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Orfeo in Fonte Santa

Cultura Commestibile

“Roberto Mosi, poeta prolifico e animatore culturale di tante esperienze, ha dato alle stampe un piccolo e prezioso libretto, “Orfeo in Fonte Santa”. Un poemetto, composta da diciotto stanze, accompagnato da belle foto, che potrei dire, definisce il mondo, le sue tragedie, i suoi miti, visti da questo luogo magico, appunto Fonte Santa, nella zona sud di Firenze.

È qui che si incontravano i “Pastori Antellesi”, gruppo di artisti e intellettuali che avevano costituito una sorta di Arcadia fiorentina di cui fu mentore Buonarroti il Giovane, alla fine del XV secolo. E da qui, la “Fonte dei Baci” la chiamavano, guardavano a quel loro mondo percorso da conflitti, lotte di potere eppure da una rinascenza delle arti e della cultura a cui ancora oggi guardiamo come a una sorta di età dell’oro, di cui non comprendiamo i contenuti profondi. In questo luogo avevano costruiti i primi insediamenti gli Etruschi, il popolo delle ombre che pure lasciò qui tracce della propria scrittura e della sua organizzazione politica, con il confine della giurisdizione amministrativa. È sempre da Fonte Santa passa il sentiero della transumanza di pastori, pellegrini e mercanti verso la Maremma. E ancora ci testimonia Mosi con la sua poesia, le storie di lotta partigiana fino ad un triste fatto di cronaca dei nostri giorni, l’uccisione di una giovane donna per mano dell’ex fidanzato che poi si uccide.

I punti di vista laterali, periferici sul mondo, sono spesso quelli più carichi di possibilità; certo lo sono di poesia, se per questa vogliamo intendere la discesa nelle profondità della vita. Certo, questa voce interiore è colta da Roberto Mosi che traccia in diciotto stanze questa linea rossa che unisce passato e presente, storia e natura, umano e non umano (stanza III):

“…
L’assenza si capovolge
in presenza, attività e passività,
si integrano, figure immobili
sono superate da immagini
in movimento. “Alla terra
immobile”
dico: “Io scorro”
all’acqua rapida: “Io sono”.

All’oblio che si distende
risponde il canto che afferra
l’esistenza, “io sono”, “io sono”.

Il mito, che il titolo suggerisce quale collante di tutto, è in realtà il basso costante, sottofondo e quasi escamotage per annullare il tempo storico e collegare David giovane partigiano che nasconde a Fonte Santa la bandiera rossa che tornerà a sventolare alla Liberazione, con l’eversione artistica di Buonarroti. Come Orfeo è coesistenza di otto diverse personalità e identità, anche la storia si ripresenta nelle sue molteplici forme in una unità naturale. È la lezione di Rainer Maria Rilke dei “Sonetti a Orfeo”, cui Mosi esplicitamente si riconnette: l’esistenza come canto continuo e la poesia come miracoloso equilibrio di contrasti. La poesia più vera è quella che canta quello che Elio Vittorini chiamava, nella “Conversazione in Sicilia”, il mondo offeso, quella parte di umanità che viene quotidianamente oppressa e affronta con rassegnazione il proprio destino. Da lì scaturisce il canto. In Vittorini avviene nell’incontro di Silvestro e alcune figure archetipiche del paese, fra le quali Calogero l’arrotino; qui in Mosi (stanza XVIII):

“ …
Il richiamo risuona da lontano:
“Arrotino”, “Arrotino”

Migranti giunti dall’Africa,
dalla Siria, seguono l’anello
delle colline. In testa Jemal,
l’etiope guidato dal cane.”

Figure di uomini concreti, sofferenti, che la poesia trasfigura in miti, simboli, natura.”

Recensione
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