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Onano desnudo.
Chirurgica esegesi della poesia di Rossano Onano

Non mi risulta che qualcuno dei commentatori della poesia di Rossano Onano si sia spinto così chirurgicamente a fondo nell’esegesi della sua scrittura da avere il coraggio di confessare a se stesso e proclamare coram populo che la fascinazione esercitata sul lettore è data praticamente soltanto da un’abile profusione di stilemi verbali, grammaticali e sintattici inusitati, ora arcaici, latineggianti, maccheronici, tecnologici, specialistici, e ora soltanto e semplicemente strambi, tenuti insieme da un continuum eminentemente allusivo e allegorico in cui l’improprietà di linguaggio e l’inosservanza della sintassi e della grammatica più elementare fanno da padrone. Tale peculiarità suona all’orecchio di un lettore, neanche troppo severo, come una curiosa attrattiva formale, quanto inutile perché non aggiunge nulla ai contenuti sfuggenti delle storie narrate, spesso ridotte a poco più di flash indecifrabili, anzi riesce a renderle ancora più contorte e aggrovigliate. Tale scrittura, per chi conosce da tempo il gioco di Onano e ha ormai superato la curiosità che essa stimola, alla lunga si rivela carente dei contenuti esistenziali che le persone dabbene si aspettano dalla poesia, e confina quella di Onano fra il genere puramente ludico.

Onano affabulatore

La poesia di Onano è nonostante tutto esclusivamente narrativa: credo che in vita sua non abbia mai scritto poesie lirico-intimistiche e, conoscendolo, non riesco neppure a immaginarlo. Egli avrebbe la stoffa e la grinta del poeta narrativo puro, ove la purezza si misura dalla assoluta mancanza di vissuto personale: ora infatti si limita a osservare con occhio distaccato ed acritico il vissuto degli altri senza alcuna partecipazione empatica, e ora dà briglia sciolta all’invenzione o alla deformazione fantastica della realtà. Non mi risulta che questa caratteristica sia stata sufficientemente messa in evidenza, e ciò mi stupisce; la spiegazione sta forse nel fatto che i lettori vengono abbagliati dalla sua scrittura crittografica e dalla sgargiante distorsione che Onano fa dei significati verbali e delle regole grammaticali, cosicché si scambia la forma per il contenuto e ci si accontenta di pensare che la sua poesia sia tutta lì. Purtroppo tale pensiero non è molto lontano dal vero ed è per questo che, secondo un canone a me caro (La vera poesia è quella che affronta temi di spessore esistenziale trasmettendo in un linguaggio comprensibile una originale rilettura del mondo) ho affermato che la poesia di Onano rientra nel genere “ludico”.

Nelle sue poesie-racconti si agita tutta una umanità colorata di gente stramba o mentecatta osservata con un occhio che sta fra lo scientifico, l’ironico e il beffardo. Poiché Onano esercita la professione di psichiatra, è facile immaginare che tale mondo sia il riflesso del popolo di pazienti cosiddetti “borderline” o decisamente disturbati, che giornalmente gli capita di studiare. E’ evidente infatti che la grande passione per il suo lavoro gli produce, come spesso succede a chi oltre che medico è anche scrittore, una sorta di coazione a trasferire in poesia lo straordinario immaginario alimentato dalla continua osservazione di questa folla, che fra l’altro ha sempre stuzzicato anche il voyeurismo di noi profani. Ma oltre ad osservare con distacco il suo popolo, egli ha una grande passione per l’analisi psicologica, che lo spinge a svelarne le sotterranee pulsioni; perfino gli scritti che egli frequentemente dedica ai poeti del momento assomigliano a delle relazioni mediche, se non addirittura a delle vere psicoanalisi, al riparo delle quali si diletta a mettere a nudo senza troppi peli sulla lingua la psicologia delle vittime. Questo non è certo un male dal punto di vista esegetico, sicuramente aiuta a entrare nelle motivazioni del “delitto poetico” dei suoi analizzati, ma non aiuta gran che a goderne la poesia; come tutte le analisi razionalistiche sui testi poetici, anche le analisi mediche di Onano non possono che risultare alquanto noiose per i non addetti.

Tornando alla sua produzione poetica, ciò che manca alle “poesie” di Onano è un respiro geo-epico-esistenziale; egli si limita a osservare quasi pedantemente le azioni del popolo che gli si muove confusamente davanti e che pare senz’anima; né lui sembra fare alcun tentativo per ricavarne un’interpretazione esistenziale, una morale, una riflessione che sia un po’ meno fisica e un po’ più metafisica per soddisfare il nostro bisogno di risposte e di verità ultime. Inoltre, il corto sviluppo dei suoi racconti e la scrittura allegorica volutamente crittografica gli impedisce di superare “a destra” con un impianto scritturale decisamente poematico la schiera boccheggiante dei minimalisti ermetici ancora fermi a una stantia Avanguardia sinistrorsa, e allora vi resta anche lui penosamente impigliato. Accade infatti troppo di rado che qualche poesia “minimale” e meno ermetica riesca a polarizzare l’attenzione del lettore per “vedere come va a finire la storia”; e quando nonostante tutto accade, e la storia riesce a coinvolgerci, è merito soltanto della naturale virtù che possiede la narrativa oltre che della malsana curiosità del lettore per la folla stravagante dei propri simili visti dal buco della serratura d’un professionale indagatore di comportamenti. Ma anche in questi casi purtroppo egli cripta talmente le sue storie, che lo scotto che necessariamente paga è di tarparne la forza narrativa; quando infatti la narrazione langue e i seri contenuti mancano o sono troppo criptici, non può non sorgere il dubbio che il succo della sua poesia sia solo la fascinosa stramberia del suo linguaggio, che peraltro per molti costituisce la tanto ammirata peculiarità di Onano.

