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Freddissimo e piovosissimo 18 febbraio 1999: ricevo da un Rossano Onano solare e trionfale la comunicazione epistolare che anche lui ha scritto «un poema che ha, finalmente secondo i tuoi gusti (si rivolge al sottoscritto, N.d.r.), un capo, un corpo, e una coda (...) e per di più circoscritto entro regole metriche ferree». Ho saputo poi che si trattava de La maternale terra di Ponente. Ho concluso: in fondo, via, questi due quasi amici per la pelle che si scrivono e si spiano con digrignante ammirazione e si annusano diffidenti come cani, hanno qualcosa d'importante in comune che non si può ignorare: l'innata propensione alla poesia narrativa, che stranamente hanno succhiato ambedue col latte della mamma (la differenza però c'è, ed è che Onano, con fiabesca e alluvionale, ma disorganizzata facilità, racconta solo balle; Scarselli invece caparbiamente e organizzatissimamente si fa in quattro per ricercare il Vero; e non è poco).

Piuttosto scettico dunque – forse più verso le sue cosiddette regole metriche ferree, che verso la sua capacità di scrivere poemi – mi sono proposto di stare a vedere. E infatti ho visto. E ho anche visto qualche profonda ed elegante recensione su questo nuovo poema, scritta da dei veri dotti in un ortodosso, ermetico e poetico (oggi il critichese mima con la stessa fantasiosità la poesia ermetica) stile critico; dopodiché m'è passata la voglia di aggiungere anch'io il mio sale: ubi maior, minor cessar. Ma poi mi sono detto: come si fa a permettere che intorno a un poeta e a un libretto in fondo coraggiosi crescano impunemente tumori critichesi di questo tipo: «partiture (...) ove si svelano i consuntivi e i fati delle più nascoste decadi lunari»? Si fa soprattutto un torto all'onesto lavoratore della poesia, che e Rossano Onano; il quale è uno dei pochissimi ad aver abbracciato la poesia narrativa avendo capito che nessuno ha più voglia di leggere le stucchevoli cosiddette "liriche singole", minimaliste o intimiste, sentimentali od ermetiche, romantiche o futuriste, che hanno imperversato per tutto il secolo finalmente tramontato. Onano è a tutti gli effetti, e nonostane i suoi difetti (ma nessuno è perfetto), un poeta narrativo e descrittivo dalla potente fantasia, anche se finora, purtroppo, ha scritto raccontini poetici brevissimi seppure densissimi. Taluni con un po' di buona volontà si potevano anche chiamare "micropoemi epici" e un autore più furbo avrebbe potuto svilupparli profittevolmente fino alla misura di poemetti; invece lui li ha sempre deplorevolmente lasciati alle loro dimensioni di flash onirici sparsi, solo radunandoli in mazzetti che i benpensanti, come si usa, chiamano "sillogi", e gli ha anche dato titoli strambi o roboanti al solo scopo di catturare un po' d'attenzione (d'altra parte come poteva dargli un titolo consono a un contenuto unitario, se questo non esisteva?), titoli, per citarne qualcuno, del tipo: Inventario del motociclista in partenza per la Parigi-Dakar, oppure Viaggio a Terranova con neri cani d'acqua, oppure La trasmigrazione altantica degli schiavi.

Ecco, solo in questa "Trasmigrazione" appena menzionata, che è del 1995, vi è stato un debole tentativo di insufflare nella silloge un po' di unitarietà, seppure apparente, collegando le singole poesie per mezzo di una artificiale atmosfera narrativa che simulava delle unità di tempo e di luogo e ricavandone una specie di poemetto (così l'hanno chiamato illustri critici) sempre dal titolo molto peregrino come il suo contenuto senza capo né coda. Tutte le altre sue sillogi sono accozzaglie di deliziose e delizianti (devo ammettere, pur digrignando i denti) brevi descrizioni di fatti e paesaggi, ma che nulla hanno a che fare l'una con l'altra. In Homo non dice, del '98, Onano ha un'ultima ricaduta nel delirio caotico della silloge, anche se con sussiego mi scrive: Perché vedi, già un poema è "Homo non dice", però senza capo né coda, cosicché tu non te ne sei accorto. Comun

