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Diario in Normandia
In un soffio
Leggendo le poesie di Paolo Ruffilli, mi è sempre sembrato di cogliervi, al
fondo, la lezione di Ungaretti, anche in queste di Diario di Normandia. E
non mi riferisco tanto alla scansione ungarettiana come istanza di sillabazione
fonica, che mi segnalava l’amico Filippo Maria Pontani inviandomi i primi versi
di Ruffilli, quanto a quel rapporto tra cercare e trovare dentro il quale si
muove l’insieme dell’opera ungarettiana.
Con questo voglio dire che mi è stato subito chiaro, fin dall’inizio (da quelle
prime poesie apparentemente stilizzate), il tipo di coincidenza che mi portava a
leggerle con adesione: la "parola trovata", appunto, e, insieme, "la zona del
concreto, dell’immediatamente identificabile", come l’ha bene definita Giovanni
Giudici nella presentazione del poemetto di Ruffilli, Prodotti notevoli, sull’
"Almanacco dello Specchio" mondadoriano n. 9. E proprio questo incontro della
parola trovata e dell’immediato concreto, che è la cifra della poesia di
Ruffilli, è il senso vorrei dire attestato in evidenza dalla serie del Diario di
Normandia.
L’ossessione dei minimi accadimenti, dei luoghi e delle circostanze, salvata dal
progetto di un diario, che testimonia una vicenda al di là delle apparenze e
delle abitudini; e la sua dinamica, consegnata a una scansione breve, dal timbro
lieve, frutto del più raffinato artificio. In un soffio che, tra una battuta e
l’altra, traduce la perplessità in distacco. Proprio come già al suo esordio,
anche se in forme allora un po’ più secche; in quella Quercia delle gazze, che
io continuo a considerare il passato poetico per molti aspetti straordinario di
Ruffilli e le radici vere del suo lavoro presente.
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Recensione |
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