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Isole e vele

© 20042 by Veniero Scarselli
in: Il Lazzaretto di Dio

La prima edizione di Isole e vele è uscita nel 1988 come opera d’esordio con un’introduzione di Vittorio Vettori e per i tipi di Forum Quinta Generazione, Forlì. Poiché l’opera mi sembrava poco omogenea dal punto di vista narrativo, ho operato e rielaborato una selezione di 44 lasse che ne enucleava soltanto la storia d’amore e che è uscita nel 1997 a cura del Premio Libero De Libero col titolo di Fuga da Itaca e un’introduzione di Luciano Luisi. Una seconda selezione ulteriormente elaborata e ridotta, col titolo di Pianto di Ulisse e introduzione di Aldo Maria Morace, è uscita nel 1998 a cura del premio Rhegium Julii. La presente stesura, nuovamente e profondamente rielaborata con l’intento di una maggiore omogeneità, riprende all’incirca il numero di lasse e l’impianto narrativo dell’opera originaria.

All’oasi d’Abu Assan
solo pochi viaggiatori temerari
per maligna deviazione della bussola
o errore fatale di stelle
arrivano stremati da oriente
inseguiti dal bagliore accecante
del deserto, dagli agguati velenosi
saettanti dalle tane ad ogni passo,
dall’oceano di sabbia infocata
che cerca voracemente d’ingoiarli.
Ma l’oasi d’Abu Assan
è la fine predestinata d’ogni viaggio;
oltrepassi le sue porte sempre aperte
e una magica quiete ti guida
dolcemente nei fatali labirinti
di una chiara ed alta foresta
che sovrasta il tuo occhio smarrito
ebbro ancora d’inganni e di miraggi;
non sai se sogni, ed il timore che svanisca
ti spinge nei giardini incantati
tra fiori e frutti e limpide sorgenti,
vedi uomini e animali pazienti
all’ombra dei palmizi che hanno gesti
di antica millenaria saggezza,
s’inchinano gentili, offrono frutti,
tè di erbe, linimenti miracolosi.
Vorrei metterti a parte, o mia amata,
di questa straordinaria avventura
ma sono sopraffatto dal male,
già mi trema la penna nella mano,
è l'ultimo assalto della febbre
sorbita nelle ore della sete
alle putride pozze con le iene;
allora ti scrivo questa lettera
prima di smarrire la memoria,
anche se so che se un giorno
per un caso fortunoso l’avrai
ormai sarà passato troppo tempo,
tutti i segni sbiaditi o cancellati.
Volevo dirti che qui è la fine giusta
del lungo viaggio, che ha termine anche l’ansia
ed il dolore, che è dolce anche l’attesa
folle e disperata d’una lettera.

In certe chiarissime notti
mi sembra d’avere vegliato
a lungo su un veliere immobile
senza vento alla deriva nell’oceano,
le vele che cadevano flaccide
e restavano vuote come occhiaie
divorate da un male inesorabile.
Son solo fantasie della febbre,
o brandelli di veri ricordi
che affiorano da altre esistenze,
il mare silenziosamente vivo
dei Sargassi, l’arcana interminabile
bonaccia, quelle notti di stelle
piene d’ombre e di echi di abissi?
Nessun marinaio mai seppe
cosa accadde una notte terribile,
ma il veliere un giorno è tornato;
la leggenda dice che il vento
ha infine gonfiato le vele,
il ventre della nave fremette
ed in patria senz’alcun timoniere
la spinse una Mano invisibile.
Inutile cercare d’indagare:
i vecchi non sanno parlare,
muovono le labbra tremolanti
biascicando soltanto suoni rotti,
e il diario sdrucito di bordo
ha solo delle pagine bianche;
io stesso, quando cerco di frugare
nei recessi più nascosti della mente,
mi afferra un’angoscia indicibile.
Il vascello oggi pare riposare
in una putrida darsena abbandonata,
ma talvolta nelle notti di tempesta
l’ululato del vento fra le sàrtie
e la risacca che tormenta il bastimento
fa sembrarlo stranamente ancora vivo;
se si preme l’orecchio sul legno
si sentono dei fremiti impercettibili,
quasi lievi gorgoglii di budelle;
forse una memoria straordinaria
è rimasta intrappolata tra le fibre
ormai rose dai vermi e dai topi?
o forse là dentro respira
e si dibatte ancora un testimone
che approssimandosi l’ora della morte
chiede almeno la pietà d’un ricordo?

Poco a poco si compongono i ricordi:
mille temerarie navigazioni
e splendide fate Morgane,
chiarori di notti e di oceani
e veglie interminabili di stelle
compagne d’un veloce veliere,
scricchiolii di alberi e di argani
gementi per lo sforzo delle vele
e sonni di uomini a bordo
con le membra abbandonate di bambini;
ma al timone, con i sensi di fuoco
protesi da sempre nella corsa,
ora che ricordo, ero il solo
a sapere per certo la mèta
di quella rotta diritta e precisa
misurata da assolute triangolazioni
di stelle, là dove attendono
altri oceani, altre isole, altre terre
da forze umane forse mai raggiungibili
ma abitate da uccelli meravigliosi.

Non so se fu maligna deviazione
della bussola o errore di stelle,
oppure fui sospinto lontano
dai marosi di un vento sfavorevole;
ma quando sgomento scoprii
di solcare delle acque inesplorate
ero già divenuto prigioniero
dell’oceano improvvisamente fatto calmo;
fu allora che vidi
fra le brume d’un grigio silenzio
emergere dal fondo dei millenni
un arcipelago di scogli bianchissimi
che si lasciavano scaldare dal sole
quasi corpi di animali marini
liberati da annoso letargo.
Quando osai finalmente sbarcare
era tutto stranamente immobile,
i sassi biancheggiavano come ossa
sotto il rombo monocorde delle cicale,
ma udii anche forte e distinto
il verso d’una bestia invisibile
sovrastante la macchia riarsa
come il grido aspro e imperioso
d’un solitario uccello marino.
Infine scoprii la sua orma
stampata sul suolo e percepii
il ribollire d’una vita sotterranea
extraumana, quella orrenda e infelice
di diafani mangiatori di carne
che agognano un’orgia di sole
e di furioso amore animalesco.
Non so quanto tempo errai ebbro
del nuziale accecante splendore,
poi la luce totalmente mi vinse
ed io nel deliquio conobbi,
solo allora veramente conobbi,
la potente straordinaria Creatura
che del mio corpo e della mia volontà
s’impadronì, e volle nell’amplesso
plasmarmi a propria immagine e somiglianza.
La scialuppa coi remi abbandonati
cedette allora ad un maligno vento
e si perse fra i marosi dell’oceano.

Ora in quest’isola maledetta
che ostile si erge sull’oceano
sempre più lontano da Itaca,
ignorata dai vivi e dai morti,
scoscesa ai più tenaci degli uccelli
poiché non cresce né arbusto né erba
ma solo concrezioni irriconoscibili
di antichi disperati naufragi;
in quest’isola frustata dai venti
e dalla guerra diuturna contro il Male,
in quest’isola di nembi e di folgori
che tiene incatenati i miei compagni
come porci e la mia nave spoglia
pesante ed inutile come un tronco
ma aggrappata con le unghie e con i denti
all’esile sortilegio della vita
mentre attende impotente di soccombere
ai marosi frangenti; in questo limbo
mi sopraffà il ricordo d’una mano
una volta così calda sul viso,
che mi manca con acuto dolore.

Oh la prima dolcissima volta
che quella mano mi seguì nel bosco:
una pioggia appena cessata
stillava ancora dai faggi
ed io per felpati sentieri
la conducevo piano ed attento
poi che era di ignota creatura
e forse ancora era fredda,
ma negli occhi socchiusi indugiava
la meraviglia d’un chiaro mattino
e il suo piede gentile sfiorava
così delicatamente la terra
coperta di manti di foglie.
L’inverno forse ancora tratteneva
la sua linfa in gallerie sotterranee,
indovinavo letarghi di radici
non ancora richiamate alla luce,
ma io con amore tenace
vegliavo il suo sonno e il suo respiro
con l’antica pazienza del bruco
entrato nel cuore del tronco,
sicuro che un giorno a primavera
un tripudio di foglie e di fiori
sgorga dai cuori degli alberi.

