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Il Filobus dei giorni

[…] Uno scrittore, giovane, che la prefazione di Franco Favata alla nuova silloge presenta come esponente del più immediato e sofferto processo spirituale che travaglia, con struggenti soluzioni di continuità, la generazione contemporanea.

Bisogna dire che Favata, accompagnando. «Il filobus dei giorni», ha centrato una problematica sociale scottante, ha messo in discussione, da tutto il contesto dei motivi psicologici e lirici di Lucio Zinna, i tentativi di anabasi brucianti al fondo di innumerevoli coscienze.

Ma noi pensiamo che certa lirica, come questa raccolta, va esclusivamente letta col cuore. E «Amore di terra lontana», un lamento greve di dedizione, nonostante le insistenze grigie, è già una soluzione positiva del dibattito. È strano come da questi versi si ricava la sensazione attutita – che è realtà – di qualcosa che sfugge a poco a poco. Di tutta la vita che sfugge, giorno, per giorno di mano davanti ai miraggi coi quali ogni giorno andiamo incontro al sole, davanti alle soglie lustrali del cuore, davanti ai Getsemani di tante ore d’angoscia. È strano perché, quel tormento genera una gioia dolorosa in fondo all’anima, quasi un germe di purissima tenerezza, quasi un piacere crudele che non ha nome, ma che reca un’ondata di vita. Anche – se Zinna «non prega ormai da secoli», ha fatto di questa lirica, secondo noi la migliore del volume, una preghiera a un Che di eterno termine ultimo di disperata speranza, pungolo tremendo della sua stessa pena.

Abbandonati i primitivi romanticismi e le forme classicheggianti, nelle liriche che recano date recenti, da una eletta sobrietà d’espressione, scaturisce un credo dolente sempre, ma composto di illuminata coerenza, di una cosciente diagnosi. Anche le poesie sociali sono amare. Ma non giudicanti: filosofia pacata che raccoglie i fermenti del dramma senza artificiosità né anatemi. E lievita dalle memorie i contrasti e le alternative e i personaggi in una cornice di estrema essenzialità,

L’ultima parte – «II tempo e gli amori» – contiene veloci schizzi che dalla pura cronaca si sollevano a pateticità non sempre valide. Il meglio è nel «Trittico per A.» che segue ascisse e coordinate offset e possiede un contenuto cantante e succoso che salva dall’oleografia, trasferendo, la storia su un andante di eternità. C’è qualcosa in questa lirica, qualcosa di guizzante fra terra e cielo, tra forma e pensiero, che è fuoco, fatuo: sfugge quando si crede di averlo finito, s’innalza quando si crede di averlo svilito. Forse perché il poeta tentava di metterci «tutto» di tutto quello ch’era stato. Felicissimo in «Quando sul cuore ti posi»: tre versi esplosi dall’anima; un po’ amari un po’ dolci, «falsamente» moderni. C’è dolore fondo a quell’amore; nostalgia di qualcosa che si vuol credere di avere dimenticato. Nostalgia disperata per un ricordo, unico. Ricordi di un uomo che ha fatto molte volte a pezzi l’Amore forse per, un infantile senso di autodifesa per un inconfessato pudore della parte più intima del cuore, che non è stata, in effetti mai raggiunta.

E si avverte questo disancoramento progressivo, questo vago e vacuo trascorrere sui volti, sulle forme, questo «sbucciare il cuore» e sottrarne poi, di colpo, il nucleo più profondo che non ha mai voluto cedere. Un poeta e un uomo fatto così.

Ma in futuro quando le riserve si scioglieranno, egli ci darà una poesia piena, corale. Dove urlerà, non parlerà, dove demolirà più di quanto non faccia in «Pugnali di silenzio» o scaglierà alle stelle la sua maledizione o, brucerà d’estasi, sia pure carnale, ma brucerà. In tutte le liriche.

Troppo giovane ancora, forse. Ma quando vedrà dietro di sé il Tempo consumato, allora picchierà contro la soglia della Morte e i suoi «perché» avranno la forza dell’immortale. Quando maturerà ciò che è già in germe in «Pianto di Carnevale» – più definito in «Amore di terra lontana» – allora soltanto Lucio Zinna scriverà il poema sulla «consumazione» di ogni realtà.

Recensione
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