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La poetica di Lucio Zinna
Abbandonare Troia prima che entrino falsi cavalli

Dopo il crollo degli ideali sessantotteschi e la caduta del mito totalizzante della politica, esauritisi gli ultimi rigurgiti della nuova avanguardia, gli anni settanta, pur profondamente segnati dalle esperienze rivoluzionarie del decennio precedente, la cui importanza, nonostante i limiti che le hanno contrassegnate, è indiscutibile, non fosse altro che per il processo di svecchiamento operato in tutti i settori, vedono un ritorno alla poesia che privilegia il momento individuale e coscienziale e la ripresa di tematiche esistenziali. Si parla di riflusso, di chiusura nel privato, dopo tanto spreco di impegno ideologico e politico, ma non sempre «privato» coincide con «disimpegno».

Indubbiamente si assiste ad una rivalutazione dell’autonomia della letteratura in generale e della poesia in particolare, vista come portatrice di valori puri ed autentici in antitesi con i compromessi e la corruzione di una società percorsa da disastri, crisi, morte e distruzione, ma il ritorno alla poesia e alla dimensione individuale assume una connotazione etico-politica nel momento in cui si intreccia o, meglio, diventa una forma di quella «americanizzazione del dissenso»1 che è il modo specifico con cui si esprime oggi la protesta dei giovani e soprattutto degli intellettuali, i quali, pur non cancellando la memoria storica delle lotte di massa che li avevano visti a fianco di operai e studenti, hanno scoperto un modo diverso, anche se non meno radicale, di far sentire la loro voce ed hanno visto nel momento individuale e privato, da un lato, un nuovo terreno di lotta e di libertà, dall’altro un mezzo di difesa dall’invasione di una politica, tutto sommato, estranea agli autentici bisogni dell’uomo e solo apparentemente innovatrice e rivoluzionaria.

«La stessa americanizzazione finisce così con l’essere da noi una forma di conflitto sociale, in cui si allentano i nessi con la lotta operaia e con una prospettiva di classe, ma in cui non si perde una radicalizzazione né vien meno un’esigenza di contestazione sebbene ora per motivi più immediati e prevalentemente estranei a un orizzonte di complessiva trasformazione politica»2.

In questo contesto si inserisce la vicenda poetica di buona parte degli autori nati intorno agli anni quaranta, che hanno vissuto la duplice esperienza della rivoluzione politica e culturale sono stati partecipi o testimoni delle lotte di massa del ‘68, si sono accostati alle esperienze formaliste della neoavanguardia ed ora, pur apparentemente integrati nelle strutture della società borghese, svolgono la funzione di testimoni critici del loro tempo, ugualmente distanti sia da velleitarismi ideologici che da comode evasioni nell’hortus conclusus della letteratura.

Esponente emblematico di questa nuova generazione di scrittori è Lucio Zinna, che, dopo aver attraversato, nel suo tirocinio poetico, la più classica tradizione novecentesca (crepuscolari, ermetici, ecc.) e la lezione di «novissimi», dalle cui posizioni estreme ha tuttavia ben presto preso le distanze, è riuscito a costruirsi uno stile personale e composito nel quale sa tradurre pensieri e immagini, utilizzando con sapiente eleganza e ironico distacco gli strumenti del mestiere, sì da meritarsi la definizione di «gentiluomo della penna»3, che si attaglia perfettamente al tono discreto e sommesso, ma non privo di nettezza e incisività, del suo discorso poetico.

Dopo i primi esperimenti de Il filobus dei giorni e Un rapido celiare, gravati ancora da eccessivo autobiografismo e da influenze letterarie non adeguatamente assimilate e decantate, Zinna ha ampliato e approfondito la sua tematica e affinato gli strumenti tecnici riuscendo a utilizzare al meglio le conquiste formali dei «novissimi». In Sagana, «le vicende private e le esperienze personali vengono collocate in una prospettiva più ampia che è geografica e storica al tempo stesso [ …] Cosicché la “radicale/solitudine” (Elide), l’angoscia di vivere e il ma-lessere esistenziale hanno connotati storici precisi – la “similitudine” – ma assurgono anche ad emblema della condizione di crisi dell’uomo contemporaneo» 4.

