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Leggendo “Il profumo dell’iris”
(Canzone in ottava rima)

Il profumo dell’iris vo leggendo,
ultima nata silloge del Mosi,
emblema di Firenze, fior stupendo
che colora in aprile i cigli erbosi.
Leggo e nella mente mi sorprendo
come sciorini i suoi versi estrosi.
Coetaneo sono e concittadino!
Forse lui è guelfo ed io son ghibellino?

Racconta la città con sguardo fino,
per mano ti conduce e fa da guida.
Osserva…ed al cuor sente vicino
ciò che per strade e vicoli s’annida.
Quello che vede lungo il suo cammino
trasforma in oro, novello re Mida.
Ma come fa a scovare la poesia
nei nonluoghi, il mercato e la tramvia?

Quel che immagine dà di distopia
trasmuta nel suo sguardo di poeta,
la luce accende in cuor dell’utopia
con un’esposizione da profeta.
Il suo fare, la sua fisionomia
hanno assunto l’aspetto dell’asceta,
ad occhi chiusi a ritrovarlo riesco
dipinto alla Brancacci in un affresco.

Il sogno solidale di Francesco
sboccia nei versi: pace e fratellanza.
Nelle piazze, tra storico e fiabesco,
preme il diritto di cittadinanza;
vibra il legame con lo sguardo fresco
di Marta, con Giovanna e con Costanza.
Silloge, delicata e non febbrile,
è tutta declinata al femminile.

Tale è Fiorenza, nobile e civile,
lo sono piazze, strade e le colline,
l’iris col suo profumo in pieno aprile
e d’Agata Smeralda le madrine;
Flora e Tosca , che narra con stile
la Storia…e le storie fiorentine.
Pacate e riflessive son le note,
ma tosto avviene che Vasco lo scuote.


Va al massimo verso l’alte quote,
del mondo osserva le contraddizioni:
città ogni dì schiacciata dalle ruote
degli internazionali torpedoni,
nuova Babele ma con una dote,
punto d’incontro di popolazioni.
Resto stordito, ...e pieno di stupore,
dal fatto che la vita fa rumore.

dicembre 2018

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