
in apparenza innocui
drizzando il capo regale
verso il sole scarno
vidi gli uccelli neri
di cui ognuno narra
ma nessuno vide
gli uccelli neri che portano
insidiosamente
il dolce male l'estasi
quando attaccano la gola
e affondano il becco suggendo
nella vena turgida
gli uccelli neri
che d'improvviso appaiono
quando sei solo
quando la donna e il cane
tutti t'abbandonarono
e il sangue lentamente t'abbuia
e scivoli scivoli
nel sogno della tua donna
del tuo cane della tua gente
tutti pieni di luce
tutti assisi intorno
al calore del focolare.

La curva l'auto la notte

Questa è forse la notte
predestinata
piena di stelle
che da sempre aspettavi
e tu col ventre pieno di vino
forse per un gioco
di gente allegra
spingi l'auto così forte
e la radio che suona
un concerto brandeburghese
non vedi la curva
la notte piena di stelle
l'ultima notte
che ti giunge predestinata
quando il cielo e le stelle
cadono nel precipizio
senza timore né ansia né orrore
l'ultimo attimo lucido
quando credi ancora un sogno
la curva l'auto la notte
così piena di stelle
la danza interminabile sulle pietraie
e nel fondo
ancora
il frastuono impietoso della radio.
Non è quest'ultima notte
una festa di notte di nozze?

Alle ortiche la vecchia pelle

Il giorno che i treni partono
per non più ritornare
e attraversano lenti
grovigli di binari
sotto il cielo piovigginoso
segnali e semafori
uno dopo l'altro
e una vecchia locomotiva
e ancora grovigli di binari
la nebbia inghiotte
uno a uno lentamente
tutti i resti dolenti
della tua storia
questo treno fugge
con fatica e dolore
e si scatena folle
su pianure vertiginose
e distese di neve
fra te e quel paese
una rovina di ricordi.
Fu una lunga amputazione
che durò molti inverni
e poi riapri gli occhi
ma ancora non vedi i mandorli
già fioriti e le nuvole
alte spinte dai venti
ancora fatica e dolore
sono in te del serpente
nascosto nel fosso
che sta abbandonando
alle ortiche la vecchia pelle.

La triste farfalla notturna

Non so se è stata notte
o eclissi della memoria
se per lunghi anni
sia giaciuto ascoltandomi
muro dopo muro
sgretolando l'angusta casa
con forza di serpente
nel travaglio della muta
o tentando come crisalide
ignote metamorfosi
ora cellule vive
aggrediscono la morta pelle
e mi ridesto animale
a me stesso sconosciuto.
Nelle serene notti
sorga da una collina
presagio di mattino
il sole trafigga
la triste farfalla notturna.

Le pareti voraci della casa

Ora puoi ricordare
ciò che accadde
in quella notte invasa dai fantasmi
anche se la tua guarigione
volle calare un velo
pietoso sulla memoria
è necessario ricordare
ciò che accadde
quando affondasti nel pozzo
di quella lunga notte
di quella pena tenace
che ti apriva
la sostanza umana come una carne
quando le pareti voraci della casa
poterono averti finalmente
fragile creatura
prigioniera di quell'istante
ove né vita né morte
più si distinguono
e il pianto non è pianto
ma un urlo informe
una frana di vetri
infranti negli occhi.

Afflosciata una mongolfiera

Tu non te n'eri accorto
ma poco a poco il tempo
ha fatto colare come cera
la tua sostanza umana
in questa prigione
di cose triviali
raggrumare
sui vecchi libri e le vecchie cose
questa carne ancora un po' dolente
su cui cade instancabile la polvere
e il mare le spiagge le vele
la salvezza
sono ormai un ricordo
inutile dibattersi
in cerca di cieli fittizi
fuggire sulle montagne
se perfino quando credi
d'aver trovato rifugio
nel ventre della madre
in verità hai inventato gabbie
da cui non più uscire
e con rabbia frustare
uomini e animali
nascosto nel ventre buio della tua casa
ove ogni suono estraneo
ti colpisce come schiaffo
ove hai tagliato il telefono
hai tagliato la radio
così i soccoritori
non sapranno la strada
e lasci che si consumi
questo processo ineluttabile
che i benpensanti chiamano
senescenza
perché dibattersi
aprire invano finestre?
Fuori sui campi abbandonati
regale giace solo
afflosciata una mongolfiera.