E un giorno che fondo silenzio
custodiva in una mite nebbia
il cantare solitario d’un uccello
e il bosco beveva un po’ di luce
con le gemme impazienti di marzo,
“ora è tempo” dissi sfiorandole
con tenero timore i capelli
umidi del miele della notte;
ma già mille nuovi germogli
premevano la sua carne matura
che s’apriva al pullulare delle cellule
come un seme s’apre all’utero della terra.
Fu allora che io rinascendo
nel buio più geloso del suo grembo
insieme al dono antico della vita
ricevetti nelle mani la sua anima.

Fra le dune assolate di spiagge
emerse da un benevolo oceano,
nascosti fra i mirti e i ligustri
ove dolce è il segreto d’amore,
scoprimmo stupiti e abbagliati
la verità dei nostri corpi ignudi
inondati dai raggi di luce.
Fu l’ora del trepido abbraccio,
sbocciato come un giglio al sole
sulla sabbia già tenera di fiori;
solo deboli suoni lontani
ovattati come ali piumose
giungevano da un mondo vecchissimo
ormai abbandonato a consumarsi.

I corpi che cercano i corpi
accesi come fari dal prodigio,
il brivido delle carni e delle mani
che frugano strisciando come topi
ingordamente di sotto alle vesti;
e l’abbraccio, il singulto dei sessi,
gli spazi percorsi in un volo
su voragini di luce insostenibile.
Poi il cielo vegliò amorosamente
le vittime inermi e sbigottite
dell’umile antico sacrifizio,
i corpi trasparenti fioriti
e appesi come pigre lucertole
alle altissime pareti del cielo.

Fu il rogo primigenio di nozze
con cui rendemmo fertile la terra,
fummo i nuovi ed antichi bambini
che corsero col mare alle caviglie
per tutte le spiagge del mondo
esultando e piangendo, avvinti ovunque
nel crogiuolo assordante dei mari,
delle terre, dei soli, delle notti;
ed ogni volta cadevano affranti
fra le dune e i cespugli, nel languore
meridiano ed immoto delle pinete
lacerate solo dall’urlo
sovrumano della fecondazione.

Non so quale forza, quale male,
fu capace d’oscurare tanta luce;
forse quando sembravi ancora immersa
nel torpore meridiano delle pinete
e l’estate vaporava lentamente
fra il rombo accidioso delle cicale,
tu stavi già spiando la fatale
erosione sotterranea dell’amore,
forse già ti chiedevi con timore
quanto ancora si sarebbe salvato
della nostra morente stagione.
Anche quando l’autunno nero e forte
agitò come fuscelli gli alberi
con quel poco di vivo di noi
e tu seduta a un’osteria di campagna
con gli occhi gonfi ed un bicchiere vuoto
scrutavi le onde del vento
impetuose sui mari di erba,
eri forse già intenta a contare
i moti d’agonia del tuo amore.
Qualcuno suonava all’organetto
delle vecchie canzoni di vendemmia
mentre in cielo correvano veloci
nuvole basse; presto si annunciava
terribile e impietoso il temporale.

Ma io per la vorace voluttà
di sempre più addentro penetrarti,
di possederti anche l’anima per non perderti,
ancora ti suggevo dalla bocca
l’alito caldo, la linfa, la saliva,
ogni soffio appena intelligibile
che sembrasse affiorare dal cuore;
ogni segno di te ch’io carpivo
mi pareva conducesse più vicino
all’unisono, a quel luogo dolcissimo
dove nulla può più la parola,
ma regnano solo gli struggenti
teneri sommovimenti dell’animo.

Custodivo da solo la mia pena
come madre che veglia gelosamente
adagiato sul suo grembo un corpicino
ormai spento, ed attende paziente
che esso la sera si risvegli
ad un mondo favoloso di stelle.
Ma invano ho scrutato le notti
più serene di un’altra primavera
per cercare la buona cometa;
il gelo dell’inverno aveva ormai
pietrificato di nuovo i miei fiori
con amore recisi nel campo
e forse troppo a lungo serbati.

Poi da ambigue strade irretiti
e da un torbido oblio che occultava
la via del ritorno, fummo spinti
fino ai lidi più estremi dove il Nord
s’accende di aurore boreali;
io mi chinai sbigottito
a toccare quel mare mai visto
mentre il vento scagliava senza sosta
tentacoli irosi di schiume
contro un cielo che come un re vinto
sembrava crollare sulle spiagge,
sui gabbiani rannicchiati nelle buche
e impotenti a volare, stretti insieme
a contrastarlo nella vana attesa
della loro stagione di amori.
La nostra era già così lontana;
cercavo di difendermi dal vento
schiacciandomi fra le dune e i licheni,
straniero a quel paese e a quel mare,
straniero anche a quella creatura
un giorno tanto amata ed ora
dal volto impenetrabile di sabbia;
io volevo carpirle un pensiero,
rompere con tenere parole
quella crosta di ghiaccio sul viso,
aggredirla d’amore, rivedere
forse un piccolo moto di tenerezza;
ma il silenzio era un baratro terribile
in cui precipitammo senz’ali
come uccelli impotenti a volare,
prigionieri del vento e dei marosi
che spazzano le spiagge del Nord.

Ricordi le spiagge di Itaca,
il nido di struggente tenerezza,
le bianche distese senza fine
che l’onda senza sosta ricopre
con la dolcezza di sposo per la sua sposa?
Almeno non scordiamo la tenerezza,
noi che amore ha soltanto ferito
e forse troppo tardi insegnato
il suo vero ed antico significato;
se il giusto e vero modo d’amare
allora ci fu sconosciuto
e ci tortura non aver costruito
che fragili castelli di sabbia,
non serve vagare sulle spiagge
per ritrovare la pietra lucente
o le tracce di parole incantate;
quando un giorno sarai in mezzo al mare
su una nave che fugge da se stessa,
soffrirai la tenerezza perduta
di quell’alito forse ancora caldo;
serba almeno il suo ricordo prezioso.

Venne il tempo di lasciare la casa
alle ortiche, abbandonarla al suo destino
in un giorno come un altro di pioggia
dopo avere bevuto ancora insieme
un caffè, e averle ancora tenuto
la mano, e aver parlato senza senso
di tutto o forse di niente.
Pioveva da tanto che ogni valle
era un fiume, gli animali soffrivano
e gli uomini se ne stavano nascosti
tutti soli col loro male a ricordare;
ma io m’apprestavo a partire
seguendo quel fiume come un nomade,
scrutando una a una le stelle
che volgono a Sud per un luogo
in cui seppellire il mio cuore
ed amare soltanto a primavera
come fanno gli uccelli sulle spiagge,
innanzi al sole, e poi via senza dolore,
senza più ricordare; oh quella mano
calda nicchia alla mia così fredda,
che un giorno ha lasciato la mia mano.

Ma il tempo tornò ad insidiarci.
O ci parve. Fu soltanto il caso,
o una sordida notte galeotta,
che ancora una volta ci trattenne
nella calda capanna d’un bosco
lontani dal fragore del mondo?
Solo un tenue travaglio di pioggia
filtrava indistinto fino a noi
fra gli avari baleni d’un fuoco
che andava a poco a poco spegnendosi:
ma noi come inquieti nemici
stavamo di nuovo fronteggiandoci,
quando a un tratto non udimmo altro
per un attimo che il rombo assordante
degli ormoni che assaltano i sessi
nelle buie gallerie della carne,
e i presagi dicevano esser vano
sfuggire al risveglio di quei mostri
forse sconosciuti a noi stessi.
Poi all’alba, alla luce sbigottita
delle stelle languenti, la mia anima,
che spiava con tristizia il nuovo giorno
dai buchi del suo involucro di carne,
non riusciva più a decifrare
la debole luce di Dio.

