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Magia di attese

Università di Udine

L’ultima plaquette di Maria Luisa Daniele Toffanin, imperniata sul concetto di attesa declinato nelle sue molteplici sfaccettature, conduce il lettore nei sentieri della memoria familiare, fonte preziosa dei legami con il passato nella loro funzione di connessione e di trasmissione culturale ed emotiva. In una sorta di schema temporale che dall’infanzia lontana travalica il presente aprendosi al futuro, le angosce sfumano in uno stato di grazia provocato proprio dalla poesia, capace di mitigare anche le emozioni più forti. Non solo, lo stesso teatro, “divina arte-catarsi-emozione” è motivo costante di liberazione, o meglio di rasserenamento, per usare un termine caro ad Aristotele il quale per primo estende il significato di catarsi alla designazione di un fenomeno estetico. Tale stato di grazia è doppiamente rafforzato dalla totale identificazione tra immagine − significativa di ambienti reali o metaforici inseriti in un determinato sistema culturale − e coscienza che contempla, come affiora dalla lettura di Magia d’attesa.

Il volumetto, preceduto dalla “Prefazione” di Stefano Sodi e chiuso dalla “Postfazione” di Mario Richter, è suddiviso in due sezioni: L’attesa bambina −comprendente le poesie “L’attesa era la stanza bassa, madre”, “L’attesa un angolo di meraviglie per te, figlio”− e L’attesa matura in cui figurano le liriche “Ti aspetterò nell’incontro del cuore”, “Nel nome della Gran Madre”, “Nidi stellati di gioia”. Deus ex machina della prima parte – di minor lunghezza rispetto alla seconda, ma di uguale spessore poetico− è la “madre-magistra-regista”, “magistra-fanciulla-corista” che, nella “stanza bassa” −ovvero nello scantinato di casa − organizzava rappresentazioni in cui figlie e nipoti davano libero sfogo all’immaginazione, “imitando adulte movenze/ in cratere globale d’invenzioni”. È la vita stessa ad entrare in scena, “arrogante a passi da bufera/ ti burattina a suo piacere/ ti squassa spacca e strappa/ dall’albero della felicità// …E per guizzo ultimo di sereno/ inattesa ti ricompensa/ con premi d’alta fedeltà”. Un percorso di formazione trasmesso “Con fili di fantasia-energia”, a sua volta, da Maria Luisa Daniele Toffanin al figlio “per colmare l’attesa bambina/ d’amore amicizia per uomo-natura”. Ininterrotta è la continuità tra passato e presente, in cui “si ravviva rinnova s’eterna/ in voi ed altri/ nella girandola del tempo/ lo stupore dell’attesa”. Essenziale è mantenere vivo il ricordo di valori antichi, “quel sapore vero del tempo delle cose/ allentare sulle orme/ l’uomo nel tecno itinere/ che brucia il non vissuto ancora/ al vento d’ansia cosmica”. Compito del poeta è rinnovare la “magia d’attesa / terra d’approdo ove sostare insieme/ al riparo del ricordo/ elevare altari di poesia/ sull’orlo del naufragio dei giorni”. Da qui l’impegno costante della poetessa che crede fermamente nel potere salvifico della poesia, nella forza delle parole capaci di estendersi oltre al loro stesso significato proprio in virtù dell’uso di doppi e tripli stilemi, di ossimori sonori e colorati. Le “parole-burattini”, oltre a rimandare ai giochi dell’infanzia, alla finzione teatrale, offrono lo spunto per ricuperare “messaggi-segni / proiezioni per nuove dimensioni/ sul muro del futuro…”. Ancora una volta il passato entra nel presente con un alto potenziale di trasformazione immettendosi nel futuro della seconda sezione. Esemplare il dialogo con la nipote “presenza ancora non nota/ solo intuita da segreti scandagli” ed attesa “nell’isola delle mie sillabe”; o il saluto alla figlia del nipote appena nata (“in te d’ogni infanzia canto l’incanto/ stupore-innocenza-prodigio”). Parole che condensano pensieri ed immagini lontane e riscaldano con “fuoco di memoria”, tessendo “un filo per voi filato dalla nonna Lia/ in ore di solitudine e allegria/ da voi raccolto e riannodato/ in trame di gesti-parole-magie”. La saga familiare, iniziata con la “Gran Madre”, continua ad essere modellata dalla sua sostanza, in una continuità eternata nel tempo mitico della poesia. Allo stesso modo degli antichi cantori in cui il mito si fa tópos dove la memoria, ritualizzando ciò che è accaduto “in quei tempi” stabilisce le modalità per affrontare il futuro sulla ciclicità dell’antico ritorno, M.L. Daniele Toffanin rimette in funzione il meccanismo del mito o dei riti (teatrino) che gli corrispondono. In tal senso, grazie alla poesia, paradigma di avventura e di mobilità, il passato diviene il luogo dei valori perduti e il loro recupero conferisce significato al presente, svolgendo una precisa funzione “educativa”.

Recensione
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