La lunga veglia fino all'alba

Quando il vento dell'alpe
cessò la folle corsa
contro la vecchia torre
in quell'antica terra
i camini cessarono
di ululare e le finestre
di gemere come animali
e io nella sala delle veglie
apprestai la mia sera
la lunga veglia per attendere
davanti al pane e al vino
e al focolare che ardeva
che un altro giorno si compisse
disposti tutti i ceri
sprangata ogni apertura
apprestai la mia notte
murato nelle mura
della vecchia torre
fra le rughe della pietra
e i nascondigli di serpi
nella grande sala
l'interminabile veglia
gremita di clessidre
di tarli di scricchiolii
di antichi specchi
di ceri che muoiono lentamente
inchiodati sui candelabri
la lunga veglia fino all'alba
quando anche il fuoco si spense
e le serpi caddero in letargo
e solo cani si udirono
ovattati abbaiare
alla volpe lontana
quando infine il gelo
trasudante dalle mura
trafisse il cuore della casa
e il vento impetuoso che scende
dagli alti nevai
riprese la folle corsa
il tormento di un altro giorno
contro le antiche mura
le finestre sprangate
i camini freddi.

E i pensieri di chi veglia

E il sonno della gente onesta
le finestre aperte sulla valle
le lucciole di giugno
gli odori delle erbe
e dei fiori richiusi
l'abbaiare dei cani
la notte che si consuma
fra stelle cadenti
e rochi latrati di volpe
e gatti che strappano il cibo
dagli avanzi degli uomini
e bestie che ruminano
nelle quiete stalle
e boschi e pianure
e città popolate
e mari e monti
e la fatica di vivere
e il timore della morte
nel tuo grande letto
e i pensieri di chi veglia
con la sigaretta accesa
la bottiglia di vino la tavola con i resti
dell'ultima cena.

La solitudine assoluta

Ora avanti ai tuoi occhi
dopo fiero travaglio finalmente
si dischiude con meraviglia
la solitudine assoluta
e si materializza
così densa e spessa
che la puoi toccare e sentire
senza dolore
perché è soltanto il tuo corpo ignudo
pigra escrescenza dell'universo
fra distese di spazi inesplorati
ove alti volteggiano
falchi
sensa un grido senza un suono
senza orologi
che scandiscano ore.
Ma intanto il tempo incessante
ha arato e straziato la terra
e non t'accorgi che nelle piaghe
matura il seme del verno
che silenziosa come un gatto
già cade
la prima neve.

Che si sfaldino le cellule

Ove prima stormiva la brughiera
ora è sceso un limbo ingannevole
e ogni suono affonda nella nebbia
e anche la barca
che scivolava tra i giunchi
tace
su soffice greto arenata
era qui sul greto anche
portato dal fiume
un morto airone
emerse dal fango di nebbia
come da un mare infido
ormai pieno di antichi relitti
qui ancora cerca forse
disperata salvezza
anche il nostro grumo di cellule
con pena tenacemente congiunte
ma già dalle stelle estreme
scende il rombo cupo di uccelli
immobili altissimi
che d'anime fanno nutrimento.
Ora è tempo
che ogni sforzo di ordine cessi
che si sfaldino anche le cellule
abbandonate al loro destino.
Nella brughiera talvolta
— son grida? — mi scuotono
spari di un cacciatore.

Di anima in anima

Un giorno un amico
il più nobile fra tutti
apprestava la sua morte
e con pensiero così lucido
mi disse è inutile
accanirsi impotenti
a infrangere il guscio ostile
che confina la mente
in questa spoglia mortale
in questo effimero intervallo
tra la vita e la morte
abbreviamo l'attesa
il mondo che ci è dato
è troppo povera cosa
per noi che sappiamo.
L'amico apprestava freddamente
calcolava e misurava la sua morte
mi ricordo ancora
la calma azzurra dei suoi occhi
tutto mi parve esatto
come un teorema
io non sapevo allora
che una cosa
imprevedutamente sfuggita
alla riflessione
poteva ancora salvarci amico
finché esiste una femmina
una sola femmina che ti vuole
che ti serra fra le cosce
per insondabili fini d'animale
come mantide
ti sugge e ti consuma
nell'amplesso incomprensibile
s'illude il ventre alla tua mente
finalmente nascosta
al dissolvimento
nel ventre della madre
in un tripudio di luce
seme pronto a fiorire
di uomo in uomo
di anima in anima.

