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La prima domanda che si affaccia alla mente del lettore, una volta chiuso il piccolo e denso libro che raccoglie la più recente produzione lirica di Lucio Zinna, è: perché Bonsai? Che relazione ci può essere fra gli amaro-ironici versi del poeta siciliano e quelle piante mantenute nane con paziente tecnica orientale? La risposta sembra venire dalla lirica d’apertura, nella quale Zinna, con quel suo stile misurato, in cui si amalgamano forme colte e moduli del parlato, medita sull’egoismo di un prossimo, che si avvicina solo per interesse, ma, di fatto, è distante, anzi, lontano. Il dono del poeta, pesante e grande come un albero, viene portato via dai cosiddetti amici con leggerezza e noncuranza, «nemmeno portassero via un bonsai» (Il prossimo tuo). Ecco, dunque, la parola, lieve e graziosa come un fiore, rimbalzare dalla lirica d’apertura alla copertina ed assurgere alla dignità di titolo della silloge.

Ma l’ambiguità propria di ogni testo poetico ci autorizza ad avanzare un’altra ipotesi interpretativa, che ci sembra convalidata dalla lettura dei componimenti contenuti nella prima sezione (Prossimo). Il bonsai, questa pianta bloccata, quasi coartata nel suo naturale sviluppo, può essere visto come simbolo-attributo del poeta, anch’egli ingabbiato in una società meschina, che lo avvinghia, lo imprigiona nella sua stupidità, impedendo il libero espandersi della sua forza vitale, della sua ricchezza interiore.

Impregnate di una moralità laica, che non esita ad aprirsi, quasi con pudore, ad una religiosità riservata e discreta, le liriche oscillano tra la severità e l’amarezza scaturite da una disincantata disamina dei mali della società, che indurrebbero ad una resa totale, ad un aristocratico rifiuto del mondo, e la forza dell’humanitas, che aiuta a vivere, a tendere la mano, a de-circoscriversi per «tornare | a ri-sentirsi fra uomini e salire» (Versi per una fotografia di Teresa di Lisieux).

Il poeta, riprendendo un discorso iniziato nel 1976 con Sagana e continuato a distanza di dieci anni con Abbandonare Troia, ribadisce la sua lezione morale, fondata su una montaliana resistenza al male, sostanziata di memoria e di amore: memorie dolceamare dell’infanzia e del passato, amore per gli amici (quelli veri, s’intende, come il poeta paladino, che combatte con la morte), per l’odiosamata Palermo, a cui dedica una fìlastrode, nella quale si mescolano rabbia e dolore, per la sua donna, per quel raggio di purezza che traspare dal volto di Teresa di Lisieux e dona la serenità e la forza necessarie a continuare a vivere, in mezzo ad un prossimo graffiante e lontano.

Un itinerario, dunque quello di Zinna, che non si blocca nell’impasse della circolarità, ma passa da un’amarezza risentita ad una più serena disponibilità verso il prossimo, alimentata da una rinnovata fiducia nel divino. Si coglie, infatti, un preciso contrappunto fra la sezione iniziale (Prossimo) e quella finale (Lisieux): il disincanto provocato dall’egoismo del prossimo, l’aristocratico disprezzo per gli «handicappati | dello spirito» o per i falsi liberatori cedono il passo ad una rinata pietà, che induce il poeta a tendere la mano allo «sperduto fratello» ed a ritrovare in sé «Un lume che ravviva le pose svilite | che ri-fiorisce le rose appassite raduna | le disgregate pietre ristora le case | restaura le chiese indora il volto di madri | riapre le logge i teatri» (Il lume).

La lirica, percorsa da ostentati echi e scoperte citazioni pascoliane, è un esempio della tecnica compositiva di Zinna, che affida la musicalità dissimulata dei suoi versi a rime interne, assonanze, allitterazioni che ora si rincorrono a distanza, ora si susseguono quasi senza soluzione di continuità, indizi di un attento e sofferto labor limae, attraverso il quale il poeta si sforza di dare voce al suo complesso e tormentato rapporto col mondo.

La dichiarazione di poetica (A un poeta rompiballe) che, non a caso, occupa nella raccolta una posizione centrale, enuncia con chiarezza i principi a cui lo scrittore si attiene nella sua militanza di uomo e di poeta. Poesia è stare dentro le cose, trafficare con esse, battere il chiodo, smontare rimontare, magari senza certezze, ma con coerenza e dignità.

È questo il messaggio che, ancora una volta, ci giunge dai libri di Zinna, un poeta che, con intelligenza, amore e misura, non «discorre di versi», ma fa poesia.

Recensione
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