Stando comunque così le cose, ogni volta che esce un suo libro il primo atto che fa chi è familiare con la sua scrittura è di correre a leggere la prefazione del coraggioso di turno che l’ha scritta, curiosi di vedere cosa sia abilmente riuscito a cavare dal nuovo testo. Il divertimento viene quando, letto finalmente il libro, si può fare l’esame esegetico anche della prefazione, confrontando le fantasie del prefatore con quelle che noi abbiamo ricavato dal libro. Fortunatamente, con l’ultimo libro di Onano, Ammuina (Genesi Editrice, 2009) la bravura del Prefatore Sandro Gros-Pietro ha toccato i vertici del virtuosismo e della perspicacia.

La novità di “Ammuina”

Lungi da me il sospetto ch’io consideri questo libro di Onano insignificante per il fatto che non è poematico come il sottoscritto gli raccomanda invano da tantissimo tempo, o perché c’è voluta tutta la perspicacia di Gros-Pietro per cavare qualcosa dalla sua oscurità, ma è sicuramente uno dei più sconcertanti a causa della novità che il Poeta vi ha “abusivamente” introdotto: ogni poesia è preceduta da una lunga e contorta frase che ci si aspetta funga da titolo-guida e invece, oltre ad essere di per sé piuttosto cervellotica, manca volutamente di un chiaro nesso col contenuto della poesia stessa. Per informazione del lettore ne darò qualche esempio scelto a caso: (1) Il coraggioso gregario Bruseghin corre il giro d’Italia per investire nell’acquisto di asini ecologici; (2) Nella pineta di Classe si avventura mansueta l’anima cinematografica di Monica Bellucci; (3) Tonino Guerra ascolta gli spunti di Federico Fellini e scrive una sceneggiatura praticamente di testa sua; (4) L’imperatore Costantino prepara il viaggio ancora indeciso sulla definizione dell’orizzonte. E qui mi fermo immaginando la sazietà del lettore.

Da questo punto di vista il titolo del libro è quindi quanto mai appropriato: “Fare ammuina” (cioè creare confusione) era infatti l’ordine che si dava alla ciurma della Real Marina di Francesco II, ultimo re di Napoli, quando era prevista un’ispezione a bordo. Quest’ordine oggi fa morire dal ridere, ma sembra che nel 1841 facesse ufficiosamente parte di un serissimo Regolamento proprio della Real Marina del Regno delle due Sicilie. Poiché è assai spassoso, lo riportiamo pari pari per chi non lo conoscesse:

All’ordine “facite ammuina” tutti chilli che stanno a prora vann’a poppa e chilli che stanno a poppa vanno a prora; chilli che stanno a dritta vanno a sinistra e chilli che stanno a sinistra vanno a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’n coppa e chilli che stann ‘n coppa vann abbascio passann’ tutti p’o stesso pertuso.

Ebbene, spezzoni del “Regio Regolamento” Onano ha pensato bene di infilarli come farraginosi titoloni di diverse poesie senza peraltro che ne spieghino il contenuto. Quest’idea gli è piaciuta tanto, da estenderla sistematicamente quasi a tutte le poesie applicandovi titoloni tanto farraginosi quanto poco pertinenti; quindi mai titolo è stato più azzeccato per un libro in cui sembra che lo stesso Capitan-Onano abbia impartito l’ordine fatidico ”Facite ammuina!”, tale è lo sconquasso non dico di ogni nesso, ma di ogni ordine e significato. Il prefatore Gros-Pietro, abilissimo scopritore di significati reconditi anche su testi per me indecifrabili, scrive ancora con acuta efficacia: La narrazione, a seguito della rottura dello specchio del linguaggio dentro cui si rifletteva, si è scomposta in una serie di frammenti. Ci sono reperti, brandelli, tessere del grande mosaico, si può fare un’operazione inventariale e di riconoscimento, ma non c’è la reale possibilità della ricostruzione del senso complessivo delle cose. Dove si vede che anche il Prefatore sembra perplesso davanti alla mancanza di un senso complessivo, il quale potrebbe scaturire solo da una seria riflessione esistenziale. Più oltre infatti spiega con altrettanta efficacia descrittiva che si tratta di un gran meticciato moderno (…) fatto di barbagli di attualità televisiva in cui galleggiano cantanti, calciatori, ciclisti, quizzisti, e cui si aggiungono le fonti popolari e folcloristiche.