Umili fiori

La bianca casa sulla scogliera
ove nascondo ogni volta
il cuore gonfio di naufragi
che il faro accende selvaggio
nelle notti di tempesta
che navi sfiorano silenziose
in cieca lotta col destino.
Stanotte accadde
a sfortunato marinaio
d'esser gettato dal mare
era lume tentennante la barca
esausta di remi e di vela
invano
aveva gli occhi tesi alla riva.
Sulla spiaggia placata
lo vide all'alba
la pietà dei vivi
bello come gli dei solevano
esigere dai sacrifizi
la bianca faccia e le mani
posate sulla sabbia nera
nell'aria si udivano ancora
le grida dei gabbiani
e gli echi dei marosi
poi la risacca
ha cancellato paziente ogni traccia
soltanto lasciando
piccole bianche conchiglie
umili fiori.

Resti di naufragi

Quando la notte riprende a macinare
nei lugubri vicoli dei porti
uomini e bestie
e ragazze seminude
abbracciate ai marinai
ottuse di noia e di sifilide
dalle fumose bettole talvolta
esce al vento della sera
ammalato anche un suono di tromba
un rauco canto d'ubriaco
narra di velieri
e di patrie lontane
della lenta prigionia
di uomini che si spengono
con la sigaretta in bocca
che notte dopo notte
limano dalla memoria ricordi
di lunghe navigazioni
e moltitudini d'uccelli
che sopra le grandi navi
un giorno si levavano dalle isole.
Ormai l'attesa è folle
della prossima nave
della prossima terra
qui gli uomini depongono le anime
senz'alberi e vele
pesanti come statue
o galleggianti sull'onda
gettate dal mare
sulle spiagge del mondo.
Domani i poveri
frugheranno la sabbia
per raccogliere resti di naufragi
bottiglie vuote
bambole di plastica
nessuno attende più di trovare
la conchiglia preziosa.

Lunga assenza della ragione

Compagni amici di baldorie
anche il mattino delle ceneri
è arrivato finalmente
a liberare le anime
dalle scorie del mondo
dopo la notte brava
la fine della festa
greve di pioggia
le ragazze se ne vanno
nell'aria fredda
s'ode ancora qualche piffero sparso
ma disperde ogni suono
la pioggia fine
c`te s'accanisce implacabile
al gora sui resti effimeri
de carnevale di coriandoli
sui fantocci di cartapesta
sul vomito
degli ubriachi attoniti
sul disgusto di sé.
Soltanto ancora veglia
operoso e instancabile
il Fiume
che dall'oscuro nord
gonfio di flutti e di millenni scende
con la forza dei giganti
mille fiumi trascina
da piovose lande
da montagne nere e irte
d'inaccessibili boschi
il grande nobile Fiume
che dopo lungo cammino
come Re Mago
finalmente
scenderà verso il mare
in un trionfo di vele
svolte ai venti delle isole
voi non sapete amici
i venti delle isole
ove arrivano uccelli a morire
come acque dei fiumi
ricchi solo dell'odore del mare
del timo dell'elicriso
per tutta la notte
in questa lunga assenza della ragione
il mare ha chiamato
con la voce della madre.

Ma noi prenderemo il treno

Ecco là finalmente
una stazione splendente di lumi
per uccidere la sera
la lunga notte fino all'alba
per fuggire la prigione
delle vie solitarie
la stazione è una finestra
i prigionieri ogni volta
s'affacciano ansiosi
ma non sanno mai
ove possano andare
né attendono alcuno
s'addormentano stanchi
sulle panchine di pietra
intorno ai binari vuoti
aggrappati alle bottiglie
al ricordo improvviso
d'un fratello lontano
o della vecchia madre
in questa lunga notte
tutto così ripugnante
gli avanzi della festa
le bottiglie vuote
i bicchieri di plastica
ma noi prenderemo il treno
ne arriverà pure uno
per raggiungere il mare
in mezzo ai gabbiani
ove c'era un'isola
m'apparve un giorno vicinissima
in una radiosa navigazione
o forse è un altro sogno
del cervello stanco
il solo vero ricordo
è che una volta lontana
si viveva senza saperlo
come bambini l'erba le foglie
e c'era una calda mano
di qualcuno allora
a noi così caro.
Quando sarà l'alba
a me che starò ancora
qui seduto sui binari
urleranno i cani arrabbiati
che me ne vada col mio sacco.