Come ombre abitammo quella baita
ancora per un lungo bianco inverno
che si andava lentamente sfacendo
in una scia caliginosa di giorni
adagiatisi in silenzio con la neve
sul sentiero ormai cancellato
da cui mai nessuno saliva;
e un giorno anche il respiro della vita
dovette fermare il suo moto,
il ruscello gelato,
gli alberi,
l’aria;
lo sguardo si perdeva a fissare
il cielo così grigio e luminoso,
le orme delle volpi e dei conigli
compagni silenziosi delle notti
così bianche, talvolta il riverbero
scendeva dalle stelle, penetrava
i nostri vetri, inondava la stanza,
le nostre ombre abbracciate nel letto,
gli occhi attoniti, nel buio, senza parola,
notte dopo notte
giorno dopo giorno
per un lungo, intero, bianco inverno,
finché sopraggiunse la coscienza
d’essere congiunti in carni assenti,
d’essere chiusi in casa con la Morte.
Poi se qualcosa accadde,
in uno di quei bianchi giorni
che in silenzio rotolavano a valle,
non so dire; vidi lei lentamente
mettersi il vestito della festa,
la vidi lentamente adunare
le poche cose rimaste della vita,
la vidi lentamente scendere
per sempre quel sentiero che la neve
cancellò dal mondo dei vivi.

Fu la sorte di poveri amanti,
dopo che le piaghe più torpide
seminate da lunghissimo tempo
han generato il frutto secco dell’indifferenza.
Ma ora che il fuoco ha distrutto
anche le ultime vestigia
di lettere, foto, pansé,
nessuno più fruga in quelle piaghe
come lurida mosca carnaria
per introdurvi le uova del rancore,
forse verrà meno la memoria
di quand’era popolata di fantasmi,
e forse potremo finalmente
abbandonarci ad una vita grigia
come fra le braccia fedeli
d’una vecchia nutrice che sa amare
pur senza comprendere parole.

Giorni neghittosi interminabili
ho consumato a un vetro di finestra
a spiare solitarie apparizioni
di animali sulla neve del sentiero;
così lenta a morire era la luce
pur effimera del giorno
e così breve nelle notti insonni
il conforto del lume della lampada,
così sorda e incapace la parola
che invano cercava d’esser scritta.
Fraticello che giorno dopo giorno
attendeva al suo umile cibo,
davo a Dio il mio inutile esistere;
eppure mi chinavo ancora
a supplicarlo della grazia dolcissima
di un altro delirante uragano,
un’altra scia d’inguaribili rovine.

Ma un giorno che il mattino ignudo
era ancora nel profondo dell’inverno,
un giorno di un’alba violacea
prigioniera fra abeti di ghiaccio,
un giorno ch’ero solo come la neve,
come gli alberi, la luna, le notti,
e contemplavo sbigottito il sentiero
da cui non s’udiva alcuna voce,
vidi gli Uccelli Neri
atterrati in un raggio di sole
su una breve radura gelata
che il bosco stringeva d’ogni parte
ma l’aria trasparente dilatava
in sottili trame di vetro.
Vidi gli Uccelli Neri
il giorno ch’ero solo come la neve;
grandi e forti pascolavano lenti
muovendosi alteri sulla terra
e drizzando il capo regale
verso il sole scarno che a stento
si levava sopra il gelo dell’orizzonte;
vidi gli Uccelli Neri
di cui si narra ma nessuno vide,
quelli che appaiono d’improvviso
per svenarti con un morso pietoso
se sei solo veramente solo,
quando anche la donna ed il cane
t’hanno abbandonato al tuo destino,
e tu scivoli scivoli lentamente
nel sogno della tua donna e del tuo cane
tutti assisi intorno al focolare
in un grande barbaglio di luce.

Quando più nessuna notizia
giunse a questa riva del mondo,
non restò che migrare per mare
con la piccola vela fedele
fino a un’isola dalle alture scoscese
dove solo la luna e le stelle
trafiggevano insonni le rocce
e le navi passavano lontane
senza toccarla; ogni funzione vitale
divenne elementare, mi nutrii
caparbiamente soltanto per non morire
frugando di notte fra le rocce
come i diafani uccelli notturni
dai grandi occhi quand’escono dalle tane.
Ma un giorno l’insperabile accadde,
e allora si ruppe ogni argine
alla furia incontenibile dei sensi;
un’eclissi fu calata sull’anima
che già s’era nascosta come la luna
e mi vinse veemente il bisogno
di vedere di nuovo la luce
seppure ingannevole del sole,
di nuovo salpare e rinascere
vivo fra gli uomini vivi,
amarli ed odiarli, udire ancora
il canto sconvolgente delle Sirene.
Ma già senza forze, penosamente
mi trascinai alla luce abbagliato
e lasciai impotente che il sole
corrompesse i resti del corpo,
come quando, già freddi ed esangui,
i pipistrelli vicini a morire
escono dalle grotte brancolando
per cercare la luce che li uccide.

Quest'isola nascosta dalle brume
di ostili oceani, che svela le sue forme
soltanto a quei rari naviganti
che per errore incrociano le sue acque,
ha il nero parassita della solitudine
annidato fra gli alberi contorti
e presto sarà preda dell’inverno;
ascolto strisciando fra le rocce
le raffiche del vento che fruga
le ferite spinose dei cespugli
cui la bieca volontà di Dio
volle dare un turpe aspetto umano,
mentre l’aspro libeccio senza tregua
batte il corpo, la mente, i pensieri,
che alla fine esausti di ricordare
affondano radici in cerca d’acqua
rubandola ai compagni cespugli.
Eppure voglio credere ancora
che quando sarà primavera
e il verno avrà cessato di ferire
con l’urlo dei marosi le scogliere
e di nuovo i germogli del mondo
premeranno prepotenti la terra,
lei mi cerchi pallidissima a Itaca,
o dove mai l’avrà portata il vento,
invano di ligustro in ligustro,
invano di mirto in mirto,
e talvolta si chini a raccogliere
ancora la conchiglia preziosa,
nostro portafortuna d’amore.

Invece mi riempio gli occhi
di questo mare per strapparmi dalla mente
la solitudine, urlare agli oceani
da questa gabbia come cane ferito;
ma non ci sono né vele né isole
a raccogliere le grida, posso urlare
soltanto a serpenti ed uccelli
il mio inutile nome e cognome
per riconoscere almeno la mia voce.
Oh, cara,
ho già dimenticato la tua
così presto, l’ho lasciata a Itaca
perduta fra le pietre diroccate
d’un rudere in cui crescono gli sterpi
e dalle cui occhiaie spalancate
corrose dai venti e dalla polvere
si sporgono i rami d’un fico.

Cara, che più non ritorni
da una casa che non è la nostra,
dove tutti alla tua festa poco a poco
son partiti, o forse mai nessuno
era arrivato. Ora forse te ne stai
tutta sola nelle sale spente
ed hai riconosciuto il tramonto
dallo stanco rintocco degli orologi;
forse stai spogliandoti nell’ombra
con gesti lenti, l’immagine polverosa
riflessa in uno specchio; forse anche
ti sei messa la veste più ricca
ed accendi uno ad uno tutti i ceri
perché ancora risplenda la festa
e rivivano gli ori e gli affreschi;
ti penso, accomodata con cura
la gonna e i preziosi merletti,
davanti a una muta spinetta
circondata da mobili severi
e felpati tappeti; hai gli occhi tristi
d’una bambola di cera, ed attendi
che suoni proprio l’ultimo rondò,
che volga a fine il tuo ricevimento,
che finisca anche la notte profonda
e forse la tua prima, dolcissima,
vera notte di nozze e di quiete.

Una volta vestivi di te
la tua vera casa già ferita
ma che ancora cercavi disperatamente
di curare, nutrire, scaldare;
io assistevo impotente a tutti i segni
del sicuro progredire della rovina,
le parole divorate dai fantasmi,
l’erba che cresceva sui sentieri,
l’orto a poco a poco inselvatichito.
Oggi sono vinto dal timore
quando varco il tratto di bosco
che porta a quella casa morta
abbandonata alla fatale disgregazione
e cui nessuno chiuse mai pietosamente
gli occhi stanchi nell’ora del dolore;
ma occorre imparare la solitudine
con l’esercizio quotidiano come un male
da sopportare, un attributo biologico,
anche se talvolta il silenzio
è così denso da sentire come schiaffo
il rumore forte e nero, l’urlo
orribile del nostro stesso pianto.