Per parte nostra c’è solo da rilevare che il “grande mosaico” di cui parla il Prefatore è un miraggio esistente solo nelle sue ottimistiche speranze, dato che per mosaico s’intende l’opera finale squisitamente ordinata con tutte le tessere a posto, cosa che qui non accade per niente. Qui Onano ha voluto invece pervicacemente ribadire la deliberata cacofonica illogicità della sua scrittura, proprio premettendo ad ogni componimento (che Iddio perdoni la mia cattiveria se non la chiamo “poesia”) quella sorta di lungo titolone per il quale neanche il lettore più benevolo troverebbe un pur lontano legame col testo sottostante. Ripensando tuttavia alla strana invenzione di questi lunghi titoli, non ci abbandona il sospetto che Onano-il-Sacrilego abbia voluto parodiare i noti titoli-commenti esplicativi con cui il buon Boccaccio introduceva i racconti del Decamerone. Insomma l’ultimo spregio dell’Onano anarcoide alla regalità.

Il “gran meticciato”

Misteriosa resta comunque la funzione che Onano ha inteso dare al “gran meticciato”, la lapidaria definizione con cui Gros-Pietro ha sintetizzato l’impressione che anche il lettore si fa certamente del libro; non si comprende altro scopo se non quello di dare a destra e a manca grandi pugni nello stomaco. Non si sa ad esempio a cosa serva nell’intenzione del Poeta quella ridda di nomi e cognomi di personaggi che vi s’incontrano, alcuni noti, altri meno noti, e altri totalmente ignoti ai comuni mortali: c’è Caronte, Schellino, Caliari, Papessa Giovanna, Orsini, Bruseghin, Pessotto, Nastagio Degli Onesti, Costantino, Akbar, Tommaso Didimo, Adriano e Antinoo, Adamo ed Eva; c’è perfino Fellini, Tonino Guerra, Amanda Lear, Monica Bellucci e mariadefilippi (sic). E scusate se ne ho saltato qualcuno. Senza parlare poi dei luoghi, come Gerusalemme, Gardaland, Santiago, la Pineta di Classe, e quant’altro lasceremo scoprire alla curiosità del lettore. Resta comunque il dubbio se tutto ciò sia il parto di una mente contorta, congiunta alla sfrontata esibizione di una profonda cultura, oppure questa mascherata che il generoso Gros-Pietro chiama meticciato intenda veramente rappresentare il gran minestrone mass-mediale della nostra frivola società dei consumi, sulla quale l’autore nauseato lancia il suo ghigno inferocito come Enrico Toti la stampella. Può darsi; anzi me lo auguro, perché se così fosse, potrebbe essere la spia, o l’inizio, di una più consapevole intenzione sociale nell’animo d’un poeta finora mai esplicitamente coinvolto in tali sentimenti, sarebbe quindi una novità degna di essere approfondita e dimostrata.

Nel libro c’è anche un non tanto misterioso personaggio femminile di nome Alissa, che sembra volerci dare qualche contentino comparendo in diversi componimenti, in diverse azioni e diversi atteggiamenti abbastanza vicini al senso comune, tanto che a voler essere buoni vi si potrebbe intravedere un debole azzardo poematico del nostro Rossano, se ciò non si risolvesse “a scapito della poesia”: ho notato infatti che quando una storia si fa chiara e trasparente, senza le solite allegorie e volontarie sgrammaticature, la sua fascinazione diminuisce, come se le due cose – chiarezza e fascinazione – fossero nella poesia di Onano inversamente proporzionali. Certo non basta infilare qua e là un’Alissa, per dire d’aver creato un sano collegamento con la realtà da cui scaturisca automaticamente un filo di poesia poematica o di poesia tout court; anche in altre sue opere succede d’incontrare poesie raggruppate a formare una sorta di isola, o di arcipelago, un debole spunto poematico in mezzo alle molte altre che galleggiano senza padrone. Ma anche là vale il dubbio che la cripticità della narrativa onaniana sia proprio il sale della sua poesia. La nostra Alissa è protagonista di una storia accessibile alla nostra comprensione di spiriti semplici e anche i titoloni suonano realistici, anzi iperrealistici, come quello che recita in modo quasi banale che Alissa abbraccia la madre meritando la standing ovation nel calore di uno studio televisivo (allusione alla popolare trasmissione “C’è posta per te”); ma che fine faccia la poesia in tutti questi casi di meticciato fra studi televisivi, monichebellucci, mariedefilippi e ciclisti coltivatori di asini, non si sa, e invito il lettore ad andarla a cercare.