Ove nessuno veda

Sai dove crepano amico
quelli della nostra specie
quelli senza radice
e senza gloria
i senza Dio che la superbia
di plaga in plaga come un morbo
insaziabile sospinge
quelli che nessuno conosce
che la gente maledice
lontani dalla madre
e dalla donna che gli ha dato i figli
se mai hanno avuto figli
crepano come lupi
lontani da ogni terra
a loro conosciuta
cadono ove il vento
li ricopre di polvere
senza emettere un grido
sulla strada che conduce
alle Montagne Grigie
quando sentono di morire
e fuggono per liberarsi
dall'incanto maligno
e si adagiano sulla terra
per riposare un momento
e restano attoniti
con la faccia al sole
ove sono le mitiche
Montagne Grigie
ove il destino dell'uomo si compie
che solo batte il vento
che l'animale schiva
come l'arido deserto
e né pianta abita né seme
di pietà
ove solo Dio
inesorabile regna.
Si adagiano sulla polvere
quando sentono di morire
in una nicchia una cuccia
ove nessuno veda.

Uomini che non dimenticano

Il sole era alto sull'isola
e il mare giungeva favorevole
le vele sbattevano al vento
mentre noi salpavamo l'ancora
per lasciarvi
amici e amiche
cari ormai come fratelli.
I saluti nell'antica lingua
voi tutti in piedi sulla banchina
o affacciati alle finestre
qualche viso nascosto
strappato alla commozione
con gratitudine vi ricordiamo
uomini nobili
chini sull'aratro prediletti
dai venti di primavera
che per antica saggezza della terra
da sempre sapete
il giusto vivere
l'onesto morire.
Il sole era alto sull'isola
ora più lontana del sole
il vento gonfia le vele
e la prua a ogni flutto s'impenna
spumeggiando
sulla via del ritorno
ognuno è tacito alle manovre
il vento e la sera inghiottono
ormai quel remoto approdo
ove un giorno eran giunti
con gli occhi pieni di mare
uomini che non dimenticano
ma prigionieri delle loro foreste
di cemento.

Nati ignudi nelle città

Noi nati nelle città
nessuno ci chiama più uomini
perché ormai non sappiamo radici
né di patrie né di padri
né abbiamo una terra o un albero
ove i morti abbiano nutrimento
né un piccolo giardino
né un posto da ricordare
noi nati nelle città
partoriti come conigli
in squallide case mercenarie
abbellite da fiori comprati
non siamo mai stati bambini
ma solo subito vecchi
noi nati ignudi nelle città
un quadrato di cielo
alla finestra della fabbrica
mentre aspettiamo al mattatoio
il nostro turno pazienti
e Dio gioca a dadi
con le anime e gli universi.
Ma non sappiamo neanche
dove andare a morire
dove nascondere
il nostro timore di stelle.

L'approdo sacro dei velieri

Quel giorno fausto
con un veliere e un libro
e le grida dei gabbiani
libero avrò vinto
la città paludosa
con alte vele d'uccello
con la prua docile e amica
che scivola e s'impenna
a ogni flutto
senza tema di sortilegi
con te che ami la mia ombra
e io ti sarò saldato
dal tempo e dalla saggezza
per lunghe navigazioni
alle origini dei mari
ove i cieli sgomentano
e la forza del corpo
deve farsi tenace
vincere il tremito
della mano alla barra
e il respiro
che giorno dopo giorno
affonda nel buio dei visceri
ed è enorme fatica
governare le vele
e anche la vita nelle cellule
e la luce negli occhi
ci abbandona alla notte dei letarghi
questo è il prezzo d'essere liberi
ma tu devi credere
fermamente credere
nell'ordine della ragione
ardente nutrimento del corpo
che spazza i fantasmi della notte
paziente ascoltare
nei cieli di alba
giorno dopo giorno
ogni segno di vita
i regali albatros
fra le alte nubi
custodi di isole
i venti di terra
i profumi di fiori.
Illuminato dal giorno
fra pini e tamerici
sarà finalmente
l'approdo sacro dei velieri.

Ma il tuo veliere è fermo

Ma il tuo veliere è fermo
perché le vele e il legno
son da tempo malati
le erbe dei porti
hanno attaccato la chiglia
e hai lottato con le radici
che sempre tenaci ricrescono
non ti resta che nasconderti
mai più uscire alla luce
lasciare soltanto aperto
uno spiraglio del boccaporto
non permettere che entri
il sole brutale l'urlo
del mondo che ti assedia
la violenza
di motoscafi mostruosi
sperare solo che giunga
la notte benevola
per strisciare di nascosto
fuori in cerca di amici
fuori in cerca di un mondo
umano che esiste finalmente
nella libera notte
dei velieri
quando arriva il vento
dei lontani arcipelaghi
il tripudio che spazza
i barattoli vuoti le bottiglie
i sacchetti di plastica
le voci e le canzonette
oscene delle radio
e forse gonfia le vele
della tua nave stretta
nella morsa mefitica d'erbe
di questo porto infido.