Son tornato lo stesso sul luogo
come fanno gli assassini; io invece
a rubare solo un po’ dell’antica
serenità sulla vetta della collina
dove un giorno s’è appartata questa casa
come un cane fedele per morire
dopo avere perduto il padrone.
Stupisco che ancora ci sovrasti
il nostro vecchio cielo e che la brezza
ancora stormisca leggera
come sempre fra gli antichi abeti;
ma nessuno arriva più a visitarci,
nemmeno un viandante curioso
o bambini per la caccia alle lucertole,
nessuno più nemmeno la ricorda:
è solo una casa abbandonata,
e custodisce con le buie occhiaie
soltanto un giardino di rovi.
Ma oggi ch’è un giorno di festa
ho lavorato nel tuo piccolo giardino
e ho annaffiato le tue rose secche,
così se un giorno forse tornerai
le troverai di nuovo fiorite.
Mi riposo seduto sulla soglia
ed ascolto i richiami amorosi
degli uccelli nel giorno che finisce;
non c’è più nemmeno una nube,
l’aria è calda, un altro inverno è passato;
io non so per quanti bianchi inverni
può vivere senza la compagna
l’essere umano, poi che il flusso del tempo
non si sente né si può toccare;
quando una giornata è passata,
lo si sa dalla brezza che s’acqueta
o dal lume consumato alla finestra
acceso in una tiepida sera
per farti un po’ di luce, se verrai
e forse mi troverai addormentato.

Quella casa non venne mai arsa
né abbattuta, si erge sulla vetta
come un albero, uno scoglio, una nave
nella tempesta, e quando il vento cessa
non s’ode più voce né rumore.
Eppure qualcuno racconta
che in quella nave, che galleggia nell’oceano
con tutte le vele serrate
per non esser sopraffatta dai marosi,
sia avvinto un ostinato abitatore,
un giorno fatto uomo dagli dei
soltanto per subire la pena
assegnata ai capitani sfortunati,
che non debbono lasciare nel naufragio
la buona casa della loro anima
neppure se si sono arresi
e hanno dovuto umilmente
riconoscere la fine del viaggio.

Ancora certe notti d’inverno,
quando prendo timoroso la via
della collina inondata dalla luna
fra i prati coperti di ghiaccio
e d’insidiosa luce mortale
che ti bagna le membra senza scampo
fino nei recessi più oscuri
della mente, penso: attento ai tuoi passi!
non smarrire il sentiero!
ogni ombra può essere una trappola,
un agguato teso fra gli alberi;
se riesci ad arrivare sei salvo,
anche se la casa è vuota
senza un bricco, e la stufa gelata;
se hai paura tendi gli orecchi:
sono proprio soltanto i tuoi passi
a scricchiolare sulla neve ghiacciata?
Non ti serve stringere i pugni
o l’inutile coltello che hai in tasca,
chi mai vuoi pugnalare, quali mai
innocui fantasmi? se là il fuoco
è spento da tempo e non c’è mano
che ti regga pei polsi nell’ora
che t’ha preparato la Morte,
non temere: il tuo destino è di regnare
per sempre in quella casa vuota
splendido e solitario come un dio
e infelice come un re prigioniero.

Questa forse è la notte predestinata
tutta piena di moti di stelle
che da tempo aspettavi;
e col ventre strapieno di vino,
forse per giocare col destino,
potresti avvicinarti fino quasi
a sfiorare lo strapiombo; o forse
non vedere neppure l’agguato
del sasso franoso in questa notte
di vino e di stelle che il destino
ti ha beffardamente preparato
mentre tutto il cielo e le stelle
cadono con te nel precipizio
ma non hai più timore né orrore,
credi ancora che tutto sia un sogno,
anche l’ultimo attimo lucido,
la danza interminabile fra le rocce
fino al fondo dove attende la Madre,
bellissima col vestito da sposa.
Non è forse quest’ultima notte
una festa di notte di nozze?

Ora posso finalmente ricordare
ciò che accadde in quella casa terribile
posseduta dai fantasmi della notte.
Per avere una pietosa guarigione,
si dovette ricoprire con un velo
la memoria; ma ora è necessario
ricordare, sapere chiaramente
alla luce crudele della ragione
com’è facile affondare in un pozzo
in cui la pena ci apre col coltello
la carne dolente del cuore
mentre le pareti della casa
si gettano su di noi come aquile
per schiacciare l’infelice creatura
in bilico fra la vita e la morte:
vita e morte più non si distinguono
e il pianto che dovrebbe liberarci
non è pianto, ma tremendo rombo,
una frana di vetri negli occhi.

Ah quelle notti bianche
popolate di terribili sortilegi
in cui cercavo il nascondiglio del mio letto
ma ero desto, gli occhi fissi nel buio
ad attendere la folla silenziosa
dei pensieri che s’insinuano nel cervello
con le lunghe propaggini di carne;
io le toccavo timoroso
e quelle si fermavano subdole
travestite da uccelli impagliati.
Eppure i pensieri eran vivi,
ho tentato più volte di ferirli,
di mutilarli col coltello affilato,
di separarli brutalmente dalle radici
che affondavano nel cuore della mente
per farli finalmente tacere,
ma essi ritraevano i monconi
e mai una goccia di sangue
gemeva dalle loro ferite.
In quelle notti orribilmente bianche
ho temuto di essere lentamente
accerchiato e di patire senza scampo
il loro terribile stupro,
le mie viscere fatte loro cibo.

Ditemi dov’è per favore
una splendida stazione piena di luci
per uccidere la folla dei pensieri,
per sfuggire alla trappola della notte.
La stazione è una grande finestra
con le inferriate, i prigionieri s’affacciano
ma non saprebbero neanche dove andare
né attendono l’arrivo di alcuno,
s’addormentano su gelide panchine
davanti ad inutili binari
aggrappati alle bottiglie vuote
o a un ricordo improvviso della madre.
Ma noi prenderemo il treno,
ne arriverà almeno uno nella notte
per raggiungere il mare: c’era un’isola
abitata da un santo eremita,
un giorno mentre stavo navigando
m’è apparsa nitidissima e vicina
in un tripudio di venti e di uccelli;
ma quel giorno si viveva come bimbi
senza neanche sapere né chiedere,
e c’era a carezzarci il viso
ancora qualcuno a noi caro.
Oggi invece, quando sarà l’alba
ed io sarò ancora qui seduto,
mi urleranno come cani arrabbiati
che me ne vada altrove coi miei stracci.

Ma all’alba d’un giorno fortunato
un treno è partito davvero,
ha amputato la mia carne viva
da quella morta, lentamente, sotto un cielo
piovigginoso, incidendo col coltello
su grovigli di binari e semafori,
cabine elettriche, vagoni arrugginiti,
e ancora ancora grovigli di binari
uno dopo l’altro con cura
asportati dal ferro del chirurgo,
quasi nervi, vene e intestini
d’un corpo che doveva morire
o guarire. Ma infine la nebbia
ha inghiottito tutto il vecchio mondo,
il treno s’è scagliato alla cieca
sulle pianure sterminate del Nord
come un’anima priva di corpo
che cerca disperatamente il sole
gettando al vento i resti del festino,
bottiglie vuote, bucce, cartacce,
e poi con gran fragore di ferraglia
anche le carcasse dei ricordi.

Forse è stata una lunga fredda notte
o forse un’eclissi della mente,
non so neanche se giacessi in letargo
oppure con la forza del serpente
stessi nel travaglio della muta
distaccando squama dopo squama
la mia pelle per ignote metamorfosi
ed ora mi sia ridestato
animale a me stesso sconosciuto.
So che fu una lunga amputazione
durata primavere ed inverni;
infine si riaprono gli occhi,
ma ancora non sono capaci
di vedere i mandorli fioriti,
le buone nuvole, i venti di primavera,
c’è ancora la fatica del serpente
che nascosto nell’umido fosso
abbandona alle ortiche la sua pelle.
Forse dopo una notte di stelle
di nuovo sorgerà sulla collina
un raggio di sole mattutino
che trafigga la farfalla notturna.

Dove prima c’era ferro e fuoco
ora è un limbo in cui si spegne ogni moto,
ed è con meraviglia che ai miei occhi
si dispiega nello spazio vuoto
fitta e densa la solitudine assoluta;
essa ha la consistenza d’un tumore
e puoi toccarla senza quasi dolore
poi che essa non è che il tuo corpo,
e il tuo corpo non è che una pigra
casuale escrescenza dell’universo
su cui alti volteggiano falchi
senza un grido, senza un suono, senza orologi
che scandiscano ore. Ma intanto
nuovi giorni ed antiche stagioni
hanno arato e straziato la terra
e infine t’accorgi che nei solchi
è nato il buon seme del pane
e bianca, silenziosa come un gatto,
è caduta anche l’ultima neve.
Nella vasta brughiera mi scuotono
gli spari (o forse son grida)
di un invisibile cacciatore solitario.

