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Natura morta

L'energia della parola nel mondo di Ruffilli

Treviso

E parola sia. Emerga dal fondo magmatico, da un antico mare, brodo primordiale che ribolle di cose indistinte e senza nome. Esca alla luce e diventi luce rompendo con fragore sordo il silenzio del cielo senza stelle. E dedicato alla parola, atto primigenio di creazione, l'ultimo libro di Paolo Ruffilli, Natura morta. Parole dai lunghi filamenti che «pescano nell'utero del tempo, tra le melme di quel limo viscerale che ha dato soffio e corpo musicale alle cose sconosciute».

Ricorda l'incipit della Bibbia questo poetico pensiero, ma anche le leggende di antichi popoli e si nutre di filosofia taoista. Rende l'essenziale visibile agli occhi l'intero lavoro dello scrittore e poeta nato nel 1949 a Forlì, trevigiano d'adozione, vincitore del «Poetry Philosophy Award 2012». Ma non pensate che essere «poeta filosofo».sia in Ruffilli indicatore di noiosa barbosità, caratteristica che purtroppo accomuna troppi intellettuali in Italia.

La poesia di questo straordinario uomo di cultura e leggera, carezzevole, lieve,.musicale. E difatti nel prologo, che seguendo il principio di contraddizione caro all'autore si situa alla fine del libro, confessa d'inseguire da sempre «un'ossessione musicale che mi gira per la testa e alla quale istintivamente finisco con l'adeguarmi». Perché la parola è ritmo, anzi, citando Pessoa, «la poesia è lo stato ritmico del pensiero.. Dunque seguendo gli incanti dei suoni nasce il verso avvolgente, sinuoso ma anche sincopato, frammentario poiché solo «il frammento è la dimensione autentica della nostra epoca, anche e (soprattutto) creativamente ».

La parola vela e svela, crea pensieri e cose, da loro un senso o glielo toglie, cicatrizza ferite, apre scenari nuovi, in continuo movimento. Perché solo ciò che è morto risulta fermo e stabile. Relativamente.

Non e possibile ridurre Natura morta ad una categoria, a uno stile. È paradosso e contrapposizione e ossimoro. Accostamento di opposti. Miraggio che puoi toccare. Vero più del vero, come sosteneva Pirandello. Quale dunque lo scopo della riflessione poetica? Non cercare la comunicazione né l'empatia né la sintonia. La sinfonia forse. Un'onda musicale che parla a chi sa ascoltare, a chi non ha paura del silenzio e di ciò che vi può entrare.

Chi osa guardare dentro di sé e intorno e su nell'immenso cielo stellato e giù nella pozzanghera sotto i piedi, nella consapevolezza che solo l'infinitamente piccolo racchiude l'infinitamente grande. Provando gioia e terrore di fronte alla vita, mostruosamente sublime, la cui vastità ti inonda come uno tzunami.

La Cosmogonia della prima parte del libro è seguita dal «Piccolo inventario di cose notevoli» della seconda e dagli «Appunti per una ipotesi poetica»: ma sono solo suddivisioni grafiche di un flusso continuo di pensiero e parola. Sacra. Perché alla fine l'uomo che con la sua lanterna ricerca nel buio la scintilla del sapere ma poi si ferma sull'orlo del mistero e con meraviglia scopre che «sapere di sapere e il principio della fine. Sapere e non sapere ecco il sublime».

7 novembre 2012

Recensione
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