E una volta c'era un cane

Quando in porto calava la sera
sulla folla ostile
di uomini e barche
io spiavo dal boccaporto
la luce delle stelle
splendenti da sempre
sulla mia casa natale
se mai ricordo
d'aver avuto una casa
con una vecchia madre
e allora strisciavo guardingo
fuori dal ventre del battello
mi avventuravo lontano
strisciavo lungo i moli
lasciando le urla delle radio
le risa dei grassi ricchi
le voci di donne sgradevoli
e finalmente potevo guardare
senza rifiuto le cose del mondo
il pesce che salta sull'acqua
la bottiglia che galleggia
il pescatore assorto
il marinaio che torna alla nave.
E una volta c'era un cane
legato
sulla barca d'un pescatore
alla luce d'una lampada fioca
tutto solo
puzzolente di nafta
quando l'ho accarezzato
m'ha leccato la mano.

La sconvolgente rugiada

Forse quasi credevi
nell'ebbrezza del vino
d'aver trovato un'amante
una madre una sorella
e quando più eri avvinto
nel giaciglio segreto
da tenerezza al suo seno
ecco la folgore brutale
l'uomo della tua donna
grande come un dio
che la strappa al tuo letto
con sconce parole la batte
e anche tu ti fai battere
senza un moto senza un grido
perché ora è tempo di piangere
come bambini
è inutile esser forte
così mutilato
della creatura che amava
finalmente il tuo viso le mani
giaceva nel tuo grembo
era entrata così dolce
a riempire il tuo letto
la tua anima vuota
e tu
come i fiori secchi del deserto
aggrinzito suggevi
la sconvolgente rugiada.

Torre la sua nobile sposa

Se sei cactus spuntato fra i sassi
lucertola stesa al sole
sopravvissuta al crudo inverno
uomo coperto di ferite
che contempla il mare
dimenticato da tutti
sulle pietraie di un'isola
muto come cane ammalato
sconfitto da una guerra fratricida
non serve
scrutare il mare da una vetta
per una vela
per la salvezza
non serve lasciare la tua mano
a una giovane femmina
stesa devota al tuo fianco
bisogna incessantemente
meditare la guerra
portare a tua volta l'offesa
colpire per rinascere
in uno slancio ebbro dovrai
conficcare la spada
dritta nel cuore nemico
torre la sua nobile sposa
vestire le sue ricche vesti
giacere nel suo talamo.

Lasciarsi cadere

E un giorno fuggi braccato
dagli uomini come lupi
che ti inseguono per ucciderti
perché nella follia
hai rubato la loro donna
e dopo la dolce notte
ancora calda di languori
devi correre per i boschi
fra gli sterpi e i rovi
e caschi
e rotoli
e ti acquatti nelle buche
quando le forze cedono
e la volontà è esausta
oh non più fuggire
lasciarsi cadere
qui sull'erba umida
nell'alba fumosa
lasciarsi calpestare
e ancora battere e battere
qui poter riposare
senza più paura
liberare la mente
dal mondo ingannevole
dagli impacci della carne
alzare gli occhi la speranza
alle stelle più lontane.

Un'orma una traccia un segno

Quando un giorno capirai
che la guerra per essere umani
è perduta
contro il potere delle macchine
e il clamore delle plebi ammaestrate
in verità ti dico
abbandona la tua casa
tu che non sei nato
per morire lontano dalle isole
lascia le vecchie cose lascia
gli inservibili libri incapaci
di dare alcun segno del vero
se nessuna radice
né di vivi né di morti
su questa sabbia infida ti tiene
vai come un Cristo
anche se spoglieranno e scherniranno
la tua povera persona
per l'antico timore dei servi
davanti alla mente libera grida allora forte
che è libera
come uccello che mai hanno visto
che tu cerchi una strada
che non conoscono
forse della Verità
forse di Dio
dove ancora nessuno
mise il piede arrogante del progresso
forse un antico eremo
non ancora profanato
forse una grotta
abbandonata dai pastori forse
una montagna sacra
dove t'inerpichi
con la forza delle unghie
fra le rughe della pietra
fino alla vetta battuta
dai venti delle altezze
in un bagliore di sole
dove certo troverai
un'orma una traccia un segno.

