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Dal fuoco etneo alle acque polesane

Università di Udine

L’attuale silloge, suddivisa in due parti, preannuncia sin dal titolo un incipit che comporta un ventaglio di scelte, in grado di esplorare una determinata topologia poetica che, attraverso il rilevamento e la discussione dei topoi, coinvolge metaforicamente e metatestualmente anche l’aspetto tropico. In sostanza, viene indagato l’essere stesso della poesia nella sua espressione storica tradizionale e sacra, e del poeta in grado di manipolare con sicurezza le modalità del verso, reso sonoro e colorato “dalla sublime Parola” (Solo per un audace colpo d’ala).

È nota, ormai, l’abilità di M.L. Daniele Toffanin di proporre al lettore visioni poetiche – illuminate dalla speranza −, che s’impongono per efficacia ed intensità di metafore, sorte in un tripudio di gradazioni. Sopraffatta da un’ebbrezza vitale, ella è sovente ammaliata da “colori inerpicati”, capaci di ravvivare persino i brulli pendii dell’Etna, dove ancora la vegetazione trova la forza per riaffiorare in “improvvisi morbidi/cuscini di verde”, o in ginestre “miti fuochi d’arteficio / colori-musica esplosi dal cuore etneo” (Quadri del rifugio Sapienza).

La realtà di riferimento è costante motivo d’ispirazione, ad iniziare da quella più lontana ed intellettualmente amata, come può esserlo la Sicilia dove si esalta la forza dell’arte, “…rugiada allo spirito / promessa di nuova fioritura” (Si celebra la cultura). Un fuoco simbolico accende gli animi con “femminea irruenza”, reso visivamente dalla “fiamma etnea” che riarde “in cascate di liquide scintille / fra argentee corone di stelle” (Ultima sera).

Emozioni e desideri si sprigionano dalla serena visione di paesaggi traboccanti di fiori e di frutti (“Tutto a ghirlande di fiori / a cornucopia di frutta”) che riportano all’innocenza dell’infanzia, allo “stato beato dello spirito / sgravato da ritmi e attese / nel tempo quasi eterno  // dell’Etna solenne fumosa/tonante regina / attrice insieme regista / di terra e cielo” (Prato Perrotta), librando il verso in un canto di gioia e di luce. Una serenità in cui l’animo si apre al piacere della conversazione, così “Morbida la sera si scioglie in perle / parole fra noi leggere / in corali fabulari // sui femminili-virili / pensieri-moti-sospiri della “gran signora Montagna” (Ultima sera).

Dalla natura all’uomo, o meglio alla donna: il passaggio è doveroso data l’inevitabile consustanzialità tra l’essere femminile e l’elemento naturale, tra l’Etna “in tutta la sua femminea bellezza” (Quadri del rifugio sapienza) e Valentina. Quest’ultima, con“scintille dell’Etna negli occhi / vaghezza del mare lontano / riflessa nel sorriso”, (Valentina), viene, pertanto, associata a “La gran montagna sacra / nella sua anima di roccia / l’arcano mistero trattiene (L’eterna donna etnea).

L’osservazione ambientale è sovente pretesto di riflessione sulla piccolezza della condizione umana, in relazione al “Cosmo materia morbida / sfumata sinfonia d’azzurro-verde / preludio di altri lontani spazi-attesa d’Eterno” (Noi con le nuvole), la quale trova conforta nell’Ente Divino: “Umili schegge di creta siamo talora a creste arroganti / tutte rapprese nel mistero ora sospese nel cielo / ma protese verso le tue braccia, o Dio / che tanta fantasia ci hai ispirato antidoto all’abisso” (Volo). Ogni dubbio e ogni perplessità si dissolvono, rasserenando l’animo con la certezza che “s’eterna ogni vita nel tempo eterno / garante del nostro passo nella storia” (Solo per un audace colpo d’ala). Importante è abbandonarsi al desiderio, “pur se no t’inveri, rinnovi di / porpora rosata ogni mia alba / o mio desiderio mio, pur se non t’inveri” (Vagando fra sidera e desideri). Con un messaggio di speranza (“Nel cuore mi fioriscono le viole”, Vagando fra sidera e desideri), si conclude la prima parte della silloge dedicata a Grazia e Paolo, compagni di viaggio in terra siciliana.

La seconda sezione, offerta a Massimo – punto di riferimento di tutta la vita −, senza dubbio è la più corposa in quanto nasce da una realtà maggiormente familiare, quella padana, “mia terra / di foschie malie vapori / slarghi inattesi di sole / fra fondali d’umide perle”, che le ha dato i natali e le ha fatto scoprire “incantesimi minimali / d’acqua e fronde infiniti / nel variare di suoni segni e colori / orizzonti altri di luce” (Nuovi stupori d’acqua e fronde).

