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Prologo

Proprio così! Philip battè le mani con frenesia, si alzò di scatto dalla poltrona, con due balzi fu nello studio e incominciò a scrivere. Era così che bisognava fare; se non faceva così, tutto era inutile. Ciò che bisognava fare era dare un taglio netto a tutti gli ostacoli che lo stringevano di qui e di là. Insomma, via dalla normalità! Non più rivoltarsi nell’aria come farfalle, non più buttato giù da un aereo… un Vogelmench, un Flying gymnast in picchiata da un DO-X. Quante fantasie per la testa, Philip! Senti, mettiti pure a fare a pugni con un marsupio, porta pure la tua mascotte sul tubo del tuo trombone e soffiaci dentro alzando il vestitino della ragazzina. Via, Philip, lo so! So che tu fantastichi su quelle polpose cosce tutte in fila che hai visto dondolanti sui cavallini di legno: Radio City Music Hall, quanta bella carne provocante, quante belle bocche sorridenti e gaudenti! Basta così, Philip! Adesso metti giù la testa e fai sul serio.

Davanti a lui, spostato sulla sinistra proprio sotto l’autoritratto di un suo amico pittore, era appeso un grande specchio e lui, dentro, ci vedeva il suo viso sufficientemente bene anche se un po’ di traverso. Philip sorrise appena al suo viso ormai devastato e lontano oltre l’urlo del leone. In quel suo sorriso vide il sorriso di un bulldog annoiato, un sorriso affogato nel flaccidume delle mascelle. Disse a quel viso lontano: “Ora è tutto a posto: gli attimi sono tutti passati, tu li hai contati tutti e non ne hai lasciato fuori nemmeno uno. Adesso puoi restartene lì fermo e immobile, tanto, ti dico, i tuoi attimi sono passati tutti; li ho contati a uno a uno… beh, uno più uno meno li ho contati e, adesso, non so dirti il numero esatto: ma che importa il numero? Un numero è un numero! Sono quei visi col naso schiacciato sui finestrini della metropolitana che ti ridono addosso, che danno fastidio. Quelli stanno col naso appiccicato ai finestrini e passano via veloci senza darti nulla. Quelli non sanno neppure cosa sono “gli attimi”!

Certo che tu, Pholip, di serietà ne hai poca. Sai cosa sembri? Un pittore da Street Art, ecco cosa sembri! D’accordo, l’ironia non ti manca, ma della tua ironia a nessuno più importa un accidenti di nulla. Nessuno pensa più a te, hai finito di ruggire. Ma poi, a pensarci bene: hai mai ruggito?

Ed è proprio così, perché l’attimo che vivi è già passato e tu resti lì a guardarti intorno come un vecchio che è sempre vissuto nei boschi e adesso ha vicino una vecchia e loro stanno lì rigidi seduti sul tronco d’albero del parco: lui con le mani nascoste sotto il cappello e lei con la veletta sulle rughe del viso. L’attimo comunque è questo: lì accanto a loro, due giovani si abbracciano e si baciano senza curarsi minimamente di loro. Philip, è inutile che ti piangi addosso: perché non vai ancora a cercarti una bella biondona ruggente, così ruggisci anche tu e ti liberi delle tue ombre? Per il resto è tutto inutile! Per esempio, adesso che passi davanti alla cucina fermati e ragiona. Sì, ragionaci su bene! Dunque, prima entra in cucina, butta giù la pasta, condiscila col ragù fatto in casa, riempiti bene la pancia e poi vai nello studio. Meglio con la pancia piena andare nello studio! E meglio ancora se nella pancia ci metti dei bei rigatoni con una manciata di cereali dentro… frumento, chicco di frumento, spiga staccata dallo stocco: forza e salute.

Quanto sei noioso, Philip! E scusami se te lo dico, ma io ti dico così perché… lo stomaco non mi riceve più niene… le flatulenze coreograficano il mio dorso… i miei denti si rompono… Basta, Philip! Basta con la paranoia dei tuoi occhi languidi. Mettiti su una bella trave di legno massiccio e osserva a occhi chiusi la vita che ti ha trapassato il petto, come questo lampo che vedi attraverso la finestra guizzare nel grigio orizzonte. Riposa e osserva, e se ti va fatti una bella linguaccia, tanto è tutto inutile: il tuo aspetto fisico non puoi cambiarlo, nessuno ti vede e passa pure col rosso. Perché preoccuparti delle conseguenze? Prendi bene le misure, guardati di qua e di là, fai stridere le gomme e vedrai che il panico se ne va e tu reagisci contro il mondo che ti comanda sopra, sotto e ai lati. Vai: la vita è soltanto una fatica che va debellata e tu accelera, dacci dentro, picchiaci dentro questo mondo che è tutto tuo. Rischia, Philip; questo è stato il tuo unico slogan di tutta una vita. Adesso che sei passato col rosso, accelera, guarda solo avanti, stringi i denti, abbassa le orecchie e vai diritto alla meta, non importa quale! Non ti arrestare, nessuna titubanza se, lontano, il fischio del vigile rompe il silenzio.

Philip, sei diventato scrittore, giornalista, poeta, critico letterario e d’arte; insomma, sei diventato un artista e hai voluto restarlo: perché? Perché!… c’è forse un perché in Burning Spear – Man in the Hills? C’è forse una logica nella montagna di faccia verde che nasce dalla terra e tocca il cielo infilzato da una freccia di fuoco? Tutto è logica, Philip! Tutto serve a qualcosa. E’ la lunga storia dell’uomo che non ha origine. Tutto incomincia così, come una montagna di occhi naso bocca verdi, come un terremoto di terra bruciata, come una tempesta di aria infilzata da una freccia di fuoco; e tutto s’infilza nel mistero infinito di un’idea. Logica e irresponsabilità, Philip!

Capitolo Primo

Philip guardava Percival. Percival era suo amico, almeno un tempo lo era stato e forse lo era ancora. Guardava la pancia di Percival, le bretelle colorate di Percival, i suoi calzoni a grossi quadri rossi gialli arancione che non arrivavano fino alle scarpe e facevano intravedere calzettoni di cotone ruvido verde bottiglia. Percival guardava la faccia di Philip segnata da grosse righe viola che si affollavano intorno a labbra sottili e a occhi grandi e chiari. Philip guardava Percival dalla finestra del suo studio e stava appoggiato, rigido, allo schienale di fondo della poltroncina col sedile di stoffa grezza che copriva una soffice gomma piuma. Philip aveva la pelle delle natiche sottili come carta velina e l’imbottitura di gomma piuma l’aveva fatta mettere sotto tutti i sedili delle sedie per via delle sue natiche di carta velina. Così, lui su qualsiasi sedia si sedesse poteva sempre dire estasiato “ahaaaa”, soffiando via dalla bocca il dolore che il contatto delle natiche col sedile gli provocava. Anche questa volta disse “ahaaa”, poi guardò bene in faccia Percival, il quale era arrivato in carrozza col cilindro ben calzato e baffi e barba alla Lenin ben affilati. Quello ha proprio la faccia da russo, disse tra sé Philip. Perché poi porta quel cilindro rigido così elegante! Ma non vede che quella campana nera gli fa mettere in risalto le orecchie a farfalla e il testone da bufalo infuriato! L’elmetto alla Kaiser, gli ci vuole; quello con sopra la croce di ferro ben lucidata! Questo bel “russo” è venuto qui a fare il suo maestoso discorso: ben fatto! Il suo cilindro a orli neri di rigido feltra si addice perfettamente a ciò che lui dirà, poi a discorso finito questo suo elegante copricapo si trasformerà in elmetto alla Kaiser con croce di ferro lucidata e appuntita, che gli si infilerà – come ago in una montagna di panna – su per il buco del c. Philip sorrise acido e continuò a pensare di Percival con sottile sarcasmo. Che labbroni pompati! Che occhietti sanguigni! Quasi lo vedo nel Dancing Cans di Barcellona: hip-hip urrà! Va che con quel tuo bel cilindro a visiera russa sembri un vero B. Boy! Guarda guarda che bei scarponcini che hai! Veri pezzi di marmo scalpellato Fight sexism! Percival, il bel circasso dai labbroni di fata Morgana e dal nasone che ti ruba i denti! Ma perché quelle vie trasversali degli occhi? Quelle vie trasversali sono forse le vie deviatrici dell’anima? Perché, poi, vedere negli occhi sempre deviazioni e inganni? I tuoi occhi, Percival, sono due fori neri messi a sghimbescio sotto una fronte bassa e dentro un faccione del pallore del livore.

True… dove sta la verità, Percival? Forse in quel finto pianto col pugnetto sopra l’occhio sinistro? Ma quel pianto, a guardarti bene, sembra più un riso a denti stretti. Guardati un po’ dietro: sì, proprio quel muro di calce bianca! Vale la pena che tu lo guardi. Le vedi quelle linee leggere che sembrano farfalle nell’aria chiara e che scivolano via come ectoplasmi di medium in trance? Le vedi? Sai cosa ci vedo io in quei filamenti disegnati a carboncino? Una donna! Una donna bellissima, esilissima, che dorme mollemente sdraiata e a intervalli apre gli occhini languidi. La vedi, Percival, quanto è leggera e sensuale?

Sì, dietro di te è disegnata una bella donna dormiente, ma tu non mi ascolti neppure. Tu aspetti la folla, e l’aspetti fremente per gridarle in faccia tutte le tue idee. Idee… idee, Percival, e giù applausi. Tu non hai altro che idee da buttare in faccia alla gente, e tutto questo sarebbe anche encomiabile; il fatto è, purtroppo, che le tue idee hanno sopra uno strato di ruggine alto come il campanile di San Giusto. Ruggine di ignoranza, capisci? La tua ruggine dell’ignoranza. Perché tu sai, tu conosci la storia, tu hai anche partecipato ai fatti della storia, ma la ruggine dell’ignoranza ha coperto prima tutto il tuo osso parietale, poi ha corroso tutta la fontanella anteriore, ha raggiunto il tuo osso frontale e così tutto il tuo cranio, a poco a poco, è stato coperto dalla ruggine dell’ignoranza. Percival, che ci vieni a fare in questa meravigliosa piazza mezza romanica e mezza rinascimentale, quando le tue idee sanno soltanto di ruggine e tu, esprimendole con la parola, non faresti altro che sporcare frontoni, pilastri, cassettoni, cornici e lesene di tutte queste pregiate architetture romaniche che ti stanno intorno. La ruggine è micidiale, copre ogni cosa, distrugge ogni cosa, e spappola irreversibilmente il tuo mobilissimo cranio. Le camere cardiache vengono intasate, i polmoni non pompano più, i reni non filtrano, e tutta la ruggine circola nelle arterie, giù e su, con i reticoli e i microfilamenti, i perossisomi e i complessi del Golgi… Golgi, ecco un bel nome che risolve la tua ruggine che ti circola nel cervello! Ma che puoi farci ormai, Percival! Se tu continui a voler impestare le folle con le tue idee arrugginite, non vedo in te vie di uscita. Ruggine fino al 5° metatarsale… I tuoi piedi scricchiolano sul pavimento di porfido azzurro, la tua mente si ottenebra, tutto è buio, le luci si allontanano, diventano pallide, si spengono infine e tu resti solo con la tua ruggine dell’ignoranza, pronta a paralizzarti tutto. Quando ti libererai di questa ruggine? Se tu capissi l’attimo! Sforzati di capire almeno il silenzio. Se tu lo capissi, l’armonica sonorità della tua voce non disturberebbe più nessuno. Percival: il silenzio, per favore! La vita, per favore! La libertà della vita di tutti, la soluzione della vita di tutti, lo sgretolamento di tutti i muri e di tutti i sassi lanciati addosso a tutti. Percival, se tu capissi! Ma tu non puoi capire, la ruggine che ti attraversa tutto il cranio stagna, fermenta e ti fa parlare. Tutto il tuo cranio è in fermento; è come un ferro incandescente, di quelli che solo i fabbri antichi sapevano forgiare.

So che adesso il tuo cranio in fermento vuole parlare – parlerà – della guerra. Tu hai il pallino della guerra! Sì, sì… certamente! La guerra è l’argomento della vita, è l’argomento che filtra la vita, l’abbrutisce e l’invigorisce, la rende schiava e la fa rimbalzare su tutte le scene del mondo. La guerra non ha pietà, la guerra vince tutte le pietà, la guerra affratella e disgiunge tutti gli amori, tutte le falsità, tutte le immoralità. Percival, tu della guerra parli così? Direi proprio di no! Tu la guerra la racconti in altro modo, sei più concreto, più realista. Tu racconti che in guerra tutti hanno l’elmetto in testa, tutti i fossi sono stracarichi di cadaveri, tutti hanno bende insanguinate sugli occhi. Insomma, Percival, tu sei il fotografo della guerra: metti a fuoco ciò che vedi sulle piazze e nelle trincee e scatti! Sulle piazze, le macerie dei palazzi con le montagne di cadaveri; nelle trincee, elmetti che cadono sugli occhi, occhi spiritati, occhi strappati, occhi che vagano, che gridano, che restano immobili; elmetti che coprono piedi e gambe: un piede qua e una gamba a cinque metri più in là; elmetti che coprono teste che scendono a precipizio sulle spalle e fanno un tonfo nelle pozzanghere, che si infilzano nei fili spinati accartocciati come lucertole schiacciate dai massi pietrosi. Ma nelle trincee non ci sono solo elmetti, ci sono anche colbacchi neri, berretti grigi, divise bianco azzurre e grigio verdi. Il panico corre tra le pareti di pietre e di fango, qualcuno legge lettere d’amore, qualcuno prega, qualcuno urla, piange, dice “mamma”; qualcuno spara, va all’assalto, ritorna ferito. La vita è qui, tu dici, non può essere che così. Se lo dici tu, Percival! Qualcuno va diritto nella carlinga di un caccia bombardiere: tutti là dentro stanno in fila seduti e zitti; sembra che ridono, che scivolano perfino sui pattini a rotelle, che fumino sfacciatamente. Il caccia bombardiere è partito per andare a mitragliare e a bombardare, ma qui in terra, non tanto lontano, ci sono gli impiccati,ci sono i monchi, le carestie, le donne che si vendono – bisogna ben mangiare o allattare -, i baci degli addii, le razzie, il sangue che cola dappertutto. Già, Percival, tu parli di cerimonie, di uomini in tight a volo di rondine, di incoronazioni: tutti in posa, click dell’obiettivo, lampi al magnesio, immagini immortalate; tutti attori! Tu dici così, Percival; ma è proprio così: tutti sono attori, tutti siamo attori, tutto il mondo è attore! Questo dell’attore, Percival, è un bell’argomento. Vedi, tu gridi alla folla: sono tutti attori! Tu lo gridi con la ruggine dell’ignoranza che ti copre il cervello, ma la faccenda dell’attore è proprio così. I soldati sono attori, le suffragette sono attrici, i cadaveri congelati sono attori, gli operai degli stabilimenti per la fabbricazione delle armi sono grandi protagonisti degli schermi cinematografici. La cinematografia continua, non s’arresta mai, non potrà mai arrestarsi. Contro tutti i ricatti di tutti i poteri temporali e spirituali, non c’è pietà per i feriti e neppure c’è pietà per i puritani, per i generali che comandano dalle sommità delle loro postazioni, tracciando linee immaginarie sulle gigantografie delle mappe e delle carte geografiche. Trasvolatori con le bombe incendiarie innescate, hip hip urrà! I ballerini coi fusò pieni di muscoli tesi ballano sui palcoscenici delle commedie musicali.

Percival, la vita è bella coi ballerini pieni di muscoli che saltellano leggeri sulle scene delle commedie musicali. Prova a dimenticare la guerra, Percival!Vai un po’ per conto tuo e fai venir fuori dalle nicchie concave di questi palazzi e dalle volte a botte tutti i balli in maschera dei fucilati della resistenza e dei deportati politici e non. Vedrai che trionfalismi! Che costumi cabarettistici! Che voci da sinagoghe e da ebrei dell’Est e dell’Ovest! Una sinfonia unica di liberali, comunisti, SS: tutti insieme a battere le mani, tutti insieme a contare i morti scritti sui monumenti, tutti insieme a trasvolare nell’aria pura sulle mongolfiere e sugli scranni dei tribunali… In nome del popolo “non disturbare”; in nome dei popoli di tutta la terra “non mistificare”; in nome dell’amore, dell’amicizia, dei mitraglieri uccisi nella loro buca di postazione, degli scioperanti uccisi, dei jazzisti spiritosi e spirituali, degli assassini di imperatori e di dittatori… in nome di tutte le gioventù “restare fermi nei propri propositi e non mollare mai”.

Certo che ci sono i deserti! La Libia è tutta un deserto e lì tu hai mangiato tanta di quella polvere che ti si è arrugginito il cervello. La polvere di quel deserto è rossa come la ruggine che copre tutto il tuo cranio. Tu ne hai visto di polvere! Tu, dentro quella polvere, hai visto cadere a picco biplani che avevano certe ali! E quei morti che pedalavano in bicicletta dentro quella polvere rossa? E quel terriccio arido che ti bucava i polmoni? Ne hai visto di sabbia e di polvere di deserto, tu! Eppure: come non fosse successo nulla! Tutto respirato, tutto digerito, tutto dimenticato. Adesso sei venuto in questa piazza – ma non vedi com’è antica? non vedi quanto spirito di bellezza qui si respira? -, per parlare di che! Qui non c’è folla plaudente e adorante, qui ci sono soltanto monumenti che gridano la vita, passata e presente. Tu mi dici: - Ma i monumenti gridano? -. Io ti dico: - Sì, i monumenti non solo gridano, ma raccontano anche. Loro raccontano la vita che c’era allora, ai tempi della loro costruzione, e raccontano la vita che c’è adesso, e se li stai bene ad ascoltare, ti raccontano anche la vita che ci sarà dopo, nel futuro. Ascoltali, Percival, e non te ne pentirai -. Però io so! Purtroppo io so che tu non li ascolterai. Tu non vedi i festoni di questi palazzi. Non vedi i cassettoni e gli ovoli di pura marca romanica. Non vedi le colonne monolitiche, le trabeazioni, i piedistalli. Che ti dicono i Pantheon? Che ti dicono i Colosseo? E il Ponte Nigra cosa significa per te? Un bel fico secco! Ottimo, Percival! Ormai abbiamo capito che tu non vuoi respirare le bellezze romane e che dei pilastri corinzi proprio non sai cosa fartene. Il tuo cervello è pieno di polvere rossa dei deserti libici: cosa ci si può fare? Nulla, assolutamente nulla! Dunque andiamo avanti, perché io non voglio, adesso, che tu incominci il tuo discorso di ruggine o peggio ancora che tu te ne vada. Non te lo permetto. In fondo solo tu sei adatto ad ascoltare ciò che ti dirò (sono cose segrete, cose intime, cose delicate; insomma, cose che interessano a nessuno). Ma il tuo bel discorso io ti permetto di farlo, ma sai a chi? Agli uccelli, alle acque, ai pesci e agli alberi; a questi te lo permetto di fare il tuo bel discorso impolverato di ruggine e di ignoranza: scusami! Quelli hanno ascoltato San Francesco, quelli ascolteranno anche te. In fondo, a pensarci bene, tu sei un nuovo San Francesco! Bene, Percival, facciamo così: tu adesso entri in tutti quegli archi di quel palazzo romanico, sali tutti gli scalini – stai attento perché tanti saranno rotti e tu potresti mettere un piede in qualche grosso buco e farti male -, arrivare lassù e sederti sul cornicione. A questo punto potrai fare il tuo discorso e poi dialogare con me. Ci stai? Vedo che fai sì con la testa, dunque accomodati e tuona, fai sentire la tua voce baritonale, scuoti il silenzio di questa piazza antica, svegliala. Questa piazza ha bisogno di Ssssh, come Ten Years After ha bisogno di Sailor. Vedi, per The Steve Miller Band, guai se non ci fossero la chitarra e gli occhi velati di Wet Willie. Il cavallo alato di Adrian Gurwitz muove le sue corna sulle nuvole dorate spaziando sopra la terra che sa di cioccolato, al suono melodioso e misterioso della Grame Edge Band Featuring. Tutto è suono, Percival! La Terra e il Cielo hanno bisogno del suono, come questa piazza ha bisogno del suono della tua voce. Sei l’uomo mandato dagli dei, Percival! L’uomo delle armonie e delle meraviglie. Point of Entry, Judas Priest: che lama affilata nel cuore della Columbia! Ma tu sei meglio di quella lama azzurra! Tu hai il cuore pieno di tutte le contraddizioni, dunque sei il migliore. Le cose che hai da dire non finiranno mai.

Allora, Percival, sei arrivato?Non ti vedo più qui sotto, vuol dire che sei arrivato lassù. Siediti per un po’ e riposati: ne hai fatti di scalini! Dimmi, Percival: tu sei contento di stare lassù. Volere o no ti sei allontanato da questa piazza e ti sei allontanato anche dalla tentazione di arringare la folla (che, tra parentesi, non c’è). Lassù potrai gridare fin che vuoi: il cielo ascolta più volentieri che la terra; il cielo è tutta un’altra cosa, lui sa capire tutta la boria che attanaglia ogni essere umano; poi conosce la stanchezza che prende allo stomaco e va su fino al cervello. E’ la stanchezza delle colpe che uno dà all’altro e via così, fino all’ultimo essere umano. E’ un bel problema quello delle colpe. Colpe qui, colpe lì, colpe qua, colpe là… beh, sarebbe ora di finirla con il prendersi le colpe e con il darle. Vogliamo smetterla con questi termometri dei caratteri? Molli, sempre molli! Molli i caratteri, molli i polpacci, molli gli ombelichi, molli tutti i seni sagittali, frontali, sferoidali… Lo capisci, Percival? Se stai sulla terra, tutto ti sfugge e non ci sono scintogrammi, non ci sono anagrammi, non ci sono raggi X che non ti profetizzano: molle! Tutto è molle nell’essere della terra, meglio stare lassù, dove i polmoni respirano e le arterie fanno circolare il sangue su tutto il corpo. Se stai sulla terra tutto ti sfugge, perché tu non riesci a staccarti dal molle che si nasconde dentro il nucleoplasma delle cellule del tuo organismo. Tutte le immagini si accavallano sulle cellule nervose e la battaglia ha inizio tra i globuli rossi e i globuli bianchi, e tutto ha fine. Perché, Percival, cosa credi, che tutto si risolva? Risolve forse qualcosa il biologo? O forse il dermatologo, o l’oncologo, o il fisioterapista? Stai lassù, Percival, e grida al cielo e agli uccelli la tua ruggine di ignoranza; il cielo e gli uccelli ti risponderanno sorridendoti e tu ti acquieterai: come sono retorico, Percival!

Chissà se mi senti, stando lassù. Scusami, Percival, se ti comunico il mio pensiero attraverso questa mia finestra chiusa da queste mura grigie e sbrecciate. Girala come vuoi, è sempre la stanchezza che si vuole tramandare, oppure diciamo meglio, è la montagna di domande che non hanno risposta, la nostra esigenza di voler dialogare con il nostro prossimo. Ma poi, Percival, vale ancora tra noi, esseri umani, il dialogo? Noia… noia… noia…, soltanto noia è il dialogo tra tutti gli abitanti dell’umanità. Vedi, adesso io ti parlo, ma a chi parlo, se tu stai lassù e non puoi né ascoltarmi né rispondermi. Ma… ecco, è proprio così che il dialogo ha un senso! E’ quando il dialogo avviene tra due cuori e non tra due cervelli, che tutta la potenza della parola acquista il suo vero significato.

Percival, io ti guardo dalla mia finestra, tu mi guardi da lassù (io ti vedo ormai lassù) e fai quello che penso io senza che tu te ne accorga. Ma vedi, Percival, tutto questo è più che naturale perché è il mio cuore che ti parla. Tu non ti accorgi di nulla, eppure mi ascolti e approvi ciò che il mio cuore ti dice. Noi tutti non ci conosciamo, noi tutti vorremmo che gli altri ci conoscessero, ma nessuno di noi sa comunicare con gli altri. Poi avviene un dialogo e tutto sembra che vada a posto. Ma non è così. E non è così, perché noi non vogliamo mai ascoltare. Parliamo, dialoghiamo, assentiamo perfino, ma poi ce ne andiamo per i fatti nostri. Sempre, è sempre così. Sempre, alla fine, siamo noi che abbiamo ragione, noi soli siamo in grado di risolvere i nostri problemi, solo noi siamo gli dei che decidono e concludono. Noi tutti non ci parliamo mai col cuore – se qualcuno mi sentisse, direbbe che sono un fanatico o un burlone o un megalomane o uno svitato o uno sprovveduto. Ma che cuore! direbbe lui, basta con queste stronzate del cuore. Già di queste stronzate sono pieni tutti i ghetti e tutte le contrade puzzolenti delle città e del cielo. La vogliamo smettere con questo cuore? La vogliamo capire che il cuore non porta altro che povertà? E poi: è tutta una retorica tirare in ballo il cuore! Mah, chissà! Intanto io continuerò a parlarti col cuore, anche perché vedo che riesco a comunicare con te a questa lontananza che ci divide, senza nessuna difficoltà, e vedo che tu mi senti con molta facilità. Sai che ti dico, Percival? Io ti espongo tutti i miei pensieri, cercando di pulirli di tutta l’ipocrisia che li copre – sì, perché l’ipocrisia è il sale dell’umanità! -. E sai come cerco di vincere l’ipocrisia? Tu non mi crederai – ma sì che mi credi! -. Con il segno della Croce. Eh, lo so che è dura credere a questa verità; direi che se qualcuno mi sente, faccio la figura del pampalone: ma tu credi ancora a questo segno?, mi direbbe. Ma sei superstizioso fino a questo punto? Eppure, Percival, ti assicuro che io quando mi trovo in difficoltà – in qualunque difficoltà -, quando tutto mi sembra perduto e il buio mi cade sugli occhi, io faccio il segno della Croce e tutto si attenua, tutto diventa chiaro, tutto diventa quieto. E trovo sempre una soluzione che non danneggia nessuno. Percival, non pensarmi un bigotto, un baciapile, un collotorto: non lo sono. Non sono uno che vuole imporre l’anima, ma sono uno che crede nella forza dell’anima e l’anima si alimenta con il segno della Croce. Lo so: è un brutto parlare, questo, ma io non ti parlo così perché voglio che tu mi creda. Ognuno deve credere a ciò che gli dice la propria anima.

Tu non puoi rispondermi adesso, Percival! Eppure la tua voce entra dentro di me perché tu sei lassù vicino al cielo. Tu adesso mi parli di bombardamenti, di affondamenti di navi e di cadute di aerei, di scontri a fuoco e di cannoneggiamenti. Tu mi parli di fucilazioni, di processi sommari e di stupri. Sento che mi descrivi una esecuzione di un comunista da parte di un agente del Guomindang in una strada di Shanghai. E’ un atto di estremo odio: occhio per occhio… non porgere l’altra guancia: è tutto inutile, è tutta una truffa, una falsità, una ipocrisia, una crudeltà. Eppure in questa esecuzione c’è truffa, falsità, ipocrisia, crudeltà: tutte nascoste! Io ti sparo alla tempia destra perché, se fossi tu al mio posto, saresti tu a spararmi: occhio per occhio… non porgere l’altra guancia. Però, gli altri agenti che se ne stanno lì a guardare indifferenti e a gambe larghe! Ecco dove stanno la truffa, la falsità, l’ipocrisia e la crudeltà. Tu, spara ed è finita lì; tu solo sei responsabile dell’esecuzione sommaria. Ma se noi siamo qui e vediamo la tua irresponsabile crudeltà, abbiamo il dovere di vietarti l’esecuzione: è questa la lunga storia senza fine dell’uomo, è la mancanza di ogni armonia umana, di ogni sorriso. L’uomo sorride se gli si ordina di sorridere, e gli ordini non hanno mai un fine umano. Diplomazie, battimani, sorrisi… parole parole parole… fiori fiori fiori… Le folle guardano i visi seri e compunti, gridano con loro la libertà, l’amore, l’umanità, e guardano il cielo. Ma il cielo non ascolta nessun grido falso e vuoto. Il cielo ascolterà tutti, quando ci sarà un piccolo segno della Croce in ognuno degli esseri urlanti tra i loro sorrisi e le loro parole. Tutti registi del neorealismo, tutti attenti alle nuove realtà, tutti pronti a cantare le nuove passioni che avvolgono i cuori. Già, i cuori! Quelli molli e ingenui… Ma, Percival, tutti i cuori sono molli e ingenui, se non c’è dentro di loro un qualche tornaconto. Poi arrivano le carestie, i nubifragi,le catastrofi, i terremoti e i maremoti, e allora tutti i cuori si svegliano e diventano umani.

Comunque, Percival, ti sto facendo un discorso noioso e poco simpatico. Io so: tu non sei tanto d’accordo in questo segno della Croce di cui sviolino a tutto spiano. Lo so. Tu arringhi il popolo e tocchi il suo cuore con l’astuzia della tua ruggine; tu ci scavi dentro la tua ruggine e ne ricavi materia che placa gli impulsi della folla, ne esalta gli entusiasmi, ne copre le miserie, rende morbosi gli slanci di fraternità e di cooperazione. Tu sei un maestro di pura scuola di popolo. Il popolo piange, tu sai che il popolo piange anche quando il suo cuore è pieno di gioia; il popolo piange di dolore e tu gli sei vicino, confortandolo contro quei sorrisi misteriosi che sorgono – sembrano spontanei! – dalle bocche di quegli elegantoni col fazzoletto bianco a tre punte che spunta dal taschino delle loro giacche tutte nere e col farfallino nero che mette in evidenza il loro sparato inamidato e candido. Tu sai spiegare al popolo ciò che c’è scritto su quei fogli che loro – quei candidi signori – hanno fatto dattilografare dalle loro zelanti e precise dattilografe. Il popolo piange e si commuove facilmente, e tu lo sai. E sai che lui – il popolo – crede a tutto ciò che i candidi signori mettono sui fogli di carta pregiata e poi pongono la loro chiara firma; che sia, ciò che c’è sui fogli, una dichiarazione di guerra o una pena di morte per i criminali di guerra o un armistizio. Loro – i signori – firmano sempre e sorridono: sorridono prima della firma, sorridono dopo la firma; e sono ministri, presidenti, consiglieri di Stato, cortigiani di re e capi di sette e di guerriglieri. Tu, Percival, credi nella tua voce, credi nella tua parola, credi nel tuo charme. Io ti invidio, Percival, io non potrei essere come te, io non credo fino in fondo alle mie sole possibilità umane, e non credo neppure nel mio fascino personale di grande affabulatore e di dolente umanitario. Io ho poche qualità e quelle poche che ho le affido al segno della Croce. Beh, Percival, io sono fatto così e spero che tu mi comprenda: ma sì che mi comprendi! Io adesso parlo al tuo cuore e sento che il tuo cuore accetta i miei pensieri.

Ma adesso basta, adesso mi fermo, adesso tu, Percival, hai bisogno di essere lasciato stare in pace. Io non voglio portarti in nessuna mia strada: sarebbe una mia vigliaccheria, un abuso della tua fiducia in me. Tu sei andato lassù, fiducioso di poter volare, di poter sentirti libero di volare, di affinare la tua voce e poter parlare alle folle con meno foga e più rispetto. Io non voglio portarti via le tue eroine che camminano nel cielo, voglio che tu sia libero di guardare in cielo tutti i tuoi exodus, tutte le tue Zsa Zsa Gabor e le tue Else Maxwell. Adesso ti butto addosso un ammasso di cianfrusaglie che ti farà decidere se parlare oppure no alla folla che si riunirà qui, sulla piazza. Ma poi: arriverà questa folla ad ascoltarti? Adesso stai bene attento a quel che ti enumero, poi tu ci penserai un po’su e se non ti va più di parlare alla folla, poco male: ci parleremo insieme, ci apriremo un po’ insieme, reciprocamente. Io ho da dirti tante cose della mia vita e francamente mi pare di capire ormai che tu sei l’unica persona a cui possa dire le mie cose intime e private. Stai a sentire, Percival! Mondanità, congressi, acquitrini, samurai, majorettes, campi di prigionia, funerali importanti e no, bombe atomiche e all’idrogeno, Ufo, guerriglieri, pugili suonati e che suonano, cappelli da cow boy, champagne, elezioni, mercati, borse azionarie, religioni, matrimoni, bambini, cani e gatti, montagne di rifiuti… Ti è sufficiente sentire queste cose per decidere? Ti raccapezzi ancora per fare il tuo bel discorso? Vedrai, Percival! Vedrai l’abisso che ti si parerà davanti, quando tutte queste cose che ti ho messo davanti si libereranno dentro il tuo cervello. Se tu ne cerchi una, le altre reclameranno un accenno; se tu ti rifiuti di ascoltarle, loro si ribelleranno e metteranno dentro di te una tale confusione, che: altro che discorso chiaro e amichevole e umanitario e di fratellanza e di cooperazione! Dentro di te ci sarà la rivoluzione e non vorrei che ti venisse voglia di buttarti giù dal cornicione. Dov’è la folla, Percival? Dove sono le anime della folla? Non vedo folla, Percival! Non vedo anime. Forse per vedere la folla e le anime bisognerebbe possedere una vera identità; forse, se tu possedessi una vera identità, i tuoi occhi vedrebbero e il tuo cuore sentirebbe. Invece vedo soltanto la tua anima che arranca sul cornicione. Percival, stai lassù e non ascoltare i canti delle stelline e non vedere neppure gli scatti dei fotografi celebri; il mondo corre veloce senza i canti e gli scatti, solo che l’uomo non vuole ammetterlo. La luna è già dell’uomo e un giorno lo sarà perfino Plutone. Il cielo non è più lontano, ogni tipo di macchina ha sostituito tutte le funzioni del cervello umano; la morte non fa più paura, allontanati Satana! Che volete da me, Furie assatanate; Furie assetate del mio sangue e della mia anima. Ma è così, Percival! Io ti parlo tanto di anima: l’anima è la forza dell’uomo; l’anima è il fascino dell’uomo; l’anima dà una dignità all’uomo. Tutte fandonie, mi dici? Tu mi dici che l’anima è soltanto un alibi che nasconde la solitudine dell’uomo? Io ascolto la musica, io giro per le gallerie d’arte, io frequento i palcoscenici, le biblioteche, le chiese… Vedo l’anima nel fiato della musica? Vedo l’anima nei colori dei quadri? Vedo l’anima negli occhi dei palcoscenici, delle biblioteche, delle chiese? Io vedo il cuore perché è umano, ma non vedo l’anima. Mi dicono che l’anima urla: urla la gioia? urla il dolore? urla l’amore? Lei urla, urla per farsi sentire. Mi dicono che sono piuttosto le bocche che urlano, forse gli occhi, ma non più i cuori. Una volta i cuori urlavano come dannati – perché lo erano, dannati! Ci sono ancora i dannati nell’inferno? Percival, tu sai quanto io creda nel segno della Croce, quanto nella Croce stessa – perché, vedi, sotto la Croce io ci vedo passare tutte le urla del mondo -. E’ più forte di me dire così, Percival. Io spero che quelli che mi hanno insegnato a conoscere la Croce, non abbiano cambiato idea e la vedano ancora come un segno di grande gioia; direi, di grande felicità. Certo che tu, Percival, se mi sentissi, quanti accidenti mi avresti già mandato! Sai cosa mi avresti già detto? Senti, pensatore dei miei stivali, tu sai fare l’elettricista, l’idraulico, il falegname, il muratore? Temo proprio di no!, mi diresti. Guarda, mi diresti, che il mondo ha bisogno di questa gente, non di filosofi e di cultori dell’anima. Già, così mi diresti, e – sai che ti dico – avresti anche ragione. Eppure, per diventare bravi ingegneri, bravi architetti, bravi fisici, bravi dottori, ci vuole anche la filosofia e la cultura delle anime, ti ribatterei. Spero che tu capisca ciò che voglio dire.

Percival, stai ancora lassù a ritemprarti la mente con l’aria del cielo. Io devo dirti tante cose e tu dovrai essermi più vicino, perché certe cose non possono essere dette alla distanza in cui ci troviamo. Quando avrò esaurito questo sacco di elaborazioni, di divagazioni, di pensieri macchinosi e noiosi – stai pure ancora lontano! -, ti dirò di scendere dal quel palazzo romanico e magari di metterti in questo di stile rinascimentale più vicino. Per adesso, stai ancora sul tuo bel cornicione dove puoi passeggiarci sopra con tutta tranquillità e senza cadere.

Allora, Percival, io vado al mercato e ci trovo tutte le cose che mi servono per vivere, stare bene, nutrirmi, rinforzarmi, deliziarmi e rimpinzarmi. Ci trovo anche di che vestirmi, ci trovo di che pulire la casa e i pannoloni per il vecchio genitore che mi aspetta a casa con la pipì nelle mutande. Naturalmente, per avere tutte queste cose devo avere i soldi. Invece – mi dicono quelli che mi vendono l’anima – tu puoi averla (l’anima) gratis e senza sotterfugi di costi futuri. E’ una bella fortuna, non credi? Questa vendita non nasconde nulla di losco e non ci sono trabocchetti. Questa vendita ha solo il pregio di aiutarti a conoscere il tuo mondo interiore e a preservartelo da tutti gli attacchi bellici, termonucleari, atomici, satanici, vampireschi, stregonereschi, stellari e da tutti i mostri della preistoria e dell’era moderna. Con questa vendita: non più tutti in fila come pinguini artici, non più tutti con la bocca larga, non più tutti come stampi per fare dolci. Con l’acquisto – gratis – dell’anima, noi siamo esenti da ogni attrazione fatale, perché gli impulsi sono selezionati dai sentimenti e i sentimenti con l’anima dentro scartano gli impulsi devianti, i malintesi, le rotture insanabili. L’anima vince tutte le rabbie, tutti gli odi, tutti i rancori: vince tutte le malvagità! Percival, sento dentro di me che tu ormai sei con me e sei quasi pronto ad ascoltare il grido della mia vita. L’aria del cielo ha addolcito il tuo cuore, ormai sento che tu non parlerai più con la ruggine dell’ignoranza; che qualcosa di anima è entrato in te e tu non faresti più il telegiornale della Storia, ma nella Storia tu, adesso, ci metti l’attimo della consapevolezza degli sgretolamenti dei sentimenti umani; tu, adesso, ci metti l’attimo del sorriso in tutti gli avvenimenti della Storia. Tu, adesso, non mi parleresti più con rabbia: forse il cielo che hai vicino ti ha avvicinato alla terra. Comunque sia, prima di parlare di storia personale – sembra facile parlarne e poi ti accorgi che ci sono milioni di implicazioni misteriose che ti deragliano ogni cosa -; dunque ti dicevo, prima di parlare delle mie vicende personali (amorose!), parliamo un po’ di storia universale; però, non facciamo nessun telegiornale, mettiamoci invece dentro un po’della nostra anima: sei d’accordo, no? Facciamo così: peschiamo a caso nel mazzo dei fatti, prendiamo a caso dei personaggi, anche degli avvenimenti sportivi, anche dei complessi musicali, anche delle distribuzioni di cibi agli affamati e di gas negli spazi interstellari. Perché non vogliamo ricordare i Beatles, i Kennedy, Krusciov e Gagarin? Quando noi eravamo giovani, i telegiornali non parlavano altro che di loro; adesso mi accorgo – spero che ti accorgi anche tu – che a nessuno gli importava se avessero un’anima oppure no (se però pensiamo bene a questi personaggi, resta difficile stabilire un loro rapporto con l’anima; semmai,ci è facile stabilire un loro rapporto con la Storia universale dell’umanità). Va bene così, Percival, andiamo avanti con questa ottica, ma non dimentichiamo che se loro avessero usato un po’ della loro anima, tante cose sarebbero andate diversamente. Vedi, ormai gli studenti afroamericani sono tutti ammessi nelle università americane: saranno fattori politici o fattori di anima? Mah, diciamo: saranno fattori dove c’è dentro un po’ di politica, un po’ di interessi nazionali e anche personali, un po’ di difesa contro quelli del non Occidente, un po’ di spirito umanitario – ci stiamo avvicinando all’anima – e un po’ – per l’appunto – di anima – che è un po’ la somma di tutte queste cose. Vedi, è così anche per quelle coppie anziane che si lasciano fotografare nude, per gli israeliani e i palestinesi che sempre hanno il fucile puntato gli uni contro gli altri; è così per quegli ebrei che hanno intorno alle spalle la cartucciera e piangono davanti al Muro del Pianto; e poi sanno di anima e anche di politica e di interessi i canti della pace, i viaggi dei Papi, gli incontri dei principi e dei re e le loro morti pubblicizzate in tutto il mondo; per esempio, la morte di re Hussein. Percival, non sto facendo il telegiornale della notte, ma sto cercando di dare un po’ d’importanza a ciò che c’è dentro l’uomo e non si vede. Lo so, Percival! Lo so che sono tutte mie fantasie e da queste non ne ricaverò neppure un ragno da un buco (ma se ci pensi bene, nessuno cava un ragno da un buco in qualsiasi buco scavi). Dunque, fatta questa piccola considerazione di ordine generale, continuiamo la nostra carrellata di storia. La Francia vince il suo primo titolo mondiale di calcio e, prima di questo titolo vinto, Yves Saint Laurent fa sfilare sul campo 300 modelle vestite di tutti i colori delle bandiere del mondo per incitare la sua squadra del cuore a vincere: che sballo pubblicitario per la sua casa di moda! I talebani sono ormai vicini, Kabul è a due passi, Teheran non è più lontana, tutto il Pakistan ci è sopra, e così tutto l’Afghanistan, l’Iran, la Cina, Israele, la Palestina, Damasco, Bagdad, Istambul…; ecco i telescopi Hubble che pescano gas interstellari – così noi finalmente scopriamo perché il sole non ci ride più in faccia amichevolmente come una volta, ma ci fora gli occhi coi suoi spilli con la cappella di brace-;ecco che la crosta terrestre frana di qua e di là, inondata dalla violenza delle acque sporche. Percival, perché quei mussulmani pelle e ossa, maschere di terrore e di orrore, gementi negli scantinati della Bosnia? Percival, la Storia è spietata, la Storia è infida, ed è anche scherzosa; se ci si pensa bene, lei scherza sempre e non si stanca mai di scherzare. Prendiamo Berlino, il suo muro della vergogna, il muro di tutte le cacche dell’Est: montagne di puzzolenti escrementi di tutte le razze. Se ti avvicinavi, venivi invaso da mosche ripiene di cacca e tu non ce la facevi a sopportare né le loro punture né la loro puzza. Poi il muro è stato abbattuto – sono già ventuno anni – e tutto è finito in gloria. Già: berlinesi liberi tutti! Ebbene, posso dirti con tutta franchezza che quel muro, pur essendo un muro di vergogna –ci mancherebbe altro se dicessi il contrario-, era il muro di tutti gli artisti della Street Art dell’Est e dell’Ovest di Berlino. Quel muro era un grande rifugio della mente, del cuore, dell’anima, della rabbia, dell’odio, della libertà. Su quel muro sono passate tutte le coscienze di chi ha cantato la rabbia, la fede, la speranza. Tu, Percival, puoi tranquillamente dirmi: “Era vera arte?”. Io ti rispondo: “Era l’urlo delle coscienze”. Lo so, Percival! So che vuoi dirmi di quante coscienze vere era quell’urlo. Di poche, ti rispondo subito con molta franchezza, eppure per quelle poche, valeva la pena conservarne il ricordo. Invece: macerie! Montagne di macerie di arte, montagne di macerie di rabbie, di odi, di rancori, di fedi, di speranze, di libertà; tutte espresse con l’urlo delle coscienze. Percival, qualcosa bisognava fare per salvare quelle macerie! Momenti di delirio, momenti di pazzia, momenti di protesta: tutto va tenuto nella debita considerazione. Perché? Perché sono momenti di vita umana. Non c’è salvezza nella vita se non c’è fantasia. Ma i morti restano insanguinati sulle strade e non danno risposte. Tutto si fa per la sola sopravvivenza, ma non dirlo a nessuno! La sopravvivenza: la parola magica che passa sopra i cieli della Nigeria, del Biafra, dell’Uganda… occhi che schizzano nella polvere del deserto e ti sprizzano addosso tutto il fascino della fame e della povertà. Non c’è altro che fame e povertà in quei deserti, eppure fame e povertà sono le umili amiche che restano fedeli. Ma dov’è la pace: forse sull’orlo dell’abisso della finzione? Sono le grandi lotte sandiniste? Sono le grandi folle in fila per celebrare i grandi eroi? Cosa è avvenuto dentro il vostro cuore da eroi, l’attimo prima della vostra morte? Forse la pace eterna? Forse la paura eterna? Forse il buio eterno? C’è stato l’eterno grido della sofferenza, nell’attimo stesso della vostra vittoria? La folla corre a celebrarvi e resta muta.