La vera specie umana

Non fu contro uomini
della nostra specie
che lottammo ignudi e inermi
se per piegarci dovettero
farci numero e macchina
fu la lotta impari delle bestie
nelle grandi foreste
delle città.
Disperatamente
prima d'essere abbattuti
nel gran disegno dell'evoluzione
lottammo per conservare
la nostra nicchia ecologica
la vera specie umana
degli uomini.
Ora che tutto è finito
anche l'estate così breve
in questo paese del nord
orgoglio della civiltà organizzata
cupo bulldozer di anime
il freddo avanza
come l'erba gramigna
invade i cuori degli sconfitti
la specie che vinse
si ritira orgogliosa
nelle calde case
piene d'alberi di Natale
paga d'avere estinto
il cancro della rivolta
ora i boschi del nord
abbandonano le foglie
ai duri venti d'autunno.
Noi che più non abbiamo
casa che ci accolga
lasciamo
la civiltà incomprensibile
degli animali tecnologici
volgiamo a sud
ai prati ai mari ai boschi
alle sorgenti dell'uomo
alla vita interiore
ché le cellule vivano
e sia dato loro ancora
di fiorire
e dare frutto.

Le mani mani fra le zolle

Se in cerca del mare sei giunto
da lontano a una riva deserta
perché fosti incapace
di capire le lingue
degli uomini e delle fabbriche
e un muro di solitudine e di rabbia
ti separa
e talvolta come un cane
nella gabbia della tua anima
urli ai marosi che battono
le enormi spiagge del mondo
ma non ci sono vele né isole
a raccogliere le tue grida
non cercare sulla sabbia
invano impronte di eroi
non gridare agli uccelli
il tuo nome e cognome
per riconoscere almeno
la tua voce
né più cercare strade
che portino alle città
ma abbraccia e tocca
ogni essere vivo e umile
l'erba il fratello il cane abbandonato
l'uomo incontrato
con la vanga in spalla
se hai bisogno di scordare
che ti rubarono l'essenza umana
se vuoi salvare l'anima
dalla caduta dell'impero tecnologico
scoprire l'umo della terra
essere seme
le mani fra le zolle
finalmente fiorite.

E volarono colombi

Mentre nel mondo degli uomini
infuriavano le macchine
con la violenza dei potenti
eformiche infaticabili
edificavano grattacieli
tutti avevano dimenticato
che oltre i monti nevosi
eil deserto di pianure
da tempi remoti
non più valicati
altre opere umane
altri colossi d'argilla
decadenza e disgregazione
disfacevano impietose
fra antiche mura rovinose
sepolte dalle foreste
e archi statue colonne
sopraffatti da sterpi e radici
nel sonno di atrii umidi
ove solo colombi
ora avevano il nido.
Io varcavo stupito
soglie volte radure
e s'aprivano al giorno oscuri
cunicoli sconosciuti
e l'eco del passo
risvegliava frotte di uccelli
nascosti fra le erbe.
Infine apparve fra i ruderi
acceso da una macchia di sole
un piccolo orto
da cui saggi eremiti
traevano sostentamento
ma solo galline e un cane
pieni di sospetto
mi fissarono attoniti
loro stettero nascosti
nei rifugi di tufo
anche quando chiamai ad alta voce
il loro nome
che rotolò sulle pietre
e volarono colombi
dalle finestre disabitate
con forte runore d'ali.

Ballata delle tre castagne

Tre castagne e una mela
e una fiasca di vino
mi strinse nella mano
la mia donna dicendomi addio
e io andai per il mondo
col mio libro e il grammofono
suonando le musiche
più allegre e spensierate
tutto solo sui moli
ove arrivano le navi
impavesate a festa
ove scendono uomini
carichi di racconti
o sulle piazze sulle strade
cantando ai poveri e ai ricchi
anche alle genti ostili
le storie vere della vita
e della morte
dell'amore e della guerra
contento dell'elemosina
di una stretta di mano.
Ma chi aprirà le braccia
con le lacrime agli occhi
farà germogliare
la parte chiusa del cuore
e sarà tutto bianco
come un grande Natale
allora forse
dalle rovine di me
nascerà un uomo vero
se ne andrà per il mondo
come Santo Francesco
a parlare d'amore
tre castagne e una mela
una rosa nel cuore.