Oggi un po’ di sole è sorto
a illuminare la torre del faro
e gli alberi delle navi pigramente
dondolanti nelle darsene abbandonate.
Forse s’apre nei cuori intirizziti
una piccola speranza di festa,
ma io non so più con certezza
se l’immagine bella che un giorno
tormentava notte e giorno la mia mente
fosse quella d’una vera creatura;
essa forse è stata vera soltanto
nelle magiche notti stellate,
quando fatta uccello senza tempo
errava fra le isole e i mari
lasciando ai mortali la sua scia
come quella d’una giovane cometa;
ma so che veramente vero
fu il giorno in cui ella ci lasciò
col rovello insoluto dei ricordi
per andare dove ancora hanno suono
i silenzi immortali dei venti
e i cantari nuziali degli uccelli,
immemore del peso terreno
che avremmo portato da soli,
il fardello assordante della vita.

C’era un faro una volta bianchissimo
sulla punta di un alto promontorio,
abbandonato alla fine impietosa
dei re, dove solo gabbiani
facevano nidi d’amore
e dove solevo tornare
per deporvi il cuore gonfio di naufragi.
Ai suoi tempi nelle notti di tempesta
era voce silenziosa di salvezza
e accendeva tutto il mare di lampi,
mentre barche lo sfioravano lottando
per non farsi risucchiare dalla scogliera.
A un pescatore sfortunato accadde
d’esservi gettato dal mare
con la sua barca esausta di vela;
all’alba sulla spiaggia placata,
fra le grida ovattate dei gabbiani
e gli echi dei marosi ormai lontani,
lo vide per l’ultima volta
la semplice pietà dei vivi,
il pallido corpo composto
e la fronte serena verso il cielo,
un tributo che agli antichi Dei
piaceva esigere da giusti sacrifizi.
Ma presto la risacca cancellò
anche gli umili segni di pietà;
soltanto iridescenti conchiglie
in cui si sente magicamente il mare
ha lasciato il cuore buono del vento
agli orecchi stupiti dei bambini.

Un giorno un amico,
il più nobile e forte fra tutti,
consapevole della piccolezza
e vanità della vita, apprestava
con mano calma la sua propria morte.
La sua voce era limpida e ferma:
“E’ inutile tentare di nutrire
con misere opere umane
uno spirito chiuso dentro un corpo
che presto non sarà che polvere;
abbreviamo dunque l’attesa
se la vita è quest’effimera cosa”.
L’amico calcolava e misurava
la propria morte; ancora mi ricordo
la calma così azzurra dei suoi occhi,
le sue parole mi parevano esatte
come un trasparente teorema
geometricamente necessario.
Ma a quel tempo non sapevo ancora
che qualcosa gli era sfuggito:
che una sola piccola grandissima
dolcissima femmina che ci ama
e che per fini imperscrutabili ci stringe
fra le cosce potenti può nasconderci
nella tana sicura del suo ventre
e contro ogni legge naturale
d’un mondo destinato ad esser polvere
può salvare il nostro Io dalla morte
per farlo seme che sempre rifiorisce
di uomo in uomo, di anima in anima.

Dopo la sua morte silenziosa
io mi sono ridestato alla vita
come una lucertola nascostasi
fra i sassi per sopravvivere all’inverno
quando la terra si riscalda
al primo tepore del sole.
Ma dall’alto della mia solitudine
ancora contemplavo il mondo
come un cane coperto di rogna
col timore del sopravvissuto;
scrutavo da una vetta l’orizzonte
cercando la salvezza d’una vela,
invece d’affidare il cuore
ancora dubitoso ad un’Elena
stesa dolcemente al mio fianco,
dopo aver conficcato la spada
degli Eroi nel cuore del nemico,
conquistato la sua giovane sposa,
giaciuto nel talamo usurpato.

Fu forse il desiderio di vivere
o solo l’ebbrezza del vino,
se un giorno mi credetti invincibile
e in diritto di rapire in battaglia
la donna invaghita dell'Eroe.
Ma quando nel giaciglio segreto
io ero più avvinto al suo seno,
ecco giunge portato dal Demonio
a stanarci con occhi di bragia
l’uomo della bella sconosciuta,
giganteggia come un dio furioso
dinanzi al caldo letto della colpa
e con sconce parole me la strappa,
la batte e la umilia, oh! lascio anch’io
senza un moto senza un grido senza lacrima
che mi batta, m’insulti, mi schernisca,
poi che ancora una volta il mio Io,
la mia anima, il mio corpo, sono morti.
Ora sì, che di nascosto posso piangere,
mutilato della bella creatura
entrata a riempire la mia anima
vuota e raggrinzita e che al suo seno
come i fiori risecchiti del deserto
suggeva sconvolgente rugiada.

Dovetti fuggire pei boschi
braccato dagli uomini come lupi
che m’inseguivano con armi e bastoni
poi che avevo rapito la Regina,
e io nella notte di stelle
ancora calda dei languori impudichi
correvo fra gli sterpi ed i rovi,
cascavo, rotolavo, m’acquattavo,
e ancora correvo col cuore
disperato che scoppiava in petto.
Oh se non fossi mai fuggito,
se mi fossi lasciato cadere
sull’erba, lasciato calpestare,
e ancora battere battere battere
finché l’anima fosse liberata
dagli impacci della carne e come angelo
sorridesse a benevoli stelle!

Fui costretto a riprendere il mare
per fuggire quel letto insidioso
portando il ricordo struggente
di porto in porto di femmina in femmina
per miglia di oceani finché apparvero
un mattino splendenti di sole,
quasi fossero amici velieri
inviati da Dio ad incontrarmi,
le isole d’un nuovo continente
e potei finalmente prostrarmi
su una spiaggia solitaria il cui sapore
era dolce come quello della madre.
Ma vidi anche laggiù, carnosi,
sgranati come fiori della notte
sbocciati da invisibili radici,
degli occhi che mi parvero simili
a quelli che sempre tormentavano
la mia mente, antichi come il vento,
come il mare, la polvere, l’amore,
dolcissimi occhi impudichi
vestiti di grasso fulgore
eretti sulla sabbia assolata
come umidi fiori del deserto
appena generati dalla notte.
Ma quando al tramonto sopraggiunsero
orde assordanti di venti
a scacciare i pensieri d’amore
e al cielo con impeto sconosciuto
controvento salivano procellarie,
tutto il peso di piombo della notte
s’abbatté sui dirupi scoscesi
con la luce selvaggia della luna
e non fui che una povera ombra
fra le ombre abbandonate del mondo.
Seppi allora che neanche quell’isola
era ancora la terra promessa
agli Eroi fuggitivi, né porto,
né grembo generoso di madre,
poi che gli occhi lascivi e caduchi
che sbocciano sulla sabbia fioriscono
soltanto poco prima di marcire
come i fiori della notte del deserto.

Ma ormai ero inerme prigioniero
d’un dolce ingannevole incanto;
io ancora non sapevo ch’era Circe
la triste abitatrice di quell’isola,
quando tutta rapita mi narrava
di terre boreali sconosciute
dove anche i cupi boschi degradando
dal vasto Nord arrivano a toccare
il mare dolcemente e il cielo è sempre
nelle tiepide notti dei solstizi
stranamente acceso di chiarore,
dove ancora le foreste sono vergini
all’odore dell’uomo, e l’animale
conduce la sua schiva esistenza
lasciando l’orma calda sull’erba
nel fitto della selva, ove lei sola
sapeva inoltrarsi guardinga
con i lascivi occhi socchiusi
e il passo felpato della lupa.
Ah Circe, come ero allora
avvinto d’amore verginale
alla folle creatura silvana,
all’arcana maga che seguivo
passo passo come un cane fedele;
e infine mi traesti alla tua tana
che esalava odori sacrileghi
di dea carnale e nelle sue latebre
mi concedesti di spartire il sordido
sconvolgente animalesco tuo segreto.