L’ultima fatica, in ordine di tempo, di Zinna, Abbandonare Troia5, è un libro denso, compatto e armonico che, dopo un’apertura da romanzo psicologico, giocato sulla rievocazione di figure e momenti di un passato più o meno lontano, va gradatamente orientandosi verso una lucida, coraggiosa ed amara riflessione esistenziale che, pur radicata nella dimensione privata ed individuale, assume i connotati di una lezione morale fatta a ciglio asciutto, senza concessioni a tirate retoriche ne ad inutili lamenti.

Quel che colpisce al primo impatto con il testo è il verso lungo, ampio, che supera di molto la misura tradizionale e pure non risulta prosastico o dimesso, nonostante sia intessuto di termini quotidiani, spesso desunti dal parlato («semi di zucca», «grani di calia»). Le espressioni colloquiali, inserite in un amalgama nel quale sono chiaramente riconoscibili prestiti letterari e versi della più aulica tradizione o addirittura stralci di testi canonici della linguistica, sembrano nobilitarsi e acquistare nuove risonanze, come se fossero pronunciate per la prima volta.

Il plurilinguismo è, dunque, la seconda caratteristica dello stile di Zinna. È forse questo il filo sottile che lo lega alla lezione dell’Avanguardia, anche se, in effetti, non si tratta di un vero e proprio pastiche usato in funzione espressionistica. La mescolanza non solo di registri, ma anche di lingue diverse (inglese, latino, spagnolo), non è dirompente come in Gadda, ne sottilmente polemica, ma è quasi dissimulata, come se l’autore volesse realizzare una medietas stilistica non priva di raffinatezza e di artifìci. In particolare gli inserti di altri poeti hanno la funzione di operare una sorta di demistificazione autoironica dell’io lirico e della vicenda esistenziale di cui egli va ricomponendo i tasselli.

Si osservi in Odore di acetilene l’accostamento dell’eco dantesca al concreto referente economico: «Venti lire non erano | molte (poche neanche a quell’epoca) per considerare | nostra semenza»; e più avanti: «uno | sguardo due sguardi tre sguardi» che riprende, in modo un po’ meno esplicito, il gozzaniano «Una stella... Tre stelle... Quattro stelle!...»; o ancora il duplice e ostentato aggancio a Leopardi di Ridi, pulzella («per il limitare di gioventù spavalda e mite»; «lascio le sudaticce carte»), che, lungi dall’innalzare il tono del componimento, mira paradossalmente a distanziare e frenare la commozione intrecciandosi, da un lato, a scelte lessicali di tono volutamente medio-basso, orientate verso il campo semantico di una corporalità di cui si sottolinea il graduale disfacimento («io ridiscendo giorno secondo giorno a filo di capello | a diottrie a tenui zampe di gallina (che un velo | di emulsione pantèn – dicono – infrenerebbe»), dall’altro a versi di stile alto, dal ritmo musicale: «Mi ridi pulzella appena invasa da un fremito dolce | te a te stessa celando».

L’ironia, realizzata mediante un abile contrappunto tonale, è dunque il filo conduttore della poesia di Zinna, per il quale il poeta è un pagliaccio che recita «controvento, controcampo, controgloria», a cui lo sdegno «potenzia l’ironia» (Controcanto), un «clandestino della parola», «liricodipendente», indifeso eppure «temuto dal potere», che vorrebbe destinarlo a «campi di deconcentrazione» (A volte qualcuno rimane). In entrambe le liriche alla sorridente e un po' snobistica nonchalance dei primi versi, giocati sull’ambiguità (poesia = droga) o sull’apparente divertissement linguistico («controvento controcampo controgloria. Ridopagliaccio») fa riscontro

la serietà delle clausole conclusive, in cui viene espressa la funzione pubblica (A volte qualcuno rimane) e privata (Controcanto) della poesia.