Vennero piangendo

Ma quando gli uomini inebetiti
con macchine caparbie abbatterono
i boschi dei loro morti
per torri edificare
sempre più cieche
di cemento e di rabbia
di cemento e d'angoscia
e ogni tana di volpe
e ogni nido di uccello
trincee contro la morte
fu sventrato
e calpestato
calò inesorabile
il buio della pestilenza
sulle città degli uomini
dove prima cavalli
il muso dal pascolo
alzavano ai venti di primavera.
Tornammo allora alle montagne
che ci videro nascere
per restare nascosti
e contare le ore
della nostra salvezza
solo i giovani cani
eran rimasti ad attenderci
vennero piangendo
a leccarci le mani.

Le nostre spoglie superbe

Dopo che la lugubre marcia
del cemento e dei barattoli
sulle spiagge di petrolio
ebbe sommerso
anche gli organi nelle chiese
e scatenato eruzioni e rivolte
fra gli uomini
e il fratello scannò come bestia
il fratello
e le donne con l'alvo accecato
non potettero più partorire
e i cani volevano latrare
legati alle catene
ma uscivano soffi
dalle gole mutilate
allora tutti capirono
che non v'era utero
né di madre né di terra
che più potesse nascondere
i nostri corpi ignudi
al furore di Dio
né mare che accogliesse
le nostre spoglie superbe
battute da tempeste
di cenere e lapilli
ormai incapaci
a restituire la vita.

Resti di bambole di plastica

E quando fummo giunti
alle ultime spiagge
non ancora sommerse
dalle implacabili acque alte
sapemmo
che non c'era ritorno
ormai debole splendore
avevano i raggi
di quel sole sconosciuto
la marea sgretolava le rive
e un vento presago di diluvi
si era levato dagli arcipelaghi
traeva suoni ingannevoli
di flauto meccanico
da bottiglie abbandonate
da barattoli vuoti sulle sabbie
dove ancora gigli
germogliavano da radici corrotte
e l'ultima luce
bassa sull'orizzonte
brillava negli occhi d'acqua.
Io stavo contando le ore
che restavano ancora
quando vidi colei che inerme
con amore raccoglieva resti
ignudi di bambole di plastica
abbandonati da bimbi ormai grandi
che più non sapevano esistere
alcuni seduti sulla sabbia
a gambe larghe
altri brucavano come capre
fra i radi cespugli
la solitudine fatta rami
efoglie spinose
altri avevano sete
e sul ventre avvizzito
avevano braccia abbandonate
ma colei mi guardò per un attimo
con amore umano
perché più non sapeva parole
ormai tutti
le avevano dimenticate
non chiese acqua né cibo
il suo petto era aperto
e non vedevo meccanismi
nella gabbia del cuore
e neanche nei limpidi occhi
in cui mari si specchiavano
con terre piene di fiori.
Allora fui contento
d'esser sopravvissuto
alla vecchiezza estrema del mondo
per vedere e toccare
l'ultima creatura di donna
capace ancora di offrire i suoi occhi
in quest'ora di stordimento
quando già cresce oscuro nell'anima
il parassita della morte.

Forse luce

E ora che anche la madre
se ne va
dopo averti accompagnato
anche se eri lontano
tenuto per mano
anche se eri grande
ora che leggi la morte
negli occhi smarriti
e la tocchi e l'abbracci
e sussurri che non è niente
che tu sei qui che non è sola
non chiedi
la sola cosa che ancora
il figlio affamato teme
ma vuole carpire: l'ultimo
invisibile pensiero prodotto
dalle cellule terrene
se è ancora umana veggente sostanza
se è dolore
questa oscura mutazione della carne
questa cosa che si appresta
a germogliare
forse luce
nella buia pupilla
nel limite del silenzio varcato.

Fu sola la prima volta

Chi è questa vecchia
quest'utero disfatto
nel livido buio della Creazione
chiusa e sola con la sua morte
ormai lontana come astro
dai nostri occhi sbigottiti
soltanto oggi diventati adulti
forse già vecchi
che invano cercano con le labbra
il capezzolo turgido e amoroso
il gran ventre che respira
che pure un giorno della vita
abbandonò la tua anima al gelo
quando costretta a nascere
fu sola la prima volta.