Io scrutavo il mistero impenetrabile
dei suoi limpidi occhi impudichi,
ogni moto oscenamente flessuoso
del suo corpo di felino per cercare
la traccia d’una luce redentrice,
un senso naturale che spiegasse
il suo folle piacere divino
ad esser posseduta e calpestata
davanti ai miei occhi stregati
da un’orgia di porci che imbrattavano
di libidine ogni piega e recesso
di quella pelle bianca come il latte;
ma ora che conosco il vero,
so che era superba regina
trionfante sui succubi schiavi,
suoi devoti strumenti di piacere
cui fiaccare le menti ed umiliarne
gli organi in bestiale delirio;
questo era il cibo sacerdotale
che nutriva la sua pelle bianca,
le sue spire di serpente, il languore
terribile degli occhi di maga.
Eppure talvolta a me solo,
umile fedele ministro,
con le stesse sue mani sapienti
mi offriva in una coppa le grazie
e i veleni del suo sesso terrifico.

Ancora non avevo udito
il suo rauco grido d’uccello
perforare il fitto buio delle selve
e salire alle altezze delle stelle
fino al cielo siderale del Capricorno;
ma una notte lunare, d’improvviso
abbandonata da satiri ed elfi,
mi traversò come folgore il cammino
e per tutto l’arco del cielo
ne ebbi inondata la mente;
tutto intorno non c’era più segno
della vita animale dei boschi,
mentre alta e spietata penetrava
fino al nero midollo della terra
soltanto la lama acuminata
d’una cieca volontà imperscrutabile:
quel grido d’una forza mai udita
frugò tutti gli echi delle valli
e riempì la Casa della Morte.
Fu allora che in me riconobbi,
piegato a vomitare il mio orrore,
l’antica paura dei padri
nascosti in vulnerabili caverne
e avvinghiati al giaciglio, in attesa
che si compisse l’evento mostruoso.

Ma infine fortunosamente
con l’astuzia e il coltello affilato
dell’occhio purissimo del giusto
riuscii ad aprirle il carapace
di crostaceo, a scoprirle tutti i nervi
e le vene, le caverne più nascoste
delle immonde viscere fumanti;
senza spandere neanche una lacrima
ho smontato e dissecato il cuore
del polipo ambiguo e vorace
che abitava ogni cunicolo della carne;
poi con salda paziente intelligenza
scattivando ogni pezzo accuratamente
le ho amputato il male dall’anima.
Da troppe notti sopportavo il fetore
di quell’anima dipinta di miele
che trasudava liquame corporale,
che infettava e sconvolgeva la mia vita
e m’impediva di salire alla vetta
di quell’isola sacra agli dei
per bere alle loro sorgenti.

Liberato, volli finalmente
ascendere quel monte consacrato,
purificare la mia carne contaminata
e abbandonarne poi l’anima tersa
come aquilone ai venti delle cime;
perciò sfidai i sentieri in salita
della macchia marina impenetrabile,
a poco a poco mi lasciai alle spalle
anche i radi bassi cespugli
da secoli prostrati dal vento,
poi la terra e i canaloni sassosi,
e infine una parete rocciosa
rimase a fronteggiarmi temeraria.
Ma io volli ancora salire
spinto da caparbia volontà
di dominare il mare sottostante;
dall’oceano Scirocco spingeva
masse caliginose di nembi,
procellarie si tuffavano nel precipizio
urlando presagi di tempesta,
mentre il vento gelato delle altezze
mi sferzava il viso e le carni,
che avevano il colore della pietra
sotto il peso incombente del cielo;
io salivo ancora aggrappandomi
tenacemente ad ogni ruga della roccia,
ma ricordo soltanto la violenza
della grandine e i fulmini degli dei
che scatenarono le viscere della terra
poco prima che un’estasi mi cogliesse;
e poi più nulla, poi che giacqui come morto.

Dopo un tempo non so quanto lungo
riuscii a riprendere il mare
con la vela ancora tormentata
dal terribile Scirocco, alla ricerca
di più benigni venti ed arcipelaghi.
Un giorno m’accadde di sostare
nella cala d’una costa altissima
che sembrava abbandonata dagli uomini
e da Dio; la corona delle rupi
ospitava soltanto uno stridio
di uccelli che andavano e venivano
come mosche intente a disossare
una carogna, i loro echi rimbalzavano
di rupe in rupe e infine si spegnevano
dentro la carcassa sfortunata
d’un grande bastimento incagliato,
ma possente come un re morente
ancora assiso sul suo antico trono.
La carcassa emergeva dal mare
con la prua rugginosa volta al cielo;
ormai spoglia dell’antica bellezza,
sembrava impetrare la pietà
del mio giovane cuore perché entrassi
a conoscere il segreto della Morte
sepolto in un sacello della nave,
ed allora strisciai con devozione
fra le labbra spalancate delle ferite
e fu come penetrare nel silenzio
d’una chiesa sconsacrata da cui Dio
fosse da gran tempo fuggito;
vagavo timoroso di smarrirmi
per cunicoli, scale, corridoi,
cabine dalle porte divelte
dove gli echi dei miei passi risuonavano;
l’acqua entrava ed usciva dagli squarci
e si udiva amplificata dall’eco
martellare senza tregua le lamiere.
Il sacello ove alfine pervenni
era il cuore ferito della nave,
il sepolcro ancora inviolato
del capitano perito nel furore
d’una notte senza stelle e senza scampo;
ora dalle occhiaie del suo teschio
la Morte mi guardò con la dolcezza
che può donare al figlio un vecchio padre.

Ma il vento accrebbe ancora la sua furia
e dovetti migrare alla ricerca
d’un nuovo porto che accogliesse la stanchezza
mortale delle membra, ma anche qui
il vento penetrava come un gatto
dai mari vetrosi del Nord
nelle stive vuote dei velieri
facendo risuonare crudelmente
le sàrtie e le vele ammainate
fra le strida lamentose degli uccelli.
Io soffrivo il mio inguaribile esilio
nascosto dentro il ventre della nave,
gemendo le mie lacrime di vecchio
e spiando da ogni orifizio
la guerra degli uomini e di Dio,
quando nel tumulto mi soccorse
ancora la dolcezza mai scordata
d’una giovane potente vagina
accesa di struggente furore;
allora abbandonata alla ventura
la mia dura e vecchia conchiglia
mi gettai come ghiotto paguro
nei profondi recessi uterini
col membro che vagiva e vagiva
risorto dal letargo, e lei in deliquio
urlava come scrofa sgozzata
l’orgasmo della sua fecondazione.
Ma le spire del vento soffocarono
anche quest’ultimo furore;
era tardi ormai per fuggire
la nera stagione degli uragani,
l’oceano si gonfiò d’implacabili
acque alte ed il ventre grinzoso
del mio veliere fu impotente spettatore
degli eventi mortali; sulle terre
spazzate dai marosi, procellarie
fuggendo trascinavano a stento
le loro ali incalzate dal vento.

Ormai il mio veliere è inchiodato
mani e piedi nel fango del porto
con le vele ed il legno malati,
i vermi e le erbe maligne
già ne hanno divorato la chiglia
con un lento abbraccio crudele;
ogni giorno ho lottato con le radici
che ogni giorno tenaci ricrescevano,
non rimane che stare nascosti
nel ventre della nave, soffrire
il suo stesso inguaribile male
e mai più rivedere la luce,
soltanto uno spiraglio per respirare,
non permettere alle voci sgangherate
di penetrare. Eppure spero ancora
nella notte col suo manto di quiete
per strisciare fuori di nascosto,
invocare il soccorso d’amici,
scrutare l’arrivo dei velieri
in un dolce tripudio di stelle,
quando il vento generoso delle isole
spazza via i barattoli vuoti,
le bottiglie, i sacchetti di plastica;
e forse gonfierà le mie vele,
liberate dalla morsa delle erbe.

Finalmente la notte dei giusti
ha placato le strida dei villani
e il mondo si abbevera di silenzio;
posso ancora contemplare dal boccaporto
le stelle che splendono al mio paese,
sgusciare dal ventre del battello
e avventurarmi sicuro sui moli
per guardare ancora con amore
tutte le cose del mondo,
il pesce che salta sull’acqua,
la bottiglia che galleggia, il pescatore
assorto con la canna sotto il faro,
il marinaio che torna alla nave
col ricordo del profumo gentile
d’una giovane puttana a lui cara.
Una volta c’era anche un cane nero
tutto solo puzzolente di nafta
legato sul ponte d’una barca
alla luce d’una lampada fioca;
quando l’ho accarezzato
m’ha leccato a lungo la mano.