I fanatici del modernismo potranno ancora gioire solo allorché anche Alissa sarà di nuovo inghiottita insieme agli altri personaggi nei flutti criptici dell’ermetismo e delle allegorie, come ad esempio in questo titolo-flash con relativa poesia: titolo-flash: Alissa si fa bella; poesia: Alle pendici di Alissa / la natura è verde e intrepida / la lupa. Si avventurano / sherpa con tende colorate. Per onestà devo dire che questi quattro versi non suonano misteriosi per tutti: la femminile acutezza intuitiva della mia consorte Gemma sentenzia che le pendici di Alissia sarebbero le curve del suo corpo, la natura e la lupa sarebbero la vagina che si risveglia intrepida di ormoni (cioè intraprendente), mentre gli sherpa con tende colorate sarebbero i baldi maschi che ci razzolano sopra. Io davanti a tanta perspicacia mi sono arreso, ma mi chiedo ancora una volta se sia giusto considerare la poesia come un gioco enigmistico; io preferisco i veri cruciverba che uso la sera a letto come aiuto per entrare nel sonno del giusto. Prima di chiudere sull’aspetto criptico della poesia di Onano, trovo utile riportare un altro flash, esemplare dell’assoluta incongruenza fra il titolone e una delle tante mini-poesie, e sono sinceramente curioso se qualche anima semplice vi troverà della poesia o almeno una spiegazione. Titolo: Sentinella quanto resta della notte? Mini-poesia: Una sposa, lento animale notturno. Ma anche qui la diabolica Gemma mi ha detto che è tutto chiaro, anche se non sa dove trovare la poesia.

Nonostante le mie cattiverie, cari lettori, i luoghi in cui si parla di Alissa sono gli unici dove si può leggere una storia con la curiosità forse un po’ malsana di “vedere cosa succede”. Perché malsana? Ebbene, perché sono i luoghi in cui l’Onano-Psichiatra, depone la maschera di Gran Burattinaio e la scrittura di poeta super-ermetico per pescare nelle storie malate dei suoi pazienti. Una di queste è, come si è detto, quella di Alissa, che deve avere intrigato non poco l’Onano-Medico, a giudicare dalla passione con cui egli ci racconta avventure e disavventure di questa sbandatella. In questi pochi racconti, gli unici di maggiore estensione, Onano ci fa entrare con criptica discrezione addirittura nelle cause lontane dei di lei nevrotici comportamenti, risalenti agli abusi sessuali del padre e al perverso persistere in lei di un sentimento di odio-amore, anziché di ripulsa; fino all’apparente guarigione, coronata dalla nascita di un bimbo, ovviamente di padre sconosciuto (il padre si è faciuto manco); ma subito, a rendere ambiguamente laida anche la “guarigione”, si legge che il pedofilo padre di Alissa le cammina a fianco, magari tenendola amorosamente per mano. Naturalmente è tutto psichiatricamente molto interessante; ma dov’è finita l’affascinante “poesia” di Onano? E’ quindi, seppure a malincuore, che sono costretto a consigliare paradossalmente al mio amico di lasciare da parte le storie trasparenti ispirate ai suoi pazienti e di perseverare con quelle incomprensibili, ermetico-allegoriche, ma di pura invenzione, dove almeno resta sovrano il ludico, anche se di magra consolazione.

Onano psicoanalizzato

La malcelata voluttà con cui Onano ci porge queste storie abbastanza trasparenti ci mette in corpo una morbosa curiosità di conoscere gli aspetti meno evidenti della sua personalità esattamente come fa lui quando mette sul lettino i poveri poeti; tentiamo insomma anche noi dilettanti psicologi di fargli addosso un po’ di psicoanalisi, anche se incapaci di alate elucubrazioni. Ci conforta la vox populi secondo cui tutti gli psichiatri hanno qualche scheletro nell’armadio e sono quasi più “matti” dei loro pazienti; sarebbe questa infatti la ragione per cui amano moltissimo specchiarsi nelle nevrosi degli altri esorcizzando le proprie. E allora via, si comincia.

Sicuramente gli affezionati lettori di Onano si saranno accorti delle sotterranee pulsioni frequentemente sessuali che suo malgrado affiorano nei modi e circostanze più disparate e che tanto li divertono nonostante siano sempre criptate con metafore e allegorie; noi profani non siamo in grado, e neppure vorremmo, stanarle tutte analiticamente, ma spesso saltano agli occhi da sole con discreta evidenza. Ecco dunque qui un latente voyeurismo (Il fotografo accoglie Alissa nel suo studio / collocandola in posa negligente (...) però con le gambe troppo divaricate); e qui forse la proiezione d’una latente pedofilia (...il padre di Alissa la colma d’attenzioni / continuando a colmare d’attenzioni molti ragazzini / nella sua qualità di capo-scout premuroso); ecco qui la schiera delle tenere bambine allineate nei lettini e accarezzate amorosamente dalla mamma (sic?); ecco anche qualche esperienza maritale rubata dal lettino dell’analista (la madre di Alissa si lamenta di qualche inadempienza / soprattutto riferita al cosiddetto dovere coniugale), e una ironica e neanche tanto criptata fellatio: il Signore (per evitare malintesi, dirò che è il vecchio Akbar) mi accoglie / con la sua canna vuota, per delicate operazioni orali. Insomma ce n’è per tutti i palati e di tutto un po’. Non vogliamo infine dimenticare la poesia dove in un sol colpo è rappresentata la nostalgia del grembo materno, l’invidia del pene e il desiderio di castrare il padre: il figlio maggiore di Kronos a lungo nutrito dalle poppe / della madre, si distaccò dall’amplesso (...) evirò il genitore forte. / Con rumore di tuono, senza pianto, precipita / il fallo incandescente (...) Penetra la terra un menhir rosso; e a questo punto non può non lusingarmi constatare quanto abbiano impressionato Onano gli omologhi versi – scusate l’autocitazione – della mia Priaposodomomachia. Faccio forza sulla mia innata modestia e mi permetto di citarli per un sano confronto, che non temo dato che i miei sono più belli dei suoi: Spossato dal dolente trionfo, / a me cadde mozzato d’un colpo / fragorosamente, come testa di re, / l’eroico Priapo che tanto aveva osato.