que, anche in questo (devo ammettere) piacevole caos di poesie che si possono leggere una per notte prima (o per) addormentarsi e poi tranquillamente dimenticarsene, è riuscito ad infilarci – non si sa con quale coerenza – una delle più belle "liriche" che siano state scritte in memoria della madre (dove abbiamo scoperto che anche lui ha un cuore). Almeno così ho capito io, che fosse in memoria della madre, e con la sola forza dell'intuizione perché il furbastro, pur avendo un cuore insospettatamente tenero, vuoi per pudore, vuoi per amore di indovinelli, ha così ben mascherato quella lirica (secondo me con un po' d'irriverenza) in mezzo alle altre che parlavano di polpi rossi, di ascelle depilate, di astronauti e di lupe puerpere, che resta sempre il dubbio circa la persona di cui parla.

Ma poniamoci finalmente questa domanda: cosa può dare dignità di poemetto ad una sequela senza capo né coda di flash narrativi e descrittivi? Mi pare che in questo non ci sia il minimo dubbio: una narrazione – la si chiami poema o la si chiami romanzo – deve collegare le singole parti, capitoli, paragrafi o lasse, in modo coerente. Quindi deve avere almeno formalmente, un capo e una coda. Inoltre, e lo scriviamo a grandi lettere, dovrebbe anche avvincere, se l'autore ci sa fare; un racconto insomma – si abbia il coraggio di dirlo anche se sembra fuori moda – si legge spinti dalla tensione, o anche solo dalla curiosità, di "vedere come va a finire". Non può essere composto con qualche poesiola intimista e un po' di immagini belline messe in fila, che poi tutto resta lì, subito bell'e dimenticato. Badate, non si pretende che la coerenza arrivi fino a concludere la narrazione con una soluzione logica o almeno sensata, tanto meno con un'illuminazione, un insegnamento, una morale, cose concesse a pochi eletti e che ormai, purtroppo, sembrano essere roba d'altri tempi: se lo scrittore non ce la fa, poveretto, non ce la fa. Ma se lui su questo punto ci lascia a bocca asciutta, è umano pretendere almeno che ad occhio nudo si capisca per tutta la lunghezza del libro che si tratta dello stesso argomento. Se si vuole dargli il nobile titolo di poema,

Ebbene, nel suo ultimo libro, La maternale terra di ponente, Rossano Onano sembra ce l'abbia fatta, e abbia raggiunto almeno quest'ultima minima condizione: un capo e una coda sembra averceli. Ecco la trama, ammesso che di vera trama si possa parlare; e ammesso che io l'abbia capita, frastornato dalla folla di immagini, personaggi, episodi, scenette, annotazioni, sottoannotazioni, incisi, parentesi, sottoparentesi... Si tratta dunque di un viaggio verso la "maternale terra di ponente", che non si sa cos'è, ma dalle spiegazioni (assolutamente necessarie) si apprende che è il Sé del Poeta; i dotti dicono infatti che nella prima parte si tratta di «un viaggio da sé (attraverso gli inferi del suo stesso inconscio) a se stesso (dall'albero nano all'albero nano)». È lo stesso autore, che nella prefazione attira l'attenzione su questo gioco di parole (alber onano) in cui ha infilato (di nascosto) la propria firma, come fanno spesso i veri grandi, cui Onano si sente certo chiamato per la sua eccezionale maestria pittorica (che non gli si può disconoscere). Questo viaggio traboccante di simboli (sui quali consiglio il lettore di non spremersi le meningi, tanto è inutile) sembra invece abbastanza trasparente, addirittura realistico. Inizia al confine del deserto con una carovana di personaggi e una specie di Virgilio che funge da guida; sotto l'albero nano c'è un doganiere che subito esige il pedaggio, poi il cammino si snoda fra monti e valli e pianure (sempre deserte) fra incontri singolari e singolari avventure, dove a poco a poco la carovana è decimata, l'ultimo ad andarsene è il Virgilio che gli dice di proseguire da solo; e tale infatti resta il poeta, raggiunge di nuovo l'albero nano dove sta il doganiere, che questa volta però gli dà la sua divisa gallonata e lo invita a scambiarsi le parti; e tutto lascia credere che Onano resti lì a fare il doganiere mentre l'altro se ne va, quindi che la storia sia finita. In effetti questa parte è anche quella più riuscita, omogenea e coerente, si gusta addirittura, divertendosi un mondo.