Ma se uno per ventura s’allontana
dal mare amico forse per seguire
ingannevoli canti di sirene
e si perde dove più non ode
il dolce sciabordio della risacca,
davanti a lui si spalanca come un Moloc
l’intestino affamato delle case.
Là si tritano uomini e puttane,
marinai gonfi d’alcol e ricordi,
mentre notte dopo notte si annebbia
la memoria delle lunghe navigazioni,
degli albatri che seguivano altissimi
le navi cariche di vele e di uomini..
Ora attendere una nave è inutile,
non esistono terre promesse
ove fuggire: con gli antichi velieri
sono morte le anime e i corpi;
anche noi galleggeremo per poco,
già il mare ci getta come sugheri
sulle sudice spiagge del mondo.
Domani i nuovi poveri correndo
su e giù frugheranno le spiagge
per raccogliere resti di naufragi,
vecchie tavole, bidoni, bottiglie,
più nessuno attende di trovare
la conchiglia preziosa da serbare.

Ah compagni di vino e di baldorie!
arrivava finalmente anche l’alba
come un triste mercoledì delle Ceneri
a liberarci dalle scorie della notte;
le ragazze della festa frettolose
svanivano nell’aria piovigginosa,
ancora qualche canto, qualche piffero,
lontane risa, quasi grida d’animali,
poi la nebbia ed il sonno profondo
disperdevano anche il Carnevale,
le cartapeste, le maschere, i fantocci,
tutto rotolava nel fango
col vomito stupito degli ubriachi
e il disgusto di sé; solo il Mare
rigonfio di flutti e di millenni
era il Re custode della vita
che vegliava instancabile sul mondo
e ancora oggi può sciogliere le vele
ai buoni venti di arcipelaghi lontani;
voi non sapete, amici,
il profumo degli arcipelaghi
dove vanno anche gli uccelli a morire
dopo lungo ed esausto volare,
non sapete il profumo del timo,
dell’elicriso, della terra, della madre;
stanotte non l’abbiamo udita,
ma il mare ci ha chiamati lungamente
con la voce accorata della madre.

Ancora mi punge un ricordo:
pescatori di un’isola lontana
prediletti dai venti di primavera,
che da sempre son chini a raccogliere
i frutti non avari del mare
e che in cuore per antica saggezza
custodiscono il semplice segreto
del giusto vivere e dell’onesto morire;
ma il mio veliere, infelice prigioniero
del furore di errare, fu spinto
ancora a fuggirne lontano.
Il sole sorgeva sull’isola,
e le vele già gonfie d’un vento
favorevole alle imprese degli eroi
scalpitavano impazienti di mare
mentre noi salpavamo l’ancora
per lasciare quella gente amica
cara ormai come fratelli e sorelle
tutti in piedi sul molo o alle finestre,
qualcuno nascondendo furtivo
fra i gerani una timida lacrima.
Quando il sole era alto a mezzogiorno
la prua si gettava nel vento
con la cupa volontà di seppellire
ogni triste ricordo, con furia
s’impennava a ogni flutto e con furia
ricadeva sulle spume ardenti;
ognuno stava tacito alle manovre
fissando la scia della nave.
Poi la notte inghiottì per sempre
anche il caro approdo remoto
benedetto da Dio, dove forse
anche uomini venuti da lontano
avrebbero trovato un focolare,
una compagna con cui incanutire,
un cielo onesto di stelle per morire.

Ma quelli da sempre prigionieri
di foreste di cemento e di chiaviche
in cui s’annusano l’un l’altro come topi
nessuno li chiama più uomini
poiché mai hanno avuto radici
né la calda memoria da serbare
d’una terra, una casa, un campicello,
un albero di fico alla cui ombra
fossero invecchiati i loro morti.
Sono nati, e subito dimenticati
in grigi colombai di cimiteri;
non furono neanche bambini,
solo subito orribili vecchi,
uno spicchio di cielo per ciascuno
ad aspettare impazienti che Dio
giochi a dadi le inutili anime;
ma poi non sanno neppure
in quale luogo andare a morire.

Da sempre in quel sordido mondo
infuriavano le ruspe dei potenti
e greggi infaticabili di uomini
alzavano alveari di loculi
per metterci le greggi dei morti;
avevano ormai dimenticato
che oltre il deserto di pianure,
oltre i monti da tempo invalicati,
altre effimere opere umane,
altri fragili colossi d’argilla,
come cani abbandonati dal padrone
la decadenza distrugge impietosa:
vecchie mura rovinose sepolte
dalle foreste, archi statue colonne
ove solo colombi hanno il nido
soffocate da sterpi e radici
e lasciate al lungo sonno della morte.
Io ho violato il loro sonno antico,
ho varcato stupito atri muscosi,
percorso cunicoli sotterranei
che s’aprivano al sole improvviso
di piccole radure in cui i miei passi
risvegliavano frotte di uccelli;
infine m’è apparso fra i ruderi
acceso da una macchia di sole
un piccolo orto ordinato
da cui degli invisibili eremiti
traevano il loro povero sostentamento;
ma solo galline ed un cane
mi fissarono a lungo con sospetto,
i monaci rimasero nascosti
nelle grotte scavate nel tufo
anche quando chiamai ad alta voce
il loro nome, che rotolò sulle pietre
e i colombi fuggirono precipitosamente
dai nidi delle mura disabitate
con forte rumore di ali.

Gli uomini inebriati dalle macchine
caparbiamente continuarono ad abbattere
i boschi in cui dormivano i morti
per adorare sempre più i vitelli d’oro
edificati per la gloria del cemento;
ogni piccola tana di volpe
e ogni innocuo nido d’uccello,
ultime trincee della vita
per esorcizzare la morte,
furono sventrati e calpestati
e calò inesorabile il buio
dove prima liberi cavalli
alzavano il muso dal pascolo
per aspirare i venti di primavera.
Non restò che il rifugio sui monti
dove un giorno con amore erano nate
le nostre anime inutilmente vissute;
ma soltanto il vecchio cane zoppo
ch’era ancora rimasto ad attenderci
venne a noi uggiolando e piangendo;
poi dovemmo acquattarci fra le erbe
a contare le ore della salvezza.

Non ci fu nessuna salvezza;
la lugubre marcia meccanica
del cemento e dei barattoli di plastica
sommerse anche gli organi nelle chiese
e per monti e per valli i fratelli
scannarono come bestie i fratelli,
finché le donne con l’alvo accecato
non poterono più partorire
e i cani con le gole mutilate
legati a catene di ferro
latravano soltanto soffi orribili.
Solo allora tutti capirono
che non v’era più grembo di madre
che potesse nascondere a Dio
le ignude vergogne degli uomini,
né mare in cui scampare con le navi
al castigo di eruzioni di lapilli
e portare in salvo queste anime
incapaci di scegliere la vita.

Così giungemmo alle ultime spiagge
non ancora sommerse dalle acque
ma da cui non c’era più ritorno:
già troppo debole splendore
avevano i raggi rossastri
di un sole ormai quasi sconosciuto
che non riusciva ad alzarsi all’orizzonte;
il mare sgretolava le rive
ed un vento presago di diluvi
s’era alzato dall’assedio degli oceani
traendo da bottiglie vuote
abbandonate sulla sabbia strani suoni
ingannevoli di flauto meccanico,
mentre qualche giglio ostinato
germogliava da radici corrotte
bevendo anche l’ultima luce
appena tremolante sull’acqua.
Io contavo le ore che restavano;
ma vidi ad un tratto da lontano
una figlia di donna che coglieva
i resti di bambole di plastica
lasciati da orrendi bambini
che più non sapevano vivere,
alcuni che brucavano come capre
grufolando fra i radi cespugli
la solitudine fatta di rami
e di foglie spinose, altri ancora
seduti sulla sabbia a gambe larghe
con le misere braccine abbandonate
sul ventre avvizzito dalla sete.
Mi guardò soltanto per un attimo
con una luce intensa negli occhi
poi che più non conosceva parole,
tutti ormai le avevano dimenticate;
ma non chiedeva né acqua né cibo
e il suo sorriso era aperto come un libro.
Allora fui contento
d’essere sopravvissuto almeno un giorno
all’estrema vecchiezza del mondo
per vedere una figlia di donna
capace d’un sorriso umano,
nell’ora in cui nei cuori cresceva
soltanto il parassita della morte.