Da un lato la parola-fìonda, cresciuta «in terra di libertà» e perciò capace di intimorire i potenti, dall’altro una poesia-salvezza, «passaporto a sopravvivere», senza il quale «non si doppia questa specie di capo di buona speranza», un motivo, quest’ultimo, che consuona con il tema, caro a Bufalino, dell’«arte-arto».

Privato e pubblico, dunque, si intersecano senza giustapporsi meccanicamente: non assistiamo qui al procedere di due filoni paralleli e quindi distanti; è piuttosto il privato, in quanto tale, a diventare pubblico, non solo perché si configura come terreno di resistenza e difesa dall’invasione «di questo molle-agonizzante impero», ma anche perché in esso trovano alimento le piccole-grandi virtù necessarie a smascherare gli inganni della storia. Memoria, difesa, resistenza sono, infatti, le parole-chiave di uno dei nuclei tematici più significativi della raccolta di Zinna.

Se nell’ambito della vicenda esistenziale del singolo la memoria salva dalla tabes, dal disfacimento, attimi vissuti in fretta e riassume in un’immagine o in un gesto «una fetta di vita», sul piano della faticosa conquista della civiltà non ci si può disancorare dalla «vigile me- moria», se non si vuole rischiare di precipitare nuovamente nella «sconfitta barbarie». Alla poesia-fìonda, che colpisce i potenti, parlando sottovoce, sorridendo e irridendo, si affianca la memoria-freccia, che sostanzia di sé la parola e, proiettandosi dal passato al futuro, può ren-dere possibile, forse, l’«utopia di nome libertà». Una memoria, dunque, adoperata in funzione etica, strumento di difesa e resistenza, ovvero di quell’atteggiamento che connota l’uomo Zinna e scandisce le tappe essenziali del suo itinerario, come dimostrano i puntuali riscontri linguistici: tutte le volte che il poeta affronta tematiche di ordine etico-esistenziale, compaiono, a guisa di «sfraghìs», le immagini della difesa e della resistenza:

«Opera tu per la tua parte | mettiti in guerra la coscienza – insisti stringi | i denti» (Il bivio); «A volte stringo i denti urlo se capita | difendo mi difendo continuamente resisto» (Resistenza); «So appena che mi difendo | resisto per non soccombere mi recito | il nonostante tutto» (Astoria 327); «Abdicare è già cominciare a morire» (Frammenti per le creature); «Non ti dissi | (né avresti creduto) che fin dall’età di ragione | avevo imparato a corazzarmi e mantenermi | un nucleo intatto (un osso di purezza) impenetrabile | ai tratti del volto ai segni della mano» (Sessantacinque versi per il treno della Maiella).

È significativo che delle cinque liriche citate tre facciano parte della sezione centrale del libro. Lamentazioni d’Orfeo, che è la più densa di riflessioni etico-esistenziali, mentre la prima e l’ultima aprono e chiudono la raccolta, sicché il tema della difesa-resistenza, apparentemente secondario, se si guarda alla quantità, risulta collocato nei punti nodali dell’opera, fungendo da sotterraneo e dissimulato filo conduttore. Se in Bivio il mettere in guerra la coscienza è un modo di fare la propria parte in un’esistenza in cui il caso manda all’aria i più ferrei e strategici progetti del «fìciniano faber», in (Sessantacinque versi per il treno della Maiella) l’«osso di purezza» (un osso di ascendenza montaliano-cattafìana) è la corazza interiore che permette, dopo una pausa nell’Eden casalingo di «un remoto villaggio», di rientrare a Palermo «tradita moribonda», di non abbandonare l’amata-odiata Troia.

Dalla memoria, alla resistenza, alla sudità: il viaggio poetico di Zinna, che sembrava muoversi prevalentemente su un piano metastorico, o agganciarsi, al limite, ad una riflessione sulla condizione dell’uomo contemporaneo, rivela adesso il suo dolente punto di partenza, che si enuclea in due dense ed emblematiche liriche: Sudità e A Giovanna Bemporad.