Invece la storia non è affatto finita. Terminato il viaggio terrestre, ora comincia un viaggio rigorosamente per mare, finalmente verso la "maternale terra di ponente armonico e naturale: cancellavo volutamente (...) fino al raggiungimento, innaturale, del numero quindici previsto. Sentivo durante l'operazione una gioia irrequieta...».

Deliberatamente ho evitato di lasciarmi tentare dalle analisi psicologiche più che abbondantemente offerte in pasto al lettore dallo stesso autore come anche dal fideistico riepilogatore che ci ha ricamato sopra subito dopo il Pretext di Onano. Non credo, infatti, un'acca alle spiegazioni psicoanalitiche in poesia, le quali non sono altro che schematiche e perciò riduttive mediazioni razionalistiche molto lontane dalla "ineffabile realtà dell'essere"; inoltre non aggiungano assolutamente nulla al piacere non-mediato della lettura: vogliamo lasciare qualcosa anche al piacere irrazionale dell'intuizione? A maggior ragione ho evitato anche di soffermarmi sui mille simboli e allegorie che sono disseminati lungo il percorso, la cui spiegazione, fornita diligentemente dallo stesso Onano, mi pare più demenziale che densa di significato. Come si fa, ad esempio, nel verso Io ti cercavo (...) luna menarca e resina di pino a vederci un simbolo fallico e addirittura il membro stesso di noi uomini, il pino, non per tutti purtroppo così dritto? che allegoria ci può essere nei quattro moschettieri? e nella Tata che fa il bucato sulla nave? Mah. Ho sempre trovato assurdo, oltre che umiliante, doversi leggere le spiegazioni dell'autore per capire la poesia.

Ma allora, per concludere, a cosa è dovuta l'attrazione fatale che esercita lascrittura di Onano? Non mi vergogno a confessare che non l'ho ancora capito del tutto. Certo, in buona parte è dovuta alla sua veramente notevole fantasia nell'invenzione di fatti e paesaggi. Ma anche al suo modo molto divertente di descrivere con la massima serietà, e la minuzia maniacale dell'osservatore scientifico (devo averlo già scritto da qualche parte), i particolari più insignificanti, più umili, o quelli che i benpensanti della poesia non dicono mai. Forse è anche dovuta alle verità esistenziali che qua e là occhieggiano pur fra le scanzonate, dissacranti, e talvolta truculente (seppur fatte con molto garbo) descrizioni. Ma tutto questo non mi pare che basti a spiegare. Evidentemente la poesia è proprio inspiegabile.

Mi viene un dubbio: che sia proprio quel suo modo così particolare di scrivere storie demenziali in uno stile pseu­doarcaico, latineggiante, stentato, infedele alla grammatica e al ritmo, che io aborro e con tanta fede missionaria combatto in nome del diritto dei popoli a capire? non sarà che anch'io mi stia assuefacendo alle brutture delle mode, sì da farmele addirittura perversamente piacere? Eh, no, alt! È stato un momento di debolezza. Stavo quasi per dire «ma sì lasciamo ad Onano quel che è di Onano», consentendo supinamente che la peculiarità della poesia sia ridotta ad essere un contenitore di parole pseudo arcaiche e infedeli a tutto, sì, avete capito bene: proprio l'anti-poesia.

Già. Ma cos'è la poesia?

Recensione
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