Percival, scusami tutta questa retorica, ma per me è necessaria. Vedi, io ormai vedo la parola come una pietra lanciata addosso a questo e a quello. Dentro di me non c’è pace e non potrà mai esserci. Ho lanciato pietre dappertutto, adesso le pietre mi ritornano tutte addosso e io non ho riparo per salvarmi da loro. Tu che stai lassù, restaci; anche quando noi staremo più vicini per parlarci meglio e anche per sentirci meglio. Non è questo il problema. Il problema è che tu resti sempre lassù, vicino al cielo, vicino all’aria libera, vicino agli uccelli nella luce del sole e delle stelle. Sì, Percival, sono retorico e voglio restarlo! Quando parlo così, nessuno può contrastare questa mia certezza, della presenza del cielo, dell’aria libera e degli uccelli nella luce. Se tu resti lassù, io ti vedo un eroe. D’altronde, io ti ho già visto un eroe. Te lo voglio dire, Percival: un giorno io ti ho visto piangere davanti a una macchia di sangue di una vittima di armi “legali”. Gli uomini in divisa sparavano e la folla moriva… morivano in tanti. Poi ci fu una fuga della folla, i militari restarono immobili e schierati e qualcuno restò a guardare le macchie di sangue sopra le camicie dei cadaveri. Tra questi c’eri tu. Ti ho riconosciuto dal grosso panama di tela grezza che ti scendeva dalla nuca, e in quel momento ho visto scendere lungo le tue guance due rivoli di lacrime. Ecco, Percival, io allora ti ho visto un eroe. Tu eri un eroe, perché non piangevi per le navi di Greenpeace affondate; tu non piangevi per le navicelle negli spazi con gli astronauti a passeggiare tra le nuvole; e non piangevi per i balli delle coppie nelle città argentine, con le gigantografie dei “grandi volti” a sorridere loro dai grandi muri delle piazze. Tu, Percival, piangevi per una piccola macchia di sangue, che nascondeva la morte di una vita umana. Tu ti chiedevi, in quell’estremo attimo, dov’era l’anima di quel cadavere, dov’era andato a finire il suo grido di pianto, dove l’amore nascosto dentro il suo cuore.

Non c’è pace nell’animo umano, non c’è amore; i passi vagano nel buio della notte, qualcuno sta dietro l’angolo ad aspettarti per distruggerti. Tutto è follemente inutile: terrorismo! Io non voglio protestare contro nessun cattolicesimo, contro nessun protestantesimo, contro nessuna fede, né patria, né ideale. La vita scorre tra binari invisibili che portano a traguardi. L’uomo raggiunge sempre un traguardo, ma il terrorismo incombe ovunque; anche quando le armi sono state deposte, anche quando le firme sono state poste sotto tutti i documenti di pace. Il terrorismo incombe sempre e ovunque, il mondo è troppo grande, l’uomo è indifeso, l’uomo non ha vie di scampo. I fumi delle apocalittiche distruzioni delle città non lasciano speranza, il fumo primordiale della nascita della Terra impesta lo Zimbabwe, Johannesburg, Tel Aviv… cadaveri, pianti, abbracci. Trucchi ovunque, ma il placido inglese dell’apartheid, indifferente davanti alle donne negre, non ha più motivo di essere, e tu, Percival, piangi ancora per gli ebrei uccisi nelle sinagoghe e per quella mano spuntata improvvisamente dalla sabbia pietrosa dell’Iran. Non c’è pace, o forse la pace è assurda? Percival, stai ancora un po’ lassù, piangi ancora un po’, soffri ancora un po’ per quei soccorsi che stentano ad arrivare a quelle madri della carestia che tengono allacciati ai seni i loro figli: la morte arriva presto e ha occhi vaghi di polvere e di fango. Piangi ancora un po’, Percival! Piangi le bombe molotov, le scorte nascoste e distrutte dagli eserciti della liberazione: la vita non ha risposte! Tu, Percival, soffri ancora davanti al tuo cielo che ti è vicino e piangi. Piangi gli errori degli odi e delle vendette, dei sabotaggi e delle carestie.

Adesso, Percival, la guerra è finita e il nostro cuore resta sospeso nei dubbi e nei misteri. Ma la guerra continua ovunque, leggera e mascherata, e la vita fa finta di nulla. Adesso è arrivato il momento di parlarti di me. Dimentichiamo la guerra, Percival, la guerra non ha confini; è la tua e la mia vita che hanno confini ben definiti.

Capitolo secondo

— Sei arrivato? Il palazzo dove stavi lassù, sul cornicione superiore, era troppo antico, e poi ormai dobbiamo parlare di cose personali e troppo intime e la lontananza che ci divideva non ci permetteva di parlarci con chiarezza. Bene, in questo palazzo dove sei adesso, tutto parla Rinascimento, ed è ciò che ci vuole. Ti dico subito, Percival, che le cose che ti dirò portano tutte a una triste storia. E’ la storia di un uomo che ha voluto essere uomo, che ha sbagliato più della maggior parte degli uomini, ed è arrivato alla fine della sua vita “sconfitto”; sconfitto nell’anima, sconfitto nella sua umanità; sconfitto nella sua dignità di uomo. Io, Percival, ho creato, con il mio egoismo di amore, la disumanità nella persona amata; in quella persona che continuerò ad amare e che, spero, nell’attimo della mia morte, possa trasmettere a lei la sofferenza dei miei errori. Io adesso ti parlerò di inganni e di sopraffazioni, e sono proprio le sopraffazioni ad aver “ucciso” la personalità della persona che ho amato più della mia vita. Io conosco il dramma di questa persona ed è il dramma di una persona che non ha potuto trovare se stessa, perché io ho soffocato ogni suo entusiasmo, ogni suo desiderio, ogni sua aspirazione, ogni suo soffio di vita. Io sono stato “l’assassino di una coscienza” o meglio ancora “l’assassino di un’anima” (questo è per me peggio, visto che io credo nell’amore della Croce).

— Tu sei stato soltanto uno sprovveduto, Philip —. Percival adesso stava al davanzale smussato di una finestra rettangolare di un palazzo rinascimentale dello stesso stile di Palazzo Strozzi di Firenze. I suoi occhi perforavano tutti i fregi, tutti i bugnati, tutti i conci e tutti i pennacchi della facciata. Lui era entrato dalla grande porta ad arco, aveva fatto pochi scalini e si era messo in una finestrella del pianterreno a pochi passi dalla finestra dello studio di Philip: li divideva soltanto il vicolo stretto e buio. Le grandi luci delle bifore con gli archi a tutto sesto, i blocchi con foggia a diamante e gli ornamenti a toro, splendevano al piano nobile, divise dalle finestre del secondo piano dai fregi a dentelli e dai listelli della cornice sostenuta dai bugnati.

— Parlo di una donna giusta, Percival. Non c’è nulla di sprovveduto quando si parla di una donna giusta.

— Altrochè! Anche tu, Philip, non hai capito nulla. Anche tu, come tutti gli uomini. E’ così. Anche tu hai camminato con i piattini in testa e i piedi scalzi. Così, ad ogni tua indecisione = diciamo, ad ogni tuo nuovo amore =, crac, giù un piattino davanti ai tuoi piedi, frammenti di porcellana da tutte le parti, tagli ai piedi, sangue e bruciori. Già, i tuoi piedi li tenevi scalzi: c’era forse bisogno di calzare le scarpe su quel morbido polietilene elastico? E così, dopo il primo piattino, un’altra tua indecisione, un altro tuo traballamento e un altro piattino per terra, con frammenti di porcellana al seguito e altri tagli, altro sangue e altri bruciori. Stai un po’ più attento, via! Ci vuol poco a tenerti in equilibrio… Ma già: un altro piattino per terra! Ma a te che importava dei tagli e dei bruciori ai piedi? Tu avevi chi te li puliva col disinfettante, te li fasciava con cura e se ce n’era bisogno ci soffiava perfino sopra, ai bruciori.

Tu, Philip, buttarti giù dal cielo col paracadute? Volare libero nell’aria? Oh che bel fresco, che bell’azzurro, che sgambettamenti liberi e leggeri: sembra di camminare sulla panna montata; che nuvole! Già, ma tu col paracadute non ti butterai mai giù dal cielo! E se poi, a metà della caduta, il paracadute non si apre? E se, a metà della caduta, mi venisse voglia di ritornare lassù, come faccio? Sì, è vero: laggiù ci sono mille visi che guardano su e aspettano che arrivi per battermi le mani, Ma cosa credi, che se io arrivo per terra col paracadute chiuso, qualcuno di quei visi corre a cercare una rete per salvarmi? Vallo a dire a chi vuoi, ma non dirlo a me, perché io non ci credo: sono mica fesso! Così, Philip, tu dal cielo, anche col paracadute, non ti butterai mai!

Non intrometterti troppo nelle mie cose, vorresti dirmi. Certo, nessuno vuole intromettersi nelle tue cose. Nessuno vuole sapere le tue cose. Noi stiamo soltanto dialogando e dal dialogo vengono fuori le cose più strane e più impensate. Ma è così che si costruisce qualcosa, anche se so che a te non te ne importa nulla del sole che tramonta tutte le sere e che nel sole c’è il buco dell’ozono che fa bruciare tutte le cose delicate sulla terra. Che t’importa, Philip, dell’inquinamento dell’aria o delle guerre che ammazzano gente in qualche parte del mondo. Tu stai lassù nel cielo a farti trasportare da qualche elicottero ben equipaggiato e ci resti a guardare giù le grandi praterie e gli eterni ghiacciai: cosa t’importa di quale squadra ha vinto la coppa del mondo di calcio, poniamo, nel 1994? Però un problema ce l’hai dentro che non riesci a risolvere e che sai che non riuscirai mai a risolvere. Tu non ce la fai, non ce la farai mai, e questo problema ti spezza il cuore, te lo scioglie, te lo graffia, ti rende molle, debole, perfino ridicolo. Ti fa venir paura, ti rende insicuro, solo, disperato…

— Dimmelo qual è questo problema. Credevo di non averne più, di problemi: sai, alla mia età!

— Il tuo problema è l’amore.

— Ma l’amore non è un problema, Percival. L’amore è un componente del sangue: lui circola liberamente in tutto il nostro organismo, e non ci infastidisce.

— Sì, l’amore ce l’hanno tutti, ma a pochi dà sofferenza.

— Sofferenza?

— Sofferenza e gioia; e così, dentro, succede il finimondo, la girandola della confusione. Philip, vivere con questa girandola dentro non è salutare: confonde l’equilibrio, spesso toglie la dignità del vivere. Prendiamo te, Philip! Io ho letto le tue poesie = già, proprio così: ho letto le tue poesie; adesso non agitarti, le ho lette e basta =. Ebbene, in una tua poesia c’è un verso che dice: voglio morire con dignità. Ecco dunque che “togliere la dignità del vivere” è come dire “voler morire con dignità”. Non credi?

— Io credo che prima di tutto bisogna vivere con dignità. Morire con dignità è solo una conseguenza.

— Sì, Philip, ma cosa intendi per vivere con dignità? Pensi che l’amore che dai a un’altra persona, tolga la dignità alla vita?

— Se l’amore è gioia e sofferenza in eguale misura, no, la dignità della vita resta integra.

— E’ una affermazione arrischiata, non trovi, Philip? Non trovi che dare amore e riceverne da più persone nello stesso tempo, può mettere in crisi tutto il meccanismo del corpo e dello spirito? E non parliamo del sistema etico e di quello legato alla vita dopo la morte. Dunque, Philip, tu pensi che dare libero sfogo all’amore – seppure sincero -, non graffi la dignità della morte?

— Io penso che tutti dovremmo arrivare sulla soglia della morte senza aver paura.

— Dunque, l’amore…

— L’amore prende le sembianze della salvezza, quando tu arrivi all’ultimo atto della tua vita con l’anima piena di gioia.

— Beh, non è facile capire questa tua tesi.

— Non chiamarla tesi, chiamala certezza.

— Certezza: è una affermazione forte.

— Non la è, se dentro il tuo cuore hai un amore per una donna o per un uomo che non ti fa avere paura di nulla: né di perdere la donna, né di perdere l’uomo, né di morire.

— Tu hai nel cuore questo amore?

— Sì, Percival, io ho nel cuore questo amore.

— Che vuole dire…

— che vuole dire che io darei la vita per la persona che amo, in ogni momento e in qualsiasi situazione.

— Così, condizioni la persona che ami, la ricatti, la confondi.

— La condiziono, la ricatto, la confondo…

— Sì, Philip. Forse tu non te ne rendi neppure conto, visto che con lei tu sei stato sempre un grande egoista. Tu hai voluto riempire il vuoto dentro di te, tenendo schiava chi amavi. Lei non ha mai potuto essere se stessa, questo spero lo riconosca.

— Lo riconosco.

— Tu ti sei dato arie di essere l’unico essere umano da amare: tu modellavi la tua schiava, volevi fare di lei il capolavoro della tua vanità. Lei, Philip, ha fatto con te una vita d’inferno! Ne hai fatto un’ombra priva di cuore e di anima, ne hai fatto una serva e una prostituta, per soddisfare i tuoi sporchi comodi, l’hai tenuta segregata a te non capendo nulla del suo amore infinito per te. I tuoi “amori”, Philip: puah! I tuoi tanti, sognanti, graffianti amori. I tuoi sporchi alibi: lei non mi capisce, lei non capisce quanto io l’amo, lei non capisce che io non posso vivere senza di lei… Sei un lurido essere, Philip, un perverso. Tu sei un modello perfetto di perversione. Il dominio incontrastato, il cinismo vigliacco, l’intima voglia di fare il male per goderne l’inganno e l’immoralità: tu sei questo per la donna che dici di aver amato più della tua vita e a cui =abominevole orrore = dici che daresti la vita. Aberrante, disgustoso, abominevole, direi ripugnante: tutto questo, il comportamento con la tua donna. Tu le hai soppresso tutta la bellezza della sua anima; tu hai voluto a tutti i costi sopprimerle il corpo, i suoi slanci leggeri, la purezza dei suoi ideali. Philip, tu hai distrutto un angelo. Adesso quest’angelo non può più avere le ali azzurre del cielo; quest’angelo, adesso, vive con le sue ali che tu hai macchiato col nero dei tuoi gridi di mostro, col nero delle tue mille maschere sfuggenti, col nero delle tue falsità, del tuo cinismo spietato, dei tuoi abbracci senza senso, dei tuoi baci immorali, dei tuoi accoppiamenti abominevoli. Bene, Philip, tu sei anche ingenuo. Cosa credi: che puoi adesso chiudere il libro e ricominciare con lei come se nulla fosse stato? Cosa credi: che tu puoi fare e disfare, sempre, come ti pare e piace? Che puoi sputare a tuo piacimento sulle belle pagine del libro, patinate e illustrate dai Dalì e dai Corot? Dunque tu pensi: adesso butto via questo libro. ormai unto e bisunto, anzi lo brucio, ne faccio un bel mucchio di cenere e la vado a spargere nell’aria, lontano, sul mare, nei crepacci dei ghiacciai, e ricomincio a scrivere un altro bel libro = più puro, più arioso, più pieno di virtù e di dolcezza = con la persona che, dico, io amo. Ma guarda un po’ che bel progetto che fai, Philip!

Cosa credi, Philip, di riuscire a realizzare il tuo progetto con la filosofia? La filosofia non ha nulla da spartire con il tipo di vita che hai condotto. La filosofia è soltanto una scienza che non tocca il cuore di chi è stato schiavizzato. Togliti dalla testa di risolvere tutto con delle disquisizioni filosofiche: chi ha subito violenze irreparabili nel suo cuore, non sa cosa farsene della filosofia. Sai che ti dico, Philip? Conoscendoti un po’ di più, adesso, per te la vedo brutta. Tu non puoi fare a meno di questa donna, ma io vedo che per te il pericolo più grave che corri è essere annientato dal veleno che tu stesso hai iniettato nel cuore di lei. Spero solo che lei abbia pietà della tua debolezza e che non affondi il coltello del veleno = che ormai ha conficcato saldamente nel cuore = nella tua sensibilità, distruggendoti.

— C’è qualche possibilità di salvezza per me, Percival?

— Non hai l’Amico, Philip?

— Non vorrei che Lui si stancasse di tutte le mie ipocrisie.

— Non si stancherà. Ma tu devi cambiare gli orecchi.

— Gli orecchi!?

— Già, gli orecchi! I tuoi orecchi sono del tutto uguali a quell’orecchio del Roaring Silence che ha dentro la sua cavità esteriore = insomma, dentro il meato acustico esterno, il buco che si vede bene se lo guardi bene dentro = una bocca larga che grida il silenzio con i denti affilati. Sembra che quei denti affilati divorino il silenzio, capito Philip? I tuoi orecchi divorano il silenzio, non gli lasciano dire la sua forza ristoratrice, la sua forza costruttrice di coscienze. I tuoi orecchi non permettono alla Manfred Mann’s Earth di suonare il grande silenzio servendosi della bocca spalancata dentro l’orecchio del Roaring Silence.

— Vorresti dirmi che se io cambiassi gli orecchi, Lui mi ascolterebbe più volentieri?

— Io ti dico che gli orecchi non servono solo per ascoltare, per stare attenti alle macerie che possono caderti addosso in un terremoto, per esempio; oppure servono per sentire che un Ufo sta arrivando dagli spazi interplanetari per cadere in picchiata sul tetto della tua casa e distruggerla insieme a tutta la tua famiglia. No, gli orecchi non servono soltanto per ascoltare, ma anche per parlare, comunicare, gridare gioie e dolori, riferire maldicenze, riportare il bel tempo e il cattivo tempo, la morte e la vita, le falsità e le sincerità. Sì, Philip, gli orecchi sono organi indispensabili per selezionare le notizie vere da quelle false e diffonderle in tutto il mondo. Insomma, diffondere notizie ancora sane, che non abbiano dentro la puzza di un cadavere, già morsicato e dilaniato dai mille avvoltoi che si arrotolano nella polvere torrida del deserto.

I tuoi orecchi, Philip, non devono sentirsi nauseati dalla puzza di nessuna notizia falsa e devono combatterla con ogni mezzo, perché la puzza delle notizie false è la puzza marcia che piace ai rettili del deserto, piace agli insetti di tutte le latitudini, piace agli avvoltoi che corrono nelle polveri delle tempeste e piace perfino al sole che, sentendo puzza di notizia falsa, si moltiplica in mille soli e se la ride, spietato, spingendo malvagiamente i rettili, gli insetti e gli avvoltoi a fare del cadavere una poltiglia di scheletro.

— Io avrei gli orecchi che sanno soltanto di puzza, vero Percival? I miei orecchi catturano puzza di tristezza. Io odio la tristezza, io odio il grigiore della tristezza, che non ha humour, non ha vitalità ed è avvolto da una continua sottile striscia di buio. Io combatto la tristezza con la Fede.

Percival, nessun rapporto fra due esseri umani di sesso diverso potrà mai realizzarsi; in nessuno di questi rapporti non ci sarà mai serenità. Due esseri umani di sesso differente si incontrano e il loro corpo li attrae l’uno verso l’altra, perché la fisicità vince sempre. E’ una legge naturale e universale: la spiritualità nella fisicità è soltanto un alibi, una scappatoia. Lei può fare molto per i due esseri, li può anche esaltare e unire per sempre. Ma è il corpo che fa stare insieme due esseri umani di sesso diverso.

— Vieni al dunque, Philip.

— Io sono stato attratto dal corpo di lei e nel suo corpo ho trovato fisicità e spiritualità.

— Tutti trovano nel corpo che amano questo dualismo, misterioso e contrario.

— No, Percival, non è così. Appena hai posseduto il corpo, lo spirito vola via.

— Non c’è amore nel solo possesso del corpo.

— Se dopo il possesso lo spirito resta dentro il corpo, è amore vero. A questo punto può succedere di tutto, ma l’amore resta, perché lo spirito vince il piacere della carne.

— Sa di Giainismo: tu trovi la Strada della Liberazione, astenendoti dall’attività sessuale.

— E chi dice questo? Anzi, io affermo il contrario: io raggiungo la Liberazione della mia anima se il mio corpo fa sesso. Senti, Percival, non addentriamoci nei culti indiani: i puja coi loro murti, le loro montra e i loro yantra lasciamoli dormire in pace nei loro Templi di Vishnu e nei loro Santuari di Buddha. Con tutte le loro acque di purificazione, c’è da affogarsi per l’eternità. Se poi ci mettiamo sulle Strade per Moksha, noi la nostra “liberazione” non la raggiungeremo mai. Tanto loro rinascono milioni di volte: lasciamoli percorrere milioni di volte le loro Strade dell’jnana, del bhakti, del karma, dell’artha o del samara. Eccoteli tutti nudi intorno al fuoco sacro: lo yogi, il novizio, il penitente asceta, il devoto shaivita, due devoti musulmani (questi sono vestiti). Il tapas primordiale, il fuoco, la passione scoppiata dentro il sangue del dio Agni. Basta coi Gina, i conquistatori della conoscenza e dell’illuminazione interiore, in cammino verso moksha.

Senti, Percival, la mia amicizia con il mio “Amico” non ha nulla a che vedere con i culti indiani. Io resto fermo alla mia “Croce” e ti prego di non ridere sotto i baffi per questa mia affermazione: nulla di fanatico, soltanto un amore coerente con l’uomo…

— E la donna!

— E la donna, naturalmente. A me piace la donna; anche a te piace la donna, no?

— Philip, siamo scivolati lontano, troppo lontano, e ci stiamo allontanando da tutto quello che ci vogliamo dire; meglio, da ciò che tu mi vuoi dire.

— Ma tu mi tiri fuori che i miei orecchi mi allontanano dalla mia Fede.

— Mai detto questo. Io ti dico che per raggiungere il tuo Amico, usa l’urlo del tuo orecchio, usa la materia del tuo cervello, filtrata nel cranio e gettata in tutti i canali dell’orecchio per essere buttata fuori dalla bocca larga e dentata del buco finale dell’orecchio. Io ti dico che se il tuo orecchio riesce a catturare tutto il marcio della materia cerebrale, tu ti avvicini a quel tuo Amico.

— Perché mi dici questo?

— Perché nessuno sta attento alla materia che gli esce dal cervello e perché nessuno mi ha mai parlato di avere un Amico come hai tu.

— Un Amico come ho io ce l’hai anche tu e ce l’hanno tutti.

— Beh, Philip, lasciamo perdere, sono sfumature difficili da spiegare. Continuare così è noioso, e poi non porta a nulla.

— Tutti si portano dentro qualcosa.

— Certo! Ma la tua “Croce” è troppo pesante e tutti preferiscono portarsi dentro il nulla piuttosto che la “Croce”.

— Non sarebbe poi così pesante, dipende dai punti di vista. Se ci metti sopra la tua casa, il tuo cane, i tuoi gatti, i tuoi bambini, i tuoi vecchi, i tuoi soldi con i patrimoni ben nascosti per paura che te li rubano, allora la “Croce” diventa pesante da portare. Insomma, dipende dal nostro esclusivo punto di vista.

— Questo, però, secondo me non ha nulla a che vedere con il tuo Amico. Adesso voglio dirti un’altra cosa che ti riguarda. Scream of the Real, correre via velocemente dal reale, elucubrare, filosofeggiare, vivere con il reale fino alla noia; poi correre fuori dal reale alla velocità della luce, come se tu avessi un radar nel petto.

— Che c’entrano i radar?

— I radar scoprono gli aerei, ma scoprono anche le rotte degli aerei e le rotte sono le vie e le intenzioni degli aerei, cosa loro hanno intenzione di fare, se ti portano del bene o del male, se ti distruggono o se ti salvano.

— Beh, dipende anche dove tu sei e in quale situazione tu ti trovi.

— Questo è giusto. Ma intanto, ritornando ai radar, loro ti aiutano a scoprire le rotte = gli scopi della vita, il bene e il male, l’odio, il rancore, l’inganno, la vendetta, l’amore… la Fede! =. Bene, riferendomi a te, sembra che tu abbia un radar in petto = dunque scopri le rotte =, poi sembra che questo radar tu lo perda = dunque, confusione totale in te =, poi riscopri il tuo radar, poi lo riperdi, e via così, sempre così. A questo punto penso che tutto dipenda dal tuo sistema nervoso: a volte si accende l’encefalo e contemporaneamente si spengono i neuroni; magari non tutti i neuroni, ma in tanti di loro si addormentano i dendriti, oppure è l’assone che decide = chissà perché = di non convertire i segnali chimici e così spegne del tutto il neurone. Un bel casino dentro il tuo sistema nervoso! Un sistema nervoso che va a corrente alternata. Il tuo encefalo respira, ti dà l’equilibrio, ti coordina tutti i movimenti, il tuo cervello ragiona bene, tu sei attento, ti controlli, vedi che le tue emozioni non tracimino, che i tuoi pensieri non saltino il fosso, che il tuo parlare non offenda nessuno, che il tuo camminare sia diritto e ben diretto al traguardo. E’ tutto a posto. A posto il tronco cerebrale, a posto il cervelletto, a posto il cervello. Sai che ti dico, Philip? Vorrei avere io un cervello come il tuo. Eppure così, all’improvviso, qualcosa scoppia dentro il tuo cervello: sempre in silenzio, sempre con calma, sempre con indifferenza. E così questo qualcosa tocca la pia madre, poi sale all’aracnoide, arriva alla dura madre, incrina il cuoio capelluto, frantuma il cranio e via!, tutto travasato nel tuo encefalo: comportamento emotivo sballato, udito assordato, vista annebbiata, parola confusa, nascondimenti cercati e voluti, tutti i tuoi movimenti scoordinati, ognuno per proprio conto. Ti dicono che stai riflettendo, che sei in una fase creativa, che hai bisogno di essere con te stesso. Io non ci credo, Philip!

— Mi parli come un luminare del sistema nervoso, un chiarissimo psichiatra. Hai fatto qualche corso speciale di sera, Percival?

— Non prendermi in giro, Philip! Le cose essenziali che affollano il nostro cervello e vengono da lui elaborate hanno lo stesso valore del pane. Il nostro cervello ruba cose dappertutto, noi dobbiamo scartare le cianfrusaglie, di conseguenza dobbiamo essere consapevoli di possedere un cervello.

— Sei forte, Percival!

— La vita insegna tante cose; la vita insegna tutte le cose che servono, poi loro scappano via e tutto sembra non avere senso, invece il senso c’è ed è che, le cose una volta sapute, sono già stantie, vecchie, passate = cose passatiste, cose che hanno già perso il loro sapore di attualità e servono soltanto a chi vuole sfruttarti, ingannarti, adularti e prenderti a calci.

— Mi sembri un disco rotto, Percival. Queste cose che dici le sanno tutti, tu annoi come quelle vecchie canzoni piene di malinconia e di amore perduto: poi, con quelle voci che sembrano essere uscite dalle tombe! Sai che ti dico Percival? Tu sei l’uomo più noioso del mondo e non dici che cazzate.

— Ah, è così! Prima mi dici: sei forte; adesso mi dici: sei noioso. Mettiti d’accordo, Philip! Comunque, adesso vorrei che tu ti decidessi a raccontarmi i tuoi amori che, mi sembra di capire, sono stati l’essenza di tutta la tua vita: una frana, insomma! Poi vorrei che tu mi parlassi del tuo grande e unico amore, di cui non puoi fare a meno e nel contempo tradisci = tenere acceso un cuore con velate promesse è sempre un tradimento; anzi, è un subdolo tradimento =. Sai la scusa che tiri fuori per crearti un alibi? Tu dici: lei non mi ha mai amato; lei mi ha sempre odiato; il suo cuore non è mai stato vicino al mio; il suo cuore era sempre là, in quella casa dove regnava l’egoismo che l’avrebbe annientata. Sei stato un carceriere puzzolente. Philip! Un puzzolente geloso!

— No, Percival! Un idiota, convinto di salvare chissà che cosa.

— Sei tu che volevi salvarti! Lei ti era da corazza, da serva, da amante… il jolly della scala quaranta!

— No, sono stato soltanto un carceriere che voleva che il carcerato non fuggisse, così dentro il carcere lui si salvava.

— Già, e adesso?

— Adesso il carcerato non è più carcerato, e la rabbia lo divora.

— Bella soddisfazione!

— Meglio così per lei. Togliamoci una buona volta per sempre la benda davanti agli occhi, cerchiamo di vedere in faccia la verità. La verità è una sola; la verità è riconoscere che noi siamo noi, che nessuno può entrare dentro di noi e rubarci la nostra vita, la nostra personalità, la nostra identità, i nostri pensieri, desideri, convinzioni, certezze: nessuno può! So che è impopolare ciò che affermo, assurdo!, ma questa è libertà; questa è la vera e unica libertà! Okay, forse tutto ciò non è giusto, ma sapere di poter vivere senza nessun assillo di servitù, è il massimo punto di gradimento per la vita.

— Anche se fosse ormai troppo tardi?

— Anche se fosse ormai troppo tardi! C’è stata una lunga rincorsa, si sono buttati via tutti i sogni, c’è stata soltanto spietatezza =inumana spietatezza!=; adesso sembra tutto troppo tardi, ma l’attimo della consapevolezza della propria identità non potrà mai essere tolto dal cuore di lei.

— Ma tu hai fatto morire il suo cuore, quando il suo cuore cantava la gioia dell’amore. Tu le hai rotto la fragranza della giovinezza, l’illusione dell’avvenire, il profumo dell’avventura del futuro.

— Poetico, Percival! Il tuo vuole essere realismo poetico, e io m’inchino alla tua difesa di un cuore che = io conosco bene = certamente meritava molto di più di un essere incerto come sono stato io. Mille = milioni = di esseri umani avrebbero fatto meglio di me: ne sono convinto! Visto, però, che qualcosa di misterioso ci ha fatto incontrare, da parte mia il mio amore per lei non è mai diminuito: mai!

— Ma l’hai sempre tradita!

— Io non ho tradito lei; io ho tradito la sua bontà, la sua onestà, la sua serietà. Adesso lei mi rende pan per focaccia. Lei mi fa capire, con molta determinazione, che, potesse ritornare indietro, lei non sarebbe più né buona né onesta né seria. Non intendo dire gelosia =la gelosia è soltanto violenza=; ma dentro di me, a sentir dire così, c’è tristezza, molta tristezza! Ci si distrugge in molti modi, caro Percival!

— Già, caro Philip: in molti modi! Non credi, tu, di non essere stato con lei né buono né onesto né serio? Se lei ti dice così, adesso, e ti rattrista, dovresti capire quanta tristezza le hai gettato dentro il cuore e l’anima. Quanta amarezza, quanta delusione, quanto orrore! La sua vita è stata una sola e grande amarezza, adesso cerca di salvarsi dandosi piccoli respiri: ma sono illusioni questi piccoli respiri, adesso è troppo tardi per lei.

— Non sarei stato così con lei: ne sono sicuro.

— Di che cosa sei sicuro?

— Come l’amavo = l’ho sempre amata e l’amerò sempre e per sempre =, avrei lottato al suo fianco e ci saremmo riusciti.

— No, Philip, qualcosa mi dice che la tua immaturità l’avrebbe comunque distrutta. Ma, che vuoi dire con quel “come l’amavo”?

— Meglio dire: come non ho potuto amarla! Il male viene da chi ci circondava: dalla mia parte e dalla sua. Nella mia c’era malvagità pura, ignorante malvagità, sottile malvagità, cattiva malvagità; io, di tutta questa malvagità, ne ero l’irresponsabile depositario; la mia boriosa insensibilità non mi faceva vedere la sofferenza che il mio ambiente procurava a questa ragazza dalle virtù eccezionali: ma perché, Shirley, non mi hai buttato dello sterco in faccia? Nella sua c’era un personaggio completamente imbecille che dominava tutta la situazione e faceva il bello e il cattivo tempo come voleva, infischiandosene delle conseguenze deleterie che il suo comportamento poteva recare. Lui dominava chi lo voleva salvare e nessuno poteva fare nulla. C’era debolezza intorno a lui, debolezza non cattiva ma rovinosa per qualsiasi attività di vita, materiale e spirituale. Lui dominava anche chi gli era lontano, lui dominava anche Shirley, perché Shirley amava soltanto i deboli di casa sua = sia chiaro: l’amore per questi componenti della sua famiglia era giusto da parte sua e corrisposto da loro; per lei, loro rappresentavano l’ancora di salvezza, l’unico approdo, perché io non le davo nessuna garanzia di amore. Qui sta il nostro dramma. Io non ero capace di amarla come lei meritava, lei amava soltanto i componenti del suo ambiente, io fraintendevo che, così facendo, lei non mi amava, non mi voleva per nulla! Appellarsi alla legge, sarebbe stata un’assurdità. L’anello debole di questa assurda catena ero io. Io amavo Shirley più della mia vita e non volevo perderla e la volevo salvare dal personaggio dominante del suo ambiente. Io non avevo scelta: dovevo a tutti i costi tenermi Shirley tutta per me, anche se lei non mi amava, anche se lei mi odiava proprio perché non le permettevo di frequentare il suo ambiente. Io vivevo forte della mia superbia, forte della mia legge, forte del mio diritto di marito. Ma che forza avevo? Dove mi portava questa mia forza? Chi ero io per considerarmi forte? Io ero una nullità, un disperato, un bluffatore, uno che non aveva nessuna qualità e non aveva soldi. Mi sono aggrappato a lei come un naufrago si aggrappa a una zattera in mezzo all’oceano; così facendo mi sono completamente annullato come uomo responsabile. Eppure anche in questa mia irresponsabilità, io ho visto una via d’uscita per lei. Lei, soffrendo tutte le umiliazioni che una grande città offre, nel lavoro e nelle relazioni sociali, avrebbe potuto stare lontano dal suo ambiente, deleterio per lei e per me. Era un mio comportamento innaturale e meschino, all’apparenza tutto volto verso il mio esclusivo egoismo e dispotismo, in realtà = immaturamente e anche vilmente =, senz’altro la rovina della sua interiorità… sì, rovina perché il mio comportamento nei suoi confronti era esclusivamente dispotico, malvagio, cattivo, innominabile: io non ero all’altezza di chiarire ogni cosa, io continuavo per la mia strada puzzolente, convinto di fare il bene, suo e mio. Già, anche mio! Perché io quasi sempre dipendevo finanziariamente da lei, non essendo io capace di raggiungere una soluzione equilibrata ed economicamente vivibile. La mancanza di amore di Shirley per me è stato un tumore maligno nel mio encefalo, che ha paralizzato tutta la mia intelligenza, tutta la mia voglia di fare e di creare. Se io ho raggiunto qualcosa, l’ho raggiunto per merito della debolezza di Shirley.

— Debolezza? Direi piuttosto spirito di sacrificio, dedizione alla sofferenza, responsabilità…

— Paura; paura, Percival!

— Perché, paura?

— Perché io ero anche violento e non le permettevo d’imboccare nessuna via d’uscita di sicurezza.

— Un inferno per Shirley. Aver vissuto con te, per Shirley è stato un vero inferno. Lei ha vissuto con un bamboccio prepotente e malvagio. Sì, Philip, per Shirley aver vissuto con te è stato un inferno! E magari, doveva anche sottostare alle tue esigenze sessuali.

— Mi ha sempre visto come uno stupratore.

— Eccezionale, non trovi?

— Però non ho mai capito come mai spesso - = molto spesso = partecipava al sesso con molta passione.

— Sicuro della passione?

— Non sono un mago, non sono mai riuscito ad entrare nel mondo dei suoi appetiti sessuali. Io ho soltanto constatato la sua passionale partecipazione. Tutto qui: stop!

— Sembri piuttosto scocciato.

— Adesso, alla fine della vita, prendo atto di una realtà che graffia il cuore e l’anima. Ormai ho capito fino in fondo il mio errore per averla costretta a vivere con me. E’ stato un grave errore, un errore imperdonabile, un errore di egoismo e di viltà.

— Perché dici così? Meglio, cosa ti fa dire che tu hai commesso un errore imperdonabile a volerla tenere con te?

— L’amore, il tipo di amore che ci legava insieme. Per me, l’amore per lei era tutta la mia vita, sapere che lei non mi amava mi portava allo stato di non equilibrio e la debolezza del mio carattere mi ha fatto fare cose assolutamente contro natura.

— Ne sei sicuro?

— Dal punto di vista dell’amore reciproco incondizionato e dell’aiuto reciproco a cuore aperto.

— Vorresti dire che se Shirley ti avesse dimostrato amore e aiuto non forzati, tu non avresti commesso errori nei suoi confronti. Balle, Philip! Adesso ti è facile dire così, bisognerebbe ritornare indietro di mezzo secolo: che ne dici?

— Dico che abbiamo sbagliato a rimanere insieme e che lo sbaglio è da attribuire totalmente a me, perché lei di me proprio non ne ha avuto bisogno. Di ciò che dico sono convinto e ciò che dico mette in chiaro il suo mondo interiore e il mio, il suo dramma interiore e il mio. Prendiamo adesso. Adesso lei ha raggiunto il suo completo stato di liberazione da me e io, pur soffrendo terribilmente la notte, resto lontano da lei perché voglio che il suo mondo interiore si realizzi totalmente, senza odio e senza rancore. Nella quieta indifferenza, nella acquisita libertà di corpo e di spirito. Mi comprendi, no?.

— Dagli un taglio, Philip, fai un esempio concreto… che ne so: l’attaccamento di lei al personaggio dispotico della sua famiglia, il tuo attaccamento a nessuno della tua famiglia. Già, diciamo pure così! Mettiamo insieme voi tre e vediamo cosa succede.

— Succede = succederebbe = che io starei con Shirley nonostante la sua mancanza di amore per me, perché lei è la sola mia ragione di vita; Shirley vivrebbe con il personaggio dispotico, egoista e approfittatore all’ennesima potenza. Perché tutto questo, Percival? Perché il mio amore per Shirley scorre con il mio sangue e fa parte del mio sangue, toccando infine il mio cuore e la mia anima. Per Shirley sarebbe la stessa cosa per il personaggio della sua famiglia.

Come vedi, Percival, non c’è felicità per noi due e non ci sarà mai! Andiamo pure avanti con l’indifferenza e il deserto del sesso, io comunque continuerò ad amare Shirley con il cuore e con l’anima.

— Apprezzo il tuo sforzo di farmi sapere il tipo di amore che ti lega a Shirley. Naturalmente, non posso capire gli altri tuoi “amori”.

— E’ come il sole. Il sole c’è nel cielo ed è giorno; il sole è scivolato via dal cielo ed è notte. Il giorno è l’amore per Shirley, la notte sono i miei “amori”.

— Non mi è sufficiente ciò che dici.

— Il sole c’è sempre e comunque nel cielo, e offre al mondo sempre, il suo giorno. L’uomo vede il chiaro del giorno ovunque si trovi, io vedo l’amore per Shirley ovunque mi trovi. Ma io sono stato un uomo senza qualità che ha sofferto la debolezza della solitudine = adesso è diverso , adesso voglio la solitudine per amare in piena serenità Shirley =. Sono stato anche un uomo che ha voluto la conquista dei cuori femminili, spesso per illudermi di ricevere dalla donna l’amore che mi mancava. Ma l’illusione moriva all’alba. Non c’è amore che possa sostituire il mio amore per Shirley.

— Dov’è la pace, Philip? Tu non avrai mai pace, perché non potrai mai ...

— Vorrei da lei soltanto il rispetto.

— Come può dartelo dopo tutti questi tuoi “amori”? Tu le hai tolto tutta la scorta di rispetto che avrebbe potuto avere per te.

— Vedi, Percival, ogni nostro passo è segnato dal passato e i nostri passi sono tutti fossi pieni di liquame. Il rispetto, per me, è riempire quei fossi, coprire il liquame.

— Tu hai perso, Philip. Ormai non avete più tempo per coprire fossi di liquame. Il suo cuore è rotto.

— Non è così, purtroppo. Io vedo in lei odio, veleno, rabbia; sono sentimenti estremi contro se stessa: mi odio perché non sono stata capace di reagire al momento opportuno! E’ questa l’irreparabile rottura tra noi, io non posso farci nulla: più parlo e più il suo odio aumenta. Non c’è soluzione. La mia soluzione è amarla restando solo e nel completo silenzio.

— Non ce la farai, Philip!

— Ce la farò, Percival! Io ho l’Amico nel cuore.

— Illuso! Lei ti ha abbandonato per sempre, questo l’avrai già capito.

— Sì, l’ho capito

— Anche l’arte ti ha abbandonato, Philip.

— Non m’importa più di nulla, Percival. Io non possiedo altro che la Fede.

— Tu non puoi fare a meno di Shirley e non puoi fare a meno dell’arte.

— Tutt’e due mi hanno deluso. Io sono ormai un fantasma.

— Devi reagire, Philip!

— Per chi non ha scampo, reagire non serve.

— Mi preoccupi.

— Non preoccuparti per così poco.

— Non è poco per te, Philip. Io conosco la tua sensibilità e la tua sensibilità è la tua acerrima nemica. Lei ti distruggerà. Copia da lei: vivi di finzione e dai un calcio alla sensibilità. Ti prego, Philip! Vivi il grande deserto della lontananza da lei, diventa spietato, altre soluzioni non ce ne sono. Tu le hai chiesto = ne sono sicuro = un grammo di umanità, lei ti ha risposto = ne sono altrettanto sicuro =: non conosco nessuna umanità. Philip, hai perso! Philip, tu hai perso Shirley per sempre. Vuoi la mia opinione sul tuo Amico? Eccotela! Lui vuole più bene a Shirley che a te. Lui legge dentro di te e arriccia il naso, poi legge dentro di lei e sorride.

— Percival, chiudiamo, è tutto inutile. Io non potrò mai più ricuperare la mia dignità di uomo stando con Shirley. Shirley, = le ho detto ancora ieri = tutte le città = belle o brutte che siano = costruite insieme sono state distrutte, anche le macerie sono state portate via, anche le anime, anche i corpi, anche le illusioni, i sogni, il bene, l’amore. Shirley, vogliamo vedere se c’è ancora una piccola pietra in questo buio e non gettarla via, ma ricominciare da essa. Non ti chiedo nulla, e se ti chiedo qualcosa, la mia richiesta = sappi = non è partita spontanea dal mio cuore, ma è stata dal mio cuore selezionata. Non c’è nessun riferimento di ordine religioso, non c’è nessuna pretesa di modellarti o di toglierti il respiro o di portarti con me o di fare qualcosa con me o per me.

Mi ha detto di sì, ma i suoi occhi mi lanciavano luci avverse e pesanti; in lei non c’era amicizia, in lei c’era il trattenimento mascherato di un antico = mai dissolto! = veleno nei miei confronti. Percival, io ho capito la mia irresponsabile violenza fattale per tutta la vita. Questa violenza mi ha espulso per sempre dal suo cuore. Ma ciò che mi fa male non è questa espulsione, ciò che mi fa male è il veleno contenuto nel suo cuore, pronto a gettarlo nel mio cuore in ogni occasione.

Sì, ricominciamo pure dalla piccola pietra, ma la piccola pietra avrà sempre sopra il veleno pronto per essere schizzato nel mio cuore. Non è così per me, Percival!

— Ma se è così, perché vuoi ricominciare con Shirley? Tu sai che vivi insieme a un nemico pronto a distruggere la tua anima = perché ciò che conta per te è la tua anima, prima che il tuo corpo: non è così? =.

— E’ così!

— Se è così, perché stai con Shirley?

— Perché l’amo, Percival!

— Questo amore ti distrugge tutto. Distrugge la tua mente, i tuoi sentimenti, le tue emozioni, la tua personalità, la tua gioia di vivere, di creare, di ridere, di piangere, di abbracciare, di scherzare, di ironizzare, di dare, di ricevere… perfino di pregare!

— Questo amore mi dà l’esatta misura della mia forza spirituale. Nessuno mi può aiutare, nessuno mi può capire, nessuno mi può amare. Io solo posso aiutare, posso capire, posso amare.

— Fanatismo, puro e autentico fanatismo.

— Autentica realizzazione cristiana. C’è stato un tempo che io raccoglievo frutti da ogni albero; ma io non capivo che quegli alberi mi offrivano frutti velenosi…

— E dai con questi frutti proibiti! Non ci sono mai state mele proibite, Philip!

— E chi parla di mele proibite? Qui non siamo mica nel paradiso terrestre! Io andavo di qui e di là, e di Shirley me ne fregavo altamente, la tenevo schiava, approfittavo di lei come meglio piaceva a me, tutto mi era concesso. Ero un demone assetato di malvagità, le fronde degli alberi stormivano, i frutti polposi sopra i rami mi cadevano ai piedi. Era il tempo delle tempeste e io sfidavo il cielo col sorriso di un demone. In fondo è la vita di ogni uomo, Percival! Ciò che conta è non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che la vita ti offre.

Perché ti dico ciò che tu sai già? Perché tu non sai che la sofferenza vale più della gioia e l’amore vale più del veleno.

— Tu vuoi l’amore perfetto, Philip. L’amore perfetto vale più del veleno, vale più della sofferenza, questo tu mi dici. Senti, Philip, tu non sai neppure quel che dici, ti arrampichi sui vetri, trovi gli argomenti più strambi per giustificarti, non sai né cosa fare né dove vuoi arrivare. Vivere con te, deduco, per una donna è impossibile. Sei troppo appiccicaticcio, troppo possessivo, troppo assolutista. Tu appartieni alla categoria degli uomini che illudono la donna con la loro falsa modestia = la loro finta umiltà! =. Poi la donna ci cade, e per lei è la fine. Con te la donna non potrà mai realizzare l’amore perfetto, non potrà mai realizzare nessun tipo di amore.

— Ne sei convinto?

— Ne sono certo. Tu hai qualcosa dentro che ti fa deviare da ogni strada; tutte le strade portano da qualche parte, quella che percorri tu non porta da nessuna parte.

— E’ un quadro terribile quello che tu mi regali.

— E’ un quadro vero.

— Se ne sei certo, mi deludi un po’, Percival!

— Perché dovrebbe deluderti? Dovresti ringraziarmi, Philip, trarne del buono.

— Non c’è humour nel tuo quadro: è tutto scontato, paradossalmente scontato. Quale strada di ognuno di noi tutti porta da qualche parte? E’ sempre il nostro esclusivo punto di vista che vuole andare su e giù, poi vuole impennarsi, imporsi, navigare in alto e in basso, dire la sua in tutto e per tutto, finché vola via. Sai cosa voglio dire, Percival? Che di filosofi è pieno il mondo,e nessun filosofo raggiunge mai un traguardo.

— Dunque io sarei un filosofo: ridicolo!

— Spiegami perché.

— Perché io vivo senza mai chiedere scusa, il filosofo chiede sempre scusa. Scusa se ti ho offeso, scusa se ti dico di fare così, scusa se l’acqua del bollitore non è troppo calda, se t’importuno, se la pasta non è cotta a dovere… scusami, ti prego, io non volevo farti del male… non volevo ucciderti! Scusami! Capito, Philip? Questo è il filosofo: lui non ha mai le idee chiare, e peggio ancora lui non ha mai le intenzioni chiare.

— Percival, tu mi hai detto che fingo umiltà: questo è grave. Io vivo di umiltà. Come puoi tu sapere cosa passa nel mio cuore? Ti dico questo perché l’umiltà è l’inquilino più importante del cuore umano.

— Non vorrai dirmi che l’umiltà è il tuo punto forte!

— Sembri Shirley! Nessuno di voi due ha fiducia in me.

— Perché tu sei uno con cui si può stare tranquilli?

— Sono uno che cerca disperatamente la chiarezza dentro il suo cuore.

— Sei uno di cui bisogna diffidare. Tu non offri nessuna fiducia, Philip!

— Come al solito, esageri.

— Tu vuoi che ciò che tu dici sia sempre approvato: io sono il migliore, io non tradisco mai, io amo tutti (via, Philip! Tu ami tutte… tutte le donne: come, non so!), io sono disponibile per tutti. Eh già, Philip, tu non tradisci, tu ami, tu sei disponibile: vai a raccontarla all’albero che sta dietro casa tua. Sai che ti dico, invece: tu trovi sempre, per ogni tua deviazione, una giustificazione. Ha ragione Shirley a considerarti un poco di buono, un pusillanime, uno che non possiede nessun carattere. Tu tocchi e fuggi; tu fuggi perché ti fa paura qualsiasi responsabilità. Le tue giustificazioni sono soltanto tentativi di creare alibi. Non c’è logica dentro di te, Philip! Tu, con la tua illogicità di carattere, hai creato in Shirley rabbia, odio, rancore. La rabbia, l’odio e il rancore che Shirley si porta appresso, sono opera tua; tu ne sei l’unico responsabile; tu sei responsabile della morte spirituale di Shirley. Sono cose dure che ti dico, Philip; ma sono cose vere e, credimi, dentro di me c’è la speranza che queste cose portino dentro di te un po’ di chiarezza e un po’ di vera umiltà.

— Shirley mi ha detto: = Potrei diventare una ladra e perfino un’assassina senza alcun rimorso. =. Non stava scherzando, in lei c’era durezza e spietata determinazione. = Non ci sarebbe rimorso dentro di me. Ciò che tutti mi hanno fatto nella vita – anche tu, Philip, anche tu! -, mi fa dire queste cose senza alcun rimorso. Io, nella vita ho ricevuto soltanto cattiverie, sono stata sfruttata in tutti i modi, tutti hanno approfittato di me, derubandomi fino all’ultimo centesimo, approfittando della mia ingenuità, pretendendo da me senza il minimo rispetto per la mia persona, per il mio cuore, per la mia anima (dico anche: per la mia anima, perché tu la blateri sempre). La mia natura mi portava ad essere altruista (ama il prossimo tuo come e più di te stesso: ebbene io amavo il mio prossimo più di me stessa, senza secondi fini ma per naturale altruismo, per naturale amore), io non facevo nessuna fatica, per me non c’era neppure da discutere perché e per come: io ero nata per far del bene, per aiutare chi era in difficoltà, per sorridere a chi piangeva di dolore e restare con chi era solo. Non c’era nulla da discutere, non c’era neppure bisogno di discutere. La vita era bella, l’essere umano era buono, tutto il mondo tendeva la mano a tutto il mondo, guai se fosse stato diversamente, sarebbe stata una vigliaccata per l’intera umanità. Philip, io ho vissuto così, perché ero così =. =Lo so = le ho detto soltanto; non c’era da dirle altro, è stata la mia spina per tutta la vita. Io ho sempre saputo di questa sua umanità sincera, di questa sua dedizione sincera, di questo donarsi sincero; ho sempre saputo di questa sua eccezionale anomalia; è la mia spina ed è il mio atto di estrema debolezza. Sì, Percival, il mio atto di estrema debolezza, il mio atto di estrema vigliaccheria, il mio atto di estrema solidarietà; non l’ho mai difesa, ho soltanto approfittato della sua bontà ed ora cosa voglio? Cosa posso pretendere da lei?

— Come al solito, incominci ad annoiare con le tue ipocrite accuse a te stesso. Tu non sei sincero, tu non sei degno di Shirley, è giusto che lei ti dica in faccia: = Io sarei un’assassina e una ladra senza alcun rimorso, e questo tutto e soltanto per merito tuo =. E’ così, caro Philip, lei stenta a dirtelo = forse per pietà per non offenderti troppo, forse per un po’di rispetto per te (ma lei di rispetto per te ne ha ben poco), forse perché dentro di lei opera quel tuo Amico, di cui tu blateri tanto e tanto poco segui (il suo senso dell’onestà circola con tutto il suo sangue e tocca ogni suo organo, soprattutto il suo cuore) =.

E’ lei, Philip, che è vicina all’Amico, non tu. Tu questo lo sai e sarebbe ora che tu non portassi più il nome dell’Amico in ogni tuo discorso; sarebbe ora che tu non giurassi più su di Lui, che tu Lo rispettassi un po’ di più, usando un comportamento più responsabile e più maturo; basta, Philip, con i tuoi vomitevoli giuramenti, con le tue noiose elucubrazioni, per raggiungere che cosa? Cosa credi di raggiungere con i tuoi giri di parole a vuoto? Tu non sai fare altro che imbrattare fogli bianchi e immacolati, sarebbe ora che ti dessi a qualche lavoro più concreto, o che almeno non perdessi più tempo a nasconderti dietro tutti i tuoi fogli; sì, sarebbe ora! Ma il tuo cervello ormai è usurato, il tuo equilibrio = organico, mentale , spirituale = non dà più nessuna garanzia, la tua logica porta soltanto a conclusioni devastanti. Tutto trema intorno a te, nulla è più sicuro, nulla sorride, nulla dà vita.

— Perché non ho più Shirley, Percival!

— Ancora un tuo piagnucolare: Philip, sei incorreggibile!

— Anche tu! Non c’è verso di potermi spiegare, nessuno potrebbe capirmi.

— Ma che vuoi, Philip? Vuoi forse prendere in giro l’intero universo?

— Vorrei togliermi questo grumo di vipere che serpeggia dentro la mia anima.

— Allah, Allah!

— Non ironizzare, Percival! L’affetto tra l’uomo e la donna può durare per tutta la vita.

— Se l’uomo e la donna non vivono insieme. Vivere insieme porta alla distruzione graduale dell’affetto e alla crescita inarrestabile del veleno l’uno contro l’altra.

— Tu m’insegni che il veleno non può sorgere nel cuore di chi possiede l’Amico nell’anima.

— Giusto! Il veleno è la conferma che l’essere umano è misero se non ha nell’anima l’Amico. Ti prego, Percival, non pensarmi un bigotto: non lo sono! Se fossi in grado di spiegare = non con i dogmi ma con l’amore = cos’è la presenza dell’Amico nell’anima, ma forse meglio: nel cuore! Non mi è possibile, Percival! Non ne sono in grado, forse non ne sono degno. Percival, sono un misero e povero uomo, la mia vita non vale nulla: potessi fuggire lontano con Shirley!

— Philip, tu non sai quel che dici. Tu vivi di farfalle e di zanzare. Sì, proprio così: di farfalle, perché la realtà tu la getti sempre nell’aria; di zanzare, perché tu pungi sempre, tu graffi sempre, tu inquieti sempre. La tua zanzara, Philip, ha ucciso per sempre Shirley, tu non potresti fuggire con Shirley, lei non verrebbe mai con te da nessuna parte. Lei vive con il veleno dentro, ma non pensare che il veleno se lo sia procurato da sola. No, Philip: tu gliel’hai procurato, soltanto tu! Tu l’hai usata per tutti i tuoi sporchi traffici, tu l’hai plagiata, l’hai obbligata a distruggere se stessa, a disconoscere se stessa, e l’hai obbligata a cavare da tutta se stessa tutta la sua umanità. Adesso lei non ha più nessuna umanità, lei non ha più nessuna identità, lei non ha più nessuna casa, nessuna famiglia, nessuna amicizia, nessun affetto. Tu non hai più nessun diritto di pretendere nulla da lei…

— Infatti io non pretendo da lei nessun amore, né carnale né spirituale. Io sono tranquillo, finalmente! Io l’amerò per sempre, ma ormai posso fare a meno del suo corpo, posso fare a meno della sua presenza, posso fare a meno del suo amore. Prima non sapevo con chi vivevo, io con lei brancolavo nel buio e cercavo in lei un’identità umana che non capivo. Io ho perso Shirley, perché non ho saputo conoscere la sua vera identità. Adesso non discuto nulla, non recrimino nulla, non rimpiango nulla: ci mancherebbe altro! Io adesso prendo atto di una cosa soltanto: il suo risentimento per essersi svegliata troppo tardi, per non essersi sbarazzata di me al momento opportuno…

— Al momento opportuno?

— Sì, quando ancora lei poteva formarsi un suo habitat, fare dei suoi soldi ciò che più le conveniva, abbandonarmi a me stesso.

— Credi che sarebbe in un errore se pensasse questo?

— No! Vedi, Percival, io sono veramente felice di averla scoperta così e ciò che mi dispiace è di non poterla accontentare. Fino a poco tempo fa, io soffrivo per la rabbia che lei mi buttava in faccia. Soffrivo, perché dentro di me non era ancora maturata sufficientemente la presa di coscienza di tutta la situazione. Io mi vedevo impotente a risolvere ogni cosa, capivo le sue ragioni, capivo che dentro di lei c’era un tormento, ma non riuscivo ad arrivare al nocciolo del suo tormento. Adesso è tutto diverso: finalmente ho catturato la vera natura del suo tormento. Il suo tormento è sentirsi impotente a distruggere tutta la sua vita passata e di questa sua impotenza io sono l’unico responsabile. Lei vive con la sola speranza di vedermi distrutto dalle mie stesse mani. Lei non ha nessun coraggio di farmi del male: non so ancora valutare la portata della sua volontà di volermi distruggere, ma so per certo che la sua rabbia contro di me si dissolverà nel momento in cui lei saprà di avermi distrutto completamente. Io ne rido, di questa sfida mortale che si è creata tra noi due; e rido anche della sua rabbia, degli scopi di questa sua rabbia, del suo mangiarsi il fegato. Lei non ha nessun amore per me, e io rido! Sì, Percival, io rido della miseria umana, io rido della mia miseria umana; di quella mia miseria che assolve Shirley. Assolvendola = giustificandola! =, io non faccio altro che il suo male. Ma io non rido perché le permetto di farsi del male bevendo il suo veleno, io non rido = io soffro e soffrirò per tutta la vita che mi rimane da vivere =, perché lei non mi permetterà mai di tenderle una mano sincera. Lei sputa su questa mia mano, lei sputa con odio su questa mia mano. Lei ha vinto il suo tormento, lei si disseta con il veleno che tiene nel cuore per me; e in me è sorto il tormento = ma non è giusto dire tormento, è giusto invece dire rassegnazione = della presa di coscienza della mia sconfitta per non poter diluire questo suo veleno. Io non mi sento offeso per questo suo veleno contro di me; io mi sento responsabile di non poter fare nulla per aiutarla a uscire dal tunnel del veleno che io ho costruito per lei, con la mia vigliaccheria.

— Sei sottile, Philip. Tu pungi e poi ti scusi.

— Magari fossi così, Percival! Avrei fatto risultati ben diversi, se fossi stato un fine politico dell’anima.

— Tu sei stato un avventuriero dell’anima, tu hai venduto la tua anima a destra e a sinistra per una manciata di spasimi e di perle false. Dimmi, Philip, dove volevi arrivare con questo alibi dell’anima? E dimmi: hai mai avuto un cuore, tu?

— Io ho avuto un cuore soltanto per Shirley, ho vissuto soltanto per lei.

— Tu hai una bella faccia tosta a dire così.

— Nessuna donna mi odia, soltanto Shirley mi odia.

— Un motivo ci sarà, no! Sai che ti dico: Shirley è stata l’unica donna che ti ha amato, adesso non ne può proprio più e sta con te perché le fai pietà.

— Odio, sfiducia, critiche di ogni genere, gelo… gelo! Questi i bei regali che ricevo da Shirley. Adesso scopro che lei mi offre, gratis, anche la pietà.

— Tu proprio non vuoi capire (pensare che a volte ti sfugge che di tutti questi bei regali soltanto tu ne sei il responsabile: ecco l’ingannevole imbonitore che è in te!). Tu non vuoi capire che vivere con te, per Shirley, è stato un dramma continuo. Lei amava la sua famiglia, tu le hai distrutto questo amore e lei questo non può sopportarlo.

— Il mio errore è stato soltanto quello di salvarla.

— Vorresti dire che la sua famiglia l’avrebbe distrutta?

— Stiamo entrando in un tunnel ibrido; stiamo entrando nell’ibridismo più spietato: tutto cade, tutto resta irrisolto, tutto non ha risposte. Logico, comunque, che io non ho mai odiato nessuno della famiglia di Shirley, né disprezzato, né contrastato. Ogni mia spiegazione sarebbe impropria.

— Tu hai troppa stima di te, del tuo saper condurre ogni cosa.

— Io confido soltanto nella mia coscienza, e non ho paura di nulla.

— Già, di nulla! Tu sei l’arcangelo Gabriele!

— Io sono soltanto un uomo che ha sbagliato parecchio!

— Come: parecchio! Tutti sbagliamo qualcosa, è nella natura umana, è una cosa assolutamente naturale. Ma è quando il nostro sbaglio porta alla distruzione interiore di una persona, al punto che questa persona odia tutto l’universo ed è ormai prigioniera di questo suo odio. E’ così che lo sbaglio diventa irreversibile, Philip! E tu hai commesso questo sbaglio. Inqualificabile, orribile…

— Ho distrutto la terra e il cielo, vero Percival?

— Sei stato soltanto un pusillanime, un vile. Hai approfittato della bontà di un essere che era soltanto da adorare. Tu ne hai fatto un essere pieno di veleno; il tuo agire con questo essere non poteva che portare alla distruzione dell’interiorità di questo essere. Philip, hai portato un essere assolutamente buono sull’orlo di un abisso irreparabile: sull’abisso dell’incontinenza, sull’abisso del non saper più controllarsi, moderarsi. E’ una grave fatto umano ciò che hai creato, Philip.

— Io ti dico soltanto questo: proprio poco prima di parlarci ho ricevuto una telefonata da un’amica a cui voglio veramente bene. Questa amica mi ha riferito che sua figlia è stata portata all’ospedale (è grave: tumore!). Le ho detto: tu non sei sola, io prego sempre per voi due, per te e per lei. Lei mi ha pregato di abbracciarla forte (per telefono); io le ho detto che l’abbracciavo forte come un fratello, come un figlio, come l’amico più caro e più sincero (lei è vedova). Lei mi ha detto: grazie, Philip, il tuo abbraccio mi aiuta a continuare a vivere. Percival, io ti porto soltanto questo esempio, e potrei portartene un altro dello stesso giorno. Questo non è per telefono ma per sms. Ricevo un sms da un’amica sposata. Mi scrive: ricevi il mio abbraccio d’affetto che, senza secondi fini, io sento di offrirtelo sempre e per sempre… Noi non ci siamo mai incontrati e se mi scrive così è perché l’ho aiutata a realizzare il suo sogno di scrivere libri. Ebbene, Percival, io vorrò sempre bene a queste persone e loro mi vorranno sempre bene. Percival, ho forse distrutto le loro coscienze? Ho forse approfittato delle loro coscienze? Se c’è affetto con loro, non è certamente l’affetto che provo per Shirley, e loro non sentono minimamente infranta la loro coscienza. C’è chi dice che non mi dimenticherà mai, che mi reputa un fratello, che ammira l’amore che porto per Shirley, che porterà per sempre nel suo cuore l’affetto per me, che rispetta il mio altruismo, la mia disponibilità senza condizioni e fini.

Ma non è questo il punto, Percival! Il punto è che io ho distrutto Shirley e che nessuna mia azione, per eccezionale essa possa essere, non mi farà mai recuperare Shirley. A lei ho già ripetuto fino alla nausea che darei la mia vita se sapessi che dando la mia vita io cancellerei tutto il male che le ho fatto. Le ho già detto fino alla nausea che io soffro non per me, per quel che può succedere a me, ma per il male che le ho procurato e che continua a procurarle e continuerà a tormentarla per sempre. Questa è la situazione attuale e questa sarà la situazione per tutto l’avvenire.

— Sai qual è l’errore commesso da entrambi? L’aver costruito una coppia che coppia non è mai esistita. Voi non avete mai creduto nella vostra coppia.

— Non è proprio così. Io ho voluto credere nella nostra coppia ma non ne sono mai stato all’altezza di crearla solida e vera; lei è sempre stata succube del mio strapotere (fasullo!), pur non avendo mai voluto fare coppia con me.

— Lei ti ha amato, Philip.

— Una donna non ama se il giorno prima del matrimonio prega che le capiti qualcosa che possa far mandare a monte tutta la baracca. E’ una triste storia, la nostra. E’ una storia che non ha mai avuto inizio, che si è svolta in quartieri anonimi e scuri, e che non ha fine, né adesso né nel prossimo futuro né mai!

— Eppure lei ti ha amato e tu sei stato tanto fesso a non pensare che comportandoti da fesso l’avresti perduta per sempre. Ora è arrivata l’ora del vento e il vento te l’ha portata lontano, fin nei ghiacciai.

— L’ho sempre protetta, Percival!

— Vai a raccontare la tua storia al tuo uccello del paradiso che, ascoltandoti, si pavoneggia tutto e gli si trasformano le piume della coda in bei colori fulgidi, risplendenti, magnificenti. Potremmo andare avanti così all’infinito: tu a dirmi che l’hai amata fino alla follia, che l’hai protetta dal maligno e che non ti sei mai approfittato di lei. Tu continueresti a giurarmi che non l’hai mai tradita… Ma dimmi un po’, Philip, andare a letto con una donna non è tradire?

— Una donna, se non lo fa per prostituzione, va a letto per offrire un po’ del suo cuore.

— Eh già, è così! E come deve essere diversamente? A letto venivano con te per darti un pezzo del loro cuore, dunque tu non tradivi Shirley, che a letto con gli uomini, per offrirgli un pezzo del suo cuore, non è mai andata, poi però lei ha capito quanti pezzi di cuori di donne tu avevi bisogno e giustamente ha reagito mandandoti al diavolo. Perché, Philip, ce n’è proprio bisogno di mandarti al diavolo! Eppure lei resta ancora con te. Dimmi, Philip, vivi bene nei tuoi sbagli?

— Nessuno vive bene nei propri sbagli.

— E nessuno vive bene sapendo di vivere con uno che della sua vita ne ha fatto un campo di battaglia, dove i morti non si contano. Eppure lei sta ancora con te! Shirley sta ancora con uno che ha sbagliato per tutta la vita e ha sempre giustificato ogni suo sbaglio. Non credi che ci sia un motivo?

— Un misto! In Shirley c’è un misto di odio e di sadismo, e con questo misto lei crede di restarmi vicino per aiutarmi; non certo per amore lei mi sta vicino. Io non voglio da lei più nessuna pietà; ognuno vada per la sua strada, io potrò amarla per sempre, come l’ho sempre amata, se rimarrò solo. Mi dimostri che anche per lei è la stessa cosa. Tu invece, Percival, credi che lei stia con me perché mi vuole bene e vuole il mio bene. Non è così! Lei sta con me perché ha paura di stare sola e non si fida di nessuno.

— Non si fida di nessuno, ma si fida di te.

— Allora mi dica che mi ama; abbia questo coraggio, mi dia questa gioia, non abbia più paura di restare soffocata e oppressa da me se mi dice che mi ama. Io ho bisogno del suo amore, ho bisogno del suo amore che è unico, che è incontaminato, che è ristoratore. Invece noi non dividiamo neppure più il letto e io soffro la sessualità che mi manca. Ma mai più andrò a letto con lei, mai più cercherò il suo corpo, mai più le chiederò uno scampolo di amore, perché, offrendomi il suo corpo, lei si prostituirebbe, visto che non mi ama, né io voglio più possedere il suo corpo, perché mi vedrei soltanto come uno stupratore. Il cappio si è chiuso intorno al nostro collo, manca solo di dare un calcio alla botola su cui appoggiano i nostri piedi.

— Crack is wacky! La via per raggiungere la soluzione può anche essere la via della pazzia.

— La droga non risolve mai nulla.

— La droga no, ma la pazzia legata alla droga sì.

— Non c’è differenza tra droga e pazzia: le loro strade non portano da nessuna parte.

— Dov’è il mistico che conoscevo? Dov’è quel fanatico pazzo con dentro il vulcano dell’anima? Non è l’anima la risolutrice di ogni problema?

— Un vulcano esplode sempre in ogni essere umano. Sempre, Percival! Noi tutti siamo una terra vulcanica, pochi lo sanno, nessuno fa qualcosa per prevenire l’esplosione del vulcano. Chi lo fa, non ci mette umanità. Chi lo fa, denigra l’umanità. Chi lo fa, tiene nascosto il vulcano per i suoi sporchi scopi d’interesse.

— Non c’è l’arte?

— L’arte! L’arte è il grande nemico del sistema sociale.

— Philip, non mettiamola sul sociale adesso. Qui stiamo dialogando sul rapporto di coppia; più precisamente, sul rapporto della vostra coppia, tuo e di Shirley. Tu adesso mi hai tirato fuori la droga: che c’entra la droga con il tuo vivere con Shirley? Con il fastidio di Shirley di vivere con te, con il tuo dirmi che l’hai salvata dai pericoli (da quali pericoli? Da quelli dei fantasmi che corrono dentro di te?), con il tuo amore asfissiante, provocante e tragico. Io soffro la mancanza di fare sesso con lei, ma… Sei patetico, Philip!

— Ma l’esplosione del vulcano avviene e l’esplosione viene quando meno te l’aspetti. Allora i mostri calano dalle arterie e dalle vene, e si tramutano in fuochi d’artificio e i fuochi d’artificio diventano graffiti che incominciano a circolare nel cervello. A questo punto avviene qualcosa d’irreparabile in noi: l’encefalo impazzisce! Adesso tutti i solchi si ostruiscono, tutto s’irrigidisce, le sensazioni s’intorbidano, i comportamenti e le emozioni non hanno più vie d’uscita, le visioni si fanno visionarie, le coordinazioni muscolari si sfilacciano e tutto diventa buio, tutto diventa silenzio.

— Il silenzio del vulcano! Tu sei fine, Philip, tu raggiri sempre tutta la frittata come ti pare e ti piace. Tu appartieni alla categoria peggiore dell’umanità; tu appartieni alla categoria dei lenoni: sei un ruffiano, Philip!

— Un po’ pesante, non trovi?

— Sai che ti dico, Philip? Tu mi hai fatto tutta questa bella descrizione del vulcano, dei mostri, dei fuochi d’artificio, dei graffiti e delle funzioni e disfunzioni del cervello, per arrivare al cuore. Se ti lasciavo finire, tu mi avresti detto: adesso i graffiti = che hanno già paralizzato l’encefalo = vengono sparati ad uno ad uno dal cervello nel cuore, paralizzando arterie, vene, seno coronario, alberi dei polmoni: tutto sfiorito, tutto soffocato, tutto dimenticato. E’ la tua tattica, Philip: addormentare il cervello che ti ascolta, confonderlo, addomesticarlo.

— Sei diabolicamente spietato, Percival!

— Hai usato questa tattica con Shirley… per tutta la vita, Philip! Le hai seccato tutti i rami dei bronchi, dei bronchioli e degli alveoli. L’hai drogata con le tue parole vuote, fatte di boria, d’inganno, di falsità. Tu con Shirley non hai voluto fare altro che sesso; con lei ti era facile e tu non andavi tanto per il sottile. Tu cercavi il suo corpo e lei te lo offriva; tu soddisfacevi la tua sporca libidine e tutto finiva lì. Hai sbagliato tutto con Shirley, Philip!

— Ho soltanto sofferto! Puoi anche uccidermi per farmi dire il contrario, ma io ti dico: questa è la verità!

— Come si può accettare la tua verità della sofferenza? Io ti vedo metterti in posa davanti allo specchio e piangere lacrime di gelo. Tu sei quello che sta al di là dello specchio; tu capisci che quel tizio al di là dello specchio è soltanto un’immagine riflessa, e non ha anima, non ha cuore, non ha parola, non prova nessuna emozione, non sente nessun sentimento. Tu sei l’uomo che si vede ma è invisibile: questo sei sempre stato con Shirley! Tu a Shirley non hai mai dato nulla di te.

— Io per Shirley ho provato tanta di quella sofferenza, che nessuna bilancia potrà mai pesare.

— Tu hai la sofferenza dello scrollare le spalle, fare sì con la testa e andartene per la tua strada, sicuro di non sbagliare mai. Tu te ne esci dalla stanza con lo specchio = anzi, la tua immagine senza cuore né anima esce dallo specchio = e di Shirley non sai neppure più come è fatta.

Philip, la tua fantasia ha distrutto ciò che di bello e di puro c’era nel tuo cuore.

— Shirley l’ho amata troppo, e tutto ciò va oltre la conoscenza dell’essere umano. Io potrei capire chi mi parla come parlo io adesso con te, tu no! Tu non puoi capire né la sofferenza né l’amore; almeno, non la mia sofferenza né il mio amore. Non si possono spiegare queste verità; soltanto nell’atto supremo della confessione davanti a Dio queste verità possono apparire chiare. Soltanto chi è intermediario tra l’uomo e Dio può capire, perché nell’istante della confessione l’intermediario non è uomo ma essenza di uomo.

— Bello quest’essenza di uomo! Philip, tu non finisci mai di stupire.

— Un’altra cosa: tu dici che la mia fantasia ha distrutto tutto ciò che di bello e di puro può esserci nel mio cuore. La fantasia, caro Percival, aiuta a riconoscerti in ogni situazione della vita in cui ti trovi. La vita ti prende all’improvviso, ti avvolge, ti coinvolge, ti alletta, ti spezza, ti rende schiavo, ti dà un calcio nel sedere, ti abbraccia, ti sorride, ti accarezza e ti spinge dentro un burrone. La vita ti fa tutto questo e tu non ci capisci nulla, e neppure riusciresti a tirarti fuori, se non ci fosse in te la fantasia.

— Tu non me la racconti giusta. Tu hai usato la fantasia per fare i tuoi sporchi comodi, per creare i tuoi falsi alibi, per sgattaiolare di qua e di là senza usare un minimo di concretezza. Shirley ti ha salvato dal tarlo della tua fantasia, sacrificando tutta se stessa, offrendo alla spietatezza della vita tutta se stessa. Adesso è stanca, Philip; adesso Shirley non ha neppure più la voglia di sputarti in faccia. Lei non è capace di odiarti, e neppure è capace di tradirti, perché lei, tradendo te, tradirebbe se stessa. Ecco perché lei è amareggiata! Shirley è amareggiata per non averti tradito quando tu la tradivi: spudoratamente, insistentemente, miseramente, oltraggiosamente, costantemente, vigliaccamente! Sì, lei è amareggiata per non averti tradito, perché è stata troppo orgogliosa di se stessa; lei non si è venduta, perché, vendendosi, avrebbe sporcato se stessa… la sua anima, come tu dici!

— Sono stato sempre geloso della sua purezza; non ho mai voluto che la sua purezza venisse sporcata con il solo pensiero; io ho visto in Shirley un angelo.

— Patetico!

— Direi: tragico! Ora io mi accorgo che Shirley vive di rimorsi per non essere, e non essere stata, così coraggiosa di tradirmi: un fallimento!

— Che vuol dire un fallimento?

— Che l’essere umano non è mai da esaltare; che nessuno si salva dalla tentazione di rubare la marmellata dalla credenza della nonna; che tutti non vogliamo, nel modo più assoluto, dare l’importanza giusta allo spirito.

— Guarda chi parla! Adesso non dirmi che tu hai sofferto per non aver potuto esprimere tutta la spiritualità del tuo essere umano. Sono finiti i tempi dei martiri, caro Philip! I martiri sono coloro che hanno lottato contro uomini come te; sono gli uomini come te che sono i nemici del folle percorso umano…

— Sono gli uomini come me che segnano la follia del percorso umano. Io ho amato Shirley e ho segnato un punto di follia di percorso; Shirley ha amato me e ne ha segnato uno per lei. Comunque sia, la follia esiste.

— Philip, vogliamo incominciare a mettere sul tappeto verde le carte? Finora le abbiamo tenute ben conservate nell’astuccio di cartone plasticato, nessuno dei due ha tentato di allungare la mano sull’astuccio per aprirlo e incominciare a distribuire le carte. Le carte hanno sempre un loro misterioso fascino, tutti siamo attirati dai loro simboli, qualcosa ci dice che in ogni carta c’è una risposta ai nostri desideri.

— Le carte hanno sempre qualcosa di misterioso e di subdolo: loro non danno nessuna risposta chiara; dentro ogni carta si cela una risposta subdola, non reale.

— Eppure è mettendo sul tappeto le carte che noi potremo arrivare a qualche conclusione. Con le carte sul tappeto, io potrei capire qualcosa di più del vostro vivere insieme; mi riferisco a te e a Shirley.

— Ma la frattura in Shirley c’è stata, lei non mi potrà mai amare e io non sopporto più questa nostra situazione.

— Così è buttare tutto all’aria, senza neppure tentare il gioco.

— Non c’è gioco se tra noi non c’è fiducia.

— Cosa vorresti che avvenisse tra voi?

— Ripartire da una semplice pietra, poi da questa pietra costruire.

— Sembri la Bibbia.

— E’ la Bibbia! La Bibbia è indigesta e ormai fuori moda, ma alla fine risulta essere l’unica voce attuale che risolve. Vedi, Percival, il mio Amico è l’unico che voglia sapere fino in fondo com’è la vicenda tra me e Shirley.

— Ma Lui non sa già tutto? Lui non sa tutto di tutti?

— Lui sa della nostra vicenda, ma la sa soltanto da me e vorrebbe una conferma che contenga elementi diversi dalla mia. Noi adesso stiamo dialogando su questa vicenda e Lui, senza alcun dubbio, vorrà sapere la tua opinione su ciò che tu verrai a sapere dei miei “amori”.

— E’ così importante la mia opinione per Lui? Ma poi mi domando spesso: è così peccaminoso l’amore tra un uomo e una donna fuori dal matrimonio?

— Perché, Percival, è un atto di vigliaccheria verso uno dei due.

— Tu mi dici questo? Dovrei essere io a dirti questa cosa. Un atto di vigliaccheria: perché?

— Lo è se tutti e due si amano. Se tutti e due si amano, chi tradisce è soprattutto perverso.

— Tu ti ritieni un perverso?

— Sì! Perché io amo Shirley e nello stesso tempo voglio fare l’amore con chi vuole farlo con me.

— Non vedo perversità in ciò che dici. Chi vuole fare l’amore, lo faccia liberamente e con sentimento: che c’è di male? Non c’è di certo perversione nell’atto d’amore libero. Come la pensa Lui?

— E’ stato sempre un mio problema spirituale, e sempre, dopo l’atto d’amore, non ho sentito nessuna Sua voce di rimprovero. Non so cosa dirti, Percival!

— Forse hai sentito rimorso quando facevi l’amore con un’altra e pensavi di tradire Shirley?

— No! Perché non sono mai stato sicuro che Shirley mi amasse. Ho sempre visto in lei una fredda ostilità.

— Forse perché tu le eri ostile.

— Non è così! Io le ho sempre gridato in faccia la mia sofferenza provocata dalla sua fredda ostilità e lei si è sempre infastidita di sentirmi parlare di sofferenza.

— Insomma, Philip, a che gioco hai sempre giocato? Tu tradivi Shirley e pretendevi che lei restasse indifferente.

— E’ terribile tutto ciò, ed è anche un po’ imbarazzante, ma io ho sempre avuto l’impressione che a lei non importasse un fico secco dei miei tradimenti. Ma poi ho scoperto che non era così. Nonostante tutto siamo rimasti insieme.

— Tu sei un pusillanime, Philip! Ti sei nascosto sotto le ali di Shirley e non hai fatto nulla per andare allo scoperto.

— Io sono stato un vile, perché ho parlato di amore insuperbendomi che facendo così salvavo matrimonio, eccetera.

— Sei un fetente farabutto: cosa dice di te, Lui?

— Gli chiedo aiuto e perdono; Gli chiedo la grazia di darmi la chiarezza interiore; Gli chiedo di essere sincero con Shirley per sempre. E poi Gli chiedo di proteggerla!

— E Lui?

— Lui mi mette forza dentro, e mi mette serenità. Non mi dice nulla, eppure io sento in me la Sua costante presenza. Non mi fa sentire solo.

— Ma fa sentire sola Shirley!

— Io aspetto, Percival! Io ho fiducia in qualche cosa eccezionale che deve succedere.

— Ma cosa vuoi che succeda!

— Magari la mia morte! Io so che con la mia morte riscatterò tutti i miei tradimenti.

— Credi che Shirley sia d’accordo?

— Io non conosco Shirley, io la vedo terribilmente sola, terribilmente delusa, terribilmente desiderosa di ricuperare qualcosa che ha perso durante il percorso della vita. Io soffro per questa sua solitudine, per questa sua delusione, per questa sua voglia di ricuperare il terreno perduto. Io so che di tutto ciò lei mi ritiene l’unico responsabile; mi dispiace, mi dispiace terribilmente, ma Lui adesso mi è più vicino, perché adesso io sopporto con meno sofferenza tutta la solitudine, tutta la delusione, tutta la voglia di riscatto di Shirley. Adesso, non cercando più il suo corpo, dentro di me c’è più fermezza di spirito, c’è più serena accettazione della vera realtà dei nostri sentimenti.

— Noi siamo sempre in bilico in questi nostri dialoghi. E’ un po’ come fare a pugni con i due stili dei palazzi da cui io ti parlo: di quello del primo dialogo e di questo in cui adesso sono.

— Percival, è la grande armonia-disarmonia di ogni dialogo. Ciò che conta è arrivare a qualcosa.

Capitolo terzo

Imboccare strade nuove senza segnalazioni idonee a raggiungere altre strade e poi correre ancora verso palazzi misteriosi dove è racchiusa tutta la Storia della vita; di quella vita vissuta nel mondo della realtà e sempre rivissuta in altri mondi oscuri fatti di paure, ingiustizie, gentilezze, cafonerie, inganni, ipocrisie… tenebre! La vita sono fotogrammi di storie vere ricostruite dalla fantasia. Tutto vive nell’angosciosa realtà del racconto, e il racconto non è altro che la Storia raccontata che resiste a tutte le insidie, a tutti i trafugamenti, a tutte le corruzioni, a tutti i plagi, a tutti i dubbi, a tutti gli enigmi. La vita è la realtà raccontata dal cuore e il cuore non ha mai paura, il cuore non si corrompe mai, il cuore non insidia mai e non si consuma; dunque la vita non si consuma, se è raccontata da un cuore che non s’arrende e crede in chi lo possiede. Ci saranno dubbi, assilli, enigmi in questo cuore, ma alla fine il grande mondo delle assurdità verrà distrutto dal dolore, perché il dolore è la forza segreta di un cuore che corre perennemente alla ricerca dei suoi desideri inappagati, dei suoi eroi misteriosi e desiderati, dei suoi mascherati camuffamenti, delle sue graffianti malinconie e delle sue infinite recite di parodie assurde, di tranelli impensati, di misteriosi intrighi di sogni, di aberranti perversioni sempre presenti nel buio del silenzio. Ma il dolore vince tutte queste “cose”, e vince anche le maschere tragiche delle deviazioni. Non c’è pietà nella vita dell’essere umano, tutto resta nascosto nell’orchestrazione di tutti i sentimenti che affollano la mente e il cuore, spiazzando sempre ogni cosa, creando atmosfere allucinate, confondendo obiettivi già programmati in ogni passaggio dei loro flussi, spegnendo entusiasmi, corrompendo verità già consolidate dal Tempo. Tutto si svolge sotto le direttive spietate di tutti i poteri, ma il dolore non muore mai, il dolore dà una risposta a ogni cosa: alle collaborazioni e alle ribellioni, ai dubbi e ai misteri che prosciugano i mille canali del grande fiume dell’interiorità, alle complicazioni e alle speranze, ai sogni e alle realtà. Il cuore resta sospeso sull’abisso, guarda dentro il buio dell’abisso, sente il fruscio delle serpi e dei lamenti, eppure resta ancora sull’orlo e non ha paura: qualcuno, da qualche parte, gli fa catturare tutto il complesso della vita, anche quei mondi diversi che a lui sono ancora ignoti.

Non piangere mai, cuore indomito!

Tu puoi aprire finestre sulle oscurità della mente, puoi vincere tutte le solitudini, tutti i silenzi, tutte le ombre fallaci: la paura che ti attanaglia la gola ha fatto il suo tempo, tu resti nello scintillio degli sprazzi del sole, al di là dell’amica porta di casa tua.

La grande armonia-disarmonia del dialogo tra Philip e Percival muore sul davanzale smussato della piccola finestra rettangolare dove si trova Percival e i fregi, i conci e i bugnati della grande vista laterale del palazzo fanno da cassa di risonanza alle parole sofferte pronunciate con gravità dai due.

— Vuoi dirmi della tua vita passata con Shirley? La vostra vita attuale ormai non ha più valore umano. Ma ne ha avuto un tempo?

— Il ricatto. Proprio così: il ricatto! Tutto è stato ricatto, tutto è sempre corso sul filo della lacerazione dell’anima e la lacerazione dell’anima non è altro che ricatto.

— Puoi essere più chiaro?

— Io ho sempre vissuto, e vivo, di lacerazione spirituale e chiarire questo concetto a un razionalista della tua portata non è facile. Certe cose bisogna sentirle dentro; certe cose ti pungono il sangue e tutto diventa buio… lacerante! Il masso del ricatto, della lacerazione dell’anima, diventa insopportabile, tu non vivi, tu cammini per la strada e il tempo ti scorre vicino come acqua puzzolente: inutile turarti il naso!

— Per ricatto, ti riferisci forse a un ricatto di Shirley? Mi sembra di capire che parli di ricatto ricevuto… mah, non capisco proprio come Shirley abbia potuto ricattarti! Direi, piuttosto, che Shirley ha subìto continuamente ricatti da parte tua.

— E’ una lunga striscia nera, una striscia di catrame che si appiccica all’anima e la rende nera, sempre più nera…

— Su, Philip, non esagerare, non metterla sul mea culpa. I ricatti sono finzioni? Shirley non ha mai finto con te. Se avesse finto, adesso vivrebbe nervosa.

— Infatti lo è, e a questo punto voglio essere maligno: lei vive con la sola speranza di non vedermi più, un giorno. Oppure peggio: lei cercherà di vivere con me, offrendomi in cambio odio e risentimento.

— Okay! Ma tu l’ami: che fastidio hai per tutto ciò? Tu l’hai tenuta schiava con la tua ingordigia di amore (egoismo, soltanto egoismo!). Tu non hai mosso un passo senza averla vicino. Tu l’hai tradita e ti sei sempre giustificato: lei non mi ama; lei non mi stima; lei non si sensibilizza per tutto ciò che faccio di grande. Capito Philip? Di grande! Ma che facevi, tu, di grande? Forse perché scrivevi? Forse perché facevi il tacchino con la cresta rossa di vergogna? Cosa avrebbe dovuto fare Shirley per te: leccarti i piedi? Sei stato un vile, Philip! Sei stato un emerito ignorante, pieno di boria e di pusillanimità. Sei stato un essere immondo e adesso mi vieni a parlare di ricatti: Shirley mi ha sempre ricattato, offrendomi spudoratamente il suo cuore: servilmente e incondizionatamente. Eh già, Philip, adesso lei ti ricatta! Eh già! Lei ti ricatta perché vorrebbe vivere un po’ libera, un po’ per conto suo, un po’ più con dignità. Non è un suo diritto, Philip, poter vivere con un po’ più di dignità?

— Questo non significa che lei, adesso, mi debba gettare in faccia la sua montagna di rabbia, di odio e di rancore.

— No, Philip, lei non ti getta in faccia proprio un bel niente! Tu le hai gettato nel cuore una montagna di perversione, di grettezza, di dogmi, di imposizioni, di giudizi. Tu l’hai impaurita a morte, adesso lei brancola nel buio, adesso lei, giustamente, non sa darsi pace per tutto ciò che ha perduto durante il suo percorso di vita. Lei, da te, non ha avuto altro che soprusi. Philip, aiuta Shirley a venirne fuori, aiutala con tutta la tua sensibilità spirituale: se veramente credi in quell’Amico che, in questo momento, soffre non per te ma per lei! Guardati intorno e vivi la vita di tutti i giorni: che è questo tuo sistema di far ruotare tutto intorno all’anima? Tu, l’anima la metti anche nel ragù insieme alla carne e al peperoncino.

— Ma l’anima sa di peperoncino, Percival!

— Ma non ti guardi mai intorno, Philip? Non vedi come si muove la gente, come ride la gente, come se ne va libera la gente.

— La gente mi fa pena.

— Tu fai pena. Tu sei stato morsicato dalla tarantola da piccolo: forse è stato il parroco del tuo quartiere a morsicarti! Lui ha visto in te un chierichetto modello e da allora non ti ha più lasciato in pace.

— Non scherzare: nessun parroco mi ha mai insegnato nulla sull’anima. Io la sento, lei è la mia invisibile forza.

— Magari ti dice anche cosa devi fare.

— Sempre!

— Lo dicevo io: non sei più recuperabile. Sai che ti dico? Sono i libri i tuoi nemici!

— Questa è una novità, Percival! Dove l’hai scovata?

— Tu leggi troppo. Sono i Marai, i Queneau, i Coetzee, i Hrabal… Gente che ti hanno preso in giro, sempre!

— Perché non ci aggiungi anche Burroughs, Diderot, Haruki, McCarthy, Roth, Schnitzler, Berberova, Bellow…

— Che vuoi fare adesso, Philip! La storia della letteratura mondiale?

— Vorrei soltanto dirti che tu, in questo dialogo, stai andando troppo fuori linea. Qualcosa ti ha preso la mano: forse è questo mio parlare di anima che asfissia, asfissia soltanto. Infatti, io mi guardo in giro, io guardo la gente, io sento la gente, e tutto mi precipita intorno.

— Ma l’anima non c’entra un bel nulla. Ti ha salvato dai ricatti?

— Mi ha sempre salvato e mi ha sempre fatto superare la sofferenza che i ricatti mi danno.

— Tu stai prendendo in giro perfino te stesso con questi ricatti. Tu sei un pericoloso visionario, Shirley non può essere felice con te!

— E’ dura combattere contro gente come te, Percival!

— E’ molto facile, invece; combattere contro me è scoprire l’importanza di avere un’anima. Perché sarebbe ora di superare le paure dogmatiche, le tue paure dogmatiche, quelle che ti hanno messo dentro privazioni e inibizioni…

— Non c’è stato nessun ordine di potere dogmatico, Percival! Si è forse cercato di chiudere il corpo in una cella e bastonarlo con leggi dogmatiche punitive? Si è forse creata un’umanità stressata, privata di gioia e di libertà? Il mondo si muove nella direzione sballata dell’anima? L’anima è tutto e a lei bisogna dare tutto? Per te sembrerebbe che io ti parli così! Quando io ti parlo di anima, tra noi avviene un gelo, avviene qualcosa di impersonale che si frammischia tra noi e ci fa allontanare l’uno dall’altro, come fossimo diventati anonimi, quasi nemici, ostinatamente lontani. Tutto il nostro dialogo perde valore, siamo bloccati dal sistema carcerario che io instauro tra noi con la parola “anima”. La parola anima, invece, deve portare gioia; dovrebbe aiutarci a parlare tra noi con più confidenza, tutto dovrebbe essere più leggero, il flusso dell’amicizia si snoda proprio con la confidenza e con la leggerezza della parola; invece la parola anima blocca tra noi ogni sforzo di approfondimento delle problematiche umane, mette tutto su un piedestallo di superba freddezza, il silenzio blocca tutti i nostri organi, le nostre emozioni svaniscono nelle acque gelide dei pantani, tutto è trasgressione, tutto è errore, tutto è sbaglio; le nostre lingue non hanno più il sapore della marmellata: la marmellata è stata rubata, la marmellata è diventata acida, amara, velenosa. Noi non abbiamo più voglia di parlare di marmellata, qualcosa ci dice che qualsiasi cosa noi ci diciamo, non porta a nulla; qualsiasi cosa detta sbatte contro il muro dell’omertà, come se noi avessimo paura di parlarci, come se noi avessimo paura di parlare di cose che interessano terribilmente tutto il genere umano. Io ti parlo di anima e invece di ottenere forza e conforto, ottengo soltanto paura. Sì, paura Percival! Paura di non saper arrivare fino in fondo alla sostanza del nostro dialogo, qualcosa s’inceppa, noi ci infastidiamo, qualcosa stona, qualcosa non va, qualcosa non è in linea con l’intero programma umano: questo qualcosa bisogna estirparlo, prima che ci porti al silenzio che non spiega nulla.

— Ciò che dici è estremamente interessante, Philip, ed è soprattutto costruttivo. Dimostra una tua fermezza d’animo, una tua capacità di autoanalisi… di autocritica; dimostra soprattutto che tu ti metti in gioco fino all’ultimo respiro, lasciando da parte i dogmi e i precetti: cose che hanno portato l’uomo alla disperazione, perché l’uomo si è sentito privato di ogni sua libertà, di ogni sua gioia, di ogni suo sorriso; l’uomo ha incominciato a piangere, lui sapeva dei suoi impulsi incontrollabili e cercava il conforto nei dogmi e nei precetti; ce la metteva tutta per restare in gioco e non essere espulso dall’arbitro. Ma l’arbitro era spietato, ogni suo piccolo errore, un piccolo spintone, un fallo di mano involontario, un fuorigioco dubbio, una piccola parola di troppo per protesta contro una decisione arbitrale dubbia; ebbene, un suo qualsiasi piccolo errore, l’uomo in campo veniva immediatamente espulso e il suo ritorno in gioco dipendeva esclusivamente dal giudizio incondizionato dell’arbitro: tu, tre giornate di espulsione; tu, cinque; tu, una; tu, dieci! Non è così che si gioca la partita della vita, ma l’arbitro ha continuato, e continua, ad arbitrare sempre allo stesso modo, senza accorgersi che i suoi superiori non sono d’accordo con il suo modo di arbitrare e sono preoccupati di come andranno a finire le cose.

— Eppure, Percival, qualcosa non va nei nostri discorsi che facciamo. Se noi escludiamo la presenza = impalpabile e misteriosa fin che si vuole = di un qualcosa che ci dà ordine interiore, tutto diventa tattoo, ormai è l’era dei tatuaggi, il primitivo è ritornato.

— Ecco la tua stregoneria! Tu stai ritornando alle origini dei dogmi, a te dà fastidio tutto ciò che si evolve, tutto ciò che grida al cambiamento.

— Io do importanza esclusivamente alla presenza di un equilibratore interiore che ci rende esseri umani responsabili.

— Il tuo equilibratore ci rende tutti passatisti, desueti, fuori dal tempo.

— Il mio equilibratore = come tu dici = ci rende veri uomini e ci dà l’esatta misura della verità di essere uomini.

— Con le parole non si arriva a nulla, Philip.

— Direi più con i rumori non si arriva a nulla.

— Troppe parole!

— Troppi rumori!

— Troppa filosofia!

— Troppa psicologia!

— Troppi riti!

— Troppe immagini!

— Troppi moralismi!

— Troppi arrivismi!

— Ciò che importa, Philip, è che non ci siano troppi maniaci. I maniaci colpiscono a caso e dunque sono i più pericolosi. Qualcosa scatta in loro ed è la fine: dove non c’è logica non c’è certezza.

— La razionalità! La tua razionalità, Percival! Che non diventiamo tutti maniaci: per carità! Nessuno si salva, non ci sono discriminazioni di classi sociali, né di sofferenze né di sacrifici. Non ci sono differenze di difficoltà, di malvagità, di sottili tentazioni.

— Di sottili tentazioni, Philip? Di quali sottili tentazioni parli?

— Tutto è immobile, Percival, tutto copre tutto di tristezza e di incertezza. L’uomo vive il dramma della sua tristezza e appena può lui corre in bicicletta, velocemente e forsennatamente, sul filo di un ponte sull’abisso, nella luce accecante dei fuochi d’artificio.

— Sei sul tuo pulpito, Philip! Ti conviene scendere.

— Se scendo, vedo dentro l’uomo un campo di battaglia e fuori dal campo un ufficio di reclutamento soldati per nuove guerre… sempre guerre, sempre per nuove guerre!

— Reboante, pomposo…

— Non fa nulla, io continuo, voglio dire ancora questo: l’ufficio intorno al campo di battaglia recluta soldati per nuove feste, per nuove novità, per nuovi records.

— Nuovi records?

— Sì, i records! I records ammaliano tutto l’universo, nessuno si sottrae ai records, tutti si sentono forti con i records in tasca, tutti si sentono che ci sono e non cadono mai.

— Dai maniaci siamo arrivati ai recordsmen: tutto sommato, meglio così. Continua, Philip!

— Dentro l’uomo si nascondono gli affetti più strani, le idee più strane, i rischi più strani, le imprese più strane. Dentro l’uomo tutto può accadere: possono accadere le avventure più impensate, trasmesse dalle tentazioni più sottili. L’uomo, per spiegare le sue imprevedibilità, si aggrappa alla filosofia, ma la filosofia è gelida come le acque del Mar Glaciale Artico e = fredda com’è = non può far altro che provocargli un gran raffreddore, quando non una broncopolmonite! Oppure, sempre la filosofia, gli può mettere dentro gli occhi, provocandogli una cecità permanente, polvere di deserto, la polvere rossa micidiale che uccide gli occhi e… il cuore!

— Dunque…

— Dunque, l’anima! L’anima dà una risposta agli affetti più strani, alle idee più strane, ai rischi più strani e alle imprese più strane. L’anima fa segnare dentro gli uomini tutti i records e questi records fanno capire all’uomo tutto, accettare tutto, dare una risposta a tutto, senza che lui corra a piedi, forsennatamente, sull’acqua o scali una parete rocciosa in bicicletta.

— Se tu continui a parlarmi di anima, mi sa che della tua vita, intima e piena di inganni, io non saprò mai nulla. Tu ti nascondi sempre dietro il paravento dell’anima, ti nascondi dietro il paravento del sentirti in colpa con Shirley, dici sempre che per cancellare il male che le hai fatto, daresti la vita, incondizionatamente. Sei una lagna, Philip!

— Io so che non riuscirò mai ad ottenere il perdono da lei. Io non so se lei fa bene o non fa bene = non è cosa che mi interessa =; ciò che mi interessa è che io devo vivere come se avessi ottenuto da lei il perdono.

— E come dovresti vivere?

— Da solo!

— Me l’hai già detto e ridetto: prendi una buona volta una decisione, dimostra di avere un carattere, dimostra che il tuo carattere non è soltanto avvolto da nuvole e da polvere da sparo. Allora, Philip, te lo dico per l’ultima volta: vuoi raccontarmi di te o vuoi continuare con la sviolinata dell’anima.

— E’ attraverso la sviolinata dell’anima che arrivo al mio racconto. Se ti parlo di anima, mi sarà poi facile parlarti di sesso e di avventure amorose.

— Ah!

— Sì, ah! Percival, nella mia anima non c’è mai stata pace, e neppure c’è stata pace nella mia vita. Io non so dirti perché, io posso solo appellarmi ai versetti del Vangelo di Luca.

— Oh, andiamo bene: adesso anche il Vangelo!

— Sì, ma non tutto il Vangelo = ci sarebbe da fare a pugni a discutere su tutto quel che dice il Vangelo (che poi sono ben quattro i Vangeli!) =; soltanto l’inizio del capitolo 4° del Vangelo di Luca. Qui l’anima ha un ruolo decisivo per il carattere dell’uomo. Tu mi lasci leggere questi pochi versi = ho aperta la Bibbia proprio su questo capitolo = e poi incomincio a raccontarti.

— Okay! E se ti sentisse Shirley?

— Non sarebbe d’accordo. Shirley non crede nella parola dei Vangeli, lei non crede in nessuna interpretazione. Terra alla terra, polvere alla polvere e basta. Quanta tristezza, Percival!

— Non metterti sul pulpito, adesso!

— C’è la morte nel mio cuore, Percival! Lei, con una persona giusta al suo fianco, avrebbe creduto: questa è la mia tristezza! Lei, con un’altra persona, non avrebbe perduto le tracce del suo passato, della sua infanzia, della sua terra: questa è la mia morte! Io ho offerto a lei rabbia, amarezza, delusione; adesso devo avere il coraggio di lasciare tutto, non ho scelta!

— L’hai già detto, e non una volta sola.

— Ho sperato in qualcosa, ora non spero più, ora la mia anima fugge dalla sua, perché nessuna anima può pretendere la comunanza con un’altra anima se questa la rifiuta. La mia anima non inventa alibi, la mia anima rispetta. Voglio porti una domanda, ma tu non metterti nei panni di Shirley e non pensare che io tiri in ballo l’anima per giustificare tutti i miei torti; io ho vissuto con estrema leggerezza, ma = davanti al tribunale del cielo = io affermo: ho amato Shirley! Tu credi a questo mio amore?

— Philip, tu mi hai parlato di anima a cuore aperto, mentirmi su questo sarebbe un fatto disumano; capisco che per te l’anima è un punto di riferimento per ogni tuo comportamento: la sua voce ti dice quanto vali e quanto non vali; so che non sei poi quel colosso di forza spirituale che t’illudi di essere: tu hai, della Fede nel tuo Amico, una predisposizione che non prevede la mistica; tu sei fatto di carne e vuoi nutrirti di carne; ma nello stesso tempo hai dentro, nel tuo cuore, la certezza del rispetto per l’essere umano, dunque cerchi la coerenza, la lealtà, la sincerità. Tutto ciò mi fa un po’ ridere; pensarti coerente, leale, sincero mi fa un po’ troppo ridere: tu sei un debole, Philip, e credo di avertelo già detto e ridetto. Okay, detto questo, io ti dico: ti credo!

— Mi credi, Percival; tu credi che io darei la vita se servisse a cancellare la sofferenza che ho dato a Shirley?

— Sì!

— Tu credi che è inutile piangersi addosso e qualunque cosa uno faccia, ci sarà sempre qualcosa che non va perché la nostra natura umana troverà una deviazione, un imprevisto?

— Sì!

— Tu credi che dentro di noi c’è sempre lotta e il male vince sempre sul bene?

— Certamente, secondo il punto di vista dell’uomo. Ma alla fine il bene trionfa!

— Le sottili tentazioni: la tentazione del potere, dell’irrequietezza, del sesso, dell’inganno, dell’oppressione, dell’assassinio, dell’apparire a tutti i costi, dal sapere che così come si fa si farà del male, eppure non ci si tira indietro; insomma, dell’essere spietati in ogni modo e in orni maniera: sempre e ovunque e comunque, il fine giustifica il mezzo!

— Sono completamente d’accordo con te e aggiungo che non credere non si arriva lontano e pentirsi nel cuore è la soluzione ideale per vivere. Il cuore, quando si pente, è sincero, l’occhio per occhio della Bibbia dovrebbe essere riscritto in ben altro modo! La socialità parte dal cuore! Però adesso ritorniamo al tuo problema. Tu pensi che ci potrà essere una schiarita tra te e Shirley?

— Mai, Percival! Tra noi due è tutto finito, perché il mio Amico non può in nessun modo intervenire.

— Se potesse intervenire, potrebbe esserci una schiarita?

— Potrebbe esserci amore tra noi; la rabbia e l’odio si dissolverebbero.

— Perché Lui non interviene?

— Io spero solo che faccia così per offrirmi l’opportunità di capire fino in fondo il male che ho fatto a Shirley. Lei non ha colpa se in questo momento lei non crede nell’intervento di Lui per aggiustare tutto. Troppo comoda per me, troppo umiliante per lei.

— Ma quando ci sarà un Suo intervento?

— Quando Shirley mi amerà un poco. Prima, Lui non può intervenire.

— E se l’amore di Shirley non viene.

— Lui non interviene. Lui c’è, comunque, Lui c’è in tutti e due e quel che fa in Shirley io non so e non posso sapere. L’errore che ho fatto finora è la presunzione di spingere Shirley nelle mani di Lui, pretendendo che lei stesse nelle mani di Lui alle mie condizioni. Percival, sono stato un mostro, abominevole e aberrante.

— Quando parli così, scadi; scadi come uomo di Terra e come uomo di Fede. Lui non vuole che l’uomo si autodefinisca “mostro”. Se un uomo è un mostro, si distrugge da sé, o col suicidio o con la droga o con i mezzi illeciti per raggiungere un qualsiasi potere. I mostri sono tra noi, e si nascondono e si rivelano ed esplodono e distruggono. Sembra più che tu segua l’induismo… Il sacro OM, Shiva il distruttore, Mahadevi buone e cattive, Vishnu, membro della trimurti, l’Essere Supremo nelle vesti di Ishvara, Rama contro Ravana, Ganga, la dea del fiume… Dove sta il Bene? Dove sta il Male? Dove sta l’Amore?

Senti, Philip, adesso diamo un taglio a tutto e leggimi il capitolo di Luca. Io, che sono un agnostico impenitente, voglio ascoltare l’inizio del capitolo 4° del Vangelo di Luca.

— Ti accontento subito. “ Gesù, ripieno di Spirito Santo, si ritirò dal Giordano e venne condotto dallo Spirito nel deserto, dove fu tentato per quaranta giorni dal diavolo. In quei giorni non mangiò nulla e quando essi furono passati, ebbe fame…”.

— E vorrei un po’ vedere, Philip! Ma poi, perché lo Spirito Santo lo ha messo così in difficoltà?

— Perché l’anima che è in noi abbia un senso.

— Dunque, lo Spirito ci tenta e l’anima ci salva: non c’è logica!

— Naturale: per gli agnostici non c’è logica per nulla. Sono le sfumature che contano, Percival, gli attimi della pazzia! Cogli l’attimo della pazzia e troverai una risposta a tutto. Qui, in Luca, noi arriviamo a capire che qualsiasi tentazione può sorgere dentro di noi in qualsiasi momento.

— Dunque, se ci sono tentazioni, se si cade nelle tentazioni, se si fanno danni con gli asservimenti alle tentazioni, un rimedio per tutto questo ci deve essere.

— Se mi stessi a sentire attentamente, Percival! Cosa ci sta a fare l’anima dentro di noi se non ha un senso? L’anima è la soluzione.

— Non riesco a capire: Gesù è portato nel deserto per essere tentato dal diavolo, ed è portato nientemeno che dallo Spirito Santo: non riesco a vederne una ragione.

— Se non fosse così, se tutto fosse ordine dentro di noi, vincerebbe il disordine che è in noi. Noi non possiamo andare incontro alle tentazioni servendoci di una comoda carrozza. Noi abbiamo bisogno di essere condotti nel deserto da chi conosce tutto di noi e vuole il nostro bene, e vuole che noi vinciamo il male dentro di noi perché chi ci conduce ci ama. L’amore è pura anima, Percival! Forse un giorno capirai.

— Che c’è da capire?

— Che ciò che non va dentro di noi viene distrutto dall’amore.

— Beh, è la fine del mondo! Via, Philip, vai avanti.

— “Allora il diavolo gli disse: - Se tu sei il Figliuolo di Dio, comanda a questa pietra di trasformarsi in pane -. Gesù gli rispose: - L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola di Dio – ”.

— Di ogni parola di Dio, Philip?

— Questa verità non è certo adatta a un agnostico!

— Già! Vai avanti, Philip!

— “ Il diavolo lo condusse su un alto monte e gli mostrò in un attimo tutti i regni della terra, dicendogli: - Io ti darò tutta questa potenza e tutta la gloria di questi regni, perché a me sono stati dati e li do a chi voglio. Se dunque tu ti prostrerai per adorarmi, sarà tutto tuo -. Ma Gesù gli rispose: - Sta scritto: ‘Adora il Signore Dio tuo e a lui solo servi ’ ”.

— E’ dura, Philip! Non credi?

— Terribilmente dura; ma è così!

— Così come?

— Restare coerenti con noi stessi.

— Ma è sempre possibile?

— E’ una questione di Fede: se tu credi in qualcosa e sei disposto a lottare per questo qualcosa, tu hai Fede.

— Tu hai Fede?

— Si è sempre deboli; spesso non ce la fai.

— Mi sorprendi un po’, Philip, ma forse mettendo qualche interrogativo qua e là alla Fede, questa acquista più valore. Così c’è più genuinità, meno integralismo, più sincerità. E il bene vince.

— Vince la volontà di fare il bene.

— Bisognerebbe sapere interpretare questa volontà: forse stando nella completa solitudine?

— Una scappatoia egoistica, non trovi?

— Proprio tu mi dici questo? Non fai altro che parlarmi di solitudine: voglio stare da solo, voglio fare il bene stando da solo, voglio arrivare alla completa soluzione dell’amore vivendo la mia completa solitudine.

— E’ la soluzione con Shirley, non la soluzione con il mondo intero.

— Ma Shirley non è il mondo intero?

— Se perdo Shirley, non perdo il mondo intero. Vedere una sola persona nel mondo, è distruttivo per l’anima e per il corpo.

… e a Lui solo servi: il bene viene da lì. Io ho sbagliato tutto nella vita. Io ho messo Shirley al posto di Dio. Questo è stato un errore imperdonabile: ho dato a Shirley una responsabilità che lei non mi ha mai chiesto. Le ho dato una delega assolutamente inopportuna, cosa pretendo adesso da lei? Cosa può darmi, lei? Io sono quel diavolo che ha offerto a Gesù tutti i regni in cambio di essere da lui adorato. Ed è proprio così! Io mi sono arrogato il diritto di offrire a lei tutto me stesso, a condizione che lei si sottomettesse a me, anima e corpo. Adesso capisco, ma adesso è troppo tardi per far capire a lei che tutto è cambiato in me.

— Che tutto è cambiato in te: cosa?

— In me è entrata la certezza dei miei errori verso di lei; la certezza di averla usata per i miei sporchi comodi; la certezza di aver distrutto la sua personalità, il suo carattere, la sua voglia di vivere.

— Non è così, Philip! Io ormai ti conosco, so che tu sei sincero nel tuo chiedere perdono a lei, nel dirle che tu daresti la vita in cambio del dissolvimento totale delle amarezze, delle delusioni, del male fisico e spirituale che tu le hai procurato. Sì, Philip, io so che tu sei sincero e che per quel che hai fatto contro Shirley, tu soffri molto… forse troppo!

— Non è mai troppo, Percival!

— E’ troppo! Philip, tu soffri troppo e soffri per qualcosa che non esiste.

— Non esiste?

— Tu offriresti la vita per una carezza di amicizia di Shirley; Hai sbagliato tanto, Philip! Eppure sei sincero adesso; adesso per un suo sorriso faresti qualsiasi cosa e invece lei ricatta la tua coscienza: tu sei un mentitore, tu vuoi attorniarti di troiette che ti battono le mani, tu sei un borioso… un fornicaio! Così lei ti dice, mettendoti davanti i suoi incubi, le sue paure. E tu ci caschi! Lei ha nel cuore soltanto rabbia e odio, lei non potrà mai esserti amica. Lei ti dice che deve dirti i suoi dolori: non è vero nulla, Philip! Lei vuole rivoltarti la sofferenza procuratale da te nella vostra lunga vita insieme. Lei non ha pietà, Philip, non ha amore per te! Svegliati, non puoi continuare ad amarla così! Se hai sbagliato, paga; ma paga in solitudine: lei non ha nessun diritto di rubarti la vita. Lei vive soltanto per rivalersi su di te, odiandoti con tutto il cuore. E’ così, Philip! Anche se tu rifiuti che è così! Tu non sei più nulla per lei; sei soltanto un peso, un intralcio, un alibi!

— Un alibi?

— Sì, un alibi! Tutti viviamo di alibi, tutti ci scrolliamo le spalle e diciamo: faccio questo e faccio quest’altro e li faccio perché faccio il bene per questo e per quest’altro. Alibi! Noi facciamo tutto questo per soddisfare la nostra mancanza di forza spirituale; noi aspettiamo le debolezze degli altri perché almeno così possiamo fabbricarci dentro un alibi. L’alibi è la liberazione delle nostre debolezze, della nostra mancanza di forza spirituale.

Purtroppo, parlare così ormai è farsi ridere dietro; il mondo è totalmente cambiato; l’uomo si è adeguato perfettamente al cambiamento del mondo e tutto cade a rotoli.

— Perché, era meglio prima?

— Ecco dove sta il male della cattiva interpretazione dei Vangeli!

— Non è meglio dire: dell’interesse di casta?

— Forse è meglio come dici tu, ma la forza dei Vangeli vince tutte le interpretazioni e tutti gli interessi. Ciò che conta è far vincere dentro di noi il bene!

— Continua a leggere, Philip.

— “ Il diavolo lo condusse allora a Gerusalemme e, posatolo sul pinnacolo del tempio, gli disse: - Se tu sei il Figliuolo di Dio, gettati giù di qui, poiché sta scritto: ‘ Per te è stato dato ordine ai suoi angeli di proteggerti ed essi ti sosterranno con le loro mani, affinché il tuo piede non inciampi in qualche pietra ’. Gesù gli replicò: - E’ stato detto: ‘ Non tentare il Signore Dio tuo ’ -. Quando il diavolo ebbe finito così di tentarlo, si allontanò da lui fino ad altro tempo ”.

— … si allontanò da Lui fino ad altro tempo: dove sta quest’altro tempo? Quando ci sarà?

— Sempre! La vita dell’uomo è una lotta senza quartiere, ed è una lotta esaltante. Lo scopo della vita sta tutto racchiuso in questa lotta. So cosa vuoi dirmi, Percival! So che vuoi dirmi che tutti noi, di questa lotta, di queste tentazioni, di questo credere nel Signore Dio, noi tutti ne faremmo proprio a meno. Ma allora, Percival, dove starebbe la soluzione di tutto il male che sta dappertutto? E’ tutto un tentare Dio, è tutto un non credere in Lui, è tutto un non credere nel Suo aiuto. Vince l’ipocrisia, ovunque e comunque.

— Già, Philip: vince l’ipocrisia! E chi non è ipocrita?

— Chi crede nella lotta per arrivare allo scopo del vivere.

— Arrivare allo scopo del vivere?

— Chi non ha pensato, almeno una volta nella sua vita: che ci faccio qui? perché faccio questo? Ma poi, vale la pena di fare proprio questo? Arrivare a districare la matassa del perché, del poi e del vale la pena? Liberare, sciogliere, risolvere. La lotta c’è e ci sarà sempre, è l’attimo della pazzia ciò che risolve.

— Vallo a spiegare: a chi?, questo attimo di pazzia!

— L’uomo ha voluto cercare altre soluzioni nella ricerca del suo scopo di vivere: ognuno è libero di cercare, il mondo non finirà mai. C’è gente che è convinta che noi risusciteremo non so quante volte: ognuno viva come meglio può!

— Bisognerebbe trovare la soluzione del non esagerare mai in nulla.

— La lotta comunque continua.

— Certo che continua, Philip, ed è una sporca faccenda, perché tutto il mondo è stanco, tutti i cuori sono stanchi, non si finisce mai. E’ la soluzione la devozione? Lo è il puritanesimo? Lo è il lavare i panni sporchi degli altri? Se entriamo nel cuore di ognuno di noi, scopriamo serpi… serpi… serpi…

— Adora il Signore tuo e a lui solo servi: è la soluzione, Percival!

— Per chi? Per le carestie, le guerre, le lotte per tutti i poteri, le ipocrisie, le carriere, le uccisioni che sono ormai all’ordine del giorno, i ricatti, le grandi abbuffate, i fuochi d’artificio, le feste pro qui e pro là…

Non è così che si raggiunge qualcosa. Guarda avanti e vivi meglio, okay!

Inutile continuare questa scalata: la cima, lassù, la vedono soltanto le aquile e i falchi. Punto e a capo. Adesso non ti nascondere più, Philip! Parlami una buona volta dei tuoi “amori”: non è questo il fine del nostro dialogo?

— Sì, ma ormai non fanno più case senza fondamenta, né la gente abita soltanto nelle fondamenta. Prima si costruiscono le fondamenta e poi ricostruiscono i piani dei palazzi. Ed è quel che noi stiamo facendo: per ogni piano, un amore.

— Con l’anima dentro!

— Non sfottermi, non toccarmi dentro. La mia anima è nera, la mia anima è deviante, la mia anima non ha identità. Io cado, mi alzo, ricado, mi rialzo. Non ho salvezza, Percival!

— Così va già meglio! Credevo mi dicessi: non graffiarmi dentro, io sono un puro, sono un illuso, sono un ingenuo. Penso di conoscerti.

— Tu credi di conoscermi! Ci metto dei dubbi nel tuo dirmi amico, a volte mi deludi!

— D’altronde non c’è nulla di strano in tutto ciò che dici: la delusione fa parte dell’imprevisto e l’imprevisto è un’accozzaglia di parole buone e di parole cattive, di armonie e di disarmonie, di stati d’animo pro e contro. Il dialogo porta, inevitabilmente, all’imprevisto.

— Sai cosa direbbe Shirley, tanto per non dimenticarla: il dialogo porta alla noia! Tutto è noia, nulla è da salvare, nulla si può recuperare. Tutto va a catafascio e, naturalmente, la colpa di tutto ciò è di Philip, esclusivamente sua!

— Hai un po’ l’animo distorto, Philip!

— Ho mal gestito l’animo con Shirley e ora ne pago le conseguenze.

— Dove puoi, giustifica Shirley. Le hai rotto l’animo, non dimenticarlo mai.

Hai sfruttato la sua essenza di donna, hai distrutto il suo mondo interiore. — Il concetto di rottura del suo animo è misterioso. Io ho lottato per salvare lei, ma ciò che dico è assurdo, terribilmente assurdo! E’ inesplicabile, confusamente inesplicabile!

— Non è come spiegare il tempo atmosferico, Philip! Caldo torrido nel deserto, freddo polare nel Mar Glaciale Artico… Tutto facile, tutto scontato, la gente si accontenta di così poco, e vive così le sue giornate, all’aria aperta e col cane che fa le piroette sull’erba verde e fresca. Tu sei convinto di non aver rotto l’animo di Shirley e da questo tuo punto di vista nessuno può convincerti del contrario. Philip, è come se tu mi volessi spiegare la religione: può l’uomo vivere senza religione? Anche il più agnostico non può; nel cuore dell’uomo passano valanghe di sentimenti e queste valanghe sono tutte raccolte dalla religione. Non necessariamente deve essere la religione dei Padri e delle Madri = direi proprio di no =; la religione che io possiedo deriva dalle mie esperienze di vita, di scelta di vita; di sentimenti vissuti, di prove e di rischi, di consapevolezze e di emozioni. Adesso vado verso il buio: non ho più Shirley, non ho più la sua disponibilità, non ho più la sua presenza dentro la mia anima, non corro più con lei e tutto resta fermo ed è come una lunga striscia di deserto che penetra nel mio circolo sanguigno e tutto resta freddo ed è come una lunga lama di cristallo che fa uscire tutto il sangue dal mio cuore. E non c’è nulla da fare, nulla può essere raggiunto e il nulla genera il nulla. Come una pagina di prosa scritta con la vanità, come una pagina di musica scritta dalla follia del vento, come una bella giornata di sole battuta all’improvviso dalla tempesta. Nulla è stato raggiunto, la morte avanza con il suo sottile ghigno d’indifferenza, presto tutto sarà finito e altri ghigni, altri sottili ghigni d’indifferenza scenderanno in campo a raccogliere il sangue dei cuori. Io ho perso Shirley per colpa mia, d’accordo! Se è così che deve essere, io m’inchino alla volontà del Tempo; forse un giorno ci sarà una voce che urlerà dal Cielo, ma sarà troppo tardi e tutto sarà già finito; tutto sarà già trascorso. Scavare… scavare… scavare: qualcosa sarà trovato. Io non so cosa ho scavato, non so cosa ho trovato, non so dove ho corso e cosa ho cercato. Io so soltanto che ho perso Shirley, ma ciò che è peggio è che io non ho mai conosciuto Shirley. Io ho vissuto dentro una corazza di ferro invisibile, dove erano custodite le mie pazzie, i miei incubi, i miei sogni, i miei segreti, le mie insoddisfazioni. Non ho mai conosciuto me stesso e adesso che conosco me stesso, resto soltanto in attesa di chissà cosa. Percival, la corazza si sta restringendo paurosamente intorno al mio petto, presto ci sarà un tuono e tutto sarà finito.

— Chissà se è tutto vero ciò che dici; è come se tu mi avessi recitato qualcosa di misterioso, qualcosa di cui non riesco ad afferrare il senso.

— Già, Percival, è così; è come se io credessi ancora di non aver perso per sempre Shirley: come faccio a convincerti, se lei è ancora con me?

— Stai gettando la spugna con troppa facilità.

— Sto comprendendo, finalmente, tutto il mio errore verso Shirley. Shirley, con me, non è mai stata donna; con me è stata una serva pronta a scattare sull’attenti a un mio qualsiasi cenno. Terribile, Percival!

— Incomincia a parlarmi dei tuoi amori, Philip, ne ho quasi abbastanza delle tue lagne e delle tue fantasticherie.

— Mi piace entrare nel nucleo delle cose, Percival, forse è così che si arriva a qualcosa.

— Va bene, ma adesso raccontami e non farla troppo lunga con l’anima. Cercati un buon fabbro per farti dissaldare la corazza che ti soffoca e scendi in terra. Vediamo: dimmi il tuo primo amore di sesso. Che ci sia stato sentimento oppure no poco importa e non parlarmi di porcherie fatte nelle notti di luna piena fra coetanei, in gioventù. Sozzerie, cose che non fanno storia. Allora, Philip?

— Perché l’amore non ha storia? Perché l’amore entra prepotente dentro di noi e poi fugge? Perché questa miserabile incoerenza che tinge di buio ogni nostra emozione? Perché, Percival?

— Ma quando la smetti di piagnucolare: sembri una pianola di un dj che sventaglia le sue languide note su un pubblico di alienati. Animo, Philip! Cos’è l’amore se non un attimo che dura tutta la vita; l’amore è pazzia, l’amore è correre incontro a una luce, tu ti avvicini e la luce fa un piccolo passo avanti; tu tendi le braccia alla luce e lei ti abbaglia per un istante e poi corre via. Tu resti nella luce, la luce ti scalda, la luce ti abbaglia, la luce ti entra dentro e tu ti illudi che tutto, dentro di te, sia chiaro; tu sorridi alla luce e ti senti leggero, ti senti di abbracciare tutto l’universo, tocchi il cielo con il cuore inondato di luce, guardi il sole, la luna, le stelle, canti con loro ed è un’armonia di suoni e di vento: l’attimo dell’immensità corre nella misteriosa atmosfera del firmamento. Hai raggiunto Plutone e vai oltre, sei nelle nebulose spirali, sei nelle nebulose gassose, sei negli anelli della traiettoria del sole verso Vega, ormai gli ammassi globulari ti hanno trafitto e tu precipiti verso Venere, non c’è fine, non c’è respiro, la luce ti avvolge, tu dimentichi il tuo essere impreciso: sei una stella!

— Però, non ti credevo così poetico.

— Cosa credi: di essere poeta soltanto tu?

— E’ così che deve essere: tra poeti tutto è più facile.

— Non sempre, Philip! Il linguaggio dei poeti è il linguaggio delle nebulose.

— Ma noi proviamo lo stesso a parlarci da poeti: perché mettere questi poveri poeti nei cassonetti dei rifiuti?

— Okay, Philip! Parlami del tuo primo amore, al di là delle fiamme giovanili.

— Olivia! Occhi pieni di luce e di amore, lei mi ha fatto conoscere il sapore dolce-amaro del sesso, il trionfo dell’istante del buio e della luce. Un amore segreto, un desiderio di un corpo, possedere quel corpo, gridare la sua ossessione, catturare tutto il suo profumo.

— Vedo che è un amore dove l’anima è lasciata fuori.

— C’è solo il trionfo del sesso, tutto si sprigiona nel desiderio del possesso del corpo, ed è stato per tutti e due così.

— E’ stato il trionfo dell’amore incontenibile, non è stato così?

— Non c’erano ombre, soltanto desiderio, ricerca di un qualcosa che non si era ancora scoperto: l’immaterialità dei suoni trasformati in esplosioni d’impulsi, tuto schizza via e ti inonda di ironia.

Forte figura poetica, vero Percival?

— Non c’è nessuna figura poetica in questo tuo amore, Philip. Questo tuo amore può essere incasellato come atto di protesta: quando non credi più in te stesso e negli altri, quando non sai vincere l’immaturità dentro te stesso e tutto il vuoto ti assorbe nella sua spirale folle… Lee Quinones, Philip! L’americano di New York che urla le sue proteste sui muri: i suoi graffiti di protesta! Quel suo giovane coi pugni legati insieme, la bocca come caverna di urlo, gli occhi che implorano il cielo, la bandiera americana l’avvolge, il grigio sporco tappa la sua bocca a forno. Il grigio sporco, un grigio sporco, un colore imprevedibile, una protesta che non va oltre quel muro: resta il nulla dell’urlo di protesta del giovane avvolto nella bandiera americana; resta un urlo di dolore e di indifferenza, perché la protesta del giovane non segna nessuna storia, se non un segno di colore grigio sporco su un muro anonimo e presto dimenticato. Non c’è futuro nell’urlo di protesta del giovane; e così non c’è futuro nel tuo amore per Olivia. Questo è stato il tuo primo amore vero e la protesta avvolta in questo tuo amore non ha avuto storia: tutto è caduto nel buio. Ogni esperienza coglie un pezzo della nostra umanità, essuno ti ha imposto quell’amore.

— Ma quell’amore non era puro.

— Philip, quand’è che cambi? Quel tuo amore sprigionava piacere ed entusiasmo, ed era tutto ciò che tu chiedevi ad Olivia; e Olivia sentiva per te lo stesso piacere e lo stesso entusiasmo, senza rimorsi e senza inibizioni. Tutto era armonia tra voi, anche se non c’era il tocco della genialità.

— Non poteva esserci: l’amore non toccava lo spirito. Urlava soltanto la mia impotenza, deformava l’orgia dei colori, esplodeva in grida di protesta come la bocca deturpata del giovane americano restava inerme negli ingranaggi infernali dei sogni.

— Fantasie che provocavano orge di sensi: non c’erano per voi stanchezze, i vostri segreti erano le voci dei fulmini.

— Ero l’uomo dai mille volti.

— L’uomo mascherato che prendeva le sembianze del ragno, poi dell’agnello, poi della farfalla e infine della viola del pensiero. L’amore è guardare solo se stessi. Sketch for the intro-animation of “Wild Style”. Ecco, Philip, tutto s’interroga, tutto s’incastra e poi si rompe e poi si scompone e si ricompone, armonizza, cammina. Old Boys, celeste in campo nero. I vecchi ragazzi si sfilacciano in mille rivoli blu, il blu scorre sul nero, il cielo scorre sul nero delle nostre anime. E’ così, Philip?

— Adesso parli anche tu delle anime?

— Parlo del nero che tinge tutto. Tinge le anime e tinge le grandi opere architettoniche: tutto è smog! Eppure anche lo smog è necessario; tutto si tinge di nero e di smog, ma il nero e lo smog danno il diritto di vivere, ci aiutano a sopportare i mostri che ci urlano dentro e ci offrono a uscire dalle caverne antiche, dove tutto, dentro, era vento e gelo. Le case sono riscaldate, le paure dei mostri fuggono dalle nostre anime.

— Tu, Percival, non hai più paura di nominare l’anima, disprezzarla porta soltanto all’odio e alla paura. Non c’è mai tempo per coglierne il profumo, forse sarebbe meglio fermarsi un po’ e riflettere per quell’attimo necessario: ma è tutto inutile! Le rondini si sono già radunate sui fili dell’elettricità, si sono consultate freneticamente, tutte hanno acconsentito a ripartire e sono partite, concludendo che la cosa migliore era di non aspettare le grandi nebbie: meglio partire col sole, il cielo ti è più favorevole.

Adesso aspetta, Percival! Ho qui qualcosa che vorrei leggerti, è una lettera di Shirley che mi è arrivata per posta l’altro ieri. Shirley adesso non è qui e ci comunichiamo soltanto per posta cartacea: lei odia la posta elettronica.

— Ma la privacy?

— Noi stiamo interrogando la privacy, Percival!

— D’accordo. Leggi.

— “ Perché aver paura di tenere nascosto dentro di noi tutto il dramma del nostro vivere insieme =se ancora si può dire ‘vivere insieme ’ tra noi due=. Luci, enigmi, dogmi, giuramenti: è la nostra canzone di perdenti, la lunga striscia viola della morte sul filo dell’orizzonte delle nostre illusioni. Tutto ci è ignoto, anche lo zufolo di un passero, anche la grande risposta vagante di una lucciola nel grano maturo. Noi cerchiamo l’impossibile speranza nella lunga storia del nostro vento, cerchiamo un sibilo provvisorio di lamento nel graffio dei muri cadenti: la notte è scesa e lassù si è acceso Orione, ma milioni di passi sono ancora da percorrere nel quadrante luminoso del Tempo. Vorrei che non ci cercasse più nessuno, perché vorrei poter ascoltare da sola in silenzio il grido furioso della vita. Nuvole leggere scuotono il cielo chiaro.

Ti prego, Philip, aiutami a non giurare, aiutami a saper leggere dentro i quadri appesi a tutte le pareti della nostra casa. Noi siamo giunti al traguardo, il filo di lana finale è stato tagliato, noi stiamo sdraiati sull’erba a riposarci. Siamo felici? Quale fatidico traguardo abbiamo raggiunto, Philip? Forse abbiamo raggiunto il traguardo finale del nostro dramma = il dramma di ognuno di noi = e la disperazione sta qui con noi, sdraiata con noi sull’erba.

Nessuno può darci una mano a risolvere il nostro dramma (che brutta parola uso, vero Philip?). Noi, Philip, siamo nascosti dal ronzio delle api operaie che nutrono fuochi e digeriscono miele. La nostra tristezza è nascosta dai favi del miele. Può aiutarci qualcuno a dissolvere la nostra tristezza mielata? Nessuno può aiutarci! Qui in terra nessuno può venire in nostro soccorso e al di sopra della terra qualcuno forse ci ama? Io non so, io non ho amici potenti che abitano al di sopra della terra; nessuno mi chiama con la sua voce, nessuno mi telefona, nessuno mi manda un messaggio telematico. Forse i miei orecchi sono otturati, forse il mio telefono e il mio computer sono fuori uso. O forse è la mia anima che ha voluto fuggire via dal mio cuore.

Il nostro dramma, la nostra incompatibilità, la nostra sfiducia: perché tutto questo? Perché queste incrinature delle nostre coscienze? Non c’è pietà nel correre insieme, uno non aspetta mai l’altro, non si volta mai indietro per vedere un po’ cosa succede all’altro, che l’altro si arrangi, se la vuole è così, io non ho tempo da perdere, se l’aspetto resto indietro: io devo arrivare! Ed è sempre così, la pietà viene calpestata dai chiodi sotto gli scarponi, sorgono le lacerazioni, volano gli insulti, si accendono gli odi, vince il veleno: l’odore delle fognature inquinano l’aria. Questa è stata la mia vita con te, Philip! Correre più forte di te, ma restare nella tua ombra, sfruttata come una serva, come una concubina, non un attimo di respiro, una violenza continua: violenza morale, violenza fisica, violenza psichica, di stress, di privazioni di affetti familiari. La mia terra di nascita è stata il deserto della mia vita, io non ho più avuto radici, soltanto sfruttamenti e vergogne, violenze e sottomissioni.. Il veleno scorreva nelle mie vene, la parola d’ordine per aprire il mio cuore era “odio!”. La vecchiaia adesso mi ha colto di sorpresa, lei indebolisce la mia forza fisica, il mio desiderio di mettermi in pista: dove vuoi che vada, ormai? E così aumenta il mio odio e la mia voglia di sogni si perde nella nebbia della rabbia. Non è bello dire così, non è bello ascoltarmi, ma non è neppure bello sapere che i miei sogni sono ormai nuvole cariche di grandine: se si aprono, addio raccolti! Philip, io con te sono stata una tua idea assurda: non ho potuto neppure pensare ai miei sogni! Anzi, peggio ancora: guai se tu mi avessi scoperta a pensare ai miei sogni! Una serva, una sguattera, una concubina, un lombrico senza midollo e senza anima. Obbedire e parare tutti i colpi storti della vita: ogni responsabilità cadeva sulle mie spalle, la voglia di libertà era l’amica angoscia dei miei giorni e dei miei sogni. Il mio scopo di vita, adesso, è avvoltolarmi nel liquame dell’odio, per me non c’è altra soluzione. Non esiste un’entità al di sopra della terra che mi dia la pace, io non ho questa fede, la morte del mio corpo cattura ogni mia illusione: quante cose vorrei ancora fare!”.

Distruggersi, Percival! Vivere l’odio e l’amore, arrivare da qualche parte e non importa dove. Cosa importa arrivare? Dove? Vivere un’idea, catturare un istante, tenere stretta la felicità con il soffio dell’illusione, nulla è possibile, tutto è possibile: il luna park gira e gira e non può fare altro che girare. Tutto intorno la musica cresce di intensità, rapisce i sorrisi, si confonde con le grida; fra poco scoppierà l’uragano dei cavalli e degli alcool, tutti si abbracceranno dimenticando gli odi e le rabbie e le sottomissioni… Ebbene no, caro Percival, Shirley non dimentica l’odio e non dimentica la rabbia, e io non ho più forza per nulla.

Distruggersi, Percival, per vivere ancora, per quell’attimo estremo di luce che Shirley mi ha offerto: ma cosa vale? Tutto il mio amore per lei si è risolto in attimi di rabbia e di odio, il mio correre nell’oscurità della filosofia mi ha fatto respirare polvere di deserto, fino all’ultimo respiro. E’ tutto inutile, Percival, l’illusione è dura a morire, la mente vuole la sua parte d’illusione, il cuore vuole la sua parte, il corpo vuole la sua parte: cogliere l’ombra dell’anima va oltre le nostre possibilità umane, e questa ombra mi pesa terribilmente. Non posso spiegare un’ombra, non so trasmetterla, resto inerme nel grande campo delle ombre che non hanno risposte.

— Dimmene almeno una, di quelle risposte volute dalle ombre delle anime.

— Conoscere l’assurdità del vivere.

— E’ come dire: conoscere il cuore dell’altro.

— Sì, Percival! Un giorno qualcuno mi ha detto: respiro profumi magici nell’incanto del tuo desiderio = di me, del mio corpo, della mia mente, del mio cuore, della mia anima =. Ebbene, io in quel momento ho catturato l’attimo assurdo del vivere, perché sentivo di affondare dentro una cascata di desiderio che non poteva essere appagato e nello stesso istante sentivo lo stesso desiderio che provavo io ad inondare l’altro, consapevole della stessa impotenza. In quel momento si stava avverando l’assurdità del vivere.

— Non direi proprio; direi piuttosto che c’era impossibilità d’incontro e dunque di non poter appagare il desiderio.

— No! Il nostro corpo gridava il desiderio di essere appagato, ma la nostra anima vietava questo appagamento: questo è l’assurdo!

— Questo è solo asservimento a dogmi assurdi.

— Voglia di equilibrio interiore, Percival!

— Vorresti dirmi che se tu eri a letto con quel corpo desiderato, tu ti saresti voltato dall’altra parte?

— No! L’anima avrebbe dovuto soccombere, la carne vicina al fuoco brucia. Ma…

— Ma, vorresti dirmi, vive l’attimo e poi si trasforma in carbone.

— Proprio così!

— Tu vuoi raggiungere il tuo punto assurdo di felicità e di inquietudine. Quanto male hanno fatto i nostri Padri!

— Ci può essere una soluzione?

— E’ come risolvere la comunione tra te e Shirley. Voi non avete desiderio di soccombere, voi non arriverete mai a nessun accordo.

— Tu hai ascoltato ciò che lei mi scrive: hai un consiglio da darmi?

— Tutti i meccanismi tra voi sono rotti, l’unica soluzione è la libertà di Shirley. Avresti dovuto capire la grandezza di Shirley, tu non l’hai capita e ora non puoi più recuperare nulla: è così che si perde ed è così che bisogna riconoscere la propria sconfitta. Cercare un recupero non si fa che del male. Tu ami ancora Shirley? Ebbene io ti dico: lei ha paura di questo tuo amore perché non sei affidabile: alla prima occasione tu riprenderesti la stessa strada di sempre. Philip, Shirley ha paura di te e ha paura di ripercorrere la stessa vita con te.

— Vorrei riprendere il racconto degli “amori”. So che non arriverò a nessuna ricucitura, ma la vita riserva sempre misteri e la notte dei misteri può tramutarsi in giorno.

— La vita è rischio, Philip. Noi tutti siamo qui per rischiare e la vita continua sempre e in ogni modo. Anche dopo la morte.

— La vita continua anche dopo la morte, ed è così. Io, prima di continuare il mio racconto amoroso, vorrei leggerti cosa ho preparato in risposta alla lettera di Shirley. Noi, Percival, stiamo dialogando la vita ed è per questo che dobbiamo affondare il bisturi dove sta il male e tagliare la carne malata, cavandone tutto il sangue infettato di male.

— Leggi, Philip!

— “ Mostri! Mostri che non danno tregua, mostri dell’oltretomba, mostri delle liberazioni spirituali.Tinthankara giainisti, Rivelazioni, Zen buddista, pensieri, gesti, scopi. Ganesh, teste di elefanti, Guru Gobind Singh, libri sacri, scudi di cacciatori di teste, spiriti demoniaci, capelli umani dei nemici, Kayan, fertilità, prosperità, schiavitù. Tutto è morte, tutto è schiavitù, tutto è vendetta. Tutto è costruito per dare morte, candelabro ebraico = menorah = con la stella d’Israele, braccia di ferro che stritolano e illuminano tutte le ipocrisie. Feste: feste di che cosa e per che cosa? Tutto porta all’ipocrisia, tutto porta al mostro che si ha dentro. Servono la Bibbia, la Tanach, il Corano, i Veda, l’Agama, il Guru Granth Sahib…? Questi libri, queste scritture sacre, sanno dare una risposta qualsiasi al tormento di una incomprensione tra due persone? Sanno estirpare dal cuore un semplice ricordo del passato = ma anche del presente =, che mette perennemente in crisi l’amore? Non ci sono libri sacri, non ci sono sacre scritture: cattoliche, ebraiche, islamiche, indù, giainiste, sikh e così via che sanno dare risposte vere ai tormenti di due esseri umani legati insieme dall’amore. Forse Laozi riuscì ad arrivarci vicino con la sua ispirazione del Taoismo. Forse! Ma non c’è più spazio per la semplicità, non c’è più spazio per l’indipendenza, non c’è più spazio per la Via e per la Virtù. Tutto stritola, tutto vola via nell’imbuto del vivere; ma il vivere urla la sua Via, urla la sua Virtù e non ha tempo per la semplicità, non ha tempo per l’indipendenza. E’ più importante la figura umana o gli ornamenti dell’architettura? Il contrasto Oriente-Occidente non ha mai fine, ma l’essere umano vince e ha il dovere di vincere. Non ci sono risposte, qui, c’è soltanto la verità che l’uomo vince sempre.

Tutto è libertà! Quando si avvererà questa verità, il mondo sarà finito, ma intanto tra noi due gli echi disarmonici del nostro passato coprono ogni armonia e i nostri passi allontanano gli spazi per un’illusione di un nostro incontro: resta l’odio, la frattura delle nostre coscienze non dà respiro, il mostro della paura di riavvicinarci domina i nostri cuori. Non c’è salvezza tra noi, non c’è mai stata, non ci sarà mai. Tutti i fili che tenevano strette insieme, in qualche modo, le nostre coscienze, sono stati corrosi dall’isolamento: ogni impulso di vita è stato risucchiato dalle tenebre. L’Entità che sta al di sopra della terra e che ha vissuto in terra trova la porta della nostra comunicazione completamente chiusa dal nostro rifiuto di accettarla di comune accordo. La speranza ha gli occhi pallidi della morte. La fede brancola incerta sulla terra. Tutto ci fa essere lontani l’uno dall’altra”.

— Hai divagato e ti sei perso sulle religioni e sulla fede. Queste cose non toccano Shirley: quando capirai di fare silenzio sulla fede?

— Perché non rigirare la domanda: quando lei capirà che senza fede non c’è via d’uscita?

— E’ la storia della lucciola che vola sul grano maturo: se non c’è grano maturo, lei fugge via nel buio.

— Percival, io non sono nessuna lucciola, io raccolgo soltanto frutti acerbi e aspri.

— Va bene, Philip, sei il solito piagnone. Parlami dei tuoi frutti acerbi e aspri.

— Mathilda. Girare una vite, fare finta di nulla, girare una fotografia sul comò perché l’immagine sulla fotografia non veda. Tutto qui, ed è come un camminare nudi sugli atolli dei gas velenosi: la terra, piano piano, sarà tutta impregnata di veleno, i capelli bruceranno e le labbra saranno mozziconi di cenere. Baceranno ancora queste labbra? Oppure distruggeranno soltanto altre labbra? I velenosi atolli costringono la luna a nascondersi lassù e a guardare, senza speranza, i luridi rigagnoli della notte. Tu, luna, non hai speranza di rischiarare ancora.

— Ecco dove sta la tua limitatezza, Philip! Tu non hai il senso della responsabilità del vivere, per te tutto è poesia, soltanto poesia! La poesia è una grande immagine della nostra interiorità, ma in te questa immagine resta sfocata e confusa, non ha contorni ben definiti, sa di leggerezza, di vuoto.

— Perché mi dici questo, Percival?

— Perché io ti vedo con tutti i tuoi “amori”. Una sfilza di amori che hanno sfruttato la tua vanità e la loro, la tua ingenuità e la loro scaltrezza. Ingenui, naturalmente, anche loro, visto che tu non avevi altro da offrire che vanità, ingenuità e nessuna qualità. La bellezza? Ma via, Philip! La bellezza fa ridere perfino i sassi! Anche Shirley = che è stata il contrario di tutti questi tuoi amori = vorrebbe, adesso, poter sfruttare la tua vanità e la tua ingenuità, ma nel modo contrario: poter sbatterti addosso tutto il suo disprezzo per come sei stato e hai condotto la tua vita con lei. Lei vive con il suo veleno, perché si sente impotente per riscattare tutto il male che le hai fatto. Lei, per tutta la vita, ha dovuto subire la tua vanità e la tua incompletezza, la tua inconsistenza e la tua superbia. Ha dovuto subire il tuo nulla! Adesso vorrebbe disfarsi di queste tue “virtù” eccellenti, ma la vecchiaia la rende indifesa: lei non sa come fare a disfarsi di te! Se appena potesse, lo farebbe subito. In fondo è totalmente giustificata! Cosa ha ricevuto da te? Inganni, soltanto inganni! E non solo: tu, sfruttandola, ti sei messo in cattedra, l’hai guardata dall’alto in basso, l’hai sporcata tutta di sterco. Adesso ti illudi ancora di avere il suo amore?

— A questo punto cosa serve che io continui a raccontarti i miei “amori”?

— Raccontali, con la consapevolezza che tu hai vissuto soltanto con vanità, ingenuità e superbia. Tutto ti era dovuto? No, Philip, per un tipo come te, nulla era dovuto! Alla fine il giorno muore e la notte incombe con il suo buio, il suo silenzio, i suoi misteri. Non cercare la ragione, Philip! In te non c’è mai stata ragionevolezza.

— Perché sei così spietato con me?

— E’ con rabbia che ti dico queste cose: quante potenzialità avevi e non ne hai nemmeno sfruttata mezza!

— Le solite cose che si dicono alla fine della vita. Tu avresti potuto essere questo…, tu avresti potuto essere quello… Così non si arriva a nulla, Percival!

— Facciamo così, Philip: tu continua a raccontare, io collaborerò con te a rendere più umano il tuo racconto.

— Più umano?

— Sì, spogliato di saccente vanità e di vuota ingenuità.

— E’ così che il nostro dialogo acquista un valore decisivo.

— Bene, Philip, siamo sulla buona strada. Riprendi pure il filo del racconto da Mathilda.

— Mathilda l’ho amata con tutta la perversione possibile, mi sono abbandonato agli estremi urli del male.

— Un po’ poetico, ma dai l’idea.

— Posso continuare?

— Sì!

— Ho assaporato ogni pezzetto della sua carne, dando fondo ai tabù e alle incertezze nascoste. Gli echi della mia gioventù si disperdevano nel vuoto, non avevano meta, non trovavano la pace e io restavo in bilico nello scontro che avveniva tra il Burbank delle mie tempeste interiori e i Commodores che rendevano il cielo azzurro. C’era tristezza nel mio cuore, c’è stato il buio dello Stormbringer che corre sul filo di nuvole agitate da pipistrelli impazziti dalle luci fosforescenti.

— Sa troppo di retorica, la drammaticità del tuo mondo interiore perde colpi.

— Mathilda mi ha fatto conoscere l’inferno della sensualità.

— Se c’era inferno non c’era amore.

— Ma la sensualità pura e nuda è inferno.

— E’ piacere! Perché escludere il piacere? Nel piacere non c’è nessuna tragedia: si ama una persona = una donna, un uomo = e si vuole sentire piacere con quella donna, con quell’uomo. Quando due si abbracciano e si baciano, sentono il calore della carne che brucia i loro sensi; allora cercano follemente di catturare quel calore per mischiarlo insieme. L’amore si completa così! Ma quel tipo di calore non ha nulla a che fare con il fuoco dell’inferno. Il fuoco dell’inferno carbonizza ogni cosa, rende tutto deserto, ammazza…

— Ammazza il corpo e ammazza l’anima, Percival! La legge dell’inferno non perdona. Quando l’atleta corre nella sua corsia o scivola sugli sci o gioca a tennis, tutto il suo organismo assorbe l’aria di pulizia che gli scorre intorno, lui fa sforzi estremi e riceve piaceri estremi. In lui non c’è nessun inferno, la sua anima si sforza al massimo insieme al suo corpo.

Percival, io baciavo Mathilda e intorno a me non c’era aria di pulito e non c’era neppure voglia di gridare: viva la vita! Il suo corpo mi sprizzava addosso carboni ardenti, ma io non sentivo la pace, io sentivo soltanto il grande vuoto dell’inferno.

— Eppure continuavi a vivere il tuo inferno con lei.

— Sì, io volevo saziarmi di quell’inferno, io non avevo anima.

— Tu stai sdraiato sul divano con un libro aperto in mano, i tuoi pensieri sono soltanto dolci e positivi, qualcuno da qualche parte fabbrica giocattoli
di stoffa e tu pensi alla donna che tu ami e che lei ti ama: l’inferno è lontano e il desiderio del suo corpo non ha nessun fuoco perverso. Vola una mosca nella stanza, tu ti alzi, posi il libro sul tavolo, apri la finestra e la mosca vola via nell’aria: tutto è chiaro, tutto è luminoso, non ci sono pensieri erotici intorno; eppure tu vorresti avere lì la tua donna e con lei fare all’amore. Ma è quell’amore che non rende deserto nessun cuore.

— Già, l’amore che tu hai descritto, non esclude l’anima.

— Direi: non esclude il cuore.

— Il cuore corre con l’anima, l’anima corre con il cuore. Ci sono corpi che non consumano mai il fuoco dell’erotismo, eppure fanno l’amore insieme con dolcezza e passione… Il loro cuore e la loro anima sono fusi insieme e corrono insieme la loro vita.

— Non trovi che tutto ciò è puro sadismo?

— E’ soltanto il grande mistero che accerchia l’anima e il corpo dell’uomo. Ci sono misteri che non possono essere rivelati, né possono essere mai raggiunti. L’uomo vive il mistero dell’accerchiamento cuore-anima e vive con dolcezza la sua avventura sconosciuta.

— Sa di illuminazione indù, ma qui siamo in Occidente e noi vogliamo toccare il corpo, noi vogliamo cogliere il calore della carne viva.

— Questo corpo e questo calore li ho vissuti con Mathilda e ti asicuro che la mia anima non ha mai trovato la pace. Quel corpo e quel calore = devastanti = si sono dissolti nella bocca urlante di un mostro.

— Del tuo mostro?

— Del mio mostro che cerca la verità.

— Tu l’aggiusti così: io cerco, nel corpo e nell’anima, la verità; se loro non rispondono, io fuggo lontano. Insomma, Pilato! Io me ne lavo le mani. Tu hai cercato in Mathilda la verità?

— Io non sono affidabile, Percival! Mathilda mi offriva il suo corpo con voluttà crescente e asfissiante, io volevo quel corpo e quando mi sono accorto che lui stava per impossessarsi totalmente di me, sono fuggito via da lui. Percival, ti ripeto: io non sono affidabile per nessuno.

— Eppure credi nell’anima, hai fede, credi nell’Amico.

— Per raggiungere l’anima ci vogliono anni e anni di vita nel deserto. Per il mio Amico sono bastati quaranta giorni per sentirsi a posto con la sua anima. L’anima cerca le vie del deserto per vincere tutte le tentazioni e soprattutto per conoscere la sua forza di sopportazione di tutti i mali della terra.

— Di tutti i mali… Ma l’uomo che colpa ha di produrre il male?

— Lui non ha nessuna colpa. La colpa sta nel non riconoscere l’anima dentro di sé.

— Il giro dell’oca dell’anima! Sempre l’anima!

— L’anima è il perno di tutto.

— Eppure conosco gente che sono al di sopra di tutto e vivono senza la preoccupazione di salvarsi l’anima.

— Ma l’anima ce l’hanno, non ti preoccupare. Chi vive al di sopra di tutto, possiede l’anima: lo dica o non lo dica; alla fine lui si scopre. L’unico dogma che resiste è: tu sei perennemente sull’orlo dell’abisso ma non cadrai mai: qualcuno è sempre lì, basta che tu lo voglia. Chi vive al di sopra di tutto sta su quell’orlo, ma lui vuole quel qualcuno che sa che c’è!

— Tu sai di salvare la tua anima, Philip?

— Io so che per arrivare alla mia anima ci vuole un’intera vita di lotte contro i miei istinti carnali = che mi graffiano dentro continuamente =.

— Solo istinti carnali?

— No! L’inganno dell’ipocrisia nasconde il suo volto nelle pieghe di mille maschere. Io voglio vincere questo inganno.

— Perché, Philip, parli sempre di lotte, di mostri e di inganni?

— Perché il mio sangue non è puro.

— Che sei: un serial killer? Direi, Philip, di toglierti un po’ da quel girarrosto che ti fa girare intorno, sotto e sopra ossessivamente, al fuoco dell’inferno.

— Il sangue di un serial killer? Chissà come può essere il sangue di un serial killer! Certo che questo sangue contiene qualcosa che non va; qualcosa di impazzito non può non esserci! Ma i cuori dei serial killer vagano nella notte, sono tanti, urlano, colgono gli attimi della pazzia negli animi inquieti, mischiano il loro sangue col sangue del serpente che striscia sulla loro pelle. Ma è poi proprio un serpente quello che striscia, oppure sono le sue ossessioni o le sue storture o le sue paure che si trasformano in schizzi omicidi? Tutto è possibile, tutto resta fragile come i passi degli ubriachi: il mondo non ha respiro quando sulla scena appaiono gli attori e i sibili delle loro fustigazioni coprono i loro lamenti. E’ difficile, Percival, raggiungere la propria anima, tutti i passi degli ubriachi ti si mettono in mezzo, l’inquietudine ha gli occhi del serpente. Un tempo non mi sono accorto di questo percorso impossibile e tormentato…

— Un tempo, Philip? Perché, forse ci sono tempi positivi alla scoperta dell’anima e tempi negativi? E’ tutto così confuso?

— E’ un percorso tempestato di frammenti di vetri e tu ci cammini sopra a piedi nudi.

— E’ un percorso di alibi, Philip!

— Cristo liberami dagli alibi!

— La tua invocazione mi sorprende: Cristo non è vicino a te?

— Cristo è nel cuore di tutti, ma non sempre è facile essere se stessi, spesso la nebbia sale e ti si mette davanti e tu non vedi più nulla. Allora tutto può succedere… tutto succede!

— Non c’è l’amore che ti salva?

— L’amore è lì a portata di mano, adesso lo tocchi, lo trattieni e lo tieni stretto, poi l’abbracci e tu t’illudi che non ti scappi più dall’abbraccio; ma, chissà perché, tutto all’improvviso si allenta, si stacca, svanisce. Tutto è finito, ma già un lampo ti sfiora gli occhi e tu resti abbracciato a quel lampo, l’amore ritorna, prende forma, ti cattura e poi svanisce.

— E’ una accozzaglia di emozioni e di interessi personali, l’amore. A seconda del momento: adesso non è il momento di fare l’amore; adesso ci sono cose più importanti; ti amavo fino a un momento fa, adesso è troppo tardi, d’altronde tu non mi ami per nulla…

— Ma parli dell’amore fisico, immagino.

— Parlo dell’amore fisico e dell’amore spirituale: non c’è differenza tra loro. L’amore si trasfigura e muore, risuscita e svanisce…

— Parli di impulsi estranei all’anima.

— Parlo dell’amore umano, legato alle realtà umane. Parlo degli attimi umani e degli attimi che fuggono da tutti i rapporti umani e da tutti i sentimenti umani positivi. Qualcosa c’è sempre che vuole fare morire l’amore, non è così, Philip?

— Ma l’Amore è invincibile = l’Amore con la A maiuscola =.

— Non c’è amore invincibile, Philip! L’amore subisce infiltrazioni e attacchi di seduzioni e di tentazioni, tu stesso non puoi negare questa verità.

— Ma la poesia del cuore?

— Alibi! La poesia è soltanto un alibi.

— La poesia è il canto del cuore che non stona.

— Sa di alibi anche ciò che stai dicendo: il canto del cuore che non stona! E così, ogni volta che sorge la poesia del cuore, l’amore non stona mai. Vanità, Philip, vuota irrealtà. L’uomo ha ben altre cose a cui pensare.

— Già! Poi in lui viene il caos, e tutte le cose importanti = decisive = cadono, con odio e invidia, con gelosia e possesso. Io ho scritto poesie, Percival, io ho scritto il canto del cuore che non stona.

— Tu sei stato poeta esclusivamente quando hai scritto le tue lacerazioni d’anima per Shirley. Tutte le altre lacerazioni sono lacerazioni di comodo, sono falsità! Philip, gli alibi ti hanno fatto diventare poeta, ma la tua poesia è grande soltanto quando canta la lacerazione della tua anima per Shirley. Tu, in questo solo caso, hai cantato la morte e la resurrezione del tuo cuore, perché dentro il tuo cuore c’era la sincerità.

— La purezza dell’amore.

— Precisamente, Philip!

— Purezza totale?

— Beh, vedi tu! Tu credi che esista purezza totale?

— Io credo nella poesia che canta la gioia, il dolore, la morte e la resurrezione del cuore. Il poeta è un povero uomo che sa di esserlo e scrive il suo essere povero uomo senza malizia e senza interesse. Il poeta non chiede nulla e mette la sua umanità nelle mani della pazzia.

— Anche la musica, anche la pittura…

— Tutto ciò che è drammatico e pazzo. L’Arte è la figlia naturale della Pazzia.

— Drammatico: la poesia è drammatica, l’arte è pazzia, l’amore…

— L’amore è sconfitta. Chi ama è perennemente sconfitto, chi ama non ha via di scampo perché la voce del cuore non sarà mai capita da nessuno. Chi ama vive la sua esistenza in un carcere a vita, senza poter far conoscere la sua sconfitta a nessuno. Nessun avvocato può difenderlo, nessun giudice può assolverlo.

— Ma non c’è il tuo Amico?

— Il mio Amico può soltanto intervenire per l’anima. Io dico: voglio vivere lontano da Shirley non perché non la amo, ma perché, lei non credendo al mio amore fraintendendolo come mia pretesa esclusiva, non cattura l’essenza del mio amore. Un cuore avvelenato non contiene amore.

— Dunque mi sembra di capire che il tuo Amico potrebbe intervenire nel cuore di Shirley se lei volesse accettarlo, diversamente Lui non può fare nulla.

— E’ così. Lui interviene se vede in te la pazzia di accettarlo.

— La pazzia è tutto?

— La pazzia è tutto il mondo interiore dell’uomo. Quando l’uomo ama oppure si esprime in versi o in note o in immagini, lui non è più un essere razionale. Dentro di lui c’è la pazzia che gli toglie ogni grammo di razionale finzione: soltanto così lui raggiunge il capolavoro nei suoi versi, nella sua musica, nella sua pittura… e in amore! Soltanto allora il mio Amico è lì con lui, perché l’uomo sta amalgamando armonicamente insieme anima e corpo, emozioni impulsi sentimenti.

— Forse è il più grande mistero che coinvolge tutta l’umanità.

— E’ l’aldilà il mistero più grande, Percival! Da non confondere con l’infido mondo della magia. Qualcosa non va mai bene e il mondo è sempre lì in agguato con le fauci pronte a stritolarti: l’aldilà è la nostra salvezza.

— A volte mi infastidisci, ma tutto sommato sento che sei sincero. Tornando in terra, Philip, tu vivi di nostalgia?

— Non capisco bene dove vuoi arrivare, se è per le deviazioni che noi tutti facciamo, ti dico: no, non vivo di nostalgia.

— Anche per le tue deviazioni poetiche?

— Il mio cuore ha comunicato in versi ad altri cuori un’illusione: non ci sono state deviazioni.

— Dunque, poeticamente parlando non hai nulla da rimproverarti.

— Non ho mai fatto del male a nessuno comunicando l’illusione.

— Ognuno è responsabile delle proprie azioni.

— Io ho vissuto la pazzia dell’illusione; il mio cuore, lo riconosco, ha vissuto in molti spazi di pazzia.

— Ti senti in colpa, per averti dato questi spazi che sono spazi contro Shirley?

— Sì!

— Cosa faresti perché questi spazi = conosciuti da Shirley = venissero cancellati dal suo cuore?

— Darei la mia vita.

— Un po’ troppo azzardato, non trovi?

— Il mio cuore ha detto così.

— Partendo da qui, te la senti di continuare a raccontarmi?

— Ti dirò adesso di Juliet. Penso a Juliet e vedo un grande campo maturo dove un falciatore taglia il grano con la falce, e le spighe cadono ad una ad una come le mie illusioni vissute con questa donna. Forse non c’è più tempo per tornare indietro, tutto il campo è falciato, l’uomo si abbandona sul divano, una pelle candida sfiora il suo sudore. Juliet è stata la grande solitudine nella crepa di ghiaccio del mio cuore.

— Frena nella retorica, Philip!

— Avevamo tutti e due crepe nel cuore e noi vivemmo la nostra fuga nel chiaroscuro della voluttà. Ci amammo come due fantasmi, consapevoli di essere lontani e che mai saremmo stati vicini. Noi vivemmo una notte piena di ritorni e di promesse. In quella notte io bevvi il suo respiro e vissi la grande illusione che nulla sarebbe stato mai dimenticato.

La grande illusione della vita!

Quella notte io ero io e lei era lei; nulla ci avrebbe separati, l’amore ci univa, la giovinezza non moriva.

Ma i nostri sogni restarono lassù, sotto i comignoli argentati, noi ci sorridemmo e i nostri sorrisi furono echi che si ruppero nei lunghi crepacci di ghiaccio. Non potresti sopportarmi, tu soffocheresti sotto le mie incertezze, tutto finirebbe in un grido di dolore. E’ così che disse la voce bianca dei comignoli, e intorno languiva lo scenario immobile dell’alba. Era una fiaba piena di verità: gli occhi erano sabbia di deserto, le dita artigliavano una cornetta nera e antica. Cadde il silenzio.

— Un sogno, insomma. Il tuo spirito poetico = fatuo e leggero = viene fuori in ogni occasione, su di te non c’è da fare affidamento. Ma forse è così che vuole il mondo, almeno il mondo vicino al tuo. Dimmi fermamente: Juliet cos’ha significato per te?

— La voce di un’ombra oppure la voce del vento.

— Beh, c’è differenza.

— Ma le due voci hanno in comune la leggerezza del segreto.

— Un’altra tua trovata!... La leggerezza del segreto…

— L’ombra ti porta l’ansia, tu vivi il tuo momento di nebbia, la luce del sole non scalda: tutto fugge nel campo dei fantasmi…

— Nel campo dei fantasmi…

— Sì, l’ombra in effetti è soltanto un fantasma: appare all’improvviso e fugge avvolta nelle tenebre.

— Va bene, vai avanti, dimmi della voce del vento.

— Lei porta la luce.

— La luce?

— La voce del vento non ti fa dimenticare, rincorre le tenebre, le dissolve, crea la luce dentro di te.

— Un po’ forzata questa spiegazione, ma se penso a quante cose un tempo mi urlava il vento, posso arrivare a capirti. Spero sia come dico io.

— Sì, nel cuore della gioventù il vento urla il mistero dell’amore e dunque urla la luce. Juliet, di me voleva l’ansia e la luce perché non dimenticassi il nostro correre insieme.

— Ma non voleva vivere con te.

— Nessuno ha mai voluto = vuole, vorrà = vivere con me.

— Nessuno?

— Nessuno! Perché io do ansia e non do luce.

— Conosco la solfa: uno dice così e crede di dire chissà che cosa; ma lui vuole solo apparire un falso modesto.

— Ti ripeto: io do ansia e non do luce; di quel che dico ne sono convinto. Vorrei essere un grande tronco di faggio, che non conosce il tempo e dà riposo; vorrei dare emozione e raccogliere nella mia mano il cuore dell’emozione. Ma non offro che tormento, Percival!

— Tu sei stanco, Philip, ma è già tutto passato e tutto resta nella luce di un attimo. Non fermarti, Philip, aspetta. Il tuo grande tronco di faggio conoscerà il tempo, il tuo grande riposo coglierà una rosa.

Capitolo quarto

— C’è una domanda che vorrei farti, Philip.

— Fammela, non stare lì immobile sul davanzale come un gufo.

— Riguarda il sesso fra due esseri umani che si amano. Dunque: se due esseri di sesso diverso si amano e stanno insieme, possono rimanerci senza fare sesso?

— Perché non dovrebbero fare sesso? Se si amano, non vedo perché! Organicamente sono a posto? Soffrono di turbe psicologiche, manie di igiene corporale, turbe religiose.

— Nessuna turba, nessuna mania: soltanto, loro non vogliono fare sesso.

— Direi che questi esseri sono un’eccezione; i loro corpi sono attratti l’uno verso l’altro, si amano, si completano, eppure non fanno sesso: mah!

— Loro si dedicano a tutte le arti: alla fotografia, alla pittura, alla musica, alla danza, alla recitazione, alla scrittura, alla poesia; vivono la loro avventura umana in piena armonia, ma quando sono a letto, non fanno sesso.

— Uno di loro è impotente.

— Non è così!

— Allora o uno di loro o tutti e due vogliono nascondersi da qualche paura misteriosa che gli circola dentro.

— Chissà, però apparentemente non risulta.

— Ma il loro meccanismo non funziona regolarmente e al momento decisivo s’inceppa. Può essere nell’uno o nell’altra, eppure loro non si confidano nulla, non si svelano nulla, non fanno nulla.

— Ma si baciano, almeno?

— Si baciano e si abbracciano, si toccano e si accarezzano, anche nelle parti intime…

— Ma sesso non ne fanno!

— Sesso non ne fanno. No, non ne fanno.

— Legati da un mistero! Purché loro non si stanchino.

— Loro non si stancheranno mai!

— Così si realizza la sublimità dell’amore fra due esseri di sesso diverso che si amano. Una domanda sibillina, Percival! Riusciranno a sopportare tutti gli assalti fisiologici?

— Dovresti dirmelo tu, Philip! Quando gli assalti saranno insopportabili, ognuno troverà la sua via d’uscita.

— Strano modo di trattare il sesso, non credi Percival?

— Pensi davvero che sia poi tanto strano? Pensi davvero che il sesso sia poi così importante?

— Per due che si amano lo è!

— Corpo più anima: realizzazione completa! Eppure l’essere umano corre di qua e di là per nascondersi da se stesso e per non rivelarsi per quello che realmente è.

— Percival, vuoi fare filosofia?

— Dio me ne scampi! Ma il mistero dell’uomo si sviluppa continuamente, direi inesorabilmente, ai nostri occhi. Ci sono coppie che si amano e non fanno sesso, perché hanno raggiunto la estrema certezza dell’amore: fare sesso è diminuire il valore dell’amore.

— Dunque è così?

— Per me, sì! Poi c’è chi si mette in posa nudo e si fa fotografare in mille strambe posizioni. Nessun problema! Ma cosa si cela dietro le mille stramberie?

— Comunque ho un sospetto, Percival!

— Un sospetto?

— Già! Vedi, tu mi hai parlato di mancanza di sesso fra due che si amano e vivono insieme. Hai insistito su questo quando, in fondo, non ce n’era proprio bisogno: l’argomento = pensaci bene = è abbastanza insignificante. Ecco dunque il mio sospetto: che tu ti sia riferito all’esperienza che io sto vivendo con Shirley. E’ logico che noi due, io e Shirley, non facciamo più l’amore! Almeno adottiamo il pudore di non far scadere l’amore ad atto di prostituzione. Questo tu l’hai capito al volo = forse te l’ho già anche detto!=. Il sospetto mi è venuto dopo la tua frase: fare sesso è diminuire il valore dell’amore.

— Fare dell’attimo una regola di vita, Philip! Vivere la sregolatezza dell’attimo, per conoscere il profumo dell’imprevisto. Tu, Philip, hai visto nella mia frase l’attimo pazzo dell’imprevisto, hai ragionato per un attimo e ne hai tratto una logica deduzione che si adatta perfettamente al tuo modo di pensare e di agire. Ergo: il dado è tratto! Niente di ambiguo, nulla di Ibis redibis, non morieris in bello.

— No, Percival, nella tua frase non ho raccolto nulla di ambiguo; ho visto soltanto una deduzione logica e ferma.

— Comunque, Philip, ritornando alle improvvisazioni dell’uomo, lui si fa fotografare nelle pose più strambe nelle piazze, nelle parate, nelle evacuazioni, a caccia, tra gli alberi del suo giardino, col bastone e la bombetta, seduto alla scrivania quando scrive o fa finta, seduto a un tavolo imbandito coi bicchieri di cristallo mezzo pieni e mezzo rovesciati = che stramberie può fare l’uomo! =; la donna poi si fa fotografare quando corre e alza le braccia, quando corre e si mette e si toglie gli occhiali, e a volte fuma perfino e poi si avvolge nei vestiti di seta per dar l’idea di essere tra le nuvole. Cappello bianco avorio, banda nera con rosa Evergold: gli occhi inquisitori, ironici, seri, allucinati; chissà quali pensieri nascondono, quali progetti, oppure il nulla! Un bacio… poi morire! Forse un mazzo di fiori sul petto per l’autoritratto o per la cerimonia pubblica, in mano un ciondolo d’oro sui reggicalze neri di pizzo, un decolletè invitante… baci appassionati nel profumo delle azalee, triangoli misteriosi tra le cosce… Ma tutto finisce in un istante; già incalzano grida di profughi indiavolati e occhi di vecchie rampane con cuffie lavorate a uncinetto sui capelli sporchi scrutano la scimmietta impertinente tra le braccia morbide della lady. Impulsi non sempre controllati, wanted!, metti un dito qui sopra per le impronte digitali, poi puoi continuare a chiudere e a socchiudere porte nella penombra della notte… ti offro il mio cuore! ti offro il mio mistero! Ti offro i miei depravati pensieri! Poi, le mie preghiere, i miei dubbi, i miei dolori, le mie disperazioni, le mie gioie, i miei sorrisi, le mie speranze, il mio volto tormentato pieno di idiozie e di ironie; il mio volto bello, grottesco, sbilenco e secco come quello di una lucertola;

Un bacio… poi morire: perché la passione ti urla nel sangue e tu non puoi fare altro che fantasticare baci e carezze; poi cosa ti resta?

Un bacio per rinascere… Ma non c’è rinascita se non vedi la luce negli occhi di chi ami. Tutto resta anonimo e vuoto, tu puoi desiderare e morire di passione, puoi raggiungere il ramo dei sogni e da lì volare nell’aria; ma il tormento della luce di quegli occhi che ti manca resta nella nebbia del giorno.

— Percival, le tue parole mi confortano. Grazie.

— Conosco la tristezza dell’amore perduto, conosco l’abbandono della vita: tutto sfuma nel bianco anonimo delle nuvole.

— Dunque non c’è soluzione!

— La soluzione è un volto sensuale e spirituale che si sfilaccia nell’ombrosità e nella giovialità; è il volto dell’ispirazione con i seni più giù in offerta speciale e senza prezzo, e coi labbroni più su rosso fiamma tormentati da denti mordaci. Tutto resta muto e sul palcoscenico dei desideri resta l’attimo della stanchezza in quel volto lontano e anonimo. Non si recita sui palcoscenici, si recita sul palcoscenico della vita, dove tutto, infine, è maceria e guerra…

— Sono le macerie dell’amore perduto, Percival?

— Sono le macerie di chi non risponde alle tue domande, di chi non risponde al buio che non dà tregua al tuo cammino.

— Risposte non se ne possono avere da nessuno: se non ne hai neppure da chi ami, tutto resta inutile.

— E’ la condizione di oggi, Philip.

— E’ la condizione di tutti i tempi! Ecco l’assoluta necessità dell’entrata in campo della nostra anima, protetta da Chi sa che deve sempre rispondere. Chi sa che deve rispondere è sempre lì pronto ad ascoltarti: Lui ti dice “ascolta soltanto il tuo impossibile urlo dell’anima…”.

— E del cuore: cosa ne dici?

— Sì, anche del cuore!

— Ma con tutta la confusione delle “fedi” frammischiate nei popoli che trasmigrano, come la mettiamo, Philip?

— Segui soltanto la tua “Fede”!

— Ti si permette di avere una “fede”?

— Non c’è problema, se tu credi in te stesso.

— Non è facile credere in se stessi.

— Dipende quanto sei capace di apprezzare la solitudine.

— La solitudine?

— La solitudine è l’arma segreta dell’uomo. Purtroppo pochissimi sanno di possederla.

— Dunque la solitudine sa dare tutte le risposte?

— Sì! Ma non devi essere plagiato da nessuno.

— Come si fa a non essere plagiati da nessuno?

— Toccata e fuga! Lo so, è riconoscere la limitatezza della nostra condizione umana, ma non c’è altra strada da percorrere: ciò che conta è saper riconoscere questa nostra limitatezza; è qui dove si sbaglia sempre. Perché nessuno sa conoscere i propri limiti e in qualche modo trova le giustificazioni adatte a fare i suoi comodi.

— Dunque non ci sono risposte ai tuoi “amori”?

— Né risposte né giustificazioni. Soltanto la razionale finzione.

— Soltanto sesso?

— Se vado a fondo di me stesso, sì! Ma…

— Ma…

— Dire soltanto sesso è troppo arido.

— Vuoi dire che tu ci mettevi il cuore?

— Sì, devo ammetterlo!

— Da qui, il tradimento contro Shirley.

— Sì! Visto così, devo ammettere che c’è stato tradimento.

— Giustificato del tutto il disprezzo di Shirley per te.

— Sì, lo ammetto.

— Nulla, di te, per cui valga la pena di difendere?

— Da questo punto di vista, nulla! Shirley non ha mai pensato di tradirmi.

— Ma adesso lo farebbe.

— Conosco Shirley: lei non lo farebbe mai!

— Motivo?

— Non gli piacciono gli uomini; non le piace fare sesso.

— Ne sei convinto?

— Convintissimo! Lei, una bella donna, avrebbe potuto approfittarne. Lei ha soltanto sofferto per la mia leggerezza e, soprattutto, per la mia mollezza di cuore.

— Mollezza di cuore?

— Sì, per il mio essere un “cascamorto”; per ogni donna io facevo il “cascamorto”! Lei ha sempre disprezzato la mia fragilità di cuore.

— Ma se andiamo fino in fondo, il tuo cuore è così?

— No! Non sono mai stato fragile di cuore; mi è sempre piaciuto giocare con i cuori “sporchi”.

— Sporchi?

— Con quei cuori già impegnati con altri cuori e consapevoli che il mio non poteva essere per loro. Io li chiamo cuori sporchi.

— Compreso il tuo, naturalmente.

— Naturalmente!

— Riconosci la tua assurdità di vita?

— In pieno! Shirley fa bene a disprezzarmi e io farò bene a restare solo per dimostrare a me stesso la forza della mia anima, soffrendo in solitudine e riconoscendo con serenità tutta l’assurdità dei miei “amori”.

— Non riesco comunque ad arrivarci! Non riesco a vederti completamente assurdo.

— Perché non conosci Shirley. Se tu la conoscessi fino in fondo, vedresti in me “l’uomo assurdo” per averla tradita.

— Ma tutta la vita è assurda!

— Non divaghiamo, adesso. Stiamo parlando dei miei amori e della mia perdita dell’amore di Shirley. Ciò che dicono i mistici o i santoni a noi non deve interessare.

— Il sesso non è una cosa sporca, Philip; se tu lo facessi con Shirley?

— Farei scadere il vero amore nel vuoto sesso.

— E se lei non la pensasse così?

— Non voglio entrare nella psicologia di nessuno. Io so con assoluta certezza che lei rifiuta qualsiasi tipo di rapporto di sesso con me; io devo vincere qualsiasi tentazione del mio corpo.

— Direi: esigenza! E’ la legge imprescindibile della fisiologia.

— La fisiologia dipende dall’ordine interiore acquisito nell’arco di tutta una vita.

— Perché tu credi di aver raggiunto l’ordine interiore perfetto?

— No!

— E allora?

— Allora mi appello al mio Amico! Domine non sum dignum, ma Lui sa.

— Lui sa che il corpo e l’anima corrono insieme e stanno bene insieme se l’uno è soddisfatto e l’altra non è dimenticata. E’ così?

— Soddisfatto o rimborsato. Ecco perché io l’ho sempre rimborsato con gli “amori”.

— Di puro valore commerciale! Il corpo lo metti su un banco di vendita e aspetti i clienti. Tu, il tuo, l’hai usato così: di puro suino, xxx euro al chilo.

— Ma nei viali, la notte, in cerca di lucciole non sono mai andato! J Am Not Exotic, J Am Exhausted. Non sono mai stato un selvaggio, Percival! Io posso gridare all’infinito l’immoralità, ma non scriverò mai la mia storia sui muri. Storming the Wall: vince l’inconscio; l’invisibile è entrato nel campo del nulla, ha gettato le sementi e dopo la morte dei semi ha raccolto il frumento. L’invisibile dentro di noi può raccogliere dal nulla la vita, che è impossibilità di essere normali trasformata in umanità. L’impossibile non esiste, se l’umanità che è nell’uomo vince. Graffiti on hoarding in front of the Louvre: quando mai, un tempo, tutto ciò avrebbe potuto accadere? La grande vittoria dell’invisibile dentro di noi!

— Ma la grande illusione continua, Philip; non c’è tempo per gli spazi vuoti, tutto appare e scompare in un attimo, come l’emozione del momento, come una stella che cade nell’infinito.

I tuoi amori sono catture di luci, forse allontanamenti di paure… io non sono capace di amare… io non ho carattere… io sono insopportabile… sono un uomo che non offre sicurezza, fiducia, serenità. Tutto può essere, io sono quest’uomo, io offro freddo e insicurezza, con me non c’è futuro. La fine dell’illusione di un attimo, il grande sorriso amaro di chi rincorre falene nei fuochi artificiali.

— Margot mi ha offerto un cuore frantumato da mille paure venute dagli abissi del silenzio. Tutto fu silenzio intorno a lei all’improvviso e la mia presenza fu l’ombra di un cammino che non offriva scampo. Tutto era buio intorno a lei, come i nostri baci aridi di emozione. Restarono nel nostro cielo scritte siderali, luminose e confuse come le galassie.

Pauline. Rock’n Roll Nights, confusione da incubo. Ho scritto sui vetri i nomi della mia selvaggità: Silverhead, Savaged, Fanx-Ta-Ra. Fu un solo sguardo, una piccola frase: ho letto un tuo libro nel College, adesso voglio leggere te. C’era caparbietà nel suo viso corvino, c’era fierezza, voglia di riscatto, fuoco che non era falò. Love and kisses: lei amava il rischio, mi donava il suo correre sugli scogli a piedi nudi; intorno a noi scorreva il grande fiume, lei raccoglieva nel suo palmo le sue lacrime, lontana era la sua terra. Mi donava il cuore, gridandomi il lungo travaglio del suo cuore che moriva e risuscitava. Pauline fu quell’attimo di acqua fresca di sorgente, che scende a precipizio nell’anima.

Non ci si può più fermare, il virus dell’impossibilità ha invaso l’universo, presto tutto sarà contaminato, presto tutto cadrà nelle mani infide dell’immobilità. La corsa al massacro del cervello è iniziata, qualcosa dovrà avvenire: ma che cosa?

— Philip, tu stai perdendo quota. Che ti succede?

— Percival, io voglio soltanto andare avanti a raccontare, non voglio più vedere il mondo com’è rappresentato; resta con me, Percival! Qualcosa succede sempre quando si racconta la propria storia; e questo qualcosa è la perdita del tempo, è il vedere il tempo che rotola giù, sempre più giù, fino a dissolversi nella nebbia del nulla. Ti parlo adesso di Madge. Ci sono momenti = uno di questi momenti te l’ho appena raccontato = che tutto scoppia dentro i tuoi organi. All Out Kings, The Dead Squad dei sentimenti nascosti, qualcosa va storto, qualcosa esplode nel tuo carattere e racconta la storia dell’uomo ragno e dell’uomo urlante il futurismo gotico. Seen, tutto è stato visto ed è scoppiata l’infamia della fantasia: chissà dove la mente umana arriverà un giorno… Unchain and Militarize… Crash! Con Madge non ci fu altro che un arido deserto di carezze.

Poi penso a Lyn e domande assillanti mi assalgono: perché il corpo? Perché questo nostro corpo vuole a tutti i costi il suo piacere? Perché io e Lyn abbiamo cercato disperatamente il piacere del nostro corpo? Cose importanti però sono certe: tra noi non c’è stata mai ipocrisia né libidine né perversione.

— Cercato disperatamente il piacere?

— In noi c’era attrazione reciproca disperata per il nostro corpo; c’era qualche cosa che sfugge al giorno e alla notte; il nostro cuore, quando eravamo insieme, rifiutava ogni aberrazione, ogni falsità, ogni falso pudore. Nel nostro cuore c’era aria pura di sentimenti, qualcosa di primitivo, di entusiasmo spontaneo, di liberazione totale delle nostre turbe interiori; c’era la bellezza della luce degli occhi, forse il profumo del nostro saperci miseri ma sinceri. Noi ci offrivamo con spontanea gioia, ci teneva uniti un mistero: forse il mistero della gioia di far gioire oppure di alleggerirci, l’un l’altra, dell’infiltrazione della colpa… tu ci sei… ti voglio… viviamo insieme la libertà… non buttiamo via questo attimo. Nulla è frantumato, tutto viene recuperato, la pazzia è utile per non morire.

— Ci sarà un’altra Lyn?

— Forse i nostri cuori corrono insieme per offrire attimi di gioia al mondo; forse è proprio questo che noi vogliamo.

— Ma a Shirley cosa avete tolto?

— Ogni mio passo ha tolto a Shirley un pezzo di speranza. Shirley non ama la speranza, lei vive su questa terra e la speranza ha un valore puramente spirituale. Lei rifiuta di credere che l’ho delusa in ogni mio passo, ma poi si ravvede e vede in ogni mio passo l’impronta della malignità. Lei non può accettare questa impronta, ogni cosa da me fatta grida per lei iniquità, irresponsabilità, inganno. Percival, io e Lyn non abbiamo tolto nulla a Shirley!

— Ma ogni ricucitura tra te e Shirley è impossibile.

— Sì, proprio così! E tutto grida l’impronta della mia malignità, che ricorda e racconta il terrore della mia nullità.

— Il terrore della mia nullità… sempre ridondante! La nullità porta terrore nel cuore, si sa, ed è inutile ricordarlo.

— Non è proprio così, Percival! Io, personalmente, vivo la mia nullità con terrore e questo terrore lo devo dire.

— Ma si, potrebbe andare! Ma il terrore che ti circola dentro ha una spiegazione?

— Sì! E’ la spiegazione imperscrutabile del male che ho fatto a Shirley. Io non mi sono reso conto della devastazione interiore che le ho procurato e il terrore che mi tocca l’anima me lo ricorda continuamente.

— Così non hai scampo.

— Così non ho scampo, eppure il terrore mi è di aiuto per fare ogni giorno un passo avanti nel capire e migliorarmi.

— Non è che mi vuoi convincere a considerare questo tuo terrore come un fatto catartico della tua interiorità.

— Questo tipo di terrore purifica sempre, ognuno lo dovrebbe accettare con gioia.

— Certo che hai del mistico forte!

— Non direi proprio, visto che la fisicità del corpo non mi lascia in pace. Adesso vorrei parlarti di Ethel. Sì, di Ethel, Percival! Il suo corpo, la sua passione, il suo amore. La sconfitta del non senso della vita, il grido lacerante del Moonrise del New Mexico. Io ho respirato con lei il grido disperato della mia solitudine; una pazza creatività di dolcezza ha catturato il mio cuore. Ho ricevuto da Ethel l’attimo della luce che non muore. Ho vissuto con Ethel la totale libertà dei sensi, la dolce libertà del piacere, l’intima comunicazione di un sogno. Il Moonrise di Ethel sarà per sempre nel mio cuore.

— Quanti Moonrise hai nel cuore, Philip!

— Sono le prove del non saper riconoscermi. Io non riconosco il mio pensiero e tutto cade per terra e io non raccolgo nulla e poi arriva l’avvoltoio e io non ho la forza di combattere e lui mi lacera le carni e le bocche pitturate delle maschere mi urlano attimi di infinito che non hanno ritorno.

— Sembra un pezzo di tragedia greca.

— E allora lasciami continuare. Io non respiro più, qualcuno ha invaso il mio spazio di paura e di debolezza, proprio non riesco a vedere il cielo, le ciminiere hanno fatto uscire tutti i loro gas nell’aria… Alt, c’è la luna nel cielo: è il Moonrise del mio cuore divorato dall’inquietudine.

Percival, non so descriverti nulla di questa mia inquietudine di oggi. Allora, al tempo di Ethel, avevo scritto la poesia “Incubo”. In questa poesia invocavo la pace in me che non c’era. “No, non avrò mai pace,/non ci sarà mai pace,/cercherò la pace,/fuggirò la pace,/implorerò la pace,/guarderò la pace/nella tua voce,/ruberò la pace/ai tuoi occhi,/sentirò il grido,/graffiante,/dei tuoi colori/impregnati del profumo/della tua pelle…”. Percival, Ethel mi offriva il profumo d’amore della sua pelle e io sentivo il calore delle mani della sua anima accarezzare il mio respiro. Intorno a noi c’era tempesta ed era l’ora del mio terrore che invocava la quiete; tutto era buio, tutto era desiderio, la nostra tenerezza graffiava il nostro sangue: canto di furore di un addio!

Percival, Ethel mi ha donato il grido delle sue ferite.

Ci fu all’improvviso Elspeth e il suo urlo di bianco cotone nel blu immenso del cielo fu un On The Track della sensualità. Unghie laccate di rosso uncinate ad artiglio, la great feat del suo grido di piacere, l’arte di urlare l’intimità, l’unica stagione da lei riconosciuta: l’amore! Frenesia e inganno, possesso e rivalsa: lei calava le carte sul tavolo di gioco e non doveva perdere. Chi sei? Tu sei prezioso! Mi sorrideva, e la sua bocca baciava le stelle. Era un viluppo di emozioni proiettate verso la vita e la morte, la sua immagine sviluppava il fantasma sotterraneo di un giorno qualsiasi all’inferno. Come un Bronx Environment, come una incontrollabile circostanza o uno sconosciuto modo di vivere. Tutto era anormalità in lei, l’insaziabile caccia non moriva all’alba.

Capitolo quinto

— Baratri, Percival, sussurri di corvi e di allodole che seguono le mie tracce in silenzio. Sono Reach The Beach, Heavy Pettin, 30 Seconds Over Otho, sono Greffen, Red Sails In The, Sunset, Psonic Psunspot, Puttin On The Dog, Fundamental Roll, Finger Lickin’ Good… Sono i baratri delle nostre anime, sono i sussurri delle nostre paure, le nostre fantasie liberate, i nostri urli, i nostri pianti, i nostri abbracci di gioia e di odio. Sono le nostre proteste che corrono nude in bicicletta e intorno a loro impazza il grande disco del Queen Jazz della vita. La loro pelle è colorata di bianco, di nero, di blu, di giallo, di verde e di rosso; le loro braccia sono accartocciate sui manubri e tutto, in loro, è pronto per scattare e prendere il volo per un traguardo ignoto che non fa paura. Loro picchiano sui pedali, nude, abbronzate, fitness and under weight, libere, plaudenti, sorridenti. Cantano… Trump On It; Head Games; Lonedrine; Lines; No Second Chance; Feelin’ Fresh; The Way J Feel; Country Life, For Your Pleasure, Stranded; Two Days Away; Boys In The Trees; Take Me Home, Prisoner; The Lady’s Not For Sale; Thenderbox… Cantano gli incubi, le improvvisazioni, le fughe, le rotture, le imprecazioni, i sortilegi, le sensualità, i pugni nello stomaco, le ansie, le pazzie…

— Ecco proprio così: tu Philip, sei pazzo! Shirley è una santa per stare con te.

— E’ una santa ed è stata una santa, Percival!

— Santi si nasce, Philip! Shirley è nata per essere santa e soffrire e gioire da santa.

— Sì, Shirley è una santa, ma a tutto c’è un limite.

— Che vuoi dire?

— Che lei si è trovata a vestire i panni di santa, finché non ha ritrovato se stessa, i suoi pensieri, i suoi progetti, i suoi sentimenti. Lei ha ritrovato la sua dignità di essere umano e da quel momento ha deposto i vestiti di santa.

— Avresti dovuto lasciarglieli i suoi panni di santa!

— Io sono sempre stato un estraneo per lei… non facevo parte del suo sangue… Tu sei un estraneo! Chi sei tu per permetterti di pretendere da me questo? E io, che l’amavo alla follia, mi vedevo estromesso dal suo cuore e mi comportavo da emerito imbecille; meglio: da depravato imbecille!

— Dipende cosa volevi da lei e in quale situazione di disagio la mettevi!

— Volevo essere amato da lei fino al midollo!

— L’amore lei te lo dava! Il tuo era un egoismo sfrenato… spudorato!

— Lei mi offriva gelo! Lei mi offriva rifiuto!

— Tu cosa le offrivi?

— Io le offrivo paura! Il mio errore imperdonabile è stato quello di obbligarla a vivere lontano dalla sua famiglia, dalla sua terra, dalla pelle della sua gente…

— E anche dal cuore della sua famiglia e della sua terra.

— Sì, Percival! Io non ho capito il mio errore e quando l’ho capito, era troppo tardi! Ma una santa…

— Che vuoi, adesso, darti ragione?

— No, vorrei che la santa in lei vincesse sempre! Vorrei che lei mi amasse, che lei non mi gridasse in faccia tutto il suo odio, tutta la sua rabbia, tutto il suo rancore.

— Credi che non abbia ragione a odiarti?

— Le ha tutte le ragioni per odiarmi! Ma io, adesso, non pretendo nulla da lei, se non che lei leggesse la verità dentro il mio cuore.

— Una pretesa azzardata, non credi?

— Il cuore di una santa va oltre le cose terrene.

— Il cuore di una santa conosce tutte le verità e non dice nulla. Sta a te capire il suo cuore e il suo silenzio. Adesso continua il tuo racconto.

— Sono storie che mancano di vigore, nessun protagonista vuole prendersi la responsabilità di arrivare fino in fondo: nessuno si è messo in gioco. Sono storie di tristi compromessi, e queste storie hanno il sapore amaro del gioco a nascondino: caratteri forti e chiari non ce ne sono; il mio, poi, è da buttare nei rifiuti. Io sono andato avanti così, in un anonimato spaventoso, adesso racconto le mie storie tristi e amare: forse raccontando così metto sul tavolo di gioco tutta la mia codardia, tutta la pochezza del mio vivere.

— Philip, posso soltanto dirti: capisco la tua consapevolezza di sentirti impotente a cancellare la tua miserevole storia di vita!

— Ma non pensare che mi senta un vinto, Percival! Vedo soltanto, con queste mie storie, tutta la miseria della mia vita, nascosta sempre a tutti.

— Il tuo cinismo!

— Il mio cinismo?

— Aver tenuto oppressa per tutta la vita la donna che hai amato. Adesso è tardi, Philip! Adesso lei vive la morte e fugge via da te, perché tu sei la morte. Tu racconta, Philip; forse le tue parole danno il sapore della resurrezione: si risorge parecchie volte nella vita!

— Scrivere sui muri i miei versi di desiderio, scrivere i miei lamenti, i miei sogni incompiuti, i miei baci dissolti sulle pietre. Scrivere l’inquietudine delle lucciole nell’ombra profumata dei gelsomini: la vita si disperde così, nel vago cammino degli oblii. Scrivo ancora questo sui muri della mia fantasia, poi continuerò a raccontare. Scrivo questi versi: voi, mie ombre di anima dispersa, siete state echi di risacche, fruscii di luna, riflessi di falene colti nella magia di un respiro, ronzii di api aggrappate a un’attesa che non ha tempo; io sfioro i vostri seni con dita profumate di grano maturo e nel respiro delle piccole ali del pettirosso ascolto la carezza gelida di una fuga: il mio folle sussurro si disperde nel buio della tempesta di un bacio di lusinghe laceranti la notte; laggiù, nel vortice delle onde, resta il chiarore di una cometa che cerca il sospiro di un filo di tempo rubato all’eternità. Resto con le spalle al muro e sento nella mia mano il calore di battiti di cuori in cammino. Chi sono io per scrivere sui muri le mie storie? Per scrivere la storia: di che cosa? Ognuno dipende da se stesso =esclusivamente da se stesso =; ma il mondo non glielo permette. Si preoccupa, il mondo, della sicurezza dell’essere umano? Della sua felicità, della sua salute, di tutte le sue necessità, corporali spirituali sentimentali? Il mondo vive sugli alibi dell’assistenza e dell’amor del prossimo; il mondo è un vigliacco universale, che tende le mani a chi ne ha necessità e poi = con la più facile ipocrisia = spinge chi ha necessità nelle onde divoratrici della coscienza.

— Beh, Philip, adesso direi “basta!”. O racconti o chiudiamola lì e ognuno vada per i fatti propri.

— Ben detto, Percival! Io faccio parte di chi vive di cinismo… I cinismi, che mettono la furia nelle coscienze!

Adesso voglio parlarti di Frances, una goccia di sorriso. Nel suo mondo, segni disegni immagini iscrizioni: nel suo piccolo spazio, una lunga striscia azzurra di convulsioni, pulsioni inattese, desideri repressi, luci della ribalta; la sua lunga striscia di sentirsi donna. Welcome, tu sei il benvenuto nel mondo della mia arte di passione; io sprigiono con te tutta la mia oppressa femminilità, resta nei miei baci, corri con me nel campo fiorito delle illusioni; queste ci faranno vivere l’ora più luminosa, l’ora che non teme la paura; in noi non c’è demolizione, il nostro abbraccio ricorda il grande museo d’Orsay, con l’immenso vuoto del silenzio davanti alle luci dei colori del cuore. Frances fu una goccia di profumo nel mio sorriso, io offrii ai suoi occhi la scia inquieta delle farfalle.

La mia anima vuole la tua felicità: chissà se, dove sei, adesso mi ascolti!

— Non è importante se ti ascolta o meno; è importante che tu dica la verità, Philip!

— Ti voglio parlare di Joanna, ma per parlarti di lei ho bisogno di capire l’esplosione dei colori che mi tortura e conoscere i drammi dei paesaggi che restano incatenati nella loro immobile bellezza; ho bisogno di percorrere le scenografie sbilenche delle cripte e cogliere l’impossibile silenzio di questo percorso. Percival, abbi pazienza ancora un poco: prima devo restare a osservare il buio della mia anima dentro questo silenzio e ascoltare il grido delle follie dei cuori nascosto negli intrecci ossessivi dei colori.

— Okay, purché non mi tiri in ballo, adesso, lo scalpitare dei puledri che si abbracciano nello scoppio giallo del tramonto.

— Promesso! Però lasciami dire questo pensiero di Rumi lasciatomi da Joanna: “ Perché la vera vita non è fatta di ciò che stiamo facendo, o che abbiamo fatto. Ma di tutto il nuovo, di tutto il diverso, che avremmo voluto e che ancora vogliamo. Di tutto il nuovo, di tutto l’impossibile, di tutto il folle che riusciamo a immaginare. Anche se non lo vivremo mai”.

— Il nostro correre è inutile, eppure noi viviamo per questa inutilità. Rumi ha perfettamente ragione!

— Adesso posso parlarti di Joanna! Non mi sarà facile parlarti di lei, forse, Joanna, era una riflessione oppure una Eva avvolta nel profumo di un volo di gabbiano; lei era senz’altro un ronzio di anima e una Venere proiettata nello scorcio fantastico di una tentazione. Vorrei ricordarla come il riposo nella decostruzione di un’armonia di palazzi antichi, e tutto intorno un traffico surreale di maschere gioiose. Lei fu l’attimo della luce sul mio campo di grano macchiato di papaveri.

Ricordo un suo dolore che scrisse per me… “Adesso è il tempo del coraggio della solitudine nel mondo chiuso di un’isola. Là, dove, sera dopo sera, giorno dopo giorno, il dolore pensa… la paura pensa… la pazienza pensa… l’umiltà pensa… la fiducia pensa… la libertà pensa… il coraggio pensa… l’amore pensa… la verità pensa… dentro silenzi sospesi, caldi, limpidi. Per sentire di esistere anche senza che alcuno ti cerchi, anche senza che lui ti cerchi”.

Perché non c’è pietà qui in terra, Percival?

— La pietà sta dentro di noi, Philip! Tu lo sai bene.

— Io so che lei sta lassù.

— Forse al di là delle stelle.

— Al di là delle nebulose! Anche se la pietà non si mischia con nessuna nebulosa. Ma qui in terra, la pietà non si fa vedere.

— Perché dici così, Philip?

— Perché, adesso, vorrei parlarti di Allison e al suo male in cui si è nascosta la pietà. Allison mi ricorda un nudo nel buio…

— A un nudo nel buio: a volte sei nebbioso, Philip!

— Nebbioso perché perverso! Il mio nudo nel buio eccita, provoca segrete follie, spegne tutti i sorrisi.

— Chi era Allison?

— L’utopia della distruzione, la cornice del ghetto, l’occhio che scruta le tue paure.

— Il suo linguaggio era senz’altro sconosciuto, direi demenziale. Tu, Philip, hai subito l’influsso del suo viluppo confusionale dentro di sé.

— Sono stato io a creare un mostro dentro di lei.

— Tu ti colpevolizzi di fronte a qualsiasi persona.

— Non sono un paranoico, Percival! Cerco solo di trovare, in qualsiasi persona, il suo lato buono e per far questo mi espongo rischiosamente, cadendo o nel troppo sentimentalismo o nell’eccessivo permissivismo o, trattandosi di donne, nell’imprevedibile coinvolgimento erotico.

— Per questa ragione tu hai rotto il cuore di Shirley! Tu, Philip, sei andato avanti a cercare il lato buono nelle persone, senza mai curarti di Shirley. Anzi! Tu ti sei buttato anima e corpo alla ricerca degli altri, distruggendo il cuore di Shirley con i tuoi subdoli comportamenti. Adesso è tardi per qualsiasi ricomposizione.

— Percival, io riconosco di aver rotto definitivamente il cuore di Shirley e so che nessuno può ricomporre un cuore. La gravità della rottura definitiva del cuore sta, per me, in questa spiegazione: il cuore è l’urna di tutti i sentimenti, se si rompe, tutti i sentimenti si frammischiano fra loro provocando una rivoluzione dentro l’essere umano. In questa rivoluzione di sentimenti emerge il sentimento più forte, in Shirley il sentimento che prevale è l’odio per tutto il male che le ho fatto.

Percival, io sono d’accordo con lei: lei ha ragione a odiarmi!

— Dunque?

— Dunque devo togliere il disturbo e vivere per mio conto, in solitudine e in silenzio. Il mondo si rivolge alla legge terrena, io mi rivolgo alla legge del mio Amico. Io so, caro Percival, che con Shirley non potrò mai arrivare a una qualsiasi soluzione; lei vuole il compromesso della finzione = che tutto resti come prima =, io sono per la soluzione del “togliere il disturbo”. Le bruciature del cuore non hanno scampo: esse provocano soltanto odio e repulsione.

— Sembra che tu abbia paura dell’odio di Shirley. Hai forse paura che lei, attraverso il suo odio, possa accampare rivalse di ogni tipo su di te?

— Nelle rivalse sono infiltrati il disprezzo e l’indifferenza; e il disprezzo e l’indifferenza non regalano neppure un grammo di bene.

— Tu non hai questo grammo di bene da Shirley?

— No, Percival! Io, da lei, ho solo odio e repulsione.

— Dunque, tu vivi una tua particolare tragedia interiore.

— La mia tragedia interiore deriva dal sentirmi impotente a mettere nel cuore di Shirley un solo grammo di amore per me e per l’intera umanità.

— Un solo grammo di amore per l’intera umanità? Che vuoi dire?

— L’odio che ha per me lo prova per tutti, e questo suo odio universale gliel’ho provocato io. Io sono l’unico responsabile del suo disfacimento interiore, neppure offrendo in sacrificio la mia vita per la sua rinascita riuscirei a riscattare quel suo grammo d’amore per l’intera umanità.

— Ritorniamo ad Alison!

— Ricordare Allison è far rinascere lo spazio d’inferno creatosi nel mio cuore. L’attimo del desiderio non trova pace, striscia sulla mia pelle, scende nella mia fantasia, mi offre la sua ansia di possesso. Il suo volto senza tempo inquieta il mio canto d’infinito.

— Ma Allison esiste ancora?

— Sei sulla pensilina della stazione, ti passa davanti un Whole Car (su tutte le pareti del treno c’è il caos dei graffiti), tu resti lì a guardare il treno che passa via veloce. Adesso il treno si è disperso nella galleria, ne senti ancora il ronzio delle ruote, il suo lungo fischio nel buio. Tu guardi l’imbocco della galleria, il tuo cuore resta fermo, ricorda: ricorda il caos degli intrecci dei graffiti. Allison non vive più, ma il caos degli intrecci dei graffiti risuona nel tunnel della vita.

Adesso ti dico di Hazel. Ci fu un viluppo di sipari che si alzavano e si abbassavano su un finto palcoscenico di libertà. Era un alternarsi di onde oscure e di scoppi di primavera, passi di danza di ballerina nuda scandivano le ore. Tutto intorno un gridare inquieto di ombre. La bellezza fuggiva nell’illusione, qualcosa distruggeva le nostre anime, l’amore era il grande vuoto. Io ascoltai il soffio di un’incognita che volava nell’infinito vuoto della luna.

Le incognite, Percival! Le incognite che mi hanno circondato, stretto in una morsa, stritolato. I miei amori sono incognite dell’altra sera, di quell’altra sera piena di buio e di urli di sciacalli. I miei amori sono incognite senza sapore, senza profumo, senza neppure l’attimo della pazzia. Io, Percival, sono uno sconfitto che vaga nei campi delle stoppie bruciate dai falò. Io ho perso Shirley, io ho dato sofferenza a Shirley, io sono stato il kamikaze che facendo saltare in aria se stesso ha distrutto la coscienza di Shirley. La sofferenza di Shirley dissolve altri “amori” che non hanno più volto, fantasmi dell’ultima ora, fantasmi in un palcoscenico fantasma. Ma alla fine c’è sempre l’attimo della pazzia che recupera tutto il male fatto. L’essere umano non viene distrutto se riconosce di avere in sé l’anima.

— Hai detto l’attimo della pazzia, hai detto l’anima, hai accennato a una tua continuazione nonostante tutto.

— L’attimo della pazzia è l’urlo della nostra anima: ebbene, Maureen! L’urlo della sua anima è entrato nell’urlo della mia anima, Adesso i due urli vivono insieme. Adesso l’anima di Maureen non è più sola, adesso la mia anima non è più sola. I due urli delle nostre anime uniscono, insieme, le nostre gioie e le nostre sofferenze. Insieme, i due urli fanno rivivere Maureen e me. L’urlo di Maureen = un dolce urlo = viene dalla perdita naturale (la morte) della persona amata (il marito); lei vive nel ricordo di questo suo amore, che la fa vivere, la fa piangere, la fa gridare, la fa gioire, la scalda, le dà speranza: per la vita e per la morte; il mio urlo = un urlo che non fa vivere e non dà speranza = resta nascosto nelle pieghe misteriose della mia anima. Ebbene, adesso l’urlo di Maureen scalda il mio urlo e il calore che l’urlo di Maureen dà al mio urlo viene dalla presenza in noi del nostro comune Amico. Lui, unendo insieme i nostri urli, ci dà la forza = la certezza! = che sulla terra non si è mai soli e tutti = proprio tutti = possediamo dentro l’enigma di una presenza viva che non ci lascia mai soli. Maureen mi ha dato la certezza di questa presenza che salva.

— Questa certezza l’hai data anche tu a lei?

— Sì! E questa certezza mi fa capire che anch’io posso ancora essere un uomo da non buttare nella spazzatura.

— Mi vuoi spiegare un po’?

— C’è una striscia nera, interminabile, e questa striscia attraversa inesorabilmente il mondo e il mondo = con questa striscia nera che lo circonda e lo stritola, (le solite incognite!) = perde sempre più la sua personalità, la sua identità, la sua determinazione. Una falla misteriosa lo sta minacciando dalla litosfera al nucleo, passando per il sima, l’osol e la zona di transizione.

— Stringi.

— Il mondo siamo ognuno di noi; ma io, con Maureen presente, non sento più la falla che minaccia le nostre certezze interiori.

— E Shirley?

— Lei non vuole entrare nella mia anima; io, adesso nel presente, l’amo come sempre; io, nel futuro, l’amerò come sempre; ma la sua anima non vorrà mai essere nella mia anima, e la mia anima ha bisogno della presenza di un’anima che la stimi e ne alimenti la disponibilità.

— Già! Dunque, l’anima di Maureen stimerà la tua anima e le darà vita. Adesso ti faccio una domanda che ti metterà in difficoltà: “Pensi che Maureen avrebbe sopportato di vivere con te, se avesse vissuto con te la stessa esperienza di vita in comune vissuta con te da Shirley?”.

— Ti rispondo con molta serenità. Maureen avrebbe rifiutato una convivenza con me, ma mi avrebbe offerto la sua anima per lottare contro le mie debolezze.

— E Shirley questo dono non te lo offre?

— Non so risponderti, Percival! Forse non voglio risponderti, forse mi fa male sapere il veleno che tiene dentro per me.

— Da cosa deduci tutto questo?

— Dalle sue parole, dai suoi rinfacciamenti, continui e assillanti, del passato.

— Parole, rinfacciamenti: pensi che siano sufficienti per arrivare al veleno?

— Ho davanti i suoi occhi, e nei suoi occhi è assente qualsiasi pietà.

— Ancora un riferimento a Maureen. Pensi possa scoppiare tra voi il “delirio dei sensi”?

— No, Percival, questo non potrà mai accadere! Tra noi è scoppiato il “delirio delle anime”!

Capitolo sesto

— Philip, così non va!

— Cosa non va?

— La finzione del vivere. La finzione viene dal caos della nostra interiorità e genera caos in qualsiasi cosa tocchi.

— La finzione è effimera, Percival! Vogliamo essere un po’ metafisici? Okay! I volti delle folle sono una finzione; i pugni in alto di tutte le proteste sono finzioni; tutte le anomalie, le eccentricità, le bizzarrie dell’arte sono finzioni; e lo sono anche i pensieri, i sorrisi, le parole.

— Tu, Philip, parli come un poeta.

— E chi è un poeta secondo te?

— Un disfattista!

— Aspetta che vado a consultare il dizionario. Ecco: Disfattista, che o chi fa del disfattismo… Disfattismo: il cercare di ostacolare un’impresa, creando un clima di sfiducia.

Ti sembra così il poeta?

— Eppure nel mondo del poeta tutto è nero, tutto è sfiducia.

— Steinbeck è un poeta, Faulkner è un poeta, Boll è un poeta, Zane Grey è un poeta, Durrenmatt, Roth, Sinclair, Chaplin, Gershwin, Orson Wells, Cassius Clay, Allen Ginsberg, Kerouac… tutti sono poeti! Il poeta, Percival, canta l’immaterialità delle armi…

— E non mette mai avanti il petto; lui se ne sta quatto quatto dietro l’armadio.

— Il poeta non si mette avanti, perché sa che i suoi versi sono attimi di infelicità e le infelicità sono i tormenti dei cervelli, sono tutte le religioni, sono tutti i morti importanti.

— Il poeta ama l’uomo?

— Il poeta sa che l’uomo è povero ed è ricco, che è avventuriero, che ama il rischio, la bellezza e anche la menzogna e la dissipazione. Il poeta sa che l’uomo non ha confini; e sa che l’uomo ama il fuoco, l’ordine, le leggi, il dominio, le grandi arti…

— Davvero, Philip, l’uomo ama le leggi e l’ordine? Sì, l’uomo ama il dominio ma non ama essere dominato; sì, ama le leggi e l’ordine ma guai a fargli rispettare le leggi e l’ordine.

Mi è piaciuta una tua poesia, Philip! Di quella poesia mi sono piaciuti i versi: “Nel mio paese crescono gli uomini di fieno e di stalla, e son tutti poeti. Cantori di rime dimenticate”.

— Sì, Percival, il poeta canta le rime dimenticate, perché lui ama l’anima che soffre e cerca il mistero dentro l’anima che soffre. Questo mistero non sarà mai conosciuto, mai svelato, mai creduto.

— Philip, Maureen è poeta?

— Ti leggerò dei suoi versi e tu giudicherai. Aspetta un momento che li cerco! Eccoli: “La mente mia sta in agguato. Ascolta i fruscii felpati della stanza buia…, gli indistinti suoni che assordano il silenzio della notte, proprio quando a me pare che nelle notturne ore il mondo intero galleggi su spumose onde, su rutilanti fasci di luce che si proiettano poi su solitudini abissali… La mia voce. I miei pensieri. La mano mia che scrive. La mia anima che rinnega se stessa. Il mio cervello che vibra di paure e di memorie segrete. Il mio cuore oscillante che apre e chiude parentesi continuamente contro la pressione del Tempo. Le mie orecchie curiose che però si rifiutano di ascoltare le inutili chiacchiere del globo universale. Io! Sola. Rivestita d’un abito stranamente rigido che non mi consente movimenti. Io. Che mi credo immortale anche se in realtà non esisto. Io. Che guardo il biancore dei fogli, avidi amanti e ambigui tentatori ai quali negarmi non so e ad essi – piangendo – mi prostituisco maledicendomi sempre per questo mio cedimento… L’anima urla il suo divieto. Ma io son diventata sorda. E nell’apoteosi del mio apocalittico silenzio ricomincio a

far cadere migliaia di parole sui fogli. Ed il loro biancore si macchia e non è più immacolato… S’arrossa perché le parole si tingono di sangue!”. Questa è Maureen, Percival! Non tenere nel cuore la sua anima, è non voler ricevere l’unica goccia pura che è nel mare.

— Sì Philip! Maureen è poeta nel sangue, nel cuore e nell’anima. Philip, tu sei fortunato ad aver conosciuto Maureen.

— Se potessi vincere quell’attimo!

— Quale attimo?

— L’attimo dell’urlo del corpo!

— Ma è pura fisiologia.

— Dentro l’urlo c’è la bestia. Potessi togliere l’urlo della bestia, Percival!

—Va bene, Philip! Ma dimmi: hai mai offerto a Maureen una tua poesia?

— Io ho scritto per lei la mia “offerta di solitudine”.

— Me la leggi?

— Dammi un minuto, la cerco sulla lista dei files Eccola! “OFFERTA. Grido la mia povertà cogliendo rugiada di alba nel sapore di passi dispersi in canti azzurri di capinere. Grido parole di ebbrezza spremute nel soffio dei labirinti di un sogno. Asciugo lacrime di abbracci ascoltando, ancora, il mio grido. Bacio mani affamate di tenerezza: ancora un attimo di gioia nei battiti di un cuore graffiato a morte. Resta il sogno, resta il soffio di una lontananza come rondine sfiorata dal tramonto. Poi, l’eco del sogno muore nel lungo cammino della luna. Una mano sul petto, la vita offre al mio buio il calice d’oro dell’eternità. Silenzio. Nella gioia di labbra avide di sogni, l’infinito attende un graffio di desiderio. Ancora un’eco di anima sui miei occhi smarriti da ombre di pazzia. Palcoscenico di ebbrezze: offerta”.

— Sembra che la desideri.

— E’ il suo “grido d’anima” che desidero!

— Non ci vedo chiaro in questo “grido d’anima”!

— Noi ci scambiamo ciò che la vita riserva alla nostra anima, il resto è incognita. Lei mi ha scritto il suo “Dramma di solitudine”, io le ho offerto la mia “Offerta”, ricordandole che la mia Offerta contiene tutto il suo silenzio, tutti i suoi urli, tutte le sue tormentate realtà interiori. Le ho anche ricordato che la solitudine viene da lontananze che non si misurano né con le “mie” silenziose ribellioni né con le “mie” negatività. Le “mie” silenziose ribellioni e le “mie” negatività, lei le mette in risalto ogni volta che ricorda la sua atavica solitudine. E le ho anche fatto notare che la Metafisica e l’Ascesi nulla hanno a che vedere con la vita reale dell’uomo. Percival, ti leggo due righe di Maureen riferite alla sua solitudine (le ho qui, davanti a me): “Contiguo al nulla è lo spazio del sogno che si snoda entro vaghi tormenti dell’anima sconvolta”.

— Maureen ama suo marito come fosse sempre presente, con la stessa intensità, con la stessa femminile dedizione, con lo stesso rispetto di anima e di corpo. E’ così, vero Philip?

— Ma l’angoscia rimane nei suoi versi, la sua anima urla nella tempesta.

— Sai cosa mi ricordano queste tue parole? La piana Carrizo californiana.

— Perché fai questo confronto?

— Perché quando vidi quella piana dall’elicottero, i bracci secchi dei fiumi San Joaquin e Sacramento, che la scavavano gettandole polvere di gesso in tutto il corpo, offrivano di quel corpo di terra brunastra lo scenario di uno scheletro umano fatto a pezzi. Vidi tibie, falangi, clavicole e coste disseminate intorno al grande lago Soda. Ossa biancastre disarticolate, rotule infilzate nella sabbia, sterni distaccati dalle gabbie toraciche: vestigia di mostri, rami secchi di tronchi che puntavano a destra, a sinistra e al centro. Tutto schizzava via sul terreno brunastro.

— Okay, Percival! Perché mi dici questo?

— Nelle ferite di morte di quella piana californiana vedo l’angoscia di Maureen. Perché quelle orme di mostri ormai dissolti? Perché quest’angoscia di anima? Su quella pianura volteggiavano rapaci i condor e il mio cuore soffriva. Sotto di me era il grande dubbio, era la grande solitudine, era la chiusura di ogni uscita di sicurezza. L’angoscia di Maureen è il grande dubbio? E’ la grande solitudine? E’ la chiusura di ogni strada?

— Tu hai guardato giù la grande terra arida e la grande terra arida era parte di te, urlava dentro di te, moriva poco alla volta con te. L’angoscia di Maureen è la grande terra arida vista coi tuoi occhi della sofferenza. Tu non puoi dimenticare quella terra, Maureen non può dimenticare la sua angoscia. Tu e Maureen urlate per qualcosa che vi tocca l’anima, e questo qualcosa è il fascino del mistero che avvolge il vostro cuore.

— Il fascino del mistero?

— Percival, non sono le grandi cose che fai o che hai fatto che contano nella vita; ciò che conta è il fascino del mistero che le grandi cose che fai e che hai fatto lasciano dentro di te.

— Anche la felicità ha il suo fascino di mistero? Non rispondermi, Philip, rispondo io per te. Tu hai Shirley e hai Maureen, entrambi vivono con te e per te, tu hai tutto ciò che un uomo può avere. Forse ti manca il loro mistero?

— Io non vivo l’amore, Percival! A me è negato il mistero dell’amore che sta nel loro cuore, dunque io non ho nulla!

— Non è proprio così. Il tuo nulla sta nel fatto che tu non ti accontenti di quel che hai. Non è quel che manca, il nulla! Il nulla è quel che non si sa apprezzare quel che si ha.

— Ciò che dici va diretto al cuore. Io non so apprezzare ciò che di bello ho e mi appello alla Fede che non mi risponde. Eppure, credimi, apprezzo e amo!

— Chi ami, Philip?

— Un’ombra!

— E’ Shirley quest’ombra?

— Ho rincorso quest’ombra per tutta la vita.

— Oppure è Shirley che ha rincorso la tua ombra per tutta la vita? Sarebbe ora, Philip, che tu vedessi il vostro stare insieme in una proiezione diversa… più giusta! Vedi Philip, tu hai voluto a tutti i costi fare di Shirley un’immagine del tutto uguale a te. Un obbrobrio! Obbligare un essere umano a cambiare tutto se stesso, a disconoscere tutto il suo mondo interiore, soltanto perché chi gli è vicino pretende il suo cambiamento e il suo disconoscimento. Cosa credi, Philip, di essere stato un modello di umanità? Per favore, non dire che tu hai amato Shirley! Tu l’hai obbligata ad amarti, tu le hai tolto il suo volerti amare. Non tirare fuori, adesso, la sua rabbia, il suo odio, il suo rancore, la sua indifferenza e tutte le altre balle che dici sempre. Sai cosa mi vorresti dire, adesso? Che lei non crederà mai alla tua anima, perché lei non crede al mondo delle anime. Cosa credi, che vivendo così lei non sia umana? Hai mai pensato a tutti gli spazi disumani che le hai creato nel corso della vostra vita? E non dirmi che non gliene hai creato! E non dirmi che se gliene hai creati è perché non eri capito! Tutte meschinità di chi non ha carattere. Il tuo Amico apprezza chi non violenta l’anima e chi non obbliga a credere all’anima. Tutti sappiamo che abbiamo un’anima e tutti abbiamo il diritto di non essere costretti a cambiarla per far comodo a qualche bellimbusto.

— Che belle cose, dici! Io ti dico soltanto questo: spero; spero che il mio Amico mi faccia la grazia di andarmene via prima io dalla vita. Soltanto così potrà arrivare una risposta vera a tutto ciò che tu hai detto. Perché? Perché, finché io sono in vita, lei continuerà a rifiutare di credere nell’anima! L’ho ossessionata con la questione dell’anima: colpa qua e colpa là, colpa su e colpa giù… sempre così! Io ho obbligato Shirley a vivere contro natura!

— Non farmi l’eco adesso, Philip! Piuttosto, non vedi che lei vuole ancora vivere con te? Credi proprio che dentro di sé, lei non soffra la questione dell’anima? Ci vuole proprio una bella grinta a vivere con chi ti ha spogliato di tutto! Non credi sia giusto che lei reagisca con rabbia contro chi l’ha spogliata della sua personalità? Vogliamo adesso, una buona volta per sempre, entrare nella rabbia di Shirley? Vogliamo distillarne tutta la sofferenza, tutto il dramma della sua sofferenza, tutto il dramma di non poter scacciare da se stessa la sofferenza della rabbia che tu le hai procurato?

— Ma perché Shirley continua a odiarmi?

— Shirley non odia te; Shirley odia se stessa per non essere stata capace di dirti no, quando tu eri il “mostro dell’imposizione, dell’obbligo, del possesso e dell’indecenza più ossessiva”.

— Ma Shirley non vuole sentire nessuna spiegazione.

— Shirley ha ragione! Lei ha ragione a diffidare che tu riesca a capire la natura della sua rabbia. Tu l’hai presa in giro per tutta la vita: adesso accetta la sua rabbia.

— Accetto, sapendo che dentro questa rabbia non c’è nessun amore?

— Se sei grande come ti dai arie di essere, sì, accetta!

— Gocce di tempesta battono sulle pareti del tuo cuore, spengono entusiasmi e tremori, producono caos. Tutto è caos, Percival! Tutto si allontana inesorabilmente e tu vai per la tua strada contando i passi che ancora ti restano da fare per capire quanto una sola goccia di tempesta possa ancora farti male. Perché è così che va con Shirley, e io aspetto sempre l’attimo di un bacio per non morire. Ma questo attimo non arriva mai!

— C’è un motivo particolare perché questo attimo non arriva?

— Io non conosco nessun motivo; la nostra storia è vuota, la nostra storia ha un finale che non ha senso.

— Il non senso è la mancanza di amore?

— Precisamente! Io amo l’amore, lei non ama l’amore.

— Adesso: Maureen! Parliamo di Maureen!

— Maureen sta al di sopra di tutti i non sensi. L’amore, per Maureen, è di puro spirito.

— Non è contro natura questo amore, Philip?

— Nessuna regola fisiologica è qui stravolta. Per quanto mi riguarda, Maureen è la presenza decisiva, l’unica strada che mi possa far raggiungere Shirley. In Maureen non ci sono abbandoni di sensi, non ci sono lacerazioni di desideri, non ci sono sospiri di sabbia. I suoi momenti di passione notturni sono tutti rivolti verso l’unico uomo da lei amato: suo marito! Il bene che vuole a me è filtrato dai baci di follia tutti dedicati al suo uomo che le è sempre vicino, giorno e notte. Lei raggiunge la pace con suo marito = defunto =, sapendo che io esisto per lei; io conosco la strada che mi porta a Shirley, sapendo dell’esistenza di lei.

— Vedo che sei sicuro di Maureen.

— Ti leggo cosa mi ha scritto: “Io ti voglio bene, Philip, ma il mio è un bene vero, pulito, che difficilmente ne potrai trovare uno uguale, perché io sono una donna speciale, anche se il bene mio non ha niente a che fare con i sensi! Ormai tutta la mia eccitata fantasia sta nello scrivere. Scrivere mi dà la forza di vivere, perché nella marea delle parole che si affollano alla mia mente, io posso riversare tutto il negativo che vive in me, posso “gridare” le mie pene, la mia disperazione, la mia solitudine dovuta alla mancanza di “lui”, delle “sue” carezze, dei “suoi” baci, dei “suoi” abbracci forti, del “suo” respiro in sintonia col mio! Come lama affilata mi ferisce il “suo” eterno silenzio, perché mi manca la “sua” voce, le “sue” risate, i nostri lunghi e interminabili discorsi su di una infinità di argomenti, perché mio marito era un uomo coltissimo ed io non ero da meno. Entrambi adoravamo la musica classica e lirica, entrambi avevamo una bella voce. Quando da sposini, a Vittorio Veneto, andavamo a ballare a Treviso, ci piaceva molto ballare i tanghi e i valzer di Strass. Eravamo due viaggiatori accaniti e abbiamo girato mezzo mondo. Incredibile ma vero, non abbiamo mai litigato per nessuna cosa…”.

— Capisco, Philip! Maureen ti avvicinerà a Shirley; Maureen ti farà capire chi devi essere realmente dentro, e questo in modo chiaro e definitivo.

La grandezza morale di Maureen!

— Sì, Percival, la grandezza morale di Maureen, che mi farà scoprire la grandezza morale di Shirley.

Epilogo

Philip e Percival adesso erano nello studio di Philip. Libri su tutta una parete, sulle panche davanti e di fianco alla scrivania, sulla scrivania stessa; poi quadri su due pareti: tanti ritratti di Philip – a olio e a carboncino -, paesaggi, scene bucoliche, personaggi bizzarri, case sbilenche di paesi. Una vetrata teneva tutta la parete dietro la scrivania, tendaggi, mobiletto con riviste e telefono, computer sulla scrivania, fogli scritti e bianchi, dizionario, lampada da studio, un divano letto sotto i ritratti. Risaltavano i colori rosso e verde sui quadri e nei tendaggi, due pareti e il soffitto erano perlinati di legno. La porta finestra introduceva in un lungo terrazzo; una lunga balaustrata in stile gotico, con manchette a curve ogivali, cuspidi a goccia e modanature a cavetto facevano da baluardo alla facciata della casa. Percival sedeva su una panchetta di legno ciliegio con borchioni di ferro sulla spalliera; Philip stava seduto alla scrivania con gli avambracci distesi sul tappeto verde del ripiano. Tutti e due erano seri, un po’ di tensione li infastidiva.

Percival disse improvvisamente: - C’è felicità nel mondo? C’è voglia di felicità? C’è voglia di morire di felicità? E’ un mondo sexy la felicità? Sono forse i segreti di questo mondo la felicità? La felicità è vivere con la persona amata, con la persona ideale? Oppure è vivere la notte e nella notte, rapire il blu del cielo, rapire una stella, la luna, un ufo? Oppure, la felicità è vincere tutte le battaglie? Oppure ancora è saper creare tutti i capolavori della vita e dell’arte? E’ una di queste cose la felicità? O è l’insieme di tutte queste cose? Io ti dico, Philip, che la felicità è raggiungere l’estasi del proprio corpo, della propria mente, del proprio spirito, della propria tranquillità, serenità, soddisfazione dei sensi e del riposo, della ricchezza e del mangiar bene, dell’urlo di liberazione di tutte le ombre che coprono la luce dell’anima, dell’urlo di liberazione di tutte le luci di tutti i fulmini e di tutte le tempeste. I sorrisi arrivano da lontananze siderali, poi scoppiano a un palmo dal naso e tutto cade nel buio. Adesso ti avvolge il guizzo dell’oppressione, l’ironia non ti abbandona, tutti ti abbracciano, ti baciano, ti gettano ai piedi fiori e rubini: tu sei felice, la tua coscienza è libera, la musica ti circonda, tu vivi il tramonto nello sciabordio della quiete, tutti camminano intorno a te in punta di piedi e hanno volti invisibili, volti sorridenti, volti invitanti; tutti ti sono amici, una barca solitaria sta nell’argento del grande mare, un’automobile corre nel silenzio della notte, un’ombra si riflette sulla roccia dorata: tu sei luce tra le ombre, sei quella stella lassù, sei il sonnambulo pieno di sogni, sei Asterix nell’impeto delle nuvole; tu sei l’ultima parola, sei only a lad (soltanto un giovane uomo). Tutto scorre intorno al tuo involucro di ghiaccio, chissà se farai ancora un pic – nic nel prato tra gli alberi in riva al laghetto! Volti invisibili, volti sorridenti, volti invitanti; poi lugubri, tristi, assenti. Loro si stringono intorno a te, non c’è ormai più tanta luce, una maschera azzurra s’arrampica sul tuo torace, arriva al collo, sfiora la tua bocca e fra poco si chiuderà sul tuo naso, così i tuoi occhi grideranno, infine, la felicità! E’ così, Philip? E’ questa la felicità? E’ così che si grida la felicità?

— E’ così, se la maschera che ti si attorciglia intorno al viso sarà schiacciata dai tuoi occhi.

— Ma che tipo di maschera è, se tu potrai essere felice senza di lei?

— E’ la maschera della finzione.

— Fingere, sempre fingere! Schiacciare la finzione, sempre schiacciare! Fingere anche nell’amore, Philip?

— Stiamo percorrendo una strada senza uscita, Percival!

— Ma Shirley non è per te l’amore? E Maureen non è la tua compagna d’anima che ti assiste per raggiungere Shirley? E tutto questo non è parlare di amore?

— Ma gli altri “amori”?

— Ti hanno allontanato da Shirley?

— No!

— Allora, perché parlarne ancora?

— Perché Shirley non me li perdona.

— Ne sei proprio sicuro? O, forse, non è perché sei tu a colpevolizzarti in modo ossessivo? Sei tu che vedi dentro di te un eccessivo disordine morale! Perché ti vedi disordinato moralmente dentro?

— Perché, con l’alibi di amare con l’anima, io ho sempre e soltanto desiderato il corpo della donna! Io, Percival, non so perdonarmi il buffone che è sempre vissuto dentro di me.

— Frena, Philip! Desiderare un corpo umano che ti piace non è perversione.

— Perversione e sesso fa lo stesso, Percival!

— Occhio alla differenza invece, Philip! La perversione è lacerazione degli istinti naturali, il sesso è puro istinto.

— Potrebbe anche andare, Percival! Ma se nel sesso ci metti la ciliegina dell’anima!

— Questo non è perversione! Tu nell’amore ci metti l’anima e il puro sesso scompare.

— Come: scompare!

— Via, Philip! Anche il sesso spiritualizzato è amore. Philip, in amore non c’è una vera soluzione.

— Perché?

— Perché noi tutti siamo nati per restare soli. Anche tu, Philip!

— Io amo Shirley e ho Maureen che mi aiuta spiritualmente.

— Philip, tu ami solo te stesso.

— Cosa dici?

— E’ così, Philip!

— Non è proprio così, Percival!

— Bene, Philip, eccoci arrivati alla stazione dell’ “è così” e del “non è così”. Siamo arrivati alla stazione del grande buio, degli inestricabili grovigli dei sì e dei no che si avviluppano intorno alla nostra anima.

— E la soffocano.

— Direi proprio di no. Con l’anima vinci tutto il groviglio dei controsensi dentro di noi.

— L’anima vince…

— L’anima vince il mistero del “ti amo”. Tu dici “ti amo” e dentro di te qualcosa al di sopra di te ti rende umano. Ebbene, questo qualcosa è l’anima! “Cerca nelle ceneri delle stoppie il furore delle lucciole disperse negli inganni delle stelle. Rapisci i sospiri delle falene bruciate dai voli impazziti dei pipistrelli. La carne brucia occhi di deserto dentro le armonie inquiete delle ombre. Un pugno nello stomaco per gridare al buio il mistero di esistere”.

— Come il mio vivere con Shirley!

— Philip, cosa hai dato a Shirley nella vita?

— Soltanto paura!

— Me l’ha già detto! Cos’è questa paura?

— La paura di trovare se stessa. La paura di esprimere emozioni e sentimenti. Adesso soffro, Percival!

— Adesso, Philip, cerchi di metterla in condizione di credere alla tua sofferenza? Non mi rispondi?

— Percival, vorrei vivere con Shirley uniti dalla forza dell’anima. Questa forza fa capire e sopportare ogni cosa.

— Philip, Shirley conosce questa forza e Maureen metterà luce nel vostro cammino di buio.

— Maureen non conosce il nostro cammino di buio! Il nostro cammino di buio viene da picchi e da scogli abissali.

— Maureen conosce la vostra anima e soffre e gioisce con ognuna delle due. Lei sarà la presenza silenziosa che vi unisce.

Questo è tutto.

“Attimi di luce, attimi di furia marina, attimi di note inquiete in echi d’abissi. Il silenzio spezza rocce turchine, un gabbiano guarda le stelle: qualcuno viene da lontano”.

— “Vai negli echi degli abissi, strappa al cuore una promessa di sale: il gabbiano ascolta urli di rocce”.

— “Odio e furore. Nel silenzio indemoniato dell’incertezza, un’incognita di sorriso avvolge l’orizzonte invisibile. L’anima attende”.

— “Schizzi di fuga nella lenta agonia della notte. Tu cogli strappi di ansietà nel vuoto di una lacrima avida di ricordi: lenta filastrocca di coriandoli gettati nella furia degli abissi. Il gabbiano ascolta sospiri d’infinito”.

— “Tornano. Le rondini tornano ai loro nidi e hanno ali di sabbia: lunghi battiti di sogni sugli orli degli abissi. Occhi chiari cercano il cammino”.

— “Il cuore: assurda identità dell’essere, oscurità nel cammino di un urlo di sangue. Il cuore vive l’ira della morte e non conosce la lunga scia di mosche sulla sua strada ferita”.

— “Ma nel cuore c’è l’intima tempesta del mistero dell’essere, c’è il grande campo dei fiori e delle gramigne, dove tutto è profumo di dubbio. Tu afferri il canto dei fiori, tu afferri il canto delle gramigne; tu resti abbagliato dai colori dei fiori, tu resti inebriato dal profumo delle gramigne… E la vita va, nel grande campo del tuo cuore oppresso dal mistero dei suoni dolci dei sorrisi, delle carezze lievi delle mani amiche, dei soffi profumati degli amori, sperduti nelle nebbie dei melograni. Dove vai, tu? Tu non hai pietà del tuo paso solitario; non hai pietà delle voci di furore del tempo passato; non hai pietà delle tue ombre e dei tuoi pleniluni. Tu dimentichi il tuo volo pazzo di pipistrello; dimentichi i guizzi dei lampioni nel buio della tua notte; dimentichi le ombre delle stelle di lassù, dove il canto delle nuvole avvolge le tenebre”.

Philip solo

No, non ci siamo. E’ inutile che tu ti piangi addosso. L’amore per te è egoismo, l’hai dimostrato in milioni di volte, sempre. Philip, non c’è un’altra spiegazione.

No, io non sono mai stato egoista in amore.

Altroché! Tu volevi bene e tutti dovevano sottomettersi al tuo bene. Bello, no?

Certo! Il mio era un bene sincero.

Certo che era un bene sincero! Tu volevi che Shirley fosse legata a te con la catena. Un cagnolino… poi le altre! Sai che ti dico: sei stato un minchione. Ti trastullavi, volevi il loro corpo e il loro cuore… Per salvarle, ti dicevi. Merdoso! Maledetto, lurido schifoso! Sei stato un lurido bastardo, e adesso vorresti chiedere scusa: ma a chi? Sei un verme, Philip!

Poi, la tua arte. Un sensibile, un sognatore, il graffiatore della tua coscienza. Vicino a tutto e a tutti, il dispensatore di luce. Ma non farmi ridere, Philip!

Sei stato soltanto un superbo e un … fallito. Sì, un fallito, perché non sei stato capace di inchinarti. Volevi che gli altri si inchinassero: a te, alla tua vanità, alla tua arte. Illuso! E adesso non fare quella faccia: lo sai benissimo che non sei stato mai sincero. Troppa superbia dentro di te, mio caro. Troppa vanità! Ma si, lo so cosa vorresti dirmi: ho fatto arte per arricchire lo spirito. Minchione! Tu hai fatto arte per darti arie, ecco perché hai fatto arte.

No, non è così.

Sì, che è così! Qualcosa c’era che arrivava vicino al tuo spirito; ma il tuo spirito restava fermo nella superbia… nella vanità.

Sei un fallito, Philip!

Philip e Shirley

Philip e Shirley erano nello studio di Philip.

Shirley disse: — La tua arte è oppressione.

— La mia arte è debolezza — disse Philip.

— La debolezza è la malattia inguaribile dell’uomo — disse Shirley.

— Già — fece Philip.

—Allora?

— Almeno lo riconosco. Dammi almeno questa chance. Vedi, il mio errore di tutta la vita è stato di non essere stato all’altezza di darti sicurezza.

— Perché, credi sia facile?

— No, non è facile. Ma la mia insicurezza che ti ho dato si chiama oppressione.

— Tu, Philip, non hai capito la vita. Tutto qui.

— Sai cosa non ho capito? L’equilibrio!

— L’equilibrio?

— Sì, l’equilibrio amore-sicurezza. Io sono andato avanti per la mia strada a briglie sciolte. Nient’altro!

— Hai guardato solo te stesso.

— Ho sempre creduto che non fosse così, ma ora lo riconosco. Shirley, io non ti ho offerto che il Nulla!

— Superbo. Sei stato orribilmente un superbo. Poi, hai sempre tirato fuori la tua sofferenza interiore. Adesso, però, basta con questa sofferenza interiore. Sofferenza e serenità sono componenti decisive per una vera fede. La fede è coerenza, Philip! Tu, Philip, hai solo paura del tuo Dio. E’ qui che stai sbagliando, Philip! La paura è sfiducia e la sfiducia è offesa. Tu offendi Dio!

— Grazie, Shirley, per ciò che mi dici. Grazie. E grazie per essere ancora qui con me a dirmi queste cose. Sei grande, Shirley!

Shirley mise una mano sulla mano di Philip.

— Troppe cose oscure, Shirley — disse Philip, tenendo stretta la mano di Shirley.

— Troppi misteri — disse Shirley. — Philip, tu ti nascondi dietro troppi misteri.

— La natura umana non ha né principio né fine — disse Philip.

— Che vuoi dire?

— Non lo so. Forse straparlo, o forse mi va di straparlare. Tento comunque una spiegazione: principio e fine non hanno senso se non sono collegati dall’amore.

— Va bene, ma con questo?

— Con questo io ti dico che ti ho amata più della mia vita. Sempre.

— Comportandoti come ti sei comportato.

— Non so risponderti. Vorrei solo che tu credessi a ciò che ti ho appena detto.

— Ti credo. Voglio crederti. Ma tu, ce la farai a non darti sempre ragione?

— Darei la mia vita per la tua serenità.

— Possibile che non rispondi mai a tono? Ti ripeto: saresti capace a non essere più quel superbo che sei sempre stato?

— Sì! Però lasciami dire, ti prego. Quando chiedo al mio Amico di prendere la mia vita in cambio della tua serenità, sono sincero.

— Lo so. Ti conosco.

— Grazie.

— E so che tu ti sentiresti completamente realizzato. Lo so, ti conosco.

— Sì, Shirley. Dare la mia vita in cambio della tua serenità, è sentirmi utile per te. E’ triste dire tutto ciò, ma è così. Adesso non voglio fare troppo il retorico e dilungarmi all’infinito. Non voglio offrirti solo parole.

— Poter volare via nell’aria. Andare chissà dove. Ritrovarsi giovani in qualche isola sperduta del Pacifico — disse Shirley.

— Ritrovarci insieme felici, Shirley — fece Philip serio. — La felicità non ha età, cara.

— E come ha età, Philip!

— La felicità è la nostra compagna inseparabile che non ci lascia mai.

— Sei troppo ottimista.

— Realista. La felicità è anche nel pianto.

— Nel pianto?

— Anche nel dolore.

— Cosa!

— Nel dolore, Shirley.

— Nel dolore, proprio no.

— Alla fine, anche il dolore è felicità. Perché nel dolore non c’è egoismo; e l’egoismo è il motore dell’infelicità.

— Ma l’amore — disse Shirley.

— Già, l’amore — disse Philip.

— In fondo, Philip, sii sincero: quale amore mi hai dato. Da me hai solo preteso.

— Questa è la risposta! L’amore è pretesa. Uno ama, sta avviluppato all’amato o all’amata, e soffoca, opprime, pretende. Ma se non pretendo nulla! dice. Ti sto vicino, perché ti amo. Già, è così! Il fatto di stare insieme è già una pretesa.

— Una pretesa?

— Quello o quella con cui stai insieme non ha più scampo: addio libertà! Tu pretendi; quello o quella con cui stai insieme pretende. L’amore è il gioco della pretesa.

— Se è così, non è amore, Philip.

— Purtroppo è così, Shirley. Forse tu, adesso che abbiamo capito il gioco della pretesa, vuoi stare con me sottomessa? Forse io voglio stare sottomesso?

— Se fosse così, non ci sarebbe amore.

— Forse noi stiamo toccando gli estremi.

— Gli estremi non portano a nulla. Rompono solo gli equilibri, e l’uomo ha bisogno di equilibri.

— Noi discutiamo, Shirley, e ci allontaniamo dal nucleo della questione. Ti chiedo: tu mi ami?

— Sì, ti amo. E so che tu mi ami.

La voce della libreria

Erano nello studio di Philip e lo studio era nel sole. Il sole filtrava dai vetri della porta finestra aperta sul lungo terrazzo e la polvere s’addensava sui libri sparsi un po’ dappertutto: anche sulla scrivania, anche sulle panche che circondavano la scrivania, anche sul mobile bar dove era appoggiato il telefono. Shirley sedeva sulla poltroncina che stava davanti alla scrivania. Disse: — Il dubbio è il nemico numero uno dell’amore, la sofferenza lega l’amore al cuore. Io ho sofferto troppo e ciò che mi ha frantumato il cuore è il vuoto delle parole d’amore.

Philip mise una mano sulle mani di Shirley allacciate alle ginocchia.

—Lo senti l’odore del sole? — disse Shirley.

—E’ l’odore dell’arte — disse Philip, e spiegò: — L’arte t’illumina poi ti delude. Tu la respingi, vuoi disconoscerla, non vuoi più sentirne parlare, ma lei ti è dentro, e non ti lascia, e ti alletta, e ti seduce. E’ tutto inutile. Tu di lei, una volta che lei ti è entrata dentro, non puoi più fare a meno.

Tra loro ci fu silenzio.

Ma dalla libreria venne un suono pieno di mistero, un suono di musica senza tempo. E da quel suono vennero parole: — Sia ben chiara una cosa. Tu, Shirley, sei libera di andare o di restare. Ma non è questo il punto. Il punto è sentirti libera dentro.

Ci fu un attimo di silenzio, poi dalla libreria vennero altre parole: —La fuga. Fuggire. Il deserto. Il deserto dello stare insieme. La rabbia. La noia. L’insofferenza. L’impossibile felicità. Shirley, è tutto difficile, infinitamente difficile. Philip non è stato all’altezza della situazione della vostra unione. Non solo. Philip è stato qualcosa di ignobile. Ti ha portata via dalle radici della tua famiglia e ha preteso di essere lui l’unica radice del tuo vivere. Tu hai perso tutto. Hai perso la tua famiglia, il tuo ambiente, il tuo mondo. Lui ti ha completamente plagiata… l’imposizione del suo modo di vedere le cose, di interpretare le cose, di condurre le cose… tu dovevi fare le cose come voleva lui, perché soltanto così tu potevi conoscere te stessa e salvarti. Salvarti: che buffone questo Philip! Questo uomo ti ha avuta tra le mani, ti ha stritolata, ti ha annientata. A un certo punto, tu non sei stata più padrona neppure del tuo respiro e hai cambiato – senza che tu ti rendessi conto – pelle, organi, cuore e anima.

Eri un naufrago in un mare pieno di libidine e di arroganza.

Shirley, Philip è stato un essere ignobile che ti ha distrutta. Ha approfittato di te, ti ha sfruttata, e tu sei stata il paravento di tutte le sue debolezze e di tutte le sue stramberie.

Adesso è diverso. La sua vera natura ha vinto, il suo equilibrio ha trionfato.

Adesso lui ha capito tutto il suo errore e adesso ti chiede di perdonarlo.

Perdonalo! Ma non vivere con lui piena di antico rancore. Tu sei libera, Shirley. Tu, adesso, vivi con un amico sincero che vuole solo il tuo bene.

Ci fu ancora una pausa di silenzio, poi il suono delle parole senza tempo della libreria continuò: — Vorremmo che tu ci ascoltassi, Shirley. Adesso noi ti diremo una cosa che sappiamo non sarà di tuo completo gradimento. Ma te la diciamo lo stesso e tu, ti preghiamo caldamente, non rifiutarla. Te la diciamo, Shirley, con la più grande umiltà. Chiedi, cara, all’Amico del Cielo di darti una mano. Di darti una mano, senza che tu abbia dentro rabbia, rancore, odio.

Shirley, noi ti chiediamo questo con la più grande speranza. Ascoltaci, cara.

Ci fu un rimescolio nei libri della libreria e Shirley, che stava ascoltando con attenzione estrema il suono senza tempo delle parole dei libri, subito non capì se il rimescolio era derivato dalla gioia dei libri di aver potuto parlarle, oppure dalla paura di averle chiesto troppo. Alla fine capì che era un sospiro di sollievo. Forse i libri erano soddisfatti perché sicuri di averla convinta.

Ma ritornò presto il suono delle parole senza tempo. —Philip, — - il suono si era rivolto a Philip - — stai lontano dalla tua vanità. La tua vanità ti ha seguito ovunque, per tutta la vita; ecco perché non hai fatto granché di buono nella vita. Sii coerente con ciò che ti dice il tuo Amico – noi sappiamo che tu ti rivolgi a Lui con tanta fede -. Chiedigli il perdono, chiedigli il coraggio, chiedigli la protezione per Shirley. Dopo queste richieste, non chiedergli altro!

A questo punto, il suono delle parole della libreria si fece musica misteriosa e buia. “Le unghie dei desideri graffiano occhi di ruggine. Non c’è respiro nei voli azzurri delle rondini… Ma laggiù qualcosa non muore”.

Philip e Shirley restarono immobili nel sole, i loro occhi dispersi al di là dei vetri della porta finestra; i loro occhi dispersi lassù nel cielo bianco cenere. Loro stavano immobili e pensavano la stessa cosa, volevano la stessa cosa; loro volevano distruggere, insieme, la vanità, la rabbia, l’odio, il rancore. Si guardarono, si sorrisero, restarono muti nel sole, cogliendo la verità.

Quella sera Philip entrò nello studio pensando ad altro. Guardò i libri, guardò i quadri, guardò la vecchia sveglia sulla mensola del caminetto. Sveglia ferma da un’eternità, caminetto spento da sempre – pensò – e scosse la testa.

Da qualche parte sentì un borbottio confuso e pesante. Subito non capì da dove veniva quel lugubre ronzio, poi guardò i libri e tese gli orecchi.

Sì, il borbottio veniva dai libri.

“Graffi” gridavano i libri tutti insieme.

Lui si spazientì. “Che cosa?” disse infastidito.

“Graffi”. Ancora i libri tutti insieme.

“Quali graffi, per la miseria! Ditemi: che graffi? Cos’è che state dicendo?”.

“Graffi sulla pelle del tuo corpo, graffi sulla pelle della tua anima” dissero loro. Un pausa, poi: “Meglio, prima: graffi sulla pelle della tua anima; poi, su quella del tuo corpo. Ma fa lo stesso, Philip!”.

Adesso, silenzio.

Philip scrollò le spalle e disse tra sé: “Allucinazioni… elucubrazioni… idiozie libresche. Questi – indicò i libri con l’indice che tremava – non sanno dire altro. Fantasie… sospetti… fandonie: é’ sempre così !”.

Guardò i libri con ironia, li salutò con la palma destra circolare e uscì dallo studio piuttosto incazzato.

Ma i libri avevano ragione.

Graffi sulla pelle dell’anima

Fu un attimo.

Il tempo di guardare il quadrante di un orologio. Le lancette. Quelle lancette. Quei due braccini di metallo che ghignavano nel nulla.

Un attimo.

“Non voltarti” mi dissero quei braccini. “Se ti volti vedi il terremoto”.

“Come il terremoto!” mi venne da dirgli senza pensare a nulla.

“Il terremoto dentro la tua vita” mi dissero cupi.

Scrollai le spalle. Era la mia solita visione strampalata della mia fantasia collegata all’inverosimile. Alla mia visionarietà, alla parte di buio del mio essere impossibile. “Vigliacchi” mi venne da dire a quei due cosi metallici che restavano nascosti nelle tenebre delle ore

Mi voltai.

Il suo petto sussultava ancora debolmente – un lento canto funereo di sussulti -. Il suo viso era bianco, il suo respiro: un soffio lontano di dolore.

Ma fu un attimo.

Poi tutto divenne silenzio in lei. Shirley era morta.

La chiamai, urlai il suo nome, la strinsi a me e non volli che lei fuggisse.

Fuggisse dove? Andasse dove? Mi aveva appena detto a proposito delle luci di Natale tolte dall’albero: “Le metteremo ancora quest’anno, no?” Mi aveva detto così e se ne voleva andare. Dove?

Dentro di me accadde il finimondo dell’assalto delle streghe delle cose incompiute. Una frattura nel cartongesso della mia interiorità Così, all’improvviso, come una lettera importante mai spedita. Un pensare ormai inutile. Eppure pensai e soffrii.

Avevo sempre pensato.

Quanto avrei voluto che lei trovasse la sua via della felicità, della sua libertà, del suo ritrovare se stessa, finalmente!

“Adesso mi sento libera veramente!”. Me lo diceva a cuore aperto, e io tenevo stretta dentro di me la felicità. “Adesso incomincio a vivere. Sì, a vivere! Io posso andare ovunque, vedere la gente che voglio, frequentare la gente che voglio, respirare tutte le sciocchezze dell’universo.

Sono felice, Philip!

So che lo sei anche tu, sapendo che io sono felice”.

Sì, ero felice di sentirla felice; ma quel “ti amo, Philip”, non usciva mai dalla sua bocca. Sapevo che il suo cuore voleva gridarmelo, ma la sua bocca restava muta, e il mio cuore sanguinava.

Eppure avevi ragione a non gridarmi “ti amo”. Sì, avevi mille… milioni di ragioni! Io non ti ho mai dato nulla. Io non ho vissuto che di vanità. Io sono sempre stato il re del pollaio, il gallo cedrone della superbia, lo stronzo del cesso che puzzava merda di sciacallo.

Tu avevi ragione a non dirmi “ti amo, Philip!”.

Il tuo mondo limpido e sincero voleva la sua dignità; voleva il grande rispetto del silenzio.

Io soffrivo; io avrei dato la vita per un tuo “ti amo”: perché non dirlo?

Infatti ormai vivevo, esclusivamente, per quell’utopia che ti ripetevo continuamente, noiosamente, disperatamente. “Shirley” ti dicevo, “darei la mia vita per un tuo attimo di serenità. Te lo giuro sul mio Amico Gesù Cristo. Non posso mica prendere in giro Lui!”.

Tu non rispondevi. Eri troppo limpida, troppo forte, troppo cosciente dell’assurdità che ti dicevo

Dare la vita per un attimo di serenità di un’altra persona: assurdo!

Il tuo silenzio era eloquente, chiaro, evidente. Diceva: “Nulla vale più della vita di una persona, Philip. Tu sei l’uomo dell’assurdo. Nessun dono di vita può riscattare il buio di una intera vita. Io ho vissuto nelle tenebre, caro amico. Adesso è tardi…”.

Così mi diceva il tuo silenzio.

“Io conosco il tuo cuore e so che tu mi ami. Cosa ti costa dirmi:-ti amo-?”.

Ero gretto. Così volevo ribattere al tuo silenzio.

Il tuo silenzio mi urlava dentro. “Basta così, Philip!” mi diceva. “Non diciamo altro. Lo so. Lo so che sei sincero quando mi blateri che daresti la tua vita per un attimo della mia serenità. Lo so. Ma… basta così! E’ sufficiente che tu me lo dica. E poi, fammi un piacere: -Non morirmi adesso -!”.

Adesso lei era lì, il viso assente che non esprimeva nulla. Su di esso non c’era dolore, non c’era sorpresa, non c’era né rabbia né serenità. Sul suo viso c’era una lunga, impossibile lontananza.

Era l’indifferenza della morte.

Sì, io leggevo sopra il suo viso bianco e disteso il lungo canto finale di un calvario. Io non mi muovevo. Io non dicevo nulla. Io la guardavo e sapevo. Io sapevo. Io stavo in silenzio e sapevo. Io non avrei più visto la sofferenza sul suo viso. E capivo e sapevo. Sentivo. La sua presenza di silenzio mi urlava che lei, da quel momento, sarebbe stata sempre con me. Prima c’eravamo, non c’erano dubbi. Io c’ero, lei c’era. Io vivevo per lei, lei viveva per me. Io continuavo a fantasticare e a cogliere gli attimi assurdi della vita, lei continuava a sognare che un giorno avrebbe trovato se stessa e, noi due insieme, avremmo finalmente vissuto gli attimi superbi dell’amore.

La strada maestra dell’amore e non del sesso fine a se stesso: sporco, lurido, indecente.

Sì, proprio così! Perché lei voleva ancora sperare di ricuperare la fiducia in me. Perché lei voleva ancora credere a quell’uomo – a quel volubile e vulnerabile uomo – pieno di amore, di gentilezza, di passione e di altruismo.

A quel Philip che l’avrebbe portata lassù, sulle nuvole dorate dell’amore.

Io piangevo, adesso. E tutto si stava sciogliendo nel grande fiume del nulla. Io facevo fatica a respirare; io non riuscivo a gridare; io non riuscivo a capire il grande vuoto che si stava scavando intorno a noi. Lei era morta. Lei, lì morta! Lei disperatamente assente.

E io non avrei più assaporato l’elisir del nettare della sua vicinanza.

Adesso incominciavo a capire… a capire, a conoscere, a entrare dentro quella terribile sofferenza che era stata la sola, unica perfida amica di Shirley. Adesso sarebbe iniziata la mia strada di sofferenza e di conoscenza.

Ma perché lei? Perché proprio lei doveva morire? Nessuno sarebbe mai stato in grado di spiegarmi questa terribile realtà. Nessuno!

Era così, e sarebbe stato sempre così. Io dovevo percorrere la strada della mia sofferenza; percorrerla, viverne gli inciampi, affrontarli, superarli, sopportarli, proprio come aveva vissuto, affrontato, superato, sopportato Shirley.

Con la sua forza insuperabile della chiarezza.

Da quel momento dovevo farcela. Da quel momento dovevo dimostrare a me stesso quale tipo di uomo ero; quale tipo di uomo ero e sarei stato fino alla fine. Perché di futuro, per me, non se ne parlava più, non se ne sarebbe più parlato. Soltanto una “prova”. Ecco, sulla mia strada ci sarebbe stata la prova della mia vera identità, della mia vera e unica esistenza.

Finalmente una prova vera di ricerca di me stesso. Non ricerche fasulle come avevo sempre fatto, illudendomi che con le esperienze di vita che facevo, il mio bagaglio intellettivo e spirituale cresceva… Cresceva, sì cresceva! Cresceva in vanità e superbia. Cresceva e si allontanava sempre più dal vero scopo del vivere, che è appunto quello di lottare contro se stessi e vincere se stessi con la conoscenza sempre più profonda di se stessi. Non facciamo ancora incetta di parole vaghe e senza senso: io dovevo assolutamente vincere la nullità che albergava dentro di me.

Per nullità intendo la sfilza di sconfitte accumulate giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Senza mai una vittoria, se non con il sacrificio della sofferenza di Shirley. Sacrificio, chiarezza, fortezza, coraggio, acume, costanza, onestà, carattere, determinazione.

Che tipo di uomo ero stato? Avevo davanti il volto bianco e lontano di Shirley, ed ero solo. Solo a risolvere tutte le risposte che la vita mi avrebbe portato davanti sul piatto dorato del vuoto.

Nessuno ci sarebbe stato intorno a me; e se qualcuno ci sarebbe stato non avrebbe capito; e se capiva, prima doveva pensare a risolvere i suoi problemi; prima avrebbe dovuto saziarsi delle porzioni di vuoto offertegli dalla vita.

No, io non sarei stato in grado di capire, né di spiegare né di aiutare né di risolvere qualcosa per gli altri. Per me sarebbe stata dura.

Dunque, sarò solo, e nello stesso tempo vivrò con gli altri; vivrò con tutti, con il mondo intero, insieme alle mie incertezze e alla mia solitudine.

Ergo: datti una mossa! Sbatti via la tua nullità che ti sei portato in tasca fino a ora e fila diritto.

Ce la farai, porco d’un cane!

Guardai il volto di Shirley che restava in silenzio ed era pieno di riposo e di soluzione.

Shirley aveva risolto tutto e il suo volto, adesso, mi diceva che anch’io ce l’avrei fatta.

Guardai con commozione quel suo volto pieno di un mistero che andava al di sopra del livello umano. Lei c’era, lei era lì con me, lei sarebbe stata sempre con me. Non c’erano dubbi! Lei era lucida come sempre.

Mi vennero le lacrime, le trattenni per un po’, misi dei fazzoletti di carta tra le narici, scrollai la testa, sorrisi infine.

Dissi al suo volto: “Shirley, sei fantastica!”.

Era successo tutto; era la fine di un sogno, di una lotta, di una gioia e di una sofferenza. Eppure, in quel tragico accadimento, si poteva intravvedere una luce. So di dire una cosa che non può essere accettata da nessun concetto terreno; non può essere accettata dalla razionalità… dal razionalismo, dall’illuminismo, dal conformismo…; insomma non può essere accettata dalle multiformi visioni delle funzioni umane.

Terra a terra, e basta. Sono accettate soltanto le cose concrete, quelle che si vedono, quelle che si sentono, quelle che ti toccano nel cuore e nel portafoglio.

Si ama, e basta. Ci si diverte, e basta. Ci si soddisfa, e basta. Ci si illude e ci si vuole illudere. Si crede, e si vuole credere. Perché complicarci la vita? Perché vivere per qualcosa che non si vede e se si vede serve solo ad arricchire, a confondere, a imperare, a dominare, a ricattare coscienze, a mettere paura a tutti e a inchiodare tutti con una manciata di profumi aromatici ed esotici.

Invece… no, non è sempre così. Ci sono misteriosi attimi della nostra vita, in cui ciò che si vede si vede, ciò che si sente si sente e ciò che si crede si crede. Non nascondiamocelo: è così!

“Tenta l’impossibile, Philip! Io ci sono e ci sarò sempre”. La voce di Shirley era forte, armoniosa, carezzevole… amica. “Tu non avere paura, io sono vicino a te e non ti lascerò mai. Mai: ricorda!”.

Restai immobile a guardare il silenzio che veniva dalla campagna grigia. Non c’erano voci, nessun rumore, nessun abbaiare di cani legati alle cucce. Soltanto il ronzio di un’ape raminga vicino a una fessura tra due piastrelle rosate del pavimento nel giardino, e la fessura era piena di acqua sporca. La pioggia era finalmente cessata, guardai le nuvole ancora cariche di pioggia che schizzavano qua e là nell’azzurro del cielo.

Ancora un attimo e sarei scoppiato a piangere. Sentivo Shirley che mi si attorcigliava attorno alle budella. “Shirley!” gridai sommesso. “Amore mio, perché mi hai lasciato?” Era un grido senza eco, era una coltellata nel cuore che faceva sprizzare parole senza senso per il mondo, ma che per me erano una liberazione dall’angoscia impossibile. “Lo so. Amore mio. Lo so! Tu ci sei, lo so”. Il mio urlo restava dentro di me, l’angoscia scivolava su tutto il mio corpo. “Aiutami, ti prego. Aiutami a vincere tutte le sfumature malvagie del diavolo. Lui mi tenta sempre: anche nella preghiera – soprattutto nella preghiera! -. Ma ci sei tu, Amore mio, e tu sei con il mio Amico Gesù e tutt’e due, insieme, mi aiutate e avete pietà di me. Lo so!

Lo so che mi aiutate, ma lasciamelo dire, ti prego. Non abbandonarmi mai! Ho bisogno di te, Amore mio. Non è un lamento, Shirley! Non è una lagna. E’ soltanto una preghiera. Aiutami! Aiutatemi, vi prego”.

Restai in ascolto nel silenzio. Il silenzio era totale, opprimente, artiglioso. Anche il ronzio dell’ape se n’era andato via.

Guardai l’acqua buia nella fessura tra le piastrelle rosate e sentii la voce di Shirley: “Non avere paura, Philip! L’acqua che stai guardando è buia e non ristora”.

Restai immobile ad ascoltare quella voce che vinceva il silenzio. Shirley era in buona compagnia, bisognava ascoltarla senza perdere una sola parola. Ascoltandola, mi sarei rigenerato, mi sarei rinfrancato, avrei ripreso fiato e coraggio. Soltanto così avrei continuato a lottare, a vincere le tentazioni, le illazioni, i sussurri, le malvagità delle finzioni, le malvagità delle falsità, le malvagità delle parole vuote, dei sorrisi vuoti, delle promesse vuote, delle finte amicizie, delle finte guarigioni, dei finti abbracci e di tutte le bellezze… ipocrite e finte.

La voce di Shirley era sottile e armoniosa; la voce di Shirley metteva lacrime limpide nel mio cuore e gioia nella mia anima. Io ascoltavo.

Ascoltavo l’armonia di tutte le musiche, di tutti i suoni, di tutte le certezze, di tutte le conferme della verità; di quella verità fatta voce di anima. Voce di anima parlante che dava gioia, coraggio, serenità.

Ecco dove stava la differenza tra la mia voce e quella di Shirley.

La voce che usavo per invocare la mia morte per dare serenità a Shirley, era la voce che invocava la morte del corpo. Solo la morte del corpo! Dunque la mia voce stonava ed era falsa. La voce di Shirley che adesso ascoltavo era la voce di un’anima chiamata ad essere al fianco di un Essere che era stato mandato in terra per vincere le tenebre e distruggere falsità, finzioni, superbie, malvagità, inganni dell’uomo.

Io sono la luce – diceva quest’Essere mandato dal Padre in terra e che poi sarebbe ritornato al Padre al termine dell’opera voluta da Colui che l’aveva mandato.

Shirley era stata una donna di luce in terra e ora voleva testimoniarmi con la sua voce la sua totale appartenenza alla luce di quell’Uomo che aveva vinto le tenebre della terra e dato a chi ascoltava la Sua parola il dono soprannaturale della vita eterna.

Ascoltai la voce di Shirley.

“Philip, non aspettarti la gioia dagli uomini. Tu l’hai sempre aspettata e bramata, facendo finta di non aspettarla e di non bramarla. Tu… sì, è proprio così, lasciamelo dire. Tu non hai mai mangiato la carne di Colui che è venuto in terra per salvare l’uomo. Salvare l’uomo, non giudicarlo! Ebbene, lasciamelo dire: lo dico con l’umiltà della mia anima, con la sincerità della mia anima, con l’amore che ho per te. Ebbene, caro Amore, tu ti sei illuso di conoscere questo Uomo fatto di carne come ogni essere umano. Sì, fatto di carne come ogni essere umano, ma tu ti sei lasciato irretire dalle parole vacue di gente che si glorificava a vicenda, dimenticando la vera gloria che viene, soltanto, dallo spirito.

E ciò che quella gente non è stata in grado di insegnarti è che la carne di quest’Uomo è soltanto puro spirito.

Quella gente ti ha insegnato a conoscere solo la carne umana e tu c’hai dato dentro bene. Altroché che ci hai dato dentro!

Vorrei dirti una cosa importante, Philip. Io, adesso, non ti faccio nessuna predica; tutto ciò che ti dico ora è per tranquillizzarti… Sì, tranquillizzarti, rasserenarti! So come sei adesso e dunque ti dico: tranquillizzarti, rasserenarti. Adesso ti vedo come sei, Philip; adesso ti vedo che dentro di te vuoi far trionfare lo spirito: soltanto lo spirito! Adesso ti vedo che tu hai capito che per raggiungere la dignità umana, bisogna far trionfare lo spirito che c’è in ogni uomo.

Quindi, nessuna predica, soltanto un atto d’amore totale per te. Non avere paura. Credimi, Philip, stai sereno: io ti amo, io ti sono sempre vicino”.

Io ascoltavo immobile e la mia anima sorrideva alla voce di Shirley.

Poi, improvvisamente, tutto diventò buio intorno a me; tutto diventò duro, roccioso, antico. Tutto fu mistero, come mistero è l’attimo della debolezza della carne umana.

Intorno a me e sopra di me, attraverso le antiche rovine di fori e anfiteatri romani e cileni, tutto si tinse di nero fumo. Ciò che però mi sconvolse fu l’imponente massa di roccia calcarea che restò ferma sul mio cuore. Poi ci fu il caos. Luci spettrali puntarono sui miei occhi; strisce di fulmini avvolsero la mia testa incenerendo la mia lunga capigliatura. Ghiribizzi di chissà cosa apparvero nel cielo nero, graffi di lampi improvvisi infuocarono quel nero e poi una striscia arzigogolata che venne giù dai pianeti incupì la mia paura.

Tremai tutto.

Gli alberi, la campagna, le case con le mura sbrecciate, tutto, insomma, non aveva più pace; tutto rappresentava la furia di una vita vissuta senza ritorno; tutto era terrore di una intimità strappata al normale corso della vita. Tutto si manifestava come puntuale onda di mare in burrasca, e in lontananza, lassù nel cielo e laggiù al confine mare-cielo, le nuvole impazzite gridavano la quiete.

La quiete che non veniva, naturalmente.

Si abbassavano gli alberi per non dare spazio al volo degli uccelli impauriti; era come ai tempi della guerra coi bengala e le bombe incendiarie a dare vita alla morte; e c’erano, in quel paese di fantasmi, di fuochi e di fulmini, le macerie di una casa prima abitata da chi adesso guardava quelle macerie ammassate e screpolate dall’usura del tempo e della dimenticanza della memoria.

Tutto era stato dimenticato e tralasciato, tutto era ormai trasandato: lo schizzo di linee rette e circolari indicavano un uomo con gli occhi segnati da circoli irregolari bianchi e palline bianche una grossa e l’altra piccola e quest’uomo quasi invisibile aveva alle spalle uno sfondo nero asfalto. Era un uomo tutto bianco ad eccezione della camicia che era nera e intorno ad essa c’era uno straccio rosso che fasciava il torace dell’uomo. L’uomo era una figura senza tempo, una presenza che esprimeva tutta la sua solitudine, tutta la sua tristezza, tutta la sua assenza, tutta la sua commozione.

Forse non c’era più tempo per abbrancare e mettere sul cuore il piccolo batuffolo di nuvola che segnava tutto il blu di un cielo pulito dalla tempesta ormai passata; le foglie selvagge turbinavano ancora lì intorno a lui, uomo bianco e nero con lo schizzo rosso, rivestito del turbine dei sentimenti contrari e amichevoli. Ancora una linea a serpente sulla sua bocca urlante; ancora un’ombra appena accennata di belva pronta a balzare sulla sua pancia gelatinosa, piena di bolle blu prossime a scoppiare.

E ancora… ancora… ancora...

L’uomo stava ritto davanti alle macerie della sua casa antica, oppresso da macigni di rocce calcaree antiche sovrastanti ruderi antichi di fori e anfiteatri romani e cileni. Ebbene, quest’uomo ero io, Philip. Il cane parlante con il cappuccio in testa e la pipa in bocca che abbaiava dentro l’altoparlante i suoi segreti di tutta una sua vita fatta di leggerezza e di vanità. Ero Philip, con la maschera di gomma plasticata bianca sul volto per farmi bello e piacente, senza rossori a turbinarmi intorno. Ero io, e sul volto avevo una maschera di gomma plasticata bianca che si gonfiava e si sgonfiava a ogni mio respiro e poi si allargava quando la bocca si apriva, assumendo le rughe più strambe per via del tubo con pompetta collegato al mio cuore. Ero io, l’estetista, l’estetico, il cabarettista senza cabaret e senza pubblico urlante, ridente e battente le mani. Ero io, il mascherato per farsi bello, piacente e senza rossori, per essere accolto dal mondo con il sorriso del trionfatore; per essere accolto con il cuore alla Zabriskie Point, lassù nella Valle della Morte della California.

Poi io mi levai la maschera di gomma plasticata bianca per farmi bello e mi misi la maschera nera con gli occhioni biancastri e trucidi e i dentoni di gesso colorato di tutti i colori della falsità e dell’intrigo.

Io, con la fotografia teatrale del mio autoritratto esposta nel vortice di occhi allargati nell’infinito di altre maschere, ridenti e sfuggenti. Ed era inutile che mi arrampicassi sul cerchio magico della vita: io, Philip, scivolavo da tutte le parti con il volto rivolto sullo sfondo nero asfalto.

Ero del tutto simile a un monogramma con le braccia gesticolanti nel vuoto; ero rigido e tremante, la mano aperta nel caos del nulla, le dita allargate nei geroglifici di un mistero.

Ma non era ancora finita.

Adesso mi vedevo con una doppia faccia, e tutt’e due le facce erano sfuggenti e stupefatte, sospese in un involucro di seta bianca. Tutt’e due le facce avevano sopracciglia bianche, le narici erano bianche, gli occhi erano bianchi, le labbra erano bianche; loro, le due facce, stavano sul vortice di una campana, e la campana èra piena di profumi. - Sono i profumi del male – pensai. E mi vidi proiettato nel mare in burrasca dell’ignoranza.

La mia doppia faccia; la mia doppia faccia annerita dall’invisibile fumo dell’incertezza. - Io – pensai incessantemente, – sono stato incerto per tutta la vita. Le mie due facce annerite di fumo dell’incertezza rappresentavano il controsenso della mia gioventù: cattiva guida nello spirito e nella carne, lasciato ad annaspare, solo, nel mare di merda della vanità.

Io, che vanitoso sentivo di non esserlo!

Eppure, tutta la mia falsa educazione di spirito, di mente e di carne, mi aveva portato, inesorabilmente, sulla spiaggia della vanità.

Sulla spiaggia battente della vanità, dentro un imbuto pieno di nebbia e di incertezza. I miei passi infiniti nel grido bruciante della mia inquietudine, dietro il paravento traballante della superbia. Come un frammento di selciato nascosto dentro il canaletto di scolo della mia interiorità -.

Mi strappai la camicia nera, gettai via lo straccio rosso, divenni tutto bianco. Piansi. E parlai alla voce di Shirley.

“Non ce la faccio, Shirley!”.

“Cosa, non ce la fai!”.

“A non vederti più. So che adesso vedi tutti i miei errori fatti con te e me li perdoni tutti. Ma io voglio vederti, capisci? Io vorrei poterti dire, guardandoti negli occhi: - Shirley, se veramente avessi avuto nel cuore quell’Amico di cui blateravo tanto, mi sarei comportato con te nel modo come Lui avrebbe voluto. Adesso parlo con te e so che tu mi ascolti e mi capisci, ma io non vedo i tuoi occhi, io non vedo la tua rabbia, io non vivo il dramma dei nostri scontri. Tutto ciò mi manca, Shirley! Era il nostro amarci”.

“Sarebbe stato facile amarci, Philip! Capisci adesso perché?”.

“Sì! Ma io non capivo. Mi davo arie di capire tutto e non capivo niente. Puoi immaginarti se io capivo che per amarti come dovevo avrei dovuto mangiare il cibo della carne del mio Amico. Deficiente che ero! La verità! Cos’era la verità? Io, capire la verità del cibo della carne del Figliuolo fatto uomo! Io, un tacchino rivestito di tutti i colori della boriosità: eccoti le mie credenziali!”.

“Spiegati meglio”.

“Adesso so. Adesso so che il cibo della carne dato dal mio Amico è fare la volontà di Colui che l’ha mandato per portare la luce agli uomini, per salvarli dalle tenebre delle loro debolezze senza mai giudicarli.

Io, cara Shirley, ho sempre giudicato e sai chi? Chi non mangiava il cibo della carne del Figliuolo fatto uomo; come se io la mangiassi questa carne! Io giudicavo, e basta! Io ero il grande ingannatore perché mi nascondevo dietro le vesti di chi giudicava e non capiva; di chi approfittava del suo potere e si dava arie di voler salvare il mondo. No, il mondo non si salva con l’oppressione dell’anima; il mondo si salva per mezzo della libertà. La libertà è’ l’unica verità! Dio si è fatto Uomo per portare nel mondo la libertà. Adesso ti chiedo: - Io, che mi davo arie di credere in Dio, quale libertà ti ho dato? Ho forse mai capito quanto tu avevi bisogno di libertà? -.

Eccoti, Shirley, chi ero io: un giudeo, uno stupido giudeo, un borioso giudice giudeo, un fariseo carceriere …”.

“Philip…”.

“Sì, Shirley. Lasciamelo dire, ti prego. Io ti ho dato solo tenebre; io sono stato soltanto uno sporco giudeo del Sinedrio che ha voluto giudicare… giudicare e affermare… giudicare, affermare, criticare e puntare il dito. Io mi attenevo, scrupolosamente, alle Scritture; ero in regola con Abramo e con Mosè: cosa c’era di meglio? Cosa volevo di più?

Le mie ragioni erano più che giustificate: avevo l’Amico nel cuore!

Sì, Shirley, ero lo stronzo giudice del Sinedrio, il principe della Sinagoga, il pontefice. Ero Caifa: non volete mica inimicarvi con Cesare! Che muoia quest’uomo che si dice Figlio di Dio.

Eccoti chi ero io! E di che cosa era fatta la mia verità

Ho preso in giro l’Amico e non ho mai capito la Sua vera funzione di Luce; la Sua vera funzione di Amore; la sua vera funzione di Libertà e di Speranza. Io credevo nel mio Amico, ma non sapevo spiegarmi cosa fosse la vita eterna dopo la Resurrezione”.

“Perché mi dici queste cose, Philip?”.

“Perché, uno che non sa cos’è la vita eterna dopo la Resurrezione, non ha il diritto di darsi arie di gestire altre anime. Io non ho fatto altro, con te, che arrogarmi il diritto di gestire la tua anima. Ho sempre sporcato la tua libertà!”.

“Non è proprio così, Philip! La tua cattiva educazione religiosa, e non solo religiosa, all’inizio ti ha inondato di acqua sporca, e io - lo riconosco – sono stata succube delle tue malversazioni e delle tue ire… Sì, ire, Philip! Eri una persona impossibile, eri un giudeo sputato: o fai come ti dico io o io ti condanno a morte. Philip, non avevi razionalità morale. La tua religione? I tuoi principi cristiani cozzavano contro la vera umanità dell’uomo…; meglio, contro il vero amore che c’è nell’uomo…; meglio ancora, contro la vera libertà, quella ordinata dal Padre al Figliuolo perché Lui la portasse in terra all’uomo e la diffondesse.

Philip, tu rappresentavi ciò che adesso – ma c’è sempre stato – c’è nell’uomo.

L’uomo non è libero! Uno dipende dall’altro, mille dipendono da altri mille, milioni dipendono da altri milioni…, ed è un approfittarsi l’uno dell’altro, gli uni degli altri…, e poi ci sono i mille… i milioni di poteri che illudono: fai come ti dico io e sarai felice, tombola!

Ma l’uomo non capisce, l’uomo non capirà mai, l’uomo vorrà essere sempre dominato. Perché? Perché non possiede dentro di sé la vera libertà. Non la capisce!

Non capisce che la vera libertà – ognuno la possiede – è quella di vivere ogni aspetto, ogni desiderio, ogni iniziativa, ogni genialità, ogni sentimento, tenendo dentro di sé la Fede.

Sì, la Fede!

Sai cos’è la Fede, Philip? La Fede è vivere la vita di tutti i giorni tenendo presente, sempre, il grande traguardo del raggiungimento della vita eterna.

Non è semplice, Philip?

Eppure l’uomo mette sotto i piedi la Fede e, di conseguenza, la propria e vera e unica sua libertà.

Tu, caro Amore, – mi spiace dirtelo ma è necessario dirtelo - rappresentavi la Summa di tutte le idee farisaiche e giudaiche oppressive dello spirito dell’uomo. Tu parlavi dello spirito dell’uomo, ma mangiavi la carne dell’uomo, di quello della terra. E la mangiavi anche, quella sua carne, con evidente avidità!”.

“Shirley…”.

“Sì, Philip, tu lo sai! Adesso lo sai! Adesso sai la verità – quella cristiana – ed è inutile che tu pianga, che tu ti disperi che io non ci sono più ad ascoltare la tua “conversione” ”.

“Io non posso vivere senza di te, Shirley!”.

“Sii libero, Philip! Sentiti libero. Metti in pratica il tuo desiderio di vivere in una cella, pensando a me. Me lo hai sempre strombazzato!”.

“Sì, te lo dicevo, ma con l’idea che tu vivessi da qualche parte, qui in terra”.

“Non dire così. Tu sai che io vivo, che sono vicino a te, che ti amo. Vivi con questa verità nel cuore, Philip!”.

“Tu non hai potuto realizzare i tuoi sogni, Shirley! E’ un terribile tormento, questo per me, un’inquietudine che non mi dà respiro”.

“Io sono viva, qui in cielo; e lo sono per te. Questo ti basti, Philip! So della tua totale “conversione”. So della tua limpida Fede. So della totale disfatta della tua superbia, della tua vanità, del tuo egocentrismo, del tuo stoicismo, della tua grettezza morale, psicologica, comportamentale. Io adesso, qui, posso vivere con te tutta la nostra vita passata insieme, lì in terra.

Senza giudicare!

Vedi, caro Tesoro, gli uomini amano le tenebre; ci stanno bene nelle tenebre; creano e vogliono le tenebre. Tutto, perché vogliono giudicare e mettiamoci pure anche criticare. I loro giudizi e le loro critiche sono la loro realizzazione, sono la loro glorificazione.

La gloria, Philip! L’esclusione dello spirito.

Gli uomini starnazzano, scodinzolano, si tatuano, si stravaccano di qua e di là, amano essere ripresi dalle telecamere, dalle macchine fotografiche, dalle luci di tutte le vetrine…

Di tutte le vetrine, meno quella di darsi un’occhiata, di tanto in tanto, all’anima. E così, addio libertà!

Adesso ritorno a noi, Philip.

Io mi sento libera, qui. E voglio… Sì, voglio che tu sia libero e sereno lì dove sei.. Io ci sono sempre e ci sono sempre per te! Non è un’illusione, Philip; è una verità, è la verità espressa da una volontà che nulla ha a che fare con la terra.

Te l’ho già detto: credimi!. Piangi pure, ma che il tuo pianto non vada alla ricerca di compassione e di pietosa emotività. Tutte le Scritture, per noi, si sono adempiute.

Un’ultima cosa: vuoi sapere come si chiama l’Uomo – il tuo Amico – con cui trascorro la vita, qui? Quest’Uomo – il tuo Amico – si chiama: Amore! Senza retorica, caro Tesoro! Qui è vietata la retorica, come è vietato l’odio. E poi ancora, sai cosa si dice qui? Qui si dice: l’Amore vincerà l’Odio. Sempre!

Philip, io sono sempre con te. Ricordatelo! Vivi con questa Fede nel cuore. E’ importante. E’ risolutrice. E’ la vita.

E’ la tua vita!”.

… e su quella del corpo

No, non c’è certezza. Non c’è! La certezza è cosa rara, la certezza è introvabile e, verrebbe da dire, inesistente. Cercala pure, è nel tuo diritto; è un tuo diritto di vita e un tuo traguardo.

Già, il traguardo!

Il traguardo di uno scopo di vita, la soluzione, la certezza: così risolvi la vita. Così risolvi la tua vita. Vai nella grande pianura del respiro, sorridi, guarda i fiori, gli alberi, il grano, la geometria dei corsi d’acqua. Fermati e riposa, poi guarda lassù il cielo azzurro rosa macchiato di sole. E’ una gioia il vivere, che vuoi di più! Tu, in quella grande pianura fatta di colori e di riposo, hai risolto i tuoi dubbi, le tue pene, i tuoi confusi progetti di vita. Lì, puoi andare diritto e a cuore aperto: tutto è aria pura intorno a te. Non dubitare, non addolorarti per la stanchezza del viaggio, non confonderti più per quei tuoi fastidiosi dubbi, per quelle tue dolorose pene, per quei tuoi confusi progetti di vita sempre incombenti e mai risolti. Tutto è risolto; già, tutto si risolve e si dissolve.

Sai che ti dico: resta aggrappato alla saggezza antica.

Qualcuno un giorno – tanti anni fa, secoli fa, e in terre lontane e ancora non scoperte – disse questo proverbio: “Tu sei sozzo, sporco, lercio e dai vomito. Eppure… già, eppure! Eppure tu ti annusi, ti guardi intorno per vedere l’effetto della tua puzza e del tuo lerciume e resti attonito. Nessuno ti si allontana, nessuno ti evita, tutti ti stanno vicino e qualcuno perfino ti abbraccia o cerca almeno di abbracciarti. Via – ti dici – cos’è sto sporco che mi ronza intorno! E’ una mia fissazione pensare che puzzo. Io di puzza non ne sento; io non puzzo, io sono come quell’acqua di sorgente che ho visto l’altro giorno lassù su quel monte circondato dai ghiacciai e da fiori rosa, viola, bianchi, rossi, blu e fucsia. Uno scialle di natura di petali e di pistilli… ninfee, fiori del sigillo di Salomone, del sigillo di stramonio, del sigillo di campanellina; fiori di ibisco, di campanule, di salice e perfino una visione di scarpette e di pianelle che davano l’idea di essere orchidee. Mah! Adesso smetto di divagare, ma comunque io di puzza intorno a me non ne sento, ed è ciò che conta.

Già, tu di puzza intorno a te non ne senti, tu sei integro, salubre, pieno di luce e di profumo. Il tuo volto ispira purezza, tu profumi di pulito, tutta la tua persona offre certezza.

Oh, la certezza!

Dostoevskij ti dice: “Tu sei ridicolo. Tu sogni. Tu ti fregi dell’immensità. Glorifichi. Componi canzoni. Giochi con la terra, con il mare, con i boschi. Sei l’uomo dell’immensa natura che penetra i cuori della gente. Sei immortale”. Mi fermo, perché altrimenti mi viene da dire: sei immorale! “Tutti ti rimpiangono, tutti ti vogliono, tutti vogliono che tu viva in allegrezza: mai il tuo cuore deve sputare sangue. Il tuo sangue è luminoso, tu sei intelligente, tu riveli il segreto della verità dell’amore. Sei eterno… sei comico!” Eh, Dostoevskij!

Ma tu… tu ti sei mai rassegnato? Hai mai cercato di smascherarti? Leggende, solo leggende. Tu hai cercato la leggenda, tu hai cercato di essere una leggenda, tu sei un falso. E sai perché? Perché hai sempre strombazzato di qua e di là che tu eri la leggenda dell’altruismo. Fai ridere. Fai ridere, ed è un riso amaro, doloroso, di protesta. Di protesta, per una disfatta non di persecuzione, non di obblighi, non di privazioni. Tu fai ridere, soltanto, per il sorgere del tuo riso amaro e doloroso.

Tu hai bighellonato per tutta la vita. Bighellonare: sai che cos’è? Bighellonare è rincorrere illusioni. Ma non finisce qui. Bighellonare è dare illusioni e ancor più è ricevere illusioni.

Ma tu, di dare illusioni o di ricevere illusioni te ne fregavi altamente. Era l’orgoglio il tuo piatto forte, poi ti trinceravi dietro la roccaforte dell’umiltà: – Io amo l’umiltà! Io salvo le anime! -. Ma vai a raccontarle agli scimpanzè nella giungla, le tue fanfaronate!

Eri ricco di fanfaronate, ricco di colori, di pazzie, di guizzi e di schizzi, di squisitezze, di leccornie di parole, di effluvi di gentilezze. Eri ricco di languidi sospiri ai cuori infranti: riti d’incensi, Dies Irae! Tu ti perdevi nelle folle urlanti dei morti.

Non ti sentivi escluso… tutti mi vogliono bene, sono il migliore. Sono il nobile della trasfigurazione, il viticultore dei nettari che incantano. Sono l’ebbrezza. Sono il languido disagio. Sono l’insicurezza, l’angelo dei pazzi. Dov’è il riposo? Cos’è il riposo? Forse è la giustizia, forse è il fievole lamento di un fiato trattenuto, forse è l’oscurità. Chissà poi cosa volevi dire: neppure tu lo sapevi. Comunque tutto ciò tu lo chiamavi: Amore.

Hai voluto. Sì, hai sempre voluto restare immobile, nascosto, mai metterti in scena, sempre muoverti nell’oscurità più nera.

Ti sei sempre nascosto dietro le grandi ali della tua Fede.

La Fede: ma tu sapevi cos’è la Fede? No che non sapevi cos’è la Fede.

La Fede è dissolvere l’oscurità, smuovere l’immobilità, vincere il nascondimento.

Già, è così!

Tu, dicevi, amavi il silenzio, eppure parlavi, parlavi, parlavi. Blateravi. Ti facevi scudo con le parole, con le tue parole. Tu sei maestro di parole. Ma le parole ammazzano il sangue che c’è nel cuore. Lo ammazzano e lo gettano nella fogna. Le parole spengono il fuoco del dramma del cuore: ogni cuore tiene segreto il suo dramma. Le parole travolgono il cuore, confondono il cervello e stracciano il fine nell’uomo di sentirsi uomo.

Tu, amico mio, un uomo non lo sei mai stato.

Adesso piangi. Piangi e ti rendi conto che piangi. Ma prima, prima non piangevi: perché prima non piangevi? Forse le lacrime potevano trasmetterti paura? Direi proprio di no. Era orgoglio. Era l’orgoglio che infettava tutto il tuo essere, era l’orgoglio dell’inganno. Avevi inganno, eri orgoglioso del tuo inganno, ti sentivi invincibile nel tuo inganno. Sì, avevi inganno! E dentro l’inganno ci vivevi da dio.

Ed eri un fondamentalista viscerale con il vizio delle scappatoie. Portentoso!

Tu hai soggiornato nell’inganno per tutta la vita, ma quel che è peggio è che tu ti davi ragione. Erano gli altri che ti mancavano di rispetto, che non capivano la profondità del tuo credo, che sottovalutavano la purezza della tua anima.

Quale incompreso!

In più, pretendevi. Pretendevi l’assoluzione; pretendevi che assolvessero i tuoi inganni, perché la tua anima non era di questo mondo e tu avevi il diritto di sostituirti a …. Beh, adesso non voglio insistere e non voglio fare nomi per non cadere nella bestemmia. Ma era così: tu ti vedevi un dio in terra; un dio da capire, da riverire, da adorare e da ascoltare.

Tu dovevi essere assolto. Perché un dio è sempre da assolvere: questa era la tua linea di vita, la tua linea di condotta e di disciplina. Gli altri dovevano accettare, sentire e rigare diritto. Dovevano accettare, essere sempre d’accordo con la tua realtà, non considerarti né un pazzo né un esaltato

La pazzia e l’esaltazione del cervello sono perennemente nascosti in chi vive nella certezza di una fede costruita su sporchi e infidi comodi.

Apro una breve parentesi. Voglio parlare per un attimo di lei. Lai non ha vissuto nell’inganno e neppure nell’esaltazione del cervello. Lei ha vissuto nell’urlo del suo cuore e nel silenzio della sua sofferenza.

Lei: la sua verità, la sua condotta di vita, il suo silenzio edificante.

Ma l’altra verità? L’altra verità è l’urlo infinito della sceneggiata umana, il mostro dell’avvoltoio che resta nascosto dietro il muro delle lacrime. Il tuo muro! Adesso tu vivi nell’incertezza di non essere creduto: stai calmo. Chi sta lassù sa leggere dietro tutti i muri delle lacrime; chi sta lassù vede l’evidenza dei fatti umani e va oltre tutti i rumori provocati dalle parole,dai comportamenti e dalle azioni dell’intera umanità. Vede gli scombussolamenti che tutte le parole e tutti i comportamenti umani mettono dentro le buone intenzioni. Vede ogni cosa che avviene su questa terra ed entra con chiarezza estrema nel nocciolo della questione. La tua questione è il dolore che è entrato di prepotenza nel tuo cuore, e questo tipo di dolore è la medicina giusta che preserva dal cadere e ricadere nelle spire voraci della falsità e del protagonismo.

L’incoerenza. L’incoerenza dello specchio. Da qui parte il tutto. E parte soprattutto l’illusione delle cose umane, parte l’irrealtà dell’agire umano, parte il non risultato del traguardo finale. Tu sei stato maestro di incoerenza; di quell’incoerenza provocata dalle parole e dai concetti che non hanno né capo né coda. Tu hai vissuto l’irrealtà e ti sei beato delle illusioni dei cuori e dei sentimenti che sono il sale della vita: così dicono. Tu hai messo a nudo tutta l’incoerenza che un cuore – il tuo – poteva produrre. Tu sei stato l’incoerente dello specchio per eccellenza: sai cosa produce uno specchio? Uno specchio riproduce fedelmente ciò che vi si riflette dentro. Prendiamo, per esempio, gli oggetti contenuti in una tabaccheria. Pacchetti di sigarette di mille marche e di mille colori, bottiglie di bevande tipo coca cola eccetera, giochi di carte, miniature e gadget, snack point, win for life, lifestyle, sticker station tattoo, stando crane, lotto ed enalotto, gratta e vinci, fotocopie, macchine fotografiche e foto istantanee… Mille tentazioni, mille vizi, mille libertà e liberazioni. Si entra e si viene in possesso di qualcosa che conta per te. Non dice nulla se la cosa è più o meno intelligente, più o meno utile, più o meno conveniente o illusoria o vana o divertente. La vita è questa e l’uomo fa parte della vita e partecipa alla vita: la questione non esiste. In tabaccheria c’è chi si dà da fare a grattare e a cancellare tagliandi e foglietti sul tavolino circolare: viso attento, assorto, serio. Non è necessario, poi, se vinci o no; importante è grattare e cancellare; importante è l’attimo prima del grattare e del cancellare: l’attimo della libertà, dell’illusione, della speranza, dello scopo. Importante è il fine di essere lì a partecipare, a illudersi, a sperare. Poi ci sarà il buio, ma che importa? Intanto qualcosa si fa, in qualcosa si spera e ci si illude di avere. Qualcosa si è comperato, si è fotografato, si è giocato: illusione, dolce e fragrante attimo di libertà! Dentro, per chi è entrato c’è la vita, c’è stato l’attimo per qualcosa che era la vita, e la vita è realtà e non finzione, non illusione, non immobilità. Tu che sei entrato hai assolto a un tuo preciso compito, hai soddisfatto una tua precisa esigenza. Ebbene, in questa tabaccheria dove tu sei entrato non c’è stato nessun riflesso illusorio, nessun vuoto di ideale, nessun strappo di cervello né grido senza fine di pubblicità. In questa tabaccheria si è avverata una bella porzione di scopo della vita, della tua vita: gusti ed emozioni, speranze e amenità. La vita, qui, non muore; entri ed esci contento, hai acquistato il diritto di vivere: non è poco!

Tutto ciò che si è detto sta al di qua dello specchio. Ma dentro lo specchio: cosa avviene dentro lo specchio? Dentro, tutto è fittizio, tutto è uguale come al di qua ma senza realtà, nulla di tangibile, nulla di concreto, la vita non esiste nelle cose e da queste cose riflesse la vita è soltanto un sogno. Le cose riflesse nello specchio non potranno mai essere tue, per nessuna ragione al mondo.

Questa è l’incoerenza dello specchio, la falsità delle cose riflesse, la vita che si vede ma che non può essere vissuta. Nulla è risolto, nulla è possibile che possa essere risolto.

Ecco: tu! Tu sei stato uno specchio, tu hai donato riflessi dorati di specchio, tu non ti sei reso conto che tutto ciò che era in te era materia riflessa, materia lucente ma scadente, materia prodotta da un’illusione: da una bramosa illusione, da una invitante illusione, da una vacua e inutile illusione. In te si sono riflesse tutte le sfumature, subdole e ingannevoli, delle parole.

Il confuso rumore di una sgommatura: acceleri all’improvviso sulla ghiaia, spingi fino in fondo l’acceleratore, vai. Vai lontano nel tempo e nello spazio, e non ti rimane nulla. Tu non hai dato nulla; tu hai dato, soltanto, un nervoso colpo di rabbia e di paura, tu hai lasciato dietro di te il confuso rumore della sgommatura di un mezzo rombante.

Ci sarà il fievole sorriso del cuore dentro quella tua inutile sgommatura?

Fantasia. Già, la fantasia, la tua fantasia.

Tu ti sei sempre vantato di avere fantasia da vendere. Tu eri l’uomo della fantasia, eri l’uomo capace di trasformare i fantasmi in uomini in carne e ossa. Certo, da qualche parte vivono i fantasmi, nascono, si moltiplicano, cantano e ballano e si divertono a mettere paura alla gente. Eppure tu, come fantasista, non è che eccellevi; anzi, direi che eri un po’ – dire molto è meglio – parassita; eri uno che viveva a rovescio, uno che aveva paura di se stesso, paura di dire la sua nonostante tutto. Stavi sempre dietro il paravento come fossi un criminale. Non eri neppure un essere umano a metà, perché per metà proprio non esistevi come essere responsabile delle proprie azioni e per l’altra metà eri sempre pronto a ingannare senza essere visto, senza esporti , mettendo sempre avanti le tue giustificazioni misere e inefficienti; inefficienti come il tuo coraggio mai deciso ad affrontare una situazione e risolverla, magari rischiando la faccia. Tu facevi una fugace apparizione e poi: via a nasconderti! Eri un essere umano non responsabile delle tue azioni. Almeno fossi stato capace di portare un qualche aiuto a te stesso e agli altri! Insomma, ti fossi reso responsabile di guardarti intorno e prendere una qualche iniziativa per arrivare a una qualsiasi meta di collaborazione con gli altri. Non parliamo di dare felicità: parola che storpia menti e cuori se penso a te! Eppure, tu ti vedevi avvincente, ti consideravi irresistibile… dicevi: sono immortale!

Sai cos’eri invece? Eri una scatola vuota piena di gas malefici. La tua scatola puzzava – pardon! -; la tua scatola puzzava ma tu non sentivi mai la tua puzza, e quando qualcuno avvicinandosi a te si stringeva le narici con il pollice e l’indice, tu scrollavi le spalle con la grande indifferenza della spocchiosità.

Sognavi, fantasticavi avventure e atti di coraggio, sempre inesistenti e mai realizzati. Incompiuto: questo era il marchio indelebile scolpito nel tuo cuore. E questo marchio portava quattro parole scolpite a fuoco: chi se ne frega. Poi ancora sotto: che m’importa. E ancora più sotto: che c’entro io?

Sì, eri irresistibile… immortale!

Danzavi? Soltanto quando c’era da fare qualche can can. Comunque, raramente, quasi mai, eri immobile, sommamente immoto, quasi un morto. Il morto che rideva, sognava, fantasticava. Il morto con gli occhi ben aperti… eh sì, altro che aperti! Tu baravi per trastullare le tue deficienze; tu baravi per nascondere le tue incompiutezze; tu baravi per confondere le tue incoerenze. Ricordi? Tu, l’incoerente dello specchio. Con te non c’era gusto a viverci insieme. Tu evitavi tutti i rischi, erano gli altri che dovevano rischiare.

Ma alla fine ce l’hai fatta. Era nell’aria da anni, era nel dolore della sua anima, era nella sofferenza del suo amore. Il dolore infine ha prevalso e il sangue ha coperto il suo cuore, causando il crollo di tutti i suoi ideali. Non ci sono parole per giustificare la disperazione di un cuore: la sofferenza d’amore, infine, oscura ogni parola: o si capisce o non si capisce, altro non c’è da capire. Chi dà la vita per una persona che ama, alla fine vuole il rispetto dalla persona che ama. Non si deve barare per sempre, e non si può soffrire per sempre; alla fine bisogna dare un taglio alla superbia, alla falsità, all’oscurità. La chiarezza tra due persone che vivono insieme vince, e non c’è ritorno. Lei ti disse… ma si fermò subito. Poi ti guardò e valutò la tua boria mascherata di umiltà che avevi in quel momento. “No” disse, “non dico nulla. Se tu sei quel mostro di immortalità che dici di essere, capisci”. Ti guardò con severità mista a tenerezza. Disse ancora in un soffio: “Tu sai che dentro il mio cuore non c’è odio, non c’è rabbia, non c’è gelosia, non c’è giudizio, non c’è critica. Dentro il mio cuore c’è soltanto la grande sofferenza di un amore che sanguina. Non voglio dirti altro, se non che io sarei sommamente felice se ti vedessi felice e realizzato. E sarei ancora più felice, se ti vedessi a partire da questo momento, pulito dentro. Mi fermo, perché ho paura. Ho paura di cadere nella retorica, e tu sai che per me la retorica nasconde sempre schizzi profondi di buio. Tu sai. Tu sai che io odio il buio della falsità”.

Avevo capito? Sì, avevo tremendamente capito. Ed ero felice. La vedevo ormai irraggiungibile, ma ero felice. Io l’amavo davvero più della mia vita. Io amavo la forza del suo silenzio. In quel suo silenzio c’era tutta la forza che un essere umano può possedere. C’era tutta la forza della sopportazione della sofferenza.

E io? Io ero soltanto un borioso pieno di parole vuote e impertinenti. Ma ero immortale!

Lei non mi disse nulla, perché soffriva. Soffriva per vedermi così molle d’animo, soffriva perché capiva che la mia voglia di altruismo e di dedizione per gli altri o per una qualche giusta causa, tanto da me decantata, io non sarei mai stato capace di realizzarla. Era questa la sua maggiore sofferenza e questa sua sofferenza era la prova decisiva del suo amore.

Lei era una grande donna!

Sì, caro amico, lei ti amava, e amava perfino i tuoi inganni: insomma li sopportava con dignità, come sopportava con dignità le tue falsità, le tue provocanti fantasie, i tuoi scoppi forsennati di ilarità senza senso.

Tu costruivi parole – castelli, città, oceani di parole -. Tu ti sentivi il re di quei castelli, il governatore di quelle città, il capitano marinaio di quegli oceani. Tu volevi parlare, volevi far rumore con la bocca, fischiare coi denti e bearti gli occhi con il rumore delle tue parole. Tu eri soltanto un illuso spaccone; eri soltanto capace di distruggere la grandezza del silenzio. Lei sapeva. Lei sapeva che ciò che poteva essere costruito di buono e di duraturo tra voi era usare l’arma del silenzio. Lei era il silenzio, lei era la forza costruttrice del silenzio. Lei era qualcosa di unico e adesso che non c’è più tu te ne rendi conto e piangi.

Si piange sempre quando è troppo tardi.

Almeno, i tipi come te piangono sempre quando è troppo tardi. E sai perché? Perché questi tipi sono sognatori fasulli, sono strimpellatori di liriche dimenticate. Tu eri il “cantore di rime dimenticate”.

Ma tutto finisce, prima o poi, su questa terra. E la terra – il mondo – è pieno di indifferenza, è pieno di spietatezza contro tutti i sentimenti di sofferenza e di rinascita. Lei è partita per il lungo viaggio in cielo e… Prendo da “Pedro Paramo” scritto da Juan Rulfo per spiegare l’indifferenza del mondo. “… Cominciò ad arrivare gente da altri posti, attratta dal continuo rintocco (delle campane)…. Ma arrivò un circo, con altalene e sedie volanti. Musicisti… E così dopo un po’ la cosa si trasformò in festa…. Le campane smisero di suonare, ma la festa continuò. Non vi fu modo di far capire che si trattava di un lutto, di giorni di lutto…. Seppellirono Susanna San Juan e pochi a Comala se ne accorsero. C’era la fiera…”.

E’ così, e sarà sempre così. Ciò che conta è che tu non dimentichi l’indifferenza che sta nel tuo cuore. E che tu impari – ma adesso hai imparato – che l’indifferenza è figlia della boriosità.

E’ obbligatorio. Sì, è obbligatorio dopo quello che ho detto di te fino ad ora. E’ obbligatorio riferire cosa scrive Maxence Fermine nel suo romanzo “Neve”. Lo scrittore dice: “Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita. Ci sono gli attori. E ci sono i funamboli”. Maxence Fermine dice così nel suo romanzo “Neve”, e questo passo sembra proprio cadere ad hoc su di te e su di lei. L’attore e la funambola; colui che ha giocato – e fantasticato – per tutta la vita, senza mai tentennare per una sola volta, pedalando su una bicicletta senza freni e mollando tutti i freni dei desideri e degli approfittamenti con spudorata boriosità; colei che ha rischiato il tutto per carpire il significato del vivere e capire perché viveva e per chi viveva. Lei ha rischiato il tutto per tutta la vita per cercare la coerenza in se stessa e negli altri.

Lei era una funambola.

Lei cercava la coerenza per vivere in coerenza con il mistero che si portava dentro; con quel suo mistero di lotta e di dedizione per far trionfare l’amore. Lei sapeva. Lei – la funambola – sapeva di essere attorniata da losche figure, sfruttatrici della sua luminosa mente e del suo luminoso cuore. Eppure lottava con caparbia volontà per non mollare mai: alla fine, il grande e unico scopo della vita che è l’amore deve trionfare. Così pensava e per questo scopo lottava.

E’ bello pensare a lei come la funambola di “Neve”... “Chi la vide scomparire laggiù, nel cuore delle Alpi giapponesi, la prese per un uccello che cadeva dal cielo…. Neve (il nome originale della funambola) era diventata Neve e dormiva nel letto del suo candore…”. Ma l’amore che Neve ha messo dentro i cuori con il suo prodigioso funambolismo resta e “Suo marito non si stancava mai di guardarla… Sua moglie era una funambola senza rivali… Su quel filo era così felice, così bella, così eterea, che ogni giorno Soseki (il marito) ringraziava il cielo per avergliela data. Aveva i capelli biondi. Aveva lo sguardo terso. E camminava nell’aria…”.

Così è la figura, eterea e sempre presente, della funambola Neve.

Così è la figura di lei, tua moglie.

E tu, attore, tieni tutto nel cuore, e non piangere – anche se non piangere ti è impossibile -. Il colore del tuo vuoto sfugge a tutte le iridi dell’umanità. Il colore del tuo vuoto urla, e il suo urlo non ha eco perché la sua eco si perde nel tuo cuore, nascosto dalle nuvole della tempesta.

Sembra impossibile ma è così. Ancora un aiuto da un cuore che scrive e lo scritto di questo cuore mette in cornice te con lei nello sfondo.

“Ospite della realtà” di Par Lagerkvist. Il grande scrittore svedese rivela in un passo della sua opera gli enigmi sulla Fede religiosa che sono gli enigmi tuoi, attore di volitiva fantasia portato a soffrire sempre più il vuoto creato in te dalla perdita della tua eterna funambola. Eccoti il passo: “Ad un tratto Anders sentì come un’oppressione in quella stessa purezza e bontà e luce che da lei si diffondeva… . Talune creature avevano qualcosa di tremendo che faceva pensare alla perfezione, che pareva voler significare una certezza, una pace completa. Quando uno le incontrava, tutto appariva ancor più desolato. La loro vicinanza infondeva nella vita un improvviso calore che essa in sé non possedeva, e che soltanto la rendeva molto più difficile, molto più greve…. Anders provò quasi voglia di allontanarsi dalla fanciulla. O di mettersi a ingiuriare la fede che essa nutriva per demolire qualcosa in lui. Invece camminarono in silenzio…”.

Tu, attore evanescente, non hai camminato in silenzio con lei, non ti sei mai allontanato da lei e ti sei dissetato, per tutta la vita, della purezza di lei, della bontà di lei, della luce che da lei si diffondeva. Lei era una guerriera, un’autentica, invincibile, inattaccabile guerriera.

Il mistero della vita, il segreto della vita, il mistero della morte.

Hai mai pensato alla morte, tu? Ma che dico: tu sei immortale! Tu ti sei circondato di soffici soffi d’immortalità per tutta la vita. E dimmi: hai mai pensato alla gioia della vita? A quella di chi se ne fregava di te, sì! Tu hai fantasticato, hai sognato, ingannato, vituperato e giocato.

Tu non hai mai intuito.

Cosa significa “intuito” in questo caso? Faccio una constatazione su di te: tu non hai mai intuito nulla dell’oscurità della gioia della vita: tutta la gioia della vita ti è sempre stata incomprensibile. Sì, hai provato gioia nella vita, ma la vera gioia è sempre stata per te intangibile e inarrivabile. E tutto ciò ha una logica. Tu hai vissuto, visto, ascoltato, riso e raccontato frottole: un sacco di frottole, una montagna di sacchi di frottole. Nella tua scatola vuota scorreva il fiume della vacuità. La tua scatola vuota è sempre stata piena di calabroni e di api regine; e dentro questa tua scatola vuota veniva piazzato un alveare che produceva infelicità, ultima spiaggia con sabbia smorta su cui il cammino si faceva dolente.

Un po’ macchinosa la spiegazione. Ma è così: tu non hai mai intuito nulla e adesso ti senti prosciugato del grande canto della gioia della vita.

La Fede in lei e in Chi le sta vicino possono farti scoprire questa gioia. Te la fanno scoprire senz’altro: questa è una certezza! A te la scelta: coerenza come è stata la sua coerenza oppure vuoto di attore come è stato il tuo vuoto. Se continui con questo tuo vuoto, non hai scampo.

L’amicizia.

Uno dei grandi misteri, uno dei grandi urli umani, un mistero e un urlo pronti a darti la certezza dell’esistere; pronti a darti la risposta ai dubbi tumultuosi, pronti a darti quella risposta che dà sollievo al cuore, al corpo intero, all’anima stessa anche se non si vede. Nell’amicizia c’è la vera esistenza dell’anima dell’uomo. Se l’amicizia si allontana dall’uomo, l’uomo conosce fino in fondo la disperazione della solitudine.

Perché l’uomo in solitudine non sa stare.

Ma l’amicizia non si allontana mai dall’uomo. L’amicizia è assorbita da tutte le cellule del corpo, l’amicizia ingrossa l’anima e l’uomo, nell’amicizia, vede se stesso, conosce se stesso, diventa se stesso. L’amicizia è la vera nemica delle parole. L’amicizia è la vera amica del silenzio.

Silenzio, che non è solitudine.

Tu hai dato amicizia a chi dici di aver amato? Non è una domanda tendenziosa e non sei obbligato a rispondere.

Ma tu mi rispondi.

Io so, mi rispondi, di aver ricevuto amicizia da chi ho amato, Sì, io ho amato: lo affermerei anche con il collo dentro il buco della ghigliottina pronta a scendere se non fossi sincero. Lo affermo con l’urlo dell’immensità. Sì, io ho amato, ma il problema è tutt’altro: io sono stato…; sì, io sono stato l’essere più infimo per non meritare nessun amore. Guarda, mi dici ancora, non prendermi per un incallito masochista. Non lo sono. Io sono reale e calmo; io riaffermo di non essere stato all’altezza, nella vita passata con lei, di essere amato da lei.

Non sono d’accordo con te, amico mio. Lei ti ha amato con sofferenza; lei ha pianto, ha gridato, urlato, graffiato il tuo nome: un motivo valido ci sarà ben stato per amarti così tanto.

Lasciami dire, mi dici. Poi insisti: Lasciami dire: Dio, Dio mio… io sono sempre stato tuo amico… Tesoro mio!

Basta così, adesso. Sono io che scavo dentro di te e quel che viene fuori dai miei scavi è verità, su di te e su di lei. Dunque, tu dici che sei stato suo amico; allora spiegami: deve dare, l’amico, sofferenza all’altro amico? A me, a questo punto, non resta che dirti: che amico di lei sei stato se le hai procurato sofferenza? Però, adesso, stai calmo, e non disperare: lei da lassù ti perdona, ti aiuta e non ti dimentica mai. Lei è sempre con te, perché, adesso, vede in te la sincerità. Vede in te quella sofferenza che lei ha conosciuto bene su questa terra.

Adesso, però, ti voglio raccontare una storiella di amicizia e questa storiella racconta l’amicizia tra due orsi. Sì, tra due orsi, che c’è di strano? Anche tra gli orsi – ma per questo anche tra tutte le specie di animali - può sorgere un’amicizia del tutto uguale a quella che sorge tra gli uomini. Eccoti la storia di un’amicizia: semplice e vera, assolutamente vera. In questa storia c’è il cuore di due orsi, e questi due cuori sono i cuori degli esseri del mondo: l’amicizia è la storia vera dei cuori.

“Masakichi e Tonkichi sono due orsi molto diversi: il primo intelligente, il secondo un po’ meno. Il primo, allevato dagli uomini, parla e fa i conti, il secondo non parla e non fa i conti. Masakichi raccoglie miele e ne raccoglie così tanto che ne porta una bella quantità in città per venderlo. Tonkichi va al fiume, si piazza dietro una roccia e acchiappa i salmoni che passano: lui è maestro nell’acchiappare i salmoni. Per questa ragione, alla fine però, tutti i salmoni del mondo fanno una grande assemblea e decidono di non far passare più i salmoni in quel fiume, vista l’abilità di Tonkichi nell’acchiappare i salmoni.

Masakichi, per essere troppo intelligente, è evitato da tutti gli orsi. - Chi crede di essere - dicono gli orsi, e lo evitano per la sua superbia (così pensano loro). Dunque, Masakichi è solo e vive la malattia della solitudine. Masakichi e Tonkichi quando si conobbero, ed era prima della ritirata dei salmoni, si scambiavano miele e salmoni. Tutti e due avevano capito che l’uno non si dava arie e l’altro non era prepotente.

Adesso che non ci sono più salmoni cosa avverrà? E’ adesso che si vede l’amicizia tra i due orsi! Loro fanno così: Masakichi divide il suo miele con Tonkichi, ma alla fine quest’ultimo dice al primo: “Io e te dobbiamo essere amici. Se uno dà e l’altro prende e non dà nulla, non è amicizia. Adesso scendo dalla montagna e vado in città a tentare la fortuna. Se ci incontriamo ancora, diventeremo di nuovo amici”.

In città, Tonkichi cade nella trappola di un cacciatore e viene portato allo zoo. E lì, nel chiuso dello zoo, la mente di Tonkichi si apre. Gli viene in mente di fare delle torte usando il miele di Masakichi, e le fa talmente deliziose e croccanti che Masakichi le porta in città e comincia a venderle a più non posso.

I due orsi, da allora, non si separarono più e vissero in montagna restando per sempre amici”.

E’ lo scrittore giapponese Muratami Haruki che scrive questa storia e adesso, pensando a te e a lei, sono io che piango. Piango per te perché so – ho sempre fatto finta di non sapere ma sapevo e ne ero convinto - quanto tu le eri amico. Ma piango anche di rabbia, sempre pensando a te, perché so quanto sei stato imbecille con lei, quanto sei stato gretto, ignorante, irresponsabile. Gretto, ignorante, irresponsabile, per non aver capito quanto tu la facevi soffrire con il tuo comportamento leggero, scostante, inqualificabile.

Tu, immortale?

Le parole. Le parole sono il nulla, ma l’eco di questo nulla trafigge i cuori e li sfracella. Tu hai trafitto e sfracellato il cuore di lei con le tue malsane parole, con i tuoi ragionamenti rivestiti di parole vuote e tendenziose.

Sei stato un uomo da poco, sei stato un uomo senza le cosiddette palle.

E adesso? Adesso lei non c’è più e tu sei muto. Piangi! Tutti ti dicono che il pianto è commozione, sentimento, liberazione: qualcuno ti dice perfino che è coraggio. Tu come ti senti? Ti senti commosso, liberato, creduto, coraggioso? Io so che tu chiedi a lei perdono, che tu chiedi a lei di aiutarti a lottare contro le sottili malvagità del Male, che tu chiedi a lei e a Chi le è vicino pietà per le tue mancanze sempre presenti Sarai ascoltato? Io dico di sì. Comunque, tu interroga il tuo cuore e avrai la risposta. Il tuo cuore è sincero? Il tuo cuore non gioca più come ha sempre giocato? Bene, puoi stare tranquillo: il Bene vince il Male se dentro il cuore c’è sincerità… sincerità vera!

Tu non sei come quell’ufficiale tedesco pittore, che traccia ampie pennellate arbitrarie di un oltremare profondo e dà al cielo un peso insolito, e intanto secchi, e un po’ attutiti, colpi d’arma da fuoco scoppiano nel villaggio del fondovalle. Sono fucilate e raffiche che frastornano una campagna immobile e silenziosa, sono scoppi micidiali che alla fine fanno alzare tutto intorno grida acute di donne terrorizzate.

Braque, Gauguin, Odilon Redon, Boudin, Corot… no, assolutamente no! Colui che dipinge sulla tela è un ufficiale tedesco del Terzo Reich che prepara la sua tavolozza mischiando colori per dare tonalità solide alla campagna immobile del fondovalle e luminosità al cielo, a quel cielo che non può nascondersi ed è obbligato ad assistere alla carneficina che avviene nel villaggio francese di Oradour ad opera dei soldati comandati dall’ufficiale pittore che sta lassù a dipingere.

I soldati dell’ufficiale sparano e ammazzano; lui, l’ufficiale, guarda immobile ciò che ha dipinto, poi sorride e dice orgoglioso al suo sergente: “Wunderbar… Wundervoll… Prodigioso, armonico, ricco, insolito”.

No, tu non sei quest’ufficiale; tu non lo sei mai stato: la vena di artista dentro di te porta sangue diverso dal sangue di questo ufficiale.

Il fatto è riferito da Vercors e “ Le parole” dello scrittore francese dicono l’assurdo cammino dell’uomo.

Tu, adesso, hai capito l’assurdità del cammino dell’uomo e chiedi a lei e a Chi le sta vicino di cancellare l’assurdità del tuo cammino voluta per tutta la vita.

Il tuo cammino è stato una bolla di sapone. Si dice sempre: il cuore ha fatto un balzo – come quello di una ballerina -. Ha fatto un balzo, uno slancio nel silenzio, un attimo di bellezza che non può essere spiegato con le “parole”. Il tuo cuore s’immerge nel passato e tocca il presente. L’alcol della tua sensibilità ha trasformato il tuo cuore in un cuore assolutamente rigenerato.

La grazia. Tu stai cercando la grazia in ogni angolo della tua vita; tu cerchi di allontanare da te tutti i parossismi, tutte le incompiutezze, tutte le inesorabilità offerte dalla vita all’uomo. Ma i parossismi, le incompiutezze, le inesorabilità della vita tu non puoi eliminarle se lotti soltanto per te stesso; se lotti soltanto per tirarti fuori dai tuoi sensi di colpa. Questo tipo di lotta ti fa diventare come una statua: tu sei una statua. Bella, lucida, perfetta, ma sempre una statua, sempre un oggetto senza vita che vuol farsi bello davanti a Gesù Cristo, come se il Cristo non sapesse delle tentazioni del mondo, non sapesse delle debolezze che sono dentro l’uomo e non sapesse della natura flaccida e poco raccomandabile di questo uomo. Allora, che fare? Stai tranquillo: tu riuscirai a farti accettare da lei, dalla tua funambola, perché lei sa tutto, ormai, della tua trasformazione.

Tutto ciò è bello! Tutto ciò è edificante!

Ma tu avrai da presentarti anche davanti a Gesù Cristo. E per essere accettato da Lui con tutte le carte in regola ti ci vuole una grazia speciale; ti ci vuole quella grazia che ti faccia essere – di qui in avanti – sincero e coerente con il Cristo e con tutta l’umanità.

Questo lo vuole Colui che è stato qui, su questa terra, ed ha messo in pratica la sincerità e la coerenza. Insomma, tu devi fare in modo che ogni tua azione porti il marchio del Bene, della Sincerità, della Coerenza. Come devi fare? Riporto qui il passo finale del racconto “La Grazia” di James Joyce. Questo passo si adatta bene a tutto ciò che ti ho appena detto.

“Gesù Cristo non è un padrone troppo esigente. Capisce le nostre piccole colpe, le debolezze della nostra povera natura caduta, le tentazioni di questo mondo… Ebbene, detto ciò, Lui vuole che noi siamo sinceri e leali con Dio…. Noi presentiamo a Dio i nostri conti. Bene. Se questi nostri conti non tornano, noi dobbiamo essere franchi e dimostrare che siamo veri uomini. Noi dobbiamo dirGli: - Ho verificato i miei conti. Ho trovato questo e quell’altro errore; ma con la tua grazia, o Signore, rettificherò questo e quell’altro e regolarizzerò la mia contabilità – ”.

Personaggi del capitolo:

“Tu” è Philip.

“Lei” è Shirley.

Chi parla costantemente con il “Tu” (Philip) è la coscienza di Philip.

12 novembre 2014

Materiale
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