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Straordinario accaduto
a un ordinario collezionista di orologi

© 1994 by Veniero Scarselli

Miei pigrissimi venticinque lettori,
sono certo che avete cominciato
a leggere molto distrattamente
trafficando col dito nel naso
e titillando le più basse voglie
con ogni sorta di viziose noccioline.
Vergognatevi dunque dei vostri
tristissimi vizi televisivi
e concentrate la giusta attenzione
su questa straordinaria avventura
accaduta ad un semplice come voi,
un onesto burocrate impiegato
alle Regie Poste del Regno
ma non per ciò meno sano di mente,
cui fu concesso per astrale coincidenza
d’un rarissimo evento terreno
e di un’anomala eclissi del tempo
di vedere il vero corpo di Dio
col suo immenso luminoso meccanismo
sì da averne il cervello accecato.
Per buona sorte il punto che cedette
fu circoscritto solo a delle deboli
circonvoluzioni cerebrali
che forse rimasero bruciate,
proprio quelle dove adesso la parola
è un po’ impedita, ma non la memoria
ch’è ancora perfettamente capace
di ricordare.

Vi assicuro che ero uno scapolo
stimatissimo e quasi felice,
al massimo un po’ sognatore
come tutti gli impiegati modello
affezionati alla propria scrivania
che smettono il lavoro alle cinque;
il solo vizio, cui m’abbandonavo
dopo ch’era calata la notte
e avevo chiuso porte e finestre
al nemico che assedia invidioso
le vite umane e avevo messo a letto
la vecchia Tata con i buoni odori
fumosi e stantii della cucina,
era lestamente trasformarmi
in un nobile gufo di casa
e intrattenere gli amici del cuore
che restavano a trascorrere la veglia
in sereni piacevoli conversari,
ma anche suonando la spinetta
e qualcuno addirittura appartato
a osservare pensosamente la vita;
ma il mio più delizioso godimento
era spolverarli e lucidarli
con l’occhio attento a ogni loro bisogno
e poi stare lungamente ad ascoltare
il grato stormire del tempo
fra quelle elevatissime menti
dalle ben oleate e ordinate,
forse un po’ sedentarie e monotone,
ma pacifiche ruote dentate
che pazienti facevano scorrere
il fiume della vita quotidiana.

Quei vecchi amici, buoni zii e compagni
quasi ormai da una vita cinquantenne
trascorsa sempre in modo irreprensibile,
erano distinti signori,
fedelissime colonne della casa
che il volgo per pigrizia od ignoranza
chiama scioccamente orologi
ed ancora crede davvero
ch’essi siano delle stupide macchine,
degli oggetti mondani da asservire
ad un uso mercenario del tempo,
che pure - è noto - è una libera e onesta
categoria metafisica; ma giuro
ch’è una credenza ingiusta e inammissibile
propria solo delle menti sconvolte
dall’insana lussuria tecnologica,
quella che da tempo sta causando
il declino rovinoso dell’uomo.
Oh, Lettore intento anche tu
a ciecamente accumulare ricchezza
che svanisce fra le mani come fumo,
ascolta i nostri amici devoti
che vegliano come padri affettuosi
su queste nostre vite inconcludenti
affinché non si perdano per errore
fuori dalle giuste traiettorie
che da sempre hanno descritto gli astri
nel loro moto ordinato e inderogabile
come la morte.

Certo è vero che anch’essi, nel loro piccolo,
coltivano in segreto il giardinetto
d’una vita privata in cui qualcosa
sia perfino abbandonato al caso,
un vero e proprio piccolo ego
bassotto e narcisistico come il nostro
che nel cuore più insonne della notte
si alza per specchiarsi di nascosto
negli specchi amorevoli della casa;
è facile anche osservarli
riscaldare infreddoliti dormienti
con i loro corpicini di gattini
tutti intenti a fare le fusa;
o talora drizzare le orecchie
sospettosi come vecchi segugi
e sollevare il muso indagatore
se nei boschi si ode il cucù;
e possono anche improvvisamente
come allegri gnomi buontemponi
popolare le foreste delle notti
travestiti da bianchi coniglioni
e buffamente occhieggiare qua e là
inseguiti dalla dea della luna,
e inebriarsi di danze sui prati
e della brina che cade dalle stelle.

Il mio era un nobile popolo
di orologi dai preziosi meccanismi
d’ogni forma e statura, piccolissimi
e altissimi; magnanime pendole
alte e forti e di antico lignaggio
ritte ai muri come prodi soldati
con campane per chiamare alla guerra
e portali con i ponti levatoi;
ma anche delicate signore
un po’ stinte e grinzose con gentili
porticine dorate e arabescate
e argentini graziosi campanellini
dall’incantevole accento francese;
pendoline a forma di gabbiola
per esotici uccelli del paradiso
ed altre ancora che proprio sembravano
esseri umani con un grande petto
e dentro anche un cuore pensoso;
ma tutte a noi fraternamente unite
nella sorte ingiusta e misteriosa
d’aver l’anima chiusa dentro un corpo
di caduchi meccanismi mortali,
una prigione in cui invano si attende
la chiamata d’una guardia generosa
che ci liberi, o la visita dolcissima
d’una madre che tenti con le unghie
e con i denti disperatamente
di sottrarci alla macina del tempo.

Per ciò li ho tutti così perdutamente
amati come amavo me stesso;
ero il bravo premuroso figliuolo
che onorava il padre e la madre,
l’umile buon fraticello
che setacciava i più sordidi mercati
di rigattieri e avidi negrieri
per liberare i fratelli prigionieri
della polvere e delle ragnatele
con la triste mercede d’un riscatto
e salvarli dalla cupa disperazione,
molti anche da una morte certa,
strappandoli con la forza dell’amore
dai giacigli in cui languivano rassegnati,
quando tutti sanno che un giorno
eran stati i signori del tempo
e si libravano regali come aquile
dalle effimere cose terrene
con la missione di mostrare agli uomini
il divino cammino delle stelle
in un fedele modello materiale
del sapiente ed altissimo ordine
che regna tra le sfere celesti.

Mi ricordo di quando li accudivo
come anziani genitori di campagna
ignari totalmente del gran mondo,
a chi portando il cibo preferito
e a chi curando il corpicino segnato
dalla vecchiaia o dall’umana follia,
a chi raddrizzando una levetta
e a chi togliendo un ingranaggio malato;
gli narravo dei parenti sconosciuti,
quegli zii più importanti e fortunati
che avevano un posto onorato
nelle case dei ricchi, riveriti
da solerti maggiordomi e Autorità;
mi ricordo di quando li portavo
a passeggiare e a far pipì sul lungomare
e fra loro c’era quello che ancora
non aveva mai visto una spiaggia
né il mare, né il sole, e rideva
come un bimbo felice di giocare
col secchiello, la paletta e la sabbia.
C’era uno, certo un vero filosofo,
che mai era uscito dalla stanza
eppure meditava sulle stelle
osservandole da un vecchio cannocchiale
stando sempre seduto sul comò
davanti alla sua piccola finestra;
e mi ricordo i suoi occhi sgranati
quando vide finalmente tutta quanta
la grandezza infinita del firmamento.

Ma soprattutto straordinario
era il loro lucente meccanismo
così semplice e pur somigliante
alle ardite costruzioni dello spirito:
un piccolo grandioso edificio
di ruote dentate rampicanti
tutte unite nel tenace anelito
d’agguantare la carne del tempo
con l’esatto disegno della ragione
e nello sforzo d’estirpare dal mondo
macinandoli nello stomaco di ferro
l’Errore e il Male che uccidono gli uomini.
I generosi volevano imitare,
o almeno in qualche modo approssimare
se proprio era impossibile uguagliarla,
la divina matematica perfezione
della legge di causa ed effetto
che non conosce la macchia dell’errore;
volevano riuscire a imprigionare
nel microcosmo di denti e ingranaggi
un po’ dell’indocile mente
così misteriosa di Dio,
rallentare la fuga tumultuosa
e inarrestabile della vita verso il Chaos,
il buio, la fine dell’universo.

Io che avevo gli strumenti della scienza
m’adoperavo con zelo ad aiutarli
in quel nobile temerario disegno
con mille diligenti misurazioni
d’archi celesti, mille accuratissime
triangolazioni di astri e di pianeti,
infiniti estenuanti aggiustamenti
di pendoli, pesi, oscillazioni,
per accordarli col moto delle stelle
e costringere i denti delle ancore
a mordere il tempo esattamente
nel brevissimo punto matematico
in cui finisce il più piccolo misurabile
segmento della vita e dove sùbito
un altro ha origine per la gloria di Dio.
Ma l’indomito dèmone del tempo
continuamente riusciva a svincolarsi
ed a sottrarsi alla tenace ma impotente
violenza della mia volontà.

Ecco dunque qual’era il vero scopo
valoroso se pur disperato
dell’umile mia vita d’impiegato
che di notte s’affannava come un ragno
ad approntare le tele e le panie
più sottili e sofisticate dell’astuzia:
tentare Dio,
catturarlo coi soli strumenti
meccanici e caduchi della ragione
per il trionfo della nostra superbia
costringendo a severi controlli
il flusso capriccioso del tempo
e impedendogli di fermarsi sull’orlo
orribilmente scivoloso della morte.
Ma purtroppo era un’impari guerra
tra i fragili meccanismi dei mortali
e le stelle; ogni volta che credevo
d’aver vinto, il corpo esausto crollava
ancora aggrappato alla trincea;
sopraffatto dalla piena del sonno,
mi lasciavo un’altra notte trascinare
da questa triste animalesca malattia
che affligge le imperfette creature.

Infame terribile Sonno,
che ogni notte discende a blandire
le fragili creature di Dio
con l’ambigua dolcezza dell’oblio
dalla maschera troppo simile alla Morte;
voragine di flutti melmosi
che s’apre nel cuore del mondo
costringendo i soldati recalcitranti,
ma vinti, a abbandonare pieni d’odio
la propria mente a uno scempio infinito.
Oh dormire dormire,
dolce disperato naufragare
d’una nave con le vele spiegate
ma immobile sul mare senza vento
prigioniera dei sargassi della memoria,
mentre il mostro dell’oceano, nascosto
nella tana subacquea più profonda
attende paziente che la preda
si sia lasciata andare negli abissi.

E' laggiù che la bocca del Tiranno
si procaccia il proprio laido nutrimento
consumando le vite animalesche
degli esanimi dormienti,
laggiù, che nel rosso della gola
e nel fondo vellutato del budello
si dissolvono gli ultimi residui
dell’anima, timida larva
cui la vita è sfuggita e che invano
cerca esangue ancora rifugio
negli anfratti inospitali del corpo.
Infine anche l’Io più ostinato
si liquefà nel tepore di quel ventre,
e da un piccolo pertugio della mente
poco prima di perdersi per sempre
vede il cielo per l’ultima volta
con i deboli moti delle stelle
che sembrano lottare testardamente
ma sempre più fioche e lontane
contro lo spegnimento del tempo.

Ecco aperta la voragine della notte,
il buio, il sonno, la melma,
l’eclissi temuta della ragione;
già si schiudono le uova velenose
delle infide creature del sogno
che come serpi strisciano silenziose
fra le rovine della volta celeste
per ricordare ai distratti mortali
l’imminente disfacimento del mondo.
Anche allora nel giorno fatale
di questo straordinario accaduto
la ruota delle stelle girava;
s’era udito ovattato e lontano
il rintocco dell’ultimo orologio,
poi il sonno ha stritolato la ragione
incatenata alla macina del mondo
come un principe ribelle ormai piegato;
la sua polpa priva d’ossa e di carni
s’è abbandonata all’inverno dell’anima
come un umile animale in letargo
per un’alba infinitamente lontana.

Ricordo bene: in quella notte straordinaria
il grande arco degli astri e della luna
era al suo colmo; potente e irresistibile
era ancora la lusinga velenosa
del sonno, ancora turgido e dolce
e ancora lungamente da assaporare
il frutto che pendeva insidioso
dall’albero incantato della notte.
Era una delle tante notti
in cui la mente annichilita degli uomini
giace in fondo a un sopore mortale
fra gli orgasmi vischiosi dei sogni;
eppure per ventura improvvisa,
quando ancora la lascivia voluttuosa
dei sogni stordiva i dormienti,
che esausti di piacere ne bevevano,
la mia mente s’è destata di soprassalto,
questa volta sgomenta e atterrita.

Forse a farmi così villanamente
schizzare dal mio letto caldo
era stato l’anormale scricchiolio
d’un vecchio mobile di quercia infastidito
dai buchi impertinenti d’un tarlo
o il tramestio precipitoso d’un topo
interrotto nel tranquillo pasto
dal salto d’un gatto affamato,
oppure il guaito mendicante
d’un povero cane randagio,
ma anche il lievissimo tonfo
d’un piccolo sogno riottoso
malamente caduto sul selciato
per sfuggire al guinzaglio severo
del padrone dei sogni; uno insomma
di quei suoni misteriosi che risuonano
nella grande cavità piena d’echi
della notte appena il sole cessa
d’inchiodare ai muri bianchi di calce
le ombre sofferenti delle cose;
e queste cominciano a scendere
cautamente dalle loro croci
coi musi aguzzi e con le orecchie tese
per accattare un po’ di cibo dal mondo.

Certo a richiamarmi dal fondo
lutulento del mio corpo addormentato
era stato l’Orecchio onnisciente
che abita i fondali del sonno,
il guardiano che vigila attento
dalle cieche ragnatele della mente
sulla quiete di uomini e animali;
coi suoi sensibilissimi palpi
egli aveva prontamente avvertito
che una causa fortuita e sconosciuta,
forse un granello di polvere,
aveva inceppato qualcosa
nel delicato meccanismo del tempo;
s’era infatti improvvisamente spento
il familiare brusio rassicurante
delle pigre digestioni degli orologi,
i borborigmi ed i lenti movimenti
dei congegni e delle ruote dentate,
non scoccavano più le fatidiche
lucide geometrie delle ore:
s’era arrestato il Pendolo,
che finora era ben accordato
all’ordinata rotazione delle stelle
riempiendo di speranza le paurose
gallerie della notte; il silenzio
adesso s’era fatto di marmo
e sul gelido tavolo della Morgue
era steso il cadavere del tempo.

Ecco perché ero balzato
subitaneamente sui cuscini
braccato da una strana inquietudine:
eran gli orologi che tacevano,
tacevano campane e campanellini,
taceva il rintocco salvifico
dell’Ora, poi che un male insidioso
le impediva di scoccare il dardo
del momento immediatamente successivo
della vita, l’Attimo fuggente
era forse rimasto imprigionato
nella stessa sua crisalide uterina
prima ancora di nascere, e il Tempo
sottratto al controllo della ragione
o addirittura scomparso dall’universo.

O forse era mai esistito?
ed io vivevo allora senz’accorgermi
solo ed infelice come un pesce
dentro il vasto mondo d’un acquario
senza l’ancora del tempo misurabile,
senza suoni e vibrazioni che indicassero
l’esistenza di miei simili, viventi
in un mondo reale e oggettivo
al di fuori del mio Io? senz’accorgermi
avevo sempre nuotato tutto solo
coi miei sogni di fantasmi inesistenti
in un tempo pigramente animalesco
soltanto mio, in un buio senza stelle
in cui solo mugghiavano dolorosamente
i chimismi sotterranei delle mie cellule
nel loro inane sforzo di uscirne
liberate con un’anima vera
capace di sfuggire al risucchio
della morte? solo dunque la morte
è la vera e immutabile misura
del tempo sigillato ermeticamente
dentro il corpo insieme a un Io dubbioso,
la misura che scandisce la vita
solo in quanto a poco a poco la consuma?

Oh, i buoni amici orologi
quando aprivano le braccia alle ore
appena nate dalla mente del Padre,
ancora sporche di placente del Chaos!
Erano i custodi della salvezza,
quella che ogni notte cerchiamo
spauriti come bambini nascondendoci
fra i guanciali e contando precipitosamente
pel timore che si possano fermare
i battiti sordi del cuore,
finché arrivi l’Ora fatidica
e scattino tutti i meccanismi
di tutti gli orologi del mondo
e su di noi si riversino a distesa
feste d’amore, squilli di campane,
tintinnii di campanelli e campanellini,
la speranza d’una vita forse eterna.
Ma quando gli orologi tacciono,
è solo il malfermo pulsare
del cuore la misura materiale
per non perdere l’Io nella voragine
della morte o non smarrire la coscienza
fra le pieghe scivolose del Non-tempo.

Ma Dio! che facevano adesso
le occhiaie dei poveri orologi
privati della luce delle ore,
condannati da un orribile incantesimo
a tacere mutilati nelle bare?
dov’erano campane e campanelli
adesso che il Tempo era morto
e il mio Io era rimasto prigioniero
nella trama di cellule corporali
aggrappato con tutte le forze
al suo piccolo tempo animalesco
che ancora gli pulsava in petto,
mentre la ragione non cessava
di scavare la prigione del corpo
con la speranza di poter fuggire,
liberarsi dal peso della carne
e non dover affondare con lei?
dove vanno dunque le ore
quando ci abbandonano nel letto,
e perché se ne vanno
nascostamente come fanno i morti
lasciandoci coi nostri pensieri
affilati come coltelli, tutti soli
dentro i corpi che sappiamo vulnerabili,
a vivere la nostra morte sui cuscini?

L’utero rigonfio della notte
aveva miseramente abortito
il rospo morto dell’alba,
poiché a quel feto infelice
era stato impedito di nascere;
un'alba sicura e felice
era forse anni luce lontana,
neppure si sapeva con certezza
se mai sarebbe nata dalle tenebre
o se sarebbe così orribile a guardarsi
da doverla ammazzare come una cagna
nata storpia. La macina del tempo
aveva forse cessato per sempre
di macinare il grano della vita,
e l’acqua del fiume di spingere
minuto dopo minuto col suo grido
la barca in un porto sicuro
dove ancora splendesse un brandello
della vita quotidiana perduta.
Il Mugnaio, che prima muoveva
la ruota perpetua dell’Essere,
pativa un arcano castigo
e si lasciava annegare sbigottito
come un topo in una gora senza uscita.

Ma l’attesa timorosa della fine
fu ghermita da un evento inatteso
che fece vibrare ogni fibra
di quella terra stregata dai diavoli
mentre andava rapidamente spegnendosi:
tutte le creature ancora vive
e più gentili del mondo morente,
i fiori, gli alberi, le piccole lucertole,
i timidi animali appena nati
e già vecchi, col dono della vita
pietrificato e stretto nel petto
nell’atto disperato di conservarlo
fino a un impossibile disgelo,
tutti insieme guardavano ammaliati
verso un luogo del cielo d’oriente.
Non era un’illusione, anche il mio sguardo
era attratto irresistibilmente da quel punto:
là certo qualcosa di eterno
penetrava arditamente in cielo,
forse l’incredibile cima
d’una torre, o quella più appuntita
d’un campanile mai notato prima
ma certo enormemente più grande
d’ogni torre e campanile più grandi,
che soverchiava il lucore delle stelle:
illuminato come un faro dalla luna,
spiccava il quadrante bianchissimo
acceso come l’occhio di un’aquila
d’un enorme Orologio tetragono
ai terribili venti delle altezze.
Seppi allora ch’era il vero Orologio
originario dalla notte dei tempi,
l’unico orologio della terra
che potesse contrastare col suo ordine
l’avanzata del Chaos e domare
la bestia impazzita del Tempo;
e perciò s’alzava potentissimo
per domare le forze maligne
della terra e della volta celeste.

In quel momento io ancora speravo
che in uno sforzo sovrumano per non morire
fosse riuscito ai superstiti della terra
inseguiti dal grande raffreddamento
nella notte vacillante certo prossima
a una fine repentina del mondo
di trascinare lassù almeno un poco
della fragile dolcissima vita
che sfuggiva a ogni nostro sospiro
svenata del calore del sangue,
così ch’era incerto perfino
se a un battito esausto del cuore
potesse succederne un altro
ancora più esausto; la vita
s’era forse salvata rannicchiandosi
lassù nell’utero sapiente
e caldo del padre degli orologi,
dove vengono incubate senza sosta
le uova misteriose del Tempo
e germogliano le giovani ore
per conservare il moto alle stelle
e continuare la specie del mondo.

Adesso ero certo:
l’incredibile guglia puntuta,
che forava gli strati più spessi
e pesanti dei vapori terrestri
e poi le plaghe più aeree e rarefatte
per raggiungere i corpi celesti
che ruotano gioiosamente intorno al sole,
era il nido solitario d’un Re
che protendeva il suo pene superbo
nutrito col succo potentissimo
del proprio prorompente seme
per congiungersi nell’estasi con Dio;
era il più perfetto meccanismo
che sia dato immaginare sulla terra,
il grande Padre, il motore indefettibile
d’ogni altro subalterno orologio,
un enorme meccanismo d’acciaio
che con ruote dentate infaticabili
lentamente masticava il tempo;
si udiva perfino da lontano
il respiro poderoso dei motori,
i mantici e i potenti stantuffi
che trasmettono il moto perpetuo
fino agli ultimi più piccoli rotismi
capaci d’emettere suono,
ed ancora più oltre più oltre,
fino alle molecole infinitesime
situate agli estremi dell’universo
che emettono impalpabili ultrasuoni
non più udibili perché simili allo spirito.

La sovrumana Intelligenza meccanica
sovrastava la materia del mondo
come un nobile castello sovrasta
le valli d’un feudo sterminato
dove egli è custode e vassallo
dell’ordine e della legge di Dio;
avvolgeva le terre dei suoi servi
con lo sguardo severo del padre
che raddrizza gli errori e le ingiustizie;
scrutava le pianure più lontane
per sorprendere l’arrivo del nemico
eruttato dai sordidi alveari
delle urbi in cui s’annida il male,
quelle Sodoma e Gomorra scoperchiate
dalle folle turbolente d’infelici
pigiati come topi nelle fogne
e che da muro a muro piangendo
si trasmettono i sussurri e le grida,
le congiunzioni perverse dei corpi
ed il cupo ansimare delle bocche,
l’anelito bavoso delle bestie
mendicanti una luce di speranza.

Quel perfetto meccanismo
custodiva fra le gelide mura
salde e possenti del castello
la vite senza fine del Tempo
e l’ordinata rotazione dell’universo;
scongiurava con l’esatta e fedele
riproduzione della specie delle ore
il rischio d’estinzione della Ragione
e il ritorno nel Chaos; forse là
protetti dal Padre Padrone
avrebbe avuto finalmente quiete
anche il nostro supplizio di mortali
che stavano per essere privati
della grazia fortunosa d’esistere,
ma solo se si fosse riusciti
a scrutare da vicino, a toccare
con queste mani anche se sacrileghe,
la profonda sapienza degli ingranaggi
e vincendo lo stupore e la paura
a divorarne la carne sublime
diventando noi stessi ingranaggi,
sostituendoci anche a una sola
delle sue ruote con le stanche ruote
del nostro povero corpo agonizzante;
dovevamo inserirci con l’astuzia
nel moto eterno della macchina del Tempo,
per dare nuova linfa e nuova forza
a quei piccoli orologi scarichi
dei nostri io, che già stavano soffrendo
il terribile letargo dell’inverno.

Ormai la cattedrale del mondo
si sgretolava in una frana di rovine
e di gelidi venti d’Averno;
turbinarono ancora per poco
scuotendo le altezze dei cieli,
e poi tutto questo cessò
sepolto da una coltre di neve.
Per liberarmi dalla mia navicella
che finora m’aveva portato
ma ormai miseramente affondava,
dovetti tagliare con fermezza
il trepido cordone ombelicale
che mi legava al letto ancora caldo;
così vincendo il gran gelo del mondo,
che m’aggrediva con denti di fiera
attaccandosi alle carni per lacerarle,
sgusciai da quel ventre vischioso
poco prima che fosse irreversibile
e totale il congelamento dell’universo.
Mi gettai con uno sforzo doloroso
in mezzo alla città deserta,
ingoiato da uno sciame di vicoli
tortuosi ed ostili come lupi,
inseguito dal fatale plenilunio
che aveva soggiogato la terra
e la stringeva nella morsa di gelo;
scomparso ogni segno di uomo,
d’animale, d’insetto, di erba,
l’intera gloriosa natura
era solo una città di morti
senza neanche più un alito di vento,
ed erano coperte di ghiaccio
fin le ultime vestigia del Tempo
che pendevano dalla volta celeste.

Scricchiolarono a lungo
i miei passi incerti e pesantissimi
sui selciati gelati e risuonanti
di case vuote e finestre sprangate
che rimandavano echi mai uditi;
ma portavano sempre più lontano
l’involucro mortale dell’anima
dal grembo che l’aveva custodita
durante il suo sonno uterino,
poi che era al contempo bramosa
e timorosa dell’amplesso incestuoso
con il potente Padre sconosciuto.
Fu la buona ventura d’una stella
ch’io presi fissamente come mira
a volere che infine sboccassi
dinanzi al piede enorme gigantesco
delle mura del grande Tiranno;
mi pareva che la mole pachidermica
piombasse paurosamente su di me
dalle altezze sovrumane delle stelle
per stritolarmi, ed io formica intirizzita
per un attimo forse avrei voluto
trovare scampo nel cuore della terra.
Ma ora che il grande Meccanismo
era più vicino ai miei sensi,
avvertii che dall’alto dell’abitacolo,
quasi nido stratosferico alle macchine
bisognose di energia spirituale,
colava un caldo alito stordente,
un felpato lontano fervore
di motori e miriadi di sfere
intente senza posa come api
ad imprimere il moto alle stelle.

Io credo che l’Ente Superiore
per incanto fece sì che ai miei occhi,
intorpiditi dalla morsa siderale
del ghiaccio che invadeva la terra,
si svelasse una strettissima apertura
fino allora del tutto invisibile
fra i ciclopici blocchi delle mura;
sembrava fungesse da bocca,
o forse feritoia a difesa
delle immense ricchezze del Feudatario,
o forse era solo una sorta
di ano da cui di tanto in tanto
espelleva le escrezioni fisiologiche
seppur sublimi del lavoro delle macchine;
ma proprio da quella fessura
cui misi guardingo l’orecchio
filtrava distintamente riconoscibile
un suono musicale celeste
straordinariamente armonioso
che mi parve provenire da un livello
immensamente più alto e più nobile,
un lontano luogo ultraterrestre
dove certo risiedeva una mente
con le memorie matematiche dei programmi
che regolavano il moto dell’universo
e che attingeva i fluidi dello Spirito
direttamente dal ventre di Dio.
Quella torre dunque sembrava
il grasso corpo d’un essere superiore
in diretto contatto con l’Essere,
ma affondava le radici nella terra
per suggere la buona materia
necessaria allo splendore delle fronde:
un sacco d’intestini preposti
a trasformare la materia in energia
per il moto perpetuo del pendolo
e la forza immateriale dei ruotismi,
là dove gli spazi rarefatti
tra le sfere della grande mente
erano eternamente solcati
dalle placide navi dello Spirito.

Non fu senza grande fatica
e ripetuti tentativi e scoramenti
che riuscii con un gemito e un sospiro
a superare la prova di varcare
quell’angusto ed ambiguo pertugio;
con la speranza d’essere ammesso
a contemplare gli organi prodigiosi
che emettevano quel suono celeste
fu quasi correndo carponi,
che entrai dentro il nobile corpo
col folle desiderio di vedere
in faccia finalmente il Vero
ch’era stato negato ai mortali.
Subito venni inghiottito
da un budello umido e caldo
che saliva ripidissimo nel ventre
e aveva sentore di tana
come quella di carne della madre,
sicché temetti fosse il ventre oscuro
della Morte ed attendesse solo
d’abbracciarmi, ma il mio urlo d’orrore
rimbombò precipitoso per le scale
empiendo d’echi i cunicoli più lontani
di quell’enorme intestino ripugnante
di vene e di papille luccicanti
in cui già tuttavia scintillava
un barlume della Luce divina,
la quale però non rispose.

Ero ormai furiosamente posseduto
dalla brama di far mio coi miei occhi,
con le mani, la mente, tutti i sensi
il prezioso meccanismo della Macchina
che regolava l’ordine del mondo
assisa come un’Ape Regina
a incubare le uova del tempo;
rampicavo leggero come un ragno
quasi risucchiato verso l’alto
da impetuose ondate peristaltiche
che spingevano la mia anima alla Luce
inseguendo perdutamente la musica
sempre più penetrante ed esaltante
e sempre più vicina a svelarmi
l’ordine misterioso dell’Essere.
Man mano che io m’avvicinavo
con la mortale imperfezione della mente
alla divina immortale Perfezione,
la mia febbre di sapere ghermiva
sempre più voracemente i gradini
poiché sentivo sempre più distinta,
sempre più forte, sempre più vicina,
l’irresistibile volontà della Macchina
che mi chiamava, mentre per un raro
inesplicabile processo metafisico
estraeva dalla materia meccanica
e dal bruto ronzio dei ruotismi
le dolcezze di suoni immateriali
mai uditi, che non erano onde
ma pure armonie dello spirito.

Quei suoni così suadentemente
imperiosi, così sapientemente
possessivi, eran raggi d’amore
emanati dall’Ente Superiore
per rivelarmi il maestoso fulgore
della sua mente, un luogo fino allora
mai penetrato da alcun occhio umano
che generava vergini Ore
da embrioni siamesi della vita
e della morte; infatti ad ogni piano
del pur benigno e amoroso colosso
che poco a poco conquistavo alla conoscenza,
mi ostacolava il passo anche la Morte,
così ch’ero costretto a scavalcare
i suoi tristi escrementi di materia
malformata, le oscene creature
che gl’ingranaggi con metodica diligenza
espellevano durante la fabbricazione
dei diversi prodotti intermedi,
molto prima della fase finale
in cui l’accuratissima lavorazione
riproduceva le perfette categorie
matematiche dello spazio e del tempo,
che comunque non sono comprensibili
dalle nostre intelligenze mortali;
per questo dovetti contentarmi
di lenire la mia sete di Vero
leccando quelle povere scorie
indigerite, laidi sgorbi d’embrioni
ed altri infausti tentativi abortiti
durante la laboriosa fabbricazione,
che venivano gettati a fermentare
in un cumulo profondo di letame
destinato a scomparire per sempre
nell’indistinta materia del Chaos.

Nutrendo la mia mente con il cibo
accattato per la lunga scalinata,
seppi d’essere arrivato alla vetta
da un fragore di motori meccanici
che mettevano dolorosamente a nudo
i miei sensi e per un attimo credetti
smascherata la natura non-celeste,
ma umana e mortale del Robot;
non dunque brusio metafisico
di esseri superiori, ma fragore
così lacerante di ferraglia
da spaccare ogni organo dell’udito
accecando quel canale dei sensi
come droga o potente anestetico.
Ero a un tratto piombato in un mondo
di silenzio cristallino in cui vedevo
senza udire, eppure mi pareva
di percepire con i sensi illesi
un sudore di aura divina
che trasudava in gocce splendenti
dalle dure strutture meccaniche;
questo rese ancora più impaziente
la mia speranza di conoscere il Vero
che si celava all’interno della Macchina,
e sebbene le sole feritoie
nello spesso muro di silenzio
levatosi certo per proteggermi
fossero gli occhi, con quest’unica arma
diedi assalto alla suprema conoscenza.

Ero all’ultima vertiginosamente
più alta camera della Torre
sormontata solo dal cielo
con la volta ormai orba di stelle
e ricoperta dal ghiaccio siderale.
Là il Robot,
il centro del cosmo,
finalmente m’apparve;
ma il cosmo aveva solo le sembianze
inattese d’un comune mappamondo,
dunque nient’affatto infinito
ma perfettamente circoscritto
e molto denso perché gravido del peso
dell’immenso universo che portava
compresso nel globo del suo ventre:
una folla fittissima e infinita
di pianeti, di stelle, di galassie
tutte condensate nella massa
traslucida dalle forme inoffensive
d’un modellino di sfera celeste.
Fu con queste sembianze accattivanti
che Egli poté manifestarmisi,
le sole che un ignudo occhio umano
fatto d’umile materia corporale
potesse accogliere senz’essere ferito
dall’ardente bagliore che certo
intorno a sé doveva spandere l’universo.
Io, che forse m’aspettavo di vedere
l’infinito roteare degli astri
in una luce così insostenibile
da trapassare l’abisso degli spazi,
affondavo invece il mio sguardo
in una massa viva di cellule
che emettevano una pallida luminescenza
come quella di miriadi di lucciole
palpitanti in un vaso di vetro.

Ero entrato dunque finalmente
nel vaso dov’era occultato
l’agognato segreto dell’universo,
anch’io minuscolo organismo in un mondo
assolutamente senza suono
che sembrava di pesci e di alghe
fluttuanti nello spazio limitato
d’un acquario dalle spesse pareti.
Milioni di quelli che parevano
ingranaggi per funzioni incomprensibili
ruotavano e ruotavano ordinatamente
senza alcuna possibilità d’uscita
avvinti l’uno all’altro da una forza
di coesione gravitazionale,
la stessa che lega le esaltanti
rivoluzioni degli astri nelle enormi
immensità degli spazi interstellari;
ma qui, un ermetico coperchio d’acquario
col suo peso di vetro massiccio
li comprimeva e riduceva a forme molli,
immagini carnali del cosmo
più adatte a svelare agli occhi umani,
che troppo facilmente si perdono
nei meandri scivolosi dell’astrazione,
la mostruosa infinitudine dell’universo
che ci schiaccia come pesci insignificanti
e quella ancora più incomprensibile
perché smisuratamente sovrumana
dell’Essere che eterno lo sovrasta.

Tutto l’universo era lì
miracolosamente rimpicciolito
e totalmente avvolto in se stesso
nell’acquatica prigione d’una sfera;
era finalmente possibile
abbracciarne in un unico sguardo
la grandiosa ma semplice costruzione,
dalla prima gerarchia planetaria
fino all’ultimo più debole ingranaggio
che obbedisse ancora alla legge
di causa ed effetto, fino all’ultima
solitaria ed estrema molecola
ancora soggiacente all’attrazione
del suo Centro prima che sbattesse
sulle pareti impenetrabili della sfera.
Ma era l’ingannevole distorsione
dello spazio e del tempo rifratti
dalla materia trasparente della mente
come i raggi della luce dall’acqua;
il vero disegno della Macchina
restava assolutamente refrattario
ad ogni penetrazione d’intelligenza,
e gli ingranaggi incomprensibili geroglifici
d’una lingua totalmente sconosciuta.

Ero dunque ancora uno straniero
intento a decifrarla inginocchiato
davanti al cuore molle e repellente
eppure ancora così gelosamente
inconoscibile dell’universo,
che pur doveva essere infinito.
Si poteva appena intuire
l’onda del respiro possente
che il moto del Pendolo generava
dal suo loco altissimo e inaccessibile
e che a tutto dava forma ed esistenza;
ma la grande emozione che ne ebbi
riaccese impetuosamente la speranza
che anche questo cuore meccanico,
che dava il suo moto a miriadi
d’ingranaggi vibranti e palpitanti
come lucciole in una notte di giugno,
forse avesse un’anima amica,
e anche benignamente accessibile
se proveniva dalla mente di Dio
come il figlio dal grembo della madre;
e allora con tutte le forze
tentai d’avvicinarmi almeno a un’orbita
dell’immenso meccanismo perpetuo
che pareva vicinissimo e tangibile,
per entrare nella grande Sfera
e anch’io ruotare eternamente felice
intorno al centro della sua Perfezione
come un piccolo docile ingranaggio,
un minuscolo satellite di Dio.

Vincendo il mio sacro timore
provai con prudenza a toccare
uno solo dei più piccoli ingranaggi,
che mi pareva ruotasse anche più lento,
ma quello si ritrasse abilmente
davanti alla mano nemica
e rimase contratto per parare
ogni altro irriverente tentativo.
Quell’universo così impermeabile
ad ogni grido, invocazione, tenero abbraccio,
si comportava come un’unica egocentrica
compatta indomabile monade,
ma fatta di mille individui
ciechi e sordi, un brulicante alveare
intento a contemplare se stesso
e a incubare la sua vita immortale;
ed era anche pronto a difendersi,
poi che appena con l’unghia osai violare
lo spesso tegumento della Sfera,
mostrò i denti e prese anche l’aspetto
d’un caotico groviglio di serpenti
in minaccioso tumulto di allerta
eccitantisi fra loro alla difesa
con una sorta di lasciva e mai sazia
furia omosessuale senza speranza.
La Macchina dunque mi schivava
e forse occultamente osteggiava,
poteva addirittura addentarmi
come fanno gli animali più agguerriti
per espellere dal nido gli intrusi.

Quel grasso organismo animalesco
mi fronteggiava facendo quadrato
coi propri impenetrabili fianchi
e il peso mastodontico del corpo:
una vera Regina delle api
con le zampe irrigidite nella difesa
del suo ventre gravido di visceri
e di gelosi organi subalterni
in apparenza senza capo né coda
ma in realtà obbedienti come soldati
nel trasmettere i moti del Pendolo
da un ingranaggio ad un altro ingranaggio,
ciascun dente incuneandosi nell’altro
ed ogni volta scattando in avanti
con rinnovata baldanza; si vedevano
le enormi bielle e le grandissime ancore
come quelle delle navi oceaniche
trattenere il respiro del tempo
per un attimo e poi pesantemente
rilasciarlo, le ruote gigantesche
e i rutilanti acciai temperati
domarlo e senza sosta macinarlo
per ridurlo a misura di ragione,
e infine raffinarlo e purificarlo
fino all’ultima forma matematica
semplice e perfetta ch’è l’Idea,
e che appartiene da sempre solo a Dio.
Ma ogni volta che tentavo d’avvicinarmi
per vedere da vicino coi miei occhi
i segreti delle viscere più interne
e sfuggenti, brutalmente la Macchina
mi rigettava indietro sconfitto,
gelosa del suo corpo e della sua anima.

Ebbi allora l’idea fortunata
se pure estremamente temeraria
di rendere sottili le mie membra
e d’infilarle negli spazi ridottissimi
fra gli ingranaggi, all’inizio soltanto
le mani, poi le braccia, le spalle,
tutto il corpo, senza esserne addentato
e stritolato. Le grandissime ruote
continuavano a solcare indisturbate
come navi maestose il Tempo,
pur se m’ero insinuato fra loro
come astuto cavallo di Troia
e sempre più abilmente ed empiamente
imparavo palmo a palmo a fare mia
la gelosa fortezza del gran corpo
palpando ogni pericolo mortale
e strisciando cautamente negli interstizi
come un felino; il mio disegno diabolico
era arrampicarmi pei cunicoli
seguendo fedelmente il percorso
dei nervi fin dentro alla Mente
per aggredire i centri dell’estasi
e fare esplodere nell’utero di Dio
l’ondata di un orgasmo universale;
volevo sconvolgere d’impeto
le difese da Dio poste a guardia
delle leve più intoccabili dell’universo,
veder nudo il vero volto dell’Essere
nel suo utero di liquido amniotico,
e carpirne garanzia di salvezza.

Come un pesce che sfida temerario
di roccia in roccia l’avversa corrente,
forse incontro a un destino di morte
nella tenera tana della madre,
nuotai furiosamente nel fiume
che conduceva ai fatali meccanismi
dell’utero divino andando dritto
alla fonte più tenera e carnosa
che potessero vedere i miei occhi,
dov’era avvolto da involucri millenari
un singolare solitario organo
che anche se infido e sospetto
mi parve dovesse presiedere
ai voluttuosi rapimenti metafisici
di quel torvo groviglio di macchine
cui forse non erano ignote
le divine estasi degli orgasmi.
Ma certo non fu senza stupore
che m’accorsi che lì stava spuntando
tra due procaci labbra luccicanti
insostenibilmente desiderabili
una cosa che mostrava le sembianze
sensibili e dolcissime di clitoride,
sì che subito sentii imperiosamente
chiamarmi dall’istinto ancestrale
a succhiarla con la bocca carnivora
ch’era in me e fino allora dormiva.
Quella Cosa si gonfiò incredibilmente;
col suo grasso e turgido organo
a sé m’avvinse forte come amante
diventando con me una sola carne,
ed io tremante vissi il prodigio
che riempì tutto il cielo di sé
inondandomi il lago della mente
con un lampo che accese di fuoco
l’infinitudine degli spazi dell’universo.

Di colpo fu sciolto ogni laccio
del guscio d’apparenze in cui l’Essere
s’era chiuso per mostrarsi ai nostri occhi,
svanì la sfera e l’ossatura di carni
e d’ingranaggi che sembrava ai nostri sensi
il suo piccolo acquatico mondo;
le pareti del mio carcere crollarono
e nel lampo accecante, che seguì,
la mia anima immediatamente vaporizzò,
come ghiaccio di cometa attirata
vertiginosamente verso il Sole.
Travolto da un’estasi mortale,
mi fu dato in un lungo sospiro
di spiegare le ali per quel volo
solitario ed altissimo degli albatros
quando prima di morire si perdono
nel cielo fondo, e donde gli uomini pervasi
da dolcezza sovrumana, piangendo,
implorano di non fare più ritorno;
poiché io vidi, fratelli, infine io vidi,
solo un attimo prima di perdere
per sempre la mia inutile favella,
ciò che forse non era ancora scritto
ch’io dovessi; e poi, privo d’aiuto,
caddi nel vuoto come corpo morto cade.

Quando tornai a riveder le stelle
vagabondai stralunato per i vicoli;
c’era ancora la luna,
che stordiva uomini e animali
col suo enorme occhio spalancato,
e una notte già alla fine del suo arco
che ancora custodiva i dormienti;
c’era il grido lontano della volpe
e il rabbioso abbaiare dei cani,
il quieto ruminare delle stalle
e l’antico inquieto ansimare
degli uomini stanchi del viaggio
ma che invano cercano il sonno;
c’era ancora nel fondo delle case
il silenzio smarrito dei figli
che continuano ostinati a vegliare
un corpo freddo al capezzale della madre
cercando d’impedirle di andare,
ma che hanno il viso già vecchio
di chi attende ormai rassegnato
che la ruota ora giri per lui.
Ancora al loro solito posto
ritti come guerrieri gli orologi
continuavano a macinare il tempo
per contrastare con i denti della ragione
il tumultuoso avanzare del Chaos
e dare forma d’insetto perfetto
alla larva del nuovissimo giorno.
Ormai anche le stelle scoloravano;
ma neppure il grato rumore
delle ruote della vita quotidiana,
che saliva rapidamente col sole,
riusciva a nascondere il sordo
tenace rumore che ovunque
fa il tarlo del Tempo e della Morte.

Ma esiste veramente il Tempo?
o è un luogo fittizio della mente,
una cortese fata Morgana
che tiene con benefiche illusioni
imprigionato il viaggiatore assetato
nel deserto della vita, che è vuoto?
o è soltanto un sogno angoscioso
tormentato da fantasmi della morte
perché distorto dai moti imperfetti
dei labili neuroni cerebrali
che inventano lo scorrere della vita
e inesistenti cronometri interiori,
mentre l’Io non ha spazio né tempo?
e allora saremmo condannati
ad esistere per sempre nei secoli,
con la mente immortale che s’incarna
e intristisce dentro un corpo laidissimo
ora d’uomo, ora di cane, ora di rospo,
finché qualcuno non riesca ad inserirla
in un corpo elettronico perfetto,
una scheda perpetua e illogorabile
di robot da lanciare nello spazio
a propagare la vita popolandolo
di più nobili organismi pensanti,
piccole imitazioni elettroniche
della pura Ragione Divina
e vaganti in eterno per l’universo
come buone gentili comete
forse un giorno destinate da Dio
ad annunciare e seminare l’Amore?

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