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E’ nota la particolare disaffezione del lettore italiano per i testi poetici, forse perché ritenuti di difficile comprensione per le implicite e non sempre evidenti allusioni culturali, o per una sorta di discrezione. Penetrare nei pensieri del poeta, sia pure universali, superare la barriera della riservatezza di sentimenti del tutto personali, può provocare a volte un senso di disagio. Al di là di tali considerazioni, sta di fatto che se diamo uno sguardo ai cataloghi delle case editrici di maggior diffusione in Italia, balza immediatamente agli occhi il divario consistente fra titoli di narrativa e di saggistica, e quelli più strettamente poetici.

Fa eccezione, in tal senso, il diverso orientamento di alcuni editori: ricordo tra gli altri Passigli di Firenze che annovera opere in traduzione di Neruda, Le Lettere, sempre di Firenze, il cui interesse è diretto ancora una volta alla poesia straniera, in particolare latino-americana, Viennepierre di Milano e Marsilio di Venezia con la collana Elleffe, diretta da Cesare Ruffato. All’interno di essa, figura l’ultima silloge di Maria Luisa Daniele Toffanin, allusivamente intitolata Fragmenta in quanto coglie vari momenti della ricerca condotta tra il 1995 e il 2005. Coriandoli di vita, resi graficamente in copertina da una serie infinita di pallini di due colori contrapposti, ma uniti da un filo leggermente ondulato che alla continuità dell’esperienza assegna un’implicita diversità. La stessa che si evidenzia nella struttura del testo, suddiviso in due parti, precedute da una “Introibo” a mo’ di introduzione sulle motivazioni di scrittura. La prima parte “Archetipi” è a sua volta ripartita in tre sezioni: “Negli occhi del cuore” formata da diciassette poesie, “In stanze della vita”- trentun poesie-, “Nel vento del mito” – diciannove poesie –, mentre la seconda “Attese” consta di un’unica sezione comprensiva di ventun poesie. L’apparente squilibrio tra le due parti è del tutto intenzionale : si avverte la volontà di esaltare come in un luogo a sé stante, quello degli archetipi che più esprime il senso della vita “Miracolo, poeta, l’infinita nostra attesa” ( “L’infinita nostra attesa” p.119).

La poetessa padovana, ormai giunta alla sua sesta raccolta poetica – Dell’azzurro ed altro (1998-2000), A Tindari (2000-2001), Per colli e cieli insieme mia euganea terra (2002), Dell’amicizia - my red hair (2004-2006), Iter ligure (2006) – ripropone ora tematiche a lei care, come quelle relative alla vita e alla morte, all’amore per la natura e per le sue incantevoli espressioni. Una bellezza che è sinonimo di conoscenza, di sapere, in quanto permette di cogliere l’incorporeo nel corporeo, l’essenza delle cose nella loro totalità. A ciò si affianca una rinnovata e matura visione dell’esistenza, in cui il concetto di salvezza trova vigore negli archetipi, “Presenze scorci | stretti insieme, poeta | da forza follia d’amore | che ci trascina avanti | pur chiusi in lacci di sangue” (da Archetipi, p.7), in grado di rivitalizzare il “muro sgretolato | dal non senso delle cose” (“Introibo”, p.5). Ad essi si associano il potere dell’attesa “che lievita effervescenza fanciulla in ricarica di stupore | ardisce in fantasiose trame a mirare oltre la siepe” (p. 5) e della natura “che a noi commisurata affabula magia-prodigi-energia”(p.5).

Mondo di sentimenti altalenante tra la quotidiana percezione di avvenimenti concreti da cui si libra alto il pensiero, e la malinconia del ricordo di persone amate che continuano a vivere nella gestualità dell’autrice: “E chiusa in quest’opale | – densa malinconia matura – | smuovere mi sento gesti d’altre mani | vive in ricordi acerbi | morbide su lini e ruvidi cotoni | ad accarezzarne l’intima sostanza | memoria sensibile alla pelle | nel cuore ricomposta | a rinsaldare radici | di fragili stagioni” (“Dolce rituale” p .20).

Presenze femminili s’impongono per forza d’animo ed energia vitale attraverso le varie fasi della vita: dall’attesa del figlio, ancestrale richiamo “ad una maternità-immensa coltre | che avvolge il proprio e l’altro | in misura simile dissimile, | ma offerta costante riparo” (“L’attesa”, p. 90), alla quotidiana presenza familiare che sin dal mattino “con occhi di sole” si veste “di vita di gioia” per cingere “la sera-magia d’affetti | in corolla scarlatta” (“Tu mattino, p. 22), al lavoro di cucito (“Cuce ricuce la Bice | scampoli di vita da anfratti segreti | rimossi al guizzo-moda dell’ora | e al suo ago-pensiero creativo | da antica seta reinventa veste frusciante” ( “Creativa-mente”, p. 26) che alimenta sogni e fantasie. Donne che si schiudono alla vita “si fanno farfalle | in voli d’amore | in guizzi segreti | a brezza di suoni” (“Sortilegio”, p. 31), che spalancano gli occhi curiosi sul mondo “l’iride tua fiorita | dei più rosati sogni | umida di riflessi puri | rapita dal giocoso impegno” ( “Per sempre”, p. 49), che maturano “Sotto il crespo di spose” (p. 53), che muoiono, ma il cui ricordo s’impone sulla fragilità del vivere “aprendo spiragli insperati di vita | a chi permane custode del mistero” (“L’azzurro del tuo sguardo ci conduceva”, p. 61) e si trasforma in mito, immortale presenza consolatoria.

Vita e morte insieme “luoghi-momenti prossimi remoti | come in un dolce infinito presente” (p. 61) si aprono sul mistero dell’esistenza, costantemente indagato alla ricerca di risposte e di conforto, di “una pietà trapunta di viole” (“Empietà”, p. 63), per dare un senso all’ontologico esilio dell’uomo. Il ricorso ai miti è, in fondo, la necessità d’inserire l’ansia personale in un discorso universale, superando barriere temporali e spaziali, senza condizionamenti di sorta, in libertà di pensiero come “anima che vola in sentieri di cielo” (“L’infinita nostra attesa”, p. 119). La funzione del poeta è proprio questa e Maria Luisa Daniele Toffanin l’ha colta nella sua profonda essenza etica ed estetica.

Il verso, pertanto si amplia in un fraseggiare di grande respiro, rompendo la tradizionale struttura metrica, facendo ricorso ad un originale linguaggio reso da bi e tri sintagmi, alla sonorità di metafore che indicano spiragli di speranza, alimentati dal potere della parola, ricercata nei significati antichi per penetrarne l’essenza più recondita. Significativa è la rivitalizzazione di termini latini – introibo, substantia, cotidie, antiqua mater…– che oltre a testimoniare una sottile e profonda conoscenza del mondo classico – tra l’altro evidenziata anche nel riproposizione dei miti – rendono con maggiore incisività i concetti, colti nelle intrinseche sfumature di significato. Da inanimate e fredde, le parole divengono vitali, quasi antropomorfe, sino ad essere fonte unica di piacere.

Senza dubbio, in quest’ultima raccolta poetica, si sono definite con forza e originalità le qualità stilistiche di Maria Luisa Daniele Toffanin, più che mai attenta ed efficace nel porgere attraverso il gioco di metafore e di metonimie, un ideale ponte fra l’ambito personale e le forme dell'esistenza collettiva.

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