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Presentazione del libro
Magie di attese
di Maria Luisa Daniele Toffanin

la Scheda del libro

L’attesa è una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio.
La realizzazione dell’attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio.
Søren Kierkegaard

Stefano Sodi

Ancora una volta la riflessione poetica di Maria Luisa Daniele Toffanin attinge al lessico e all’ambientazione familiare per approfondire un tema caro al mondo della letteratura e della filosofia: quello dell’attesa e – in senso più ampio – del tempo.

Articolata in due sezioni – l’attesa bambina e l’attesa matura – questa preziosa plaquette utilizza la diacronia per condurre ad un medesimo esito, che l’esergo kierkegaardiano sembra rappresentare con efficacia: l’attesa, carica di emozioni, aspettative, sogni, stupori, prospettive è momento così ricco da conferire pienezza di senso al futuro evento, anche quando per esso non fosse valsa la pena di aspettare o che comunque si fosse dimostrato inadeguato alle aspettative.

Luogo – fisico e metafisico insieme – dell’attesa bambina è la «stanza bassa», il seminterrato della casa in cui la madre dell’autrice quotidianamente organizzava per la figlia e le sue cugine piccoli spettacoli teatrali, utilizzando il gioco scenico per aprire loro progressivamente gli occhi sul mondo. La magia della rappresentazione era mediatrice di una crescita psicologica più che fisica (l’«apnea emotiva / d’entrare in scena», l’«universo emozionale / più che uno studio Porta a porta») che, con i suoi successi ed insuccessi, se non vaccinava almeno preparava alla «vita vera / che entra in scena / arrogante a passi di bufera / ti burattina a suo piacere / ti squassa spacca strappa / dall’albero della felicità». Quello stesso spazio che l’autrice – divenuta madre a sua volta – tenta di riattrezzare «con fili di fantasia-energia» per i propri figli affinché «si ravvivi rinnovi s’eterni / in noi voi ed altri / nella girandola del tempo / lo stupore dell’attesa» e che costituisce ora per lei «terra d’approdo ove sostare insieme / al riparo del ricordo / elevare altari di poesia / sull’orlo del naufragio dei giorni».

Un crescendo nell’attesa è quella ‘matura’, articolata in tre diversi sitz im leben. Il primo (Ti aspetterò nell’incontro del cuore) ricorda l’attesa della prima nipote, attesa connotata da una radicale solitudine («Sola al balcone del cuore / colgo echi rari battiti / dell’emozione vostra») che si pone in dialettica contrapposizione alla prima attesa bambina, così carica di ‘compagnia’, ma che è comunque presaga della vita che si rinnova e torna a dar luce («sarai luce-lucciola / tenero guizzo / che riaccende l’ombra. // Tenderò le mani / le illuminerò stringendola») e in virtù della quale l’autrice intende svolgere un rinnovato ruolo di rassicurazione e protezione che dal figlio si allunghi alla piccola («Stenderò le mie braccia / come ali di stelle / sui vostri passi insieme // se l’eclissi s’annuncia / e il pensiero s’oscura»). Nel nome della gran madre è invece l’esaltazione dell’arcano riallacciarsi delle trame della vita. La nascita di Lia – una bisnipote il cui padre, che aveva intessuto profondi rapporti di affetto con la madre dell’autrice, ha voluto dare il nome della gran madre – apre nuove chiavi di lettura al senso dell’esistenza umana, la cui immortalità è data anche nella dimensione immanente proprio da quel legame di affetti e sentimenti che lega le generazioni. Così in lei sarà possibile cantare l’incanto di ogni infanzia «stupore-innocenza-prodigio / che ci dilata e continua il cammino / oltre orizzonti dell’umano tempo / nel disegno infinito di Dio». Infine Nidi stellati di gioia, due poesie ancora una volta occasionate da una nascita, ci invitano a riflettere sull’affascinante analogia tra macro e microcosmo, tra la generazione di nuove stelle e quella di nuovi bambini, caratterizzate dal comune sentimento della ‘sim-patia’, termine greco che indica l’intima sintonia, il ‘battere insieme’ così «fra celesti elementi» come «fra presenze care».

Riguardo al verseggiare di Maria Luisa Daniele Toffanin è doveroso ricordarne qