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Elena, Ecuba e le altre

Le donne disperse dalla Storia, riappaiono qui in Elena, Ecuba e le altre di Maria Lenti. Un libro importante, con un uso raffinato della lingua, in cui ogni poesia è un piccolo gioiello.

Esse si manifestano nuove, non più tormentate dal ricordo e senza l’anelito della vendetta per il torto, l’abbandono e il tradimento, ma fatte nuove nella loro consapevolezza di essere donne.

Emergono dall’antico mondo dei Greci, dalla mitologia a cui tanto, ancora oggi siamo debitori.

Quasi contrapposte al λόγος maschile e paradigma della virtù (ἀρετή); loro che erano confinate nel regno del mito (μθος), tra i misteri orfici e/o eleusini interdetti alla vista e alla presenza degli uomini, nel furore delle Baccanti o Menadi (da μαίνομαι, essere pazzo) che seguono ebbre il dio Dioniso, dando sfogo alla violenza (ὕβρις) sacra.

Qui riemergono con la loro individualità libera e consapevole di essere non figure marginali dell’epica e della storia, ma protagoniste assolute, sciolte dai vincoli della memoria e presenti nel mondo odierno, dando voce con le loro parole all’assurdo della violenza degli uomini e alla prepotenza degli dei.

Uomini e dei a cui le donne si rivolgono nel libro di Maria Lenti con un senso di liberazione come nella poesia d’apertura Arianna e Teseo: Teseo al largo già / dolente e fiero. // Arianna a Nasso / leggera e liberata.

Oppure Elena, già assolta da Gorgia nel suo Encomio, che ribadisce la sua scelta: Non tornerò a Sparta.

O il richiamo di amore (ἔρως), che come dice Platone nel Simposio è figlio di Poros (πόρος, espediente) e Penia (πενία, povertà) perché solo dalla mancanza si genera il desiderio, di Fedra per Ippolito. E ancora l’amore di Clitemnestra per la figlia: rivolta ad Agamennone, gli dice: …Rammenta Ifigenia, ora cerbiatta / silente alla mia porta. La stessa Clitemnestra a cui Marguerite Yourcenar fa dire: “Tutte le donne lo sanno: si aspettano sempre che tutto finisca male”.

Oppure dopo la scoperta dell’inganno della veste, Deianira sussurra a Ercole: … Filtri d’amore, no. Filtro sarà il dolore. / Di me viva”.

La verità di Cassandra che vede ma non è creduta.

L’amore di Teti per il figlio Achille: va infatti da Efesto a disdire le armi ordinate prima per lui.

Poi la luce di Giocasta contrapposta alla cecità di Edipo.

Il nuovo, non tragico epilogo della vicenda di Didone.

Bellissima, la sfida-invocazione delle donne a Prometeo: Sfida gli dei Prometeo e l’uomo è salvo / ma il fegato, il suo fegato… / Un bisbiglio all’orecchio: porta, caro, / indietro la destrezza.

L’invocazione di Ermione ad Oreste di scacciare le Erinni.

E Penelope che si rivolge a Ulisse alla partenza: Se tutto è in me parti tranquillo / alle tue gesta, alla tua festa, ai fasti. / Bellezza, pudore, fedeltà portamento, furbizia, /le doti della regina di Itaca: perfezione del senno / o il senno travasato in perfezione… / Il troppo è come il poco: / Ulisse, preferisco il gioco. E al ritorno: Mi si sciolgono gambe e ginocchia / per quest’ulivo non dimenticato. / D’impulso ti avvolgo nelle braccia / ti bacio sulla bocca, la ribacio. // Ma nella schiena un brivido sale / non sensuale ed è distacco. / Non simulo mal di testa / né tela di lino da finire. / In me necessità di ricapare / l’ordito dell’assenza.

La fissità di Andromeda, tra Perseo e Cassiopea, nella costellazione, e la legge del cuore di Antigone contrapposta alla legge di guerra di Creonte.

Ogni ribellione, ogni atto di rivolta è una consapevolezza non destinata a naufragare, a soccombere; le parole, le azioni, i gesti liberano queste donne dal destino (μορα) e dalla necessità (ἀνάγκη).

Il libro si chiude con la volontà di essere, di amare, di vivere: le ore della mia giovinezza / viverle come voglio. (Ebe agli dei):

Recensione
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