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Ma il sole sorge ancora

Accoramento profondissimo, biblico, religioso per l’Umanità che soffre al livello umano e sociale più primitivo è il carattere dell’espressione di Michele Manfredi-Gigliotti.

Spunti di attualità, che al primo rigo sembrerebbero quasi doversi sviluppare sulla falsariga d’una retorica sociale corrente, si risolvono ed effondono, invece, improvvisamente in profondo, accoratissimo, religioso sospiro del cuore: i bimbi che, lanciati in aria per orripilante tiro al bersaglio, credono ancora ad un gioco soltanto un po’ pauroso, con ingenuità che strazia, fan pensare all’inorridito terrore che agghiaccia gli angioletti che planano d’improvviso vicino al Cristo Crocefisso dipinto da Giotto nell’Arena degli Scrovegni:

“Se ancora spariamo sugli Angeli,
a che vale l’abbraccio di Cristo?”

Ancora un’accorata invocazione religiosa risolve e chiude un essenziale, per quanto rapido e impressionistico welthschmerz:

“Non siamo più
a Tua immagine e somiglianza,
o Signore”

E il dolore del mondo è visto – è questo il suo gusto – nei suoi aspetti più crudi, più assurdi, più ingiusti: negli orrori della guerra, dell’iniqua condizione sociale (e nella conseguente psicologia) del suo Sud, della sua Calabria, sofferta con trepidante adorazione. E anche qui ci sarebbe già quasi una retorica letteraria e figurativa. Ma l’acuto sapore di queste righe assurge a definizione universale d’amara verità:

“E nessuno sogna più nuova vita…
ché non c’è vento di miseria
che possa gonfiar le vele alla speranza”

L’arte di Manfredi-Gigliotti ritrae, come si è già visto, forti, atroci, primitivi dolori, quasi sdegnando raffinatezze psicologiche di tormenti e tormentati: uno sguardo sul vasto mondo gli fa cogliere, accanto all’amara terra di Calabria, il canto triste e profondo del battelliere negro del Mississipì, gli occhi vuoti di fiamme dei bimbi ebrei dietro il reticolato dei campi di concentramento, la tristezza vesperale, malinconica e malarica e desolata del Mekong, che l’affanno e l’orrore della guerra non rianimano nemmeno un po’. E di questi ambienti così diversi egli coglie l’anima, per così dire, geografica: la delicatezza geografica che appartiene alla poesia.

Delicatissimo, squisitamente crepuscolare, lievevelivolante è il commosso omaggio alla gloria di Jan Palach, baluginante nella cupa mestizia funebre…

E ancora la Calabria: sole abbagliante , dolcissimi ricordi di infanzia, trilli gioiosi di bimbi nel sole del tramonto, visi di anziani impietriti dal dolore, come in acquaforte di sgarbata apparenza. E la millenaria maledizione del Cielo che li segue da un capo all’altro della terra quando emigrano:

“E vanno, con tanta speranza,
a maledire la sorte
in un’altra parte del mondo”

Parole «non appulchro». «Fra tanti belati», come diceva D’Annunzio presentando un giovane poeta ad un editore, «egli è davvero una voce»”.

Recensione
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