Poi anche la madre se ne andò
dopo avermi tanto a lungo accompagnato
anche se ero lontano,
dopo avermi tenuto per mano
anche se credevo d’esser grande.
L’abbracciavo sussurrandole all’orecchio
“Non è niente, sono qui, non sei più sola”
perché ormai sapevo leggerle negli occhi;
ma come un piccolo bambino spaventato
in cuor mio soltanto una cosa
avrei voluto ad ogni costo chiederle
ma non osavo: “Cos'è, mamma, la morte?”
Ma lei non poteva più dirmi,
neppure con l’ultimo soffio
del suo amore, se è una mutazione
maligna di un io che si annulla,
o il nuovo pullulare d’una vita
forse ancora mai vista sulla Terra;
se è irrimediabilmente buio
o forse luce, varcare quel silenzio
che da tempo l’attendeva fra le sue braccia.

Sai dove crepano, amico,
quelli della nostra specie,
animali che nessuno conosce,
senzadio che la gente maledice
e la superbia sospinge lontano
dalla patria, dalla madre, dalla sorella
e dalla donna che gli ha dato i figli?
Crepano come cani rognosi
al di là d’ogni terra conosciuta,
dove il vento e la polvere li ricopre
senza un grido, proprio sulla strada
dove alcuni dicono si oda
talvolta la voce di Dio.
Quando sentono l’ora di morire,
sanno solo fuggire lontano
per liberarsi dal maligno incantesimo,
ma appena s’adagiano per terra
per riposare solo un istante
restano distesi nella polvere
in una cuccia ove nessuno veda.

Forse il Vero era là dove la mamma
ci aveva insegnato ad aggrapparci,
sulle vette che nutrono ancora
i silenzi trasparenti delle aquile,
alle altezze ove la coltre di nubi
si rarefà liberandole dalle nebbie.
Forse alla tenacia dei filosofi
è dato a poco a poco di ascenderle
per scoprirne il segreto, non più appesi
con i chiodi le corde le unghie,
ma lievi come sanno salire
le lucertole che vanno ad attendere
il sole alle origini del mondo.
Allora forse, liberati d’ogni cura,
così vicini alla volta celeste,
riusciremo in una notte straordinaria
ad esser sollevati così in alto
da toccare con timida mano
la parete dell’Occhio di Dio?
toccare finalmente il Vero?

Ora forse mi sono smarrito
fra gli echi di un sasso rotolato
di burrone in burrone; sembravano
grida nel silenzio della montagna;
i pensieri abbandonati alla ventura
sussultano ogni volta, si rompono
come bolle ad un soffio del vento,
se li tocchi svaniscono nel nulla.
Da tempo avevamo cessato
di attendere eventi sublimi;
ma neanche quando s’odono vicini
i fragori della Terra che muore,
si sente la voce angosciata
di Dio chiamare i suoi figli?

È stata l’usura del tempo
a farci colare come cera
in un carcere di cose quotidiane,
raggrumare sopra vecchie cianfrusaglie
su cui cade instancabile la polvere;
il mare, le vele, la salvezza
sono ormai un ricordo appannato,
inutile dibattersi, tentare
di fuggire da se stessi alla ricerca
di nuovi mari, nuove terre, nuovi monti,
se perfino quando trovi un rifugio
da eremita nel ventre d’una grotta
hai inventato una nuova prigione
da cui forse giammai uscire vivo
e in cui covare soltanto rancore
per la folla molesta degli uomini,
e dove anche il suono d’una voce
ti colpisce violento come uno schiaffo.
Hai tagliato la radio e il telefono,
hai raschiato ogni traccia di sentiero
perché neanche improbabili soccorritori
possano scoprire la tua tana,
hai voluto che qui si consumasse
il processo ineluttabile della vecchiaia;
perché dunque dibattersi ancora,
aprire le finestre sulla valle?
Sui campi abbandonati giace solo
afflosciata una vecchia mongolfiera.

Le finestre aperte sulla valle
ed il sonno della gente onesta;
le stelle, le lucciole, i campi,
gli odori delle erbe tagliate,
i rochi latrati d’una volpe;
questo enorme, infinito universo
consuma in silenzio se stesso
e la vita degli stanchi spettatori,
mentre i gatti rubano il cibo
ai poveri avanzi degli uomini
e le bestie ruminano inquiete
nel cuore delle stalle; dovunque,
nel verde respiro di pianure
o in fogne di città popolose,
la fatica di vivere, il timore
della morte nel tuo grande letto
e i pensieri inquieti di chi veglia,
la sigaretta accesa, la bottiglia
del vino, la tavola con le briciole
di pane dell’ultima cena.

Tre castagne tre noci una mela
ed una buona fiasca di vino
un giorno mi strinse nella mano
una donna dicendomi addio;
volevo andare da solo per il mondo
con soltanto il mio vecchio organetto
per cantare sulle piazze e sulle strade
le vere storie della vita e della morte
fra la gente che arriva da lontano
coi bastimenti pieni di speranza.
Io mi sarei accontentato
anche solo d’una stretta di mano,
ma se m’avessero aperto le braccia,
il mondo sarebbe rinato
tutto bianco come un grande Natale,
e forse dalle mie rovine
sarebbe uscito ancora un uomo vero;
sarebbe andato come Santo Francesco
a parlare alle genti d’amore.

Ma io ero ancora così pieno
del mio amore terreno, mi colava
dalla carne come linfa di albero,
pendeva golosamente dal corpo
come umido frutto maturo.
Ora che anche lui m’ha abbandonato
sto chino in questa landa come un albero
inchiodato alla sua croce di radici
e non so dove nascondere l’anima
così timorosa di stelle.
Dio ancora non mi ha dato un segno;
soltanto nostra madre Morte
alleva i suoi figli diletti
per l’ultima penosa metamorfosi.
Eccomi, allora, Madre mia,
il tuo figlio ignudo come allora:
cederà senza un lamento al tuo volere.

È con queste parole che ho scritto
l’ultima pagina d’una lettera
prima d’apprestarmi di buon’ora
al viaggio più lungo e periglioso.
Ho governato per l’ultima volta
e accarezzato piangendo il mio cane,
e sono andato senza fare rumore
così lontano che si vedono vicini
gli oceani della luce celeste.
Ma un’anonima notte meretrice
m’abbraccia senza neanche conoscermi
per nascondermi in un utero vuoto.

All’oasi d’Abu Assan
non mettere mai piede, viaggiatore
che smarristi la via delle comete,
làsciati infuocare dal sole,
disseccare orribilmente dalla sete,
oppure in una tana di serpe
attendi la grande Liberatrice.
All’oasi d’Abu Assan
tutto risplende e verdeggia,
ma è solo apparenza ingannevole:
le chiare e fresche acque cui ti abbeveri
brulicano di larve mostruose,
i dolci frutti trasudano veleni,
perfino gli indigeni che strisciano
silenziosi ed ambigui per vegliarti
al giaciglio in cui ti sei abbandonato
esausto e dubbioso sotto le stelle
sembrano cani fedeli
accucciati silenziosi ai tuoi piedi,
e invece ti tengono in pugno
nutrendo la tua debole volontà
coi tè di erbe, le nenie, le danze.
E’ la droga delle notti dell’oasi,
che consuma la mente sconvolta
coi segreti fruscii degli animali,
i lamenti dei palmizi, gli improvvisi
tonfi dei frutti che cadono,
gli incessanti ululati lontani
degli inquieti animali del deserto.
E’ un mondo sterminato di notti
e di stelle, tu le conti insonne
per opporti al delirio che avanza;
ma anche quando credi che la mente
sia serenamente sgombra,
è una pausa crudelmente fugace
del male inesorabile che ti logora;
non puoi più sollevarti dal giaciglio,
fuggire, attraversare il deserto,
cercare un medico, un uomo, un tuo simile,
così ti lasci giorno dopo giorno
nutrire con i tè di erbe,
i frutti velenosi, l’acqua putrida,
per avere almeno un filo di speranza
di sopravvivere; poi scrivi un messaggio
di soccorso e avvertimento agli amici
che credi t’attendano ancora
e la consegni nelle mani d’un servo
anche se per certo sai ch’è infido
e che la lettera solo per un caso
inverosimile, dopo molti, molti anni
giungerebbe ad increduli amici
distratti dalle cure quotidiane.


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