Forse la vera voce

Di nuovo mi smarrisco
fra i mille echi di un sasso
rotolato dalla memoria
di pietraia in pietraia
grido acuto fra silenzi
e il cuore vibra ogni volta
come campana battuta.
Così si consuma
giorno dopo giorno
la passione di vivere
nel nostro cuore di vetro
fra così inutili fragili sogni
che a toccarli mutano
e volano in un soffio di vento.
Avevamo cessato di attendere
increduli
il compimento di eventi sublimi
ma ora vere stelle
incombono
veri fragori e catastrofi di universi
forse la vera voce
che chiama di Dio?

Grande corpo di Dio

Nati nelle paludi
ci arrampicammo per le altezze
nutriti dai silenzi dei falchi
e man mano che le nubi
si rarefanno
il nostro passato si annebbia
e metro dopo metro saliamo
con lenta tenacia di logici
per scoprire
il segreto delle vette
appesi non più
con i chiodi le corde le unghie
ma come lucertole
in attesa del sole
alla parete trasparente di roccia
torre di materia
che si erge dalle origini del mondo
ai confini estremi del buio
montagna sacra
forse il grande corpo di Dio
che ci ha liberati
da ogni cura terrena
pendenti sulla volta
come notte celeste
ormai così alti
che con la mano timorosa quasi
tocchiamo
la parete dell'occhio di Dio.

Mi abbraccia senza conoscere

Con queste parole
scrissi l'ultima pagina
prima di accingermi
all'ultimo viaggio
ho salutato gli amici
ho detto addio alla mia donna
ho abbracciato il cane
perché là dove andrò
senza fare rumore
non c'è odio né amore
ma isole fossili
sul Mare Levante
e solitudini di navi
chiuse in rotte eterne
e cieli di Via Lattea
ove ogni suono di materia
è assente.
Una grande notte di stelle
pesante cappa
mi abbraccia senza conoscere
come meretrice.

Eccomi l'uomo

Ero pieno d'amore superbo
che colava dalla carne
come linfa di albero
che si staccava dal corpo
come foglia matura
che mi ha abbandonato
sotto la volta celeste
umile
crisalide vuota
oggi non vedo che stelle
sopra il mio corpo chino
su questa landa
scuro albero
e non so dove nascondere
quest'anima povera
cui Dio non volle dare
alcun segno di sé
soltanto Morte
ci ha nutriti come figli
per la penosa ultima
metamorfosi.
Eccomi l'uomo
il corpo ignudo di dolcezza bagnato
è pronto
ma pieno di timore.

E infine scrivi un messaggio

All'oasi di Abu Hassan
non arrivate giammai
viaggiatori che nel deserto
avete smarrito il cammino
lasciatevi piuttosto
infuocare dal sole
o intanati in una buca
come lucertole della sabbia
contenete la sete
attendete la notte
ma all'oasi di Abu Hassan
non mettete mai piede
se non volete lasciare
la speranza del ritorno
se non volete restare
prigionieri delle paludi
delle febbri
del delirio.
All'oasi di Abu Hassan
tutto splende e verdeggia
ma è solo apparenza ingannevole
le limpide acque
brulicanti di vermi
i dolci frutti
insidiosi veleni
gli indigeni ambigui
che offrono tè di erbe
che incantano con le danze
stordiscono con le nenie
strisciano al tuo giaciglio
tutto solo sotto le stelle
per vegliarti la notte
e sembrano cani fedeli
la lunga notte dell'oasi
con i fruscii nascosti
gli animali le erbe
lo stormire dei palmizii
i rumori improvvisi i tonfi
dei frutti che cadono
l'abbaiare lontano
di cani inquieti.
Così moltitudini di notti
tutte piene di stelle
e tu le conti insonne
ma non sai se è delirio
o inganno della memoria
e anche quando credi
che il delirio ti lasci
e sei sicuro alfine
della tua mente sgombra da fantasmi
tutto ciò che vedi e credi
è illusione crudele
solo fugace pausa del male
tu cose debole che dal giaciglio
non puoi sollevarti
non puoi fuggire
attraversare il deserto cercare
un medico un uomo un tuo simile
ti lasci nutrire allora
ancora col tè di erbe
coi frutti insidiosi
con l'acqua putrida
dare almeno sollievo
all'inedia
alla speranza di sopravvivere
e infine scrivi un messaggio
una lunga lettera
per soccorso e avvertimento
agli amici che credi ti attendano
e la consegni a un servo
anche se sai che è infido
che la lettera solo
per un caso inverosimile
attraverso impenetrabili anni
giungerebbe agli amici dubbiosi
ormai distratti
dalle cure quotidiane.


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