Che dire poi della profusione che Onano fa di mammelle e ghiandole mammarie, quasi sempre in pose oscene, o sottomesse, o grottesche, non per caso alla maniera dei film di Fellini. Ecco allora la donna-cannone affetta da gigantismo (…) la popolazione grata progetta un monumento (…) attorno a un trono d’ebano con braccioli / dove la deforme siede, mostra le placide carni / le tranquille articolazioni le dilatate ghiandole / mammarie. Per contraltare c’è anche il macho che avverte le donne della sua testosteronica belluinità: Sappi che sono nomade, mia sottomessa / mi nutro di bacche selvagge e di carne macellata (…) porto la copula veloce delle fiere.

Il disprezzo del macho belluino per la femmina sottomessa ci porta a trovare le tracce della profonda misoginia che Onano ha profuso qua e là in tutte le sue opere. Ecco qui ad esempio, limitatamente a questa “Ammuina”: Corrono nude dodici spose (…) e Nastagio le uccide tutte. E ancora: Molte donne hanno gli occhi bellissimi (…) poche hanno gli occhi puri. C’è anche la truce storia delle graziose cinque bambine (non bambini!) allineate nei loro lettini, cui la madre adottiva rimbocca le coperte odorose / le bacia sulla fronte con molta tenerezza e le sopprime col gas. Ma quale miglior esempio di una vera e propria satanica demonizzazione del Femminino, quanto il racconto del grazioso tete-à-tete ricco di allegoriche venature sessuali fra un uomo e una donna seduti a un Caffè? Ecco cosa succede allorché la donna si allontana: l’uomo guarda attentamente, scopre / che la donna è nuda, le ali tatuate / di un orrido uccello grifagno, dal coccige / alle scapole alate. Più che di disprezzo, qui si tratta di genuina paura della Femmina.

Ma lasciamo ad altri esegeti più pazienti di trovare e analizzare tutti gli altri punti in cui affiorano le mille allusioni sessuali di cui è costellata la sua opera omnia, spesso gratuite quanto inaspettate, ma sempre peraltro elegantemente discrete, pardon criptate, che lasciano intuire quanto profonde siano le radici dei segreti desideri-timori dell’Autore, anche lui in fondo, come tutti, un essere umano. A voi bastino questi brevi assaggi: i genitali minimi dei bronzi di Riace; la copulazione captiva dei rettili dagli strani occhi erettili; l’ambigua esortazione durante un naufragio: Prima le donne, dice il capitano con gioia di luxuria (sic, Ndr), ove nondimeno le onde portano luxuria intrepido (sic, Ndr) verso la terra nuova; che dire poi delle donne bellissime che hanno gli occhi caldi come da possessione / quartana; che dire del quotidiano locale / nella rubrica delle prestazioni offerte / le quali consistono nel simulare orgasmi telefonici; e che dire anche dell’uomo davanti alla tavola apparecchiata, ma che punta in estasi le intimità disinvoltamente esposte di una commensale che ha accavallato le gambe (ricordo di Kim Basinger!) e, come davanti a un altare, sotto al tavolo la tenta con una carezza / nascosta, perché nessuno veda. Ma c’è anche, oh blasfema commistione, la gemma dell’angelo Emanuelle, che non è un refuso per “Emanuele”: molti ricorderanno infatti il famoso pornoromanzo con lo stesso titolo. Ennesimo, ma non ultimo esempio, quel fallico menhir rosso già citato, che si erge fieramente come un totem maschilista in mezzo alla radura e penetra la terra. A questo punto noi anziane matricole capiamo che anche Onano ricorda benissimo i versi del famoso e quasi epico “Processo allo Sculacciabuchi” che circolava fra noi, dove il fallico Napoleone fatto fare in terra un buco tondo / fantasticava d’inculare il mondo.

Penso che questi pochi esempi, fra i tanti che popolano il libro, anzi l’intera opera poetica e saggistica di Onano, bastino a rivelare alcune sue nascoste pulsioni; le altre vada a cercarsele il lettore pruriginoso più che curioso.