Filo conduttore è l’acqua, sia quella dell’alveo del Po (“Mistero mi è questo fiume / potenza d’acqua inquieta/irruente in forza di piena. / Attesa paura morte…. È fiume-chiatta di ricordi / infanzia che galleggia / in verdi distese / d’acqua di campi  // è brivido carpito / sul filo dell’onda che torna / fra dolce profumo-memoria di nebbia”, Fiume gigante), o quella“… dove il Delta ramifica a levante // e il mare all’opposto sguardo / umano rientra-docile laguna / fra casoni coltivi” (Verso Albarella), oppure l’acqua di foce “con azzurri spruzzi più chiari più arditi // quasi soffiare salmastro / di cavalli selvaggi / in galoppo dal prato di sale su / su nell’alveo dell’Adige” (Sogno di foce).

I richiami memoriali alle origini delineano nitidi acquerelli di sogno, colorati di desiderio e di rimpianto, ma anche di speranza, perché “…ritornare ai luoghi / nell’aria di mare che pacifica / è riprendere coscienza di se stessi / nel corpo rugoso e nell’anima viva” (L’orologio del tempo).

Se il progressivo trascorrere di “stagionali eventi” (Sgomento) confonde e sconcerta le menti, con il calare delle tenebre, a rassicurare è ancora una volta “Il mare specchio ove il cielo s’imperla / in collane di sue memorie bambine // e l’anima brivida / si veste della sera madreperla” (Di perla in perla). Raffinato è il gioco poetico che traspare con grande maestria in versi pregnanti, capaci di annullare inquietudini e timori, di aprirsi alla gioia di vivere condensata nel volo del gabbiano “aquilone di felicità” (Schegge d’azzurro). Così la sera si fa “magica nella mia pianura”, “La sera –scialle ancora vermiglio / di viola sfrangiato / s’adagia sul grembo del grano / nel dono dell’ultimo sole //… La sera è tutta un’offerta di luce” (La sera un’offerta di luce).

Versi leggiadri, a volte scherzosi, colgono attimi di vita, piccole lotte quotidiane come ad esempio quella armata nei confronti di “pulci beate” o di “…pidocchi / o tarli furbastri / segreti in antichi legni / sarà un mistero a luci rosse / d’indicibili insetti?” che improvvisi prendono possesso della casa, ma contro cui infine “alzeremo la bandiera / della razionalità / per schiacciare il sortilegio / quale esso sia” (Disinfestazione). La visione di un passerotto − “… fra le dune del vento / festoso arruffa le piume / le piume festoso arruffa / in un palmo di sabbia / sollazzo al ruvido grembo” −, oltre ad offrire un momento di distensione, racchiude un’esplicita richiesta d’aiuto per superare l’inquietudine causata dal trascorrere del tempo, di fronte al quale ogni difesa sembra inutile: “Tu, passero fanciullo / lontana mia stagione / delirio di pensieri / sguazzanti tra le dune / e mille altre avventure / allentami tu l’attimo / ché quest’ora più indugi sulla terra” (Il passero fanciullo).

Una poesia dei luoghi, quella di M.L:D.T., reali e concreti, ma anche metafisici, in quanto lo sguardo, imploso nella profondità dell’essere e allo stesso tempo nell’assoluto, è inevitabilmente multiplo, comprendendo tutte le contraddizioni, anche quelle della coscienza. Eloquenti sono i successivi versi “Ogni luogo ha luci / suoni segni colori altri // dilava lapilli l’Etna / d’acqua frondosa il delta. // Ogni luogo è specchio / di emozioni uguali diverse / come amori giovani // raccolti tutti / nelle aiuole del cuore / energie vitali rinate” (Luoghi amati).

Modulata sui ricordi, sull’osservazione della natura esterna ed interiore, in cui affiora il mistero della vita, l’intera raccolta poetica è canto di speranza (“Sempre ebbi fede / in schegge d’azzurro / speranza pane dell’anima”, Schegge d’azzurro), ricerca del “…buono della vita / che al mutar di luna e maree / prova e riprova sperimenta / per la beltà propria della specie” (Il tuo aquilone dotto), esaltazione della creazione: “…e ancora ho scritto il privilegio / profumo d’esser viva / fra aghi e pigne e ali e canti // libera nell’umano limite / ma viva senziente / creatura nel Creato. // Ho segnato a mia memoria / l’ora l’attimo / ho posto una coriacea pigna / col mistero delle note // racchiuso nel suo riserbo / fra le tue mani, accanto” (Ho scritto il privilegio di sentirmi viva).

Lo spazio reale, quello familiare e quotidiano, vanno a costituire, pertanto, il centro del labirinto percorso dalla poetessa che, dopo tanto errare tra luoghi siderali, tra meandri di una natura ricolma di sorprese, tra interstizi dell’anima, conquista la ‘sua’ verità”, quale autorivelazione della singola esistenza, in perfetta sintonia con la teoria di Jasper − ogni esistenza è a sé stessa la sua propria verità −. Conquista anche la libertà d’immaginare, di pensare e di sentirsi viva; libertà che sta alle origini della poesia stessa, capace di unire gli opposti − fuoco e acqua −, di carpire i segreti più intimi dell’essere umano per fissarli nelle trame di una storia universale, costruita sulla verità e sulla bellezza, dando significato alla vita, organizzando il “caos percettivo”, per utilizzare la felice definizione di Borges.

Recensione
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