La sudità di Zinna esce dai tradizionali canoni della rappresentazione geografica e interiore del meridione. Non c’è l’oleografìa del paesaggio, né il lamento per un mondo dimenticato e abbandonato; né la Sicilia è, come in Quasimodo, una sorta di Eden desiderato e rimpianto da contrapporre alle brume del nord. Al contrario, Zinna si sente uomo del nord, «non solo geograficamente distante» «da quest’isola amara» che pure lo «abbaglia», e sa guardare con distacco critico, ma non privo di amore, al suo mondo.

Egli rifiuta «l’oltranzosa sudità», che altro non è se non «irremovibile sudditanza», marchio da scrollarsi di dosso con l’azione, e non con inutili lamenti e se, da una parte, riconosce limiti e difetti del sud, dall’altra, con uno scatto polemico, rifiuta la circoscrizione geografica delle mafie e dei fascismi e vede piuttosto nella Sicilia una particula mundi come le altre, oppressa dal montaliano male di vivere di fronte al quale l’unica soluzione è, ancora una volta, la resistenza. Una resistenza che si esprime in due forme diverse, eppure complementari: da un lato come opposizione etico–intellettuale al male, rifiuto di ogni arrendevole acquiescenza, dall’altra come capacità di difendere i valori più puri, fondati sull’amore, su una intima e privata coesione, dalla quale soltanto si può attingere la forza necessaria per «tenerci a galla».

Ancora una volta, con il montaliano procedimento di riduzione ironica, il simbolo salvifico è una quotidiana e prosaica «zuppa di fagioli»: «Ci salva | la nostra coesione un singolare modo di tenerci a galla | persino la zuppa di fagioli che ci attende stasera» (Memoria di scirocco).

Alla resistenza fa da contrappunto l’abbandono. Come spesso accade in Zinna, questo tema, pur fondamentale, è inserito, quasi di scorcio, in due liriche di ampio respiro: Scartabello degli attimi invenduti e Sessantacinque versi per il treno della Maiella.

Di fronte alla metropoli convulsa e fatiscente, novella Troia, «con semafori zebre ciminiere mitragliette skorpion | e kermesses mondane e sindacati autonomi e confederali | e impossibili scuole (elefanti di mala educazione | di presunzione e droga)», è forte la tentazione di piantare tutto e «barattare sterco di cemento | per sterco di cavallo», «i sindacati per una gallina», di ritrovare ritmi più umani e «allogarsi con la sacrafamiglia nel più remoto villaggio», abbandonando Troia «prima che entrino falsi cavalli».

Violenza, sciocca mondanità, faziosità politica, ritmi accesi e presuntuosa ignoranza sono i connotati di un male storico più che esistenziale, concretamente incarnato nel mondo cittadino, covo di lupi, a cui si contrappone un Abruzzo magico e sconosciuto, temporaneo Eden nel quale sarebbe bello chiudersi, recidendo i fili con il «molle-agonizzante impero». Eppure la scelta, sofferta e dolorosa, è ancora una volta quella della resistenza, che si concretizza nel ritorno «verso Palermo tradita moribonda | ... verso un freddo glaciale coltivato | per secoli da un sole irridente permaloso» (Sessantacinque versi per il treno della Maiella).

Ritroviamo riassunti e come fusi insieme nel componimento che chiude la raccolta i temi fondamentali della riflessione poetica dell’autore: la ricognizione amara e inquietante dei mali della società contemporanea, la tentazione dell’abbandono, la resistenza, la consonanza antica, unica ancora di salvezza dalla catastrofe imminente: il tutto espresso con quella padronanza dei mezzi formali che è segno di stile personale, ma anche fonte prima di quel piacere del testo che i versi di Zinna riescono indubbiamente a procurare.

Note

1 ROMANO LUPERINI, II Novecento, Torino, 1981, pag. 746.

2 ROMANO LUPERINI, op. cit.

3 RAFFAELE PELLECCHIA, Prefazione ad Abbandonare Troia, pag. 7.

4 VINCENZO LEOTTA, Sagana retrospettiva, in «Prospettive culturali», 3, 1979, pag. 81.

5 Forum / Quinta Generazione, Forlì, 1986.

nn. 63-68, 1986-87

Recensione
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