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Urge n'etica stella...Poesia e poetica in Maria Luisa Daniele Toffanin
Intervento di Silvana Serafin

Prof. ordinario di Lingua e letteratura ispano-americana
Università degli  Studi di Udine

Gabinetto di Lettura
Padova, 26 giugno 2012

Desidero ringraziare innanzitutto Antonella Cancellier per l’approfondita esegesi, Luisa di San Bonifacio Scimemi per avere organizzato questo incontro, il Presidente del Gabinetto di lettura Alberto Turolla, per averci ospitato in questa accogliente sede e naturalmente tutti i presenti, tra cui riconosco volti a me cari.

Volevo solo rispondere a una domanda che penso nasca spontanea: perché una docente di letterature ispano-americane si è interessata di poesia italiana, al di là dei legami affettivi che stanno alla base della scelta? A questo punto apro una breve parentesi sulla mia attività formativa che risale ahimè a tempi ormai remoti, quando da giovane studentessa di lingue dell’università Ca’ Foscari di Venezia, ho imboccato la via dell’ispano-americanismo, all’epoca un’assoluta novità, al meno nelle università italiane. Erano i tempi in cui poeti come Miguel Ángel Ásturias, Jorge Luis Borges, Pablo Neruda riempivano gli stadi accendendo gli animi con la lettura delle loro poesie. E proprio questi stessi poeti furono quasi di casa a Venezia, invitati dal mio Maestro Giuseppe Bellini, traduttore ufficiale di Neruda in Italia. Tutto ciò mi ha spinto ad avvicinarmi alla poesia anche se ho dovuto vincere delle mie personali resistenze in quanto penetrare nei pensieri del poeta, sia pure universali, superare la barriera della riservatezza di sentimenti del tutto personali, mi provocava una sorta di disagio. Si aggiunga la difficoltà di comprendere i testi poetici per le implicite e non sempre evidenti allusioni culturali. A quanto pare questa non era e non è una mia idea esclusiva in quanto è sufficiente scorrere i cataloghi delle case editrici di maggior diffusione in Italia, per constatare immediatamente il divario esistente fra titoli di narrativa e saggistica, e quelli più strettamente poetici.

Tuttavia la poesia, sia essa di lingua spagnola o italiana o di qualsiasi altra provenienza, è in grado di trasformare l’esperienza in linguaggio, di manifestare, attraverso i simboli, i segni dell’anima che, rimettendo a un’esistenza/assenza, sono riconoscibili da ognuno come propri. Una volta svelata, la parola rivela la necessità d’instaurare un dialogo, innanzitutto con sé stessi, per placare l’ansia del vivere un’esistenza fatta di cose transeunti, di finitezza, di caducità e per cogliere l’ordine segreto delle cose. Con il dominio del discorso, il dialogo si estende e la verità poetica, che nasce e si alimenta dalla complessità dell’esperienza umana, diviene universale. Giungendo direttamente al cuore delle persone e vigilando il mistero che circonda l’uomo, solo davanti alla morte e al nulla, la poesia si attesta, pertanto, come facoltà di sentire e di produrre emozioni, come reazione, trasmissione ed infine come conoscenza.

Ogni poeta ha una sua mitologia privata, una propria banda spettroscopica o una particolare formazione di simboli, di molti dei quali egli è del tutto inconsapevole. Ogni poeta ha una sua peculiare gamma d’immagini, ma quando tanti poeti usano le stesse immagini uguali, divenute per questo convenzionali –si veda ad esempio ciò che rappresenta nel sentire comune il fiume–, si giunge al simbolo archetipo, modello ermeneutico della vita, costantemente teso alla ricerca della verità.

Pertanto, compito del poeta è racchiudere dentro di sé ogni avvenimento, custodirlo gelosamente negli spazi labirintici della memoria per poi riviverlo in un'evocazione totale in grado di accrescere la capacità di comprendere, sia il divenire di una coscienza, sia le dimensioni più recondite del reale. Ciò rende possibile la costruzione di un sapere, capace di sondare e di decifrare la totalità dell'universo il quale assume in tal modo l’aspetto proteiforme del simbolo e instaura con parole di Pablo Neruda un "pacto con el espacio".

Ciò nonostante la realtà della visione poetica, non è mai né soggettiva né oggettiva, in quanto è posta in essere dalla creazione stessa. In questo altrove, l’alterità e la differenza giungono ad annullarsi in una nuova esperienza umana, dove l’immaginazione e la capacità di raccontare sono appaganti, proprio perché rendono possibile l’impossibile, magica la realtà, aprendo nuovi orizzonti ai molteplici significati del vivere connotati di valenza etica ed estetica. Devo dire che Marisa è riuscita nell’intento e sono davvero lieta di essermi interessata alla sua poesia, a cui mi sono avvicinata poco a poco, sollecitata dalle richieste di esprimere un mio parere sulle diverse sillogi pubblicate nel corso del tempo. Quando poi ho affrontato la parte bibliografica, con mia sorpresa, ho constato la grande mole di lavoro da lei svolto e riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Sinceramente avrei preferito fosse meno perché così mi sarei risparmiata un po’ di fatica. Per fortuna il suo aiuto e quello di Massimo che, pazientemente svolgeva funzioni di segretario e di consigliere accorto, mi sono venuti in soccorso durante le calde giornate dell’estate scorsa. A loro un grazie di cuore.

Poiché nel viaggio semiotico si metaforizza l’ ontologico vagare dell’uomo e della donna sulla terra, il migrare nello spazio e nel tempo dell’esistenza, ho ritenuto opportuno inserire il volume sull’opera di Marisa all’interno di una delle collane da me fondate e dirette afferenti al Centro “Oltreceano CILM” (v. http://oltreoceano.uniud.it) che ho l’onore di presiedere. Si tratta del primo Centro di ricerca in Italia, riconosciuto a livello internazionale, ad occuparsi di migrazioni in senso lato, siano esse fisiche verso i paesi situati appunto Oltreoceano – con particolare riguardo alle Americhe (Nord-Centro -Sud) e all’Australia – o siano esse mentali, all’interno del sé.

Non mi dilungo oltre perché dopo avere parlato di poesia ora è il momento di entrare nella poesia.

Rinnovo i ringraziamenti ad Antonella, a cui mi legano non solo l’esperienza veneziana con i Maestri Giuseppe Bellini e Giovanni Meo Zilio, ma anche collaborazioni scientifiche successive, intensificate negli ultimi anni grazie proprio al Centro di cui accennavo poc’anzi. Naturalmente un grazie a Luisa di San Bonifacio Scimemi e a tutti voi per la pazienza.

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