La rotta pseudo-evangelica

Verso la fine del libro, anticipata da alcuni ricordi biblico-evangelici che affiorano qua e là (esempi: strane abluzioni rituali ove D’acqua e vino mi laverai; Le mie mammelle ti offrono miele; Bambino / o cane pauroso o nazareno), il libro prende una rotta se non erro assolutamente inedita per l’Onano che conosciamo, di regola scientifico, distaccato e beffardo osservatore dei fatti umani; ci aspetta infatti una sorta di spettacolare quanto improbabile eppure insistita “conversione religiosa” che, tanto per non smentire lo stile onaniano, non si capisce bene quanto poco contenga di serio e quanto molto di parodia. Dopo avere forzato le nostre capacità intuitive, crediamo di indovinare che la figura femminile che s’incontra in una sorta di “Cantico dei Cantici” sia Maddalena, che ora offre dalla mammella a un volitivo cranio ignoto (Gesù? Quale irriverenza!), forse bambino / o cane pauroso o nazareno (...) latte o esausto colostro o acqua cristallina (...) trepidamente / aspettando un’ipotesi di salvezza. Ma subito dopo anche le nostre speranze di salvezza vengono inaspettatamente frustrate da un folle titolo che recita Secondo manifesto per la comprensione della bulimia (vi risparmio la poesia) e poi da un altro che dice Non tutti apprezzano la cucina marinara (idem per la poesia), e poi ancora da uno che spiega C’è differenza fra il ragù e la carne con la pommarola, ma la truce poesia cui si riferisce, e che vi accenno soltanto, mostra una serie di orfanelle ordinatamente allineate nei loro lettini cui la madre adottiva che rimbocca le coperte odorose / le bacia sulla fronte con molta tenerezza e sorride, e poi gli somministra la venefica canna del gas.

Il culmine però della nuova corrente “evangelica” si vede nelle poesie che riguardano le crisi spirituali dell’ineffabile Tommaso detto Didimo, che compare in modo insistito e più o meno giustificato nei numerosi titoloni che vi riporto, qualcuno accorciato da noi per rispetto del Lettore: Tommaso detto Didimo, uno dei dodici; Tommaso detto Didimo sogna una passera (sic, Ndr) che zirla nella tempesta; Tommaso detto Didimo esercita il proprio umanesimo; Tommaso detto Didimo sogna di sognare; Tommaso detto Didimo dubita del proprio umanesimo; Tommaso detto Didimo saluta Gerusalemme nell’atto di partire per l’India come missionario. Insomma, Didimo, Didimo, Didimo, e osservate l’iterazione ingiustificata di parole e stilemi che imita un andamento salmodiante, altra caratteristica modalità di Onano. Naturalmente la mia natura semplice, al contrario di quella della mia Super-Gemma, non è mai riuscita a rintracciare un valido nesso fra questi titoloni e le poesie cui si riferiscono. In ogni caso, dopo varie storie, confessioni, preghiere, invocazioni, e addii di questo Tommaso detto Didimo, viene a coronare l’epopea un impareggiabile titolo: Appendice a Tommaso detto Didimo, seguito da una altrettanto impareggiabile poesia che il vostro scrupoloso cronista è obbligato a citare in tutta la sua candida indecifrabilità: Questa faccenda del pensiero debole, dell’arroganza / inesistente. Questa faccenda da niente. / Oh donna di Gerusalemme, prateria scura. / Questa faccenda della seminazione, della paura. La poesia è tutta qui.

Prima di chiudere l’epopea di Tommaso detto Didimo, mi sembra onesto aggiungere che tutta questa insistenza sulla parola Didimo non è affatto innocente. Sarò forse di natura sospettosa, ma voglio ricordare a chi non ci avesse pensato, che la parola “didimo” non è soltanto parola letteraria inusitata per dire “gemello”, ma nel linguaggio degli anatomisti significa “testicolo” (altro segno di fissazione maniacal-sessuale?). Tali sospetti sono confermati dall’ultima poesia dell’epopea: infatti proprio quando stava per stupirci con la nuova propensione religiosa, Onano getta con uno sberleffo la maschera evangelica e mette sulla bocca pezzente del nostro Tommaso detto Didimo, spedito da Gesù nel lontano oriente a portare la buona novella, la pacchiana richiesta: è previsto / il rimborso del biglietto, un minimo / gettone di presenza per l’impegno profuso?

Eppure verso la fine del libro, sotto l’improbabile titolo Fotografia della memoria dell’olocausto, troviamo con immensa sorpresa una poesia addirittura così toccante da non saperla come classificare, che mostra una di quelle foto in bianco e nero propinateci a sazietà nei “giorni della memoria”: L’uomo magro stranamente in posa con occhi ceruli (…) lui pensa e oppone la sua / fisicità malferma, la dignità (…) Che nessuno pensi / a una fioca invocazione di pietà / o d’aiuto (…) pensa desidera e chiede: una preghiera non è il caso, forse, a qualunque dio / sconosciuto e sapiente (…) ma una minima sosta / del pensiero, almeno, come un saluto / militare, senza lacrime, calmo / la sera, nell’avamposto perduto. Non so come sia potuto succedere, ma qui Onano ha finalmente deposto i suoi trucchi ermetici e ha parlato col cuore; una delle rarissime poesie in cui Onano non è riuscito a mantenere il controllo dell’osservazione distaccata e ha lasciato vibrare liberamente la commozione.

