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Lucio Zinna
da «Poeti siciliani eccellenti»

[…] È quasi impossibile accennare in poche righe alla poesia di Lucio Zinna, uno dei massimi poeti siciliani viventi, critico e operatore culturale di grande rilevanza nazionale e internazionale. Egli dirige da anni la rivista «Arenaria», collana di ragguagli di letteratura moderna e contemporanea. La sua opera è molto vasta e su di lui sono state scritte molte pagine importanti. Tuttavia, basandomi soprattutto sulla sua antologia poetica Il verso di vivere, Caramanica Editore, apparsa per la prima edizione a Marina di Minturno nel 1994, posso dire che la sua scrittura è diventata, sedimentando nel tempo, sempre più ricca e complessa perché tende a essere totalizzante, onnicomprensiva di ogni tipo di espressione: lirica, narrativa, gnomica, critica, filosofica. E perciò la sua è una voce personalissima e ogni volta imprevedibile: coltissima, ed elegante più di ogni altra, eppure legata alla quotidianità, alla cronaca, ai fatti alle parole e alle cose di tutti i giorni. Sul rapporto tra filosofia e poesia Lucio Zinna ha un passo molto significativo in Questi maledetti poeti, dei quali tra l’altro si dice: «Fregano in curva | i filosofi che – piegati dal peso | dei loro tomi – imbrigliano l’universo | in schemi concettuali» (La porcellana più fine, Sciascia Editore, p. 25).

Il volume antologico Il verso di vivere già ci dice in modo esplicito che la poesia è per Zinna il modo di vivere, la piega che prende per lui la vita e che nella poesia egli ordina in forme impeccabili e mette tutte le componenti di se stesso come ingredienti di una raffinatissima pasta di mandorla siciliana o, per usare un suo termine prediletto, di un “magma” in cui si miscelano e si amalgamano perfettamente autobiografia, critica, interessi linguistici, antropologici, politici, zoologici (i suoi amatissimi gatti) e soprattutto adesione alla cronaca, attraverso i filtri dell’ironia e della discrezione. Palermo “multipla”, che ritorna periodicamente nelle sue raccolte in alcune celebri e fascinose pagine («Palermo becera e signorile», «Palermo che vende che compra capitale | di morti ammazzati trionfo di torte | e gelati», «Palermo di grandi slanci di falsi | sorrisi» da Filastrode per Palermo multipla, p. 106), la città che è sintesi di varie etnie e di varie culture, è veramente il simbolo dell’arte di Zinna, che però è nato a Mazara del Vallo e di là guarda, anche con il linguaggio di suo padre («arabo-franco-siculo») arricchito di altri idiomi antichi e moderni, verso il Mediterraneo e verso l’Africa, verso l’altra sponda, verso un esotismo metafisico cui il suo discorso a volte si spinge: «Resta (perplessa) la speranza di uno sguardo | aperto nell’ignoto | ... in un inaccessibile pianeta» (Tabes, p. 82). Nella poesia La porcellana più fine (p. 40), che dà il titolo a una raccolta, si legge: «La porcellana più fine | è la speranza (la “fede” avresti detto) | che qualcosa si muova oltre l’alpacca | del dubbio che qualcuno ci attenda | oltre quel filo». […]
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