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Natura morta

Un "De rerum naturae" contemporaneo che si piega apparentemente alle esigenze dell'oggi ma che invero, com'è consueto per  opere dei grandi, indica una via da percorrere senza che l'autore ne abbia l'intenzione, specifica: nella copertina i versi d'esordio dichiarano una poetica, uno stile che poi aleggia e sulla poesia e sulla prosa che completa il libro.

"Emerge su dal fondo | esonda la parola | a rompere il silenzio e | pronunciare al mondo | ciò che aspetta | ancora nell'assenza ciò che fluttua nell'andare più indistinto | ancora lì senza la forma e i contorni | e che di colpo cessa | di essere in procinto | e si fa vivo da incolore, | si assume e circoscrive | come contenuto | del suo contenitore | dentro il reticolo del nome.

Elimina il nostro con questo lavoro le dicotomie che nel corso dei secoli alcuni grandi critici hanno costruito quasi come barriera o sbarramento tra poesia e prosa: la vera arte contemporanea sembra essersi scrollata dalle spalle le cappe ed i condizionamenti per permettere al pensiero di andare oltre ogni imposizione stilistica eppure qui come in tutte le opere di Ruffilli lo stile è unico ed indiscusso perché appunto è l'Autore che lo impone senza averlo cercato! Mi vengono in mente pochi versi di Montale, che immagino come abbiano stupito i superficiali al loro esordio: “non recidere, forbice, quel volto | solo nella memoria che si sfolla...” eppure è la rappresentazione del destino umano nel suo rapido e fugace apparire e svanire e che si serve di oggetti per dire l'impermanenza dei volti amati: Ruffilli con una tecnica quasi inversa si serve della parola scarnificata per descrivere la morte delle cose con quel senso di pessimismo lucreziano che prelude ai grandi romantici moderni: qui riporto alcune frasi del nostro autore tratte dalle prose finali: “per me ha grande importanza far riemergere la biografia,... ma allargata allo scandaglio di più generazioni (il confronto con se stessi deve uscire dalla dimensione individuale e trovare connotazioni epocali).

Una lezione preziosa per quei saggi insulsi sulla letteratura che si contano soltanto come piccoli riassunti superficiali, che avremmo chiamati bignamini riferendoci poi alle sessioni d'esame mal sostenuti.

Ritornando a Lucrezio, che pur avendo preso spunto dal pessimismo di Epicuro, lo supera con toni drammatici e proiettati nel futuro; (peccato per noi che non arrivasse a scrivere l'Inno gioioso a Venere chiudendosi il poema invece con la terribile descrizione della peste ad Atene.)

Natura morta viene scrutata dall'autore Ruffilli in ogni sua sfaccettatura e in tutte le sue manifestazioni sia tristi che gioiose, sia reali (si veda la sezione dedicata al "Piccolo inventario delle cose notevoli" pag. 71, dove le cose più reali della nostra esistenza sono rese godibili in versi perfetti e musicali; ma forse non si potrebbe capire questa Natura morta nella sua profondissima indagine sull'uomo se non si conoscessero tutte le opere del nostro autore che con un nutrito numero di libri ha affrontato argomenti difficili da proporre come per esempio La gioia ed il lutto di cui sempre si potrà dire qualcosa di nuovo, essendo l'argomento doloroso e quasi intrattabile in poesia.

Anche in Natura morta Ruffilli affronta "una rinascita" dalla stessa idea della morte, attraverso un'analisi attenta e fredda in apparenza ma invero sottile e con sentimenti celati di «pietas» che mi ricordano La gioia e il lutto opera che a mio avviso ha reso il nostro «cantore» del male contemporaneo dove la malattia fa da metafora ad ogni forma d'errore della stessa natura umana.”

Naturalmente il poeta "unico" nel suo genere che si cela in Ruffilli opera un estremo tentativo di fermare il corso distruttivo della natura delle cose attraverso il sogno che sempre ricompare: nulla sembra essere nuovo innanzi al tempo che ingoia e taglia con la sua scure eppure tutto nuovo avviene rispetto all'infinito che si specchia lineare dentro noi stessi per poi proiettarsi nelle forze della natura matrigna a tratti: "un turbine non dura | una mattina | Ne una pioggia mai un giorno intero | Cammina in tondo | il buio dalla luce | che taglia la natura e poi, | tagliata, | la ricuce al fondo... | l'intermittenza | è il vero passo | che tiene e usa il mondo."

In questo verso ossimorico "buio-luce", si avverte il pulsare della natura attraverso il cuore della terra che ci tiene in equilibrio pur tra scosse e capovolgimenti, ma l'uomo tenace torna a ricostruire con caparbia coerenza!

Natura morta procede col ritmo serrato di Camera oscura il capolavoro giovanile di Ruffilli (arricchito dalle note puntuali di Raboni), ma qui ogni lirica si erge da se stessa per nuovi enunciati, che se richiamano lo stile, com'è ovvio, della copiosa produzione dell'autore in oggetto si staccano dalla stessa e si fanno futuro in quanto Ruffilli tenta di ricomporre ciò che la natura stessa in apparenza distrugge, cosa che terrorizza l'uomo che crede di dominarla con i suoi interventi ma che in realtà solo con il linguaggio si può dominare, evidenziandone in questo i limiti e la grandezza nello stesso tempo.

Riprende potere la poesia con questa silloge che si fa tagliente e coraggiosa: di chi ha paura il poeta? Neppure del tiranno più spietato che anzi teme sempre il poeta, e pertanto tenta ed ha tentato sempre di distruggerlo a cominciare da Platone, che ammoniva i suoi oligarchi di lasciare entrare il poeta dalle porte della città con onori, ma consigliava poi di accompagnarlo alle stesse la sera stessa, per evitare pericoli alla città!

Scuote infatti le coscienze forti il poeta e sveglia gli uomini dormienti per la sottomissione che impone il tiranno:quanta poesia sarebbe necessaria nei tempi tristi che viviamo!

Paolo Ruffilli con questa sua opera ricuce gli strappi tra uomo e natura con la forza e l'armonia dei suoi versi, che diventano lapidarie incisioni sulla pietra temporale: "il vuoto è la radice del cielo e della terra" ma altre immagini fulminie si sovrappongono "il tempo è il senso | e il ritmo del caso | e il caso è un nome della necessita. (pp 57-58)

L'autore prova a ricomporre ciò che la natura distrugge, cosa che terrorizza l'uomo che ha sempre temuto le forze brute della terra, anche quando crede di avere raggiunto perfezioni operative e potenza tecnologica.

Ricompare in questa Natura morta il potere subdolo e pericoloso, ma necessario del linguaggio, che in questa circostanza "creativa" registra la stessa sconfitta dell'uomo che si crede padrone indiscusso della natura.

Con Ruffilli la poesia del terzo millennio, nelle sue vane forme, riprende potere e si fa tagliente e coraggiosa oltre che bella ed elegante nella forma.

Le opere di Ruffilli sono conosciute in tutto il mondo, ultimamente sono state pubblicate a New York le traduzioni a La gioia ed il lutto e a Camera oscura.

Recensione
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