Il libro si chiude con un’altra gradevole sorpresa; Onano per una volta non si limita ad osservare il mondo così com’è ma trae dalle sue osservazioni lo spunto per una riflessione che potremmo definire di respiro geo-epico, darwiniano, quale tutti aspettavamo da tempo, l’esaltazione metafisica di un atto umano che assume degno significato solo per la prosecuzione della specie: un uomo contempla abbacinato sotto una tavola imbandita le intimità più offerte che esibite di una commensale; l’uomo è come davanti alla vasta tovaglia / di un altare, respira, la tenta con una carezza / nascosta perché nessuno veda: oppure / sono vigili entrambi, nell’esercizio / dell’unico rito possibile perché la storia / continui, ultimo Adamo e ultima Eva?

I trucchi di Onano

E’ un po’ stonato, dopo queste straordinarie quanto inattese rivelazioni, dover parlare dei trucchi “d’ordinanza” ch’egli usa a profusione nella sua scrittura fino a farne una maschera protettiva contro i grandi sentimenti che pure coltiva dentro di sé, ma che così raramente lascia trasparire in poesia. Eppure bisogna parlarne perché per molti sono una sua altamente apprezzata peculiarità.

In tutta questa caotica ridda (pardon, ammuina) cosa resta al lettore, oltre al gusto perverso d’essere attratto da una scrittura inusitata e, quando Onano abbassa un po’ la guardia, da una pruriginosa ricerca di allusioni carnali? Abbiamo già accennato che il fascino di questa scrittura si può rintracciare (A) nell’uso – in quest’ultimo libro per la verità abbastanza moderato – di lemmi ricercati, molti dei quali anche il più diligente lettore invano cercherà il significato nel vocabolario o lo troverà segnato come arcaico (quietudine, captiva, migrativa, assalisce, paternale, faciuto, sanguinanza, seminazione, oncofagi, ecc.); (B) nell’uso di stilemi assolutamente inusitati, o inventati lì per lì (faciuto manco); (C) nel gusto un po’ sadico che ha Onano di costringere il lettore a decifrare significati allegorici troppo criptati per essere riconoscibili. A onor del vero è giusto ricordare che talvolta, anche se di rado, si incontrano ricostruzioni-spiegazioni quasi in chiaro di vicende e caratteri di personaggi disturbati che potrebbero risultare anche accattivanti; ricordando infatti che Onano-Psichiatra è per mestiere un esimio analizzatore di gente più o meno mentecatta, è lecito supporre che la storia di qualche paziente sia finita dentro il libro, come quella già menzionata di Alissa su cui la passione professionale del Poeta si è soffermata diverse volte: Alissa che fuma l’erba spinella... (pag. 34), Alissa abbraccia la madre... (pag. 38), Alissa finalmente realizzata... (pag. 40), ecc. ecc.

Sono convinto che la spiegazione più semplice della fascinazione che nondimeno esercita questa scrittura volutamente più stramba che strana e che rare volte ci concede di leggere una storia o una riflessione sensata, è data proprio dall’uso pressoché continuo di metafore, paradossi e allegorie, fra cui le più sapide sono ovviamente quelle tinte allusivamente di sesso. Per non lasciare il lettore a bocca asciutta, riporteremo qualcuna di queste rappresentazioni retoriche cominciando dalla prima poesia che narra di una non identificabile Papessa Giovanna (storica o inventata?): una donna / toccata dall’angelo anoressico, androide / nell’umore: questo spiega l’evoluzione / stupefatta della specie, del resto Amanda / Lear è bellissima, belli ugualmente i bronzi / di Riace dubbiosi sui genitali minimi. Poco più oltre si trova un titolo Palazzo di Giustizia Istruttoria e la relativa poesia che recita paradossalmente: Mi avvalgo della facoltà di rispondere / dice l’imputato, inutilmente. / L’aula è spoglia di mobili, vasta / e vuota, anche il giudice è assente. Nella poesia successiva arriva la sentenza per il gaglioffo di imputato, nondimeno nostalgicamente coccolato dalla popolazione femminile: Fucilato alla schiena, per manifesta / vigliaccheria. Ricordano le donne la sua / velocità, la cortesia gentile; e salta agli occhi l’invidioso titolo di vigliacchi che la maggior parte dei maschi riservano ai bellimbusti che godono di troppa popolarità femminile.

Si trova anche tutta una serie di allegorie e allusioni bibliche; sorvoliamo il bizzarro titolone, che per noi non ha alcun nesso con la relativa poesia La natura femminile favorisce i processi d’integrazione (la diabolica Gemma invece, dotata beata lei di superiori capacità intuitive, insiste a dire che è tutto chiaro) e passiamo al testo della poesia che ammicca al biblico “Cantico dei cantici”: ...mio conquistatore / sopra il mio corpo cammini con passo imperioso e dolce / le mie mammelle ti offrono miele / la mia terra i frutti dolci. C’è poi la ragazza incinta che si lamenta con la madre: E’ nuvola, dicevi, e come la tenera oca / mi ha farcito, o mamma dammi la radice velenosa / dammi lo zaffo vermiglio che liberi il ventre ottuso. A sorpresa Onano chiama in causa perfino Gesù, anche se non si capisce cosa ci faccia lì dentro il povero Cristo: Maestro di tutte le montagne (...) che moltiplichi i pesci che tramuti / l’acqua di fonte in vino novello.

Approfondendo l’indagine sui trucchi del linguaggio di Onano, che contribuiscono in grande misura ad affascinare le folle, i principali sono l’uso sistematico e devastante dell’enjambement (perfino dopo una congiunzione o un verbo ausiliare!) e l’inosservanza continuata dei tempi del verbo, della sintassi, della punteggiatura, trucchi per la verità non suoi peculiari ma abusati anche da tutti i poeti modernisti, e che sono solito fustigare inutilmente. Ma il trucco principale, che Onano usa a profusione e che manda in visibilio affezionati e addetti ai lavori, è una improprietà di linguaggio spinta a trecentosessanta gradi, su cui è costruita tutta la sua poesia. Senza addentrarci in pedanti quanto noiosi elenchi, ecco a titolo esemplificativo che cosa s’intende: l’evoluzione stupefatta della specie (certo, dire “stupefacente” era troppo banale); mia madre sarà mia (...) quando se n’è andata? (voleva dire “sarà andata”, o era forse un cortocircuito quantistico spazio-temporale?); quando la porca terra desiste / l’ultima pendenza (non sapevo che “desistere” fosse transitivo); macchina da viaggio (allude forse a quella per i viaggi nel futuro?); truce dispensatore di semi (forse non aveva il coraggio di nominare il “seme”, lo “sperma”?); sconviene il servo (un altro transitivo!); Una terminazione di femmine (forse si tratta d’una “fila”?); le voci si sgomentano (forse sono timide); mangia pasta di sugo (i ghiottoni direbbero “al” sugo); io ti scaglio sul dorso d’acqua (mi vergogno: pur essendo un po’ marinaio, non so cosa sia il “dorso d’acqua”); mettono suoni ronchi dalla pancia (dove li mettono?); guarire le affezioni di sangue (che malattia è?). Non voglio tediare nessuno, ma neanche dimenticare queste gemme: L’uomo di Alissa si è faciuto manco, e l’ottocentesco frale in luogo di fragile. Frequente è anche l’inversione immotivata fra il nome e l’aggettivo rispetto all’uso corrente (spose trepide, colorito prato, colorata tessera, il segno dell’evirato antico; prende alla gola il saggio antico, ecc.).

Non mancano neanche, buttati lì come deliberati pugni nello stomaco, gli ossimori forzati e i paradossi (si appartava nella luce; immobile si muove il mare, ecc). Ma ancora più evidente è la profusione di termini tecnico-medicali che a scapito della poesia svelano solo l’encomiabile e incontenibile passione di Onano per la sua professione; eccone alcuni esempi: una donna toccata dall’angelo anoressico, androide / nell’umore (una sorta di umanoide?); fino al tenue intestino della foresta (meno male non è il colon); poi possessione quartana, astenico consumatore, ruminazione ipnagogica, colon trasverso, ghiandole mammarie, idropisia, ecc. ecc.

Ricordiamo infine la singolare quanto un po’ esibizionistica passione di Onano per le citazioni latine, che egli inserisce fieramente qua e là nei suoi testi forse come rivalsa di lontane umiliazioni liceali. Riporto solo quelle trovate in Ammuina scusandomi per quelle che mi possono essere sfuggite: ecco allora More animalium; Non licet; In pace domini; In interiore homine. Non manca addirittura una bella strofetta-preghiera che l’imperatore Adriano recita per il defunto Antinoo: Anima vagula blandula / hospes comesque corporis / parvula in corpore vili / accipe superna sidera. E chi non sa il latino si arrangi.

Dovrei dire un po’ più diffusamente anche di quanto sia gradito ai nostri orecchi di attempati liceali il finto piglio epico-arcaico di alcune poesie mimanti poemi d’altri tempi (Era l’anno di Urano, del largo ventre di Gea, / dei Giganti fuggiti dal grande padre onnivoro), ma è ora di scusarmi con l’Autore per la mia forse pedante ma affettuosa severità: lui già sa quanto anch’io, in fondo, subisca a denti stretti la sua fascinazione; infatti nonostante analisi, pensamenti e ripensamenti, devo confessare di non avere ancora capito il vero meccanismo del perverso piacere che Onano riesce a produrre. Temo tuttavia che esso consista soltanto nell’estrosa artificiosità del linguaggio, mentre i contenuti non hanno praticamente alcun rilievo e talvolta non sembrano neanche esistere. Un indizio chiaro di ciò sta nel fatto che laddove Onano depone i suoi trucchi e i suoi specchietti per le allodole, e scrive una poesia quasi seria in un linguaggio quasi serio – come quando ad esempio attinge alle storie dei pazienti mentecatti – la fascinazione scade inesorabile. La conclusione è che forse non resta che rassegnarsi, abbandonare le nostre difese immunitarie di incartapecoriti letterati e lasciarsi sopraffare da questa folle e malsana scrittura, raccomandando anzi ad Onano di sfuggire alla coazione pur encomiabile, ma tipica dell’Onano-Medico, di raccontare le storie troppo trasparenti dei suoi pazienti, che rischiano di penalizzare con terribile banalità la misteriosa, malsana, piacevole attrattiva della sua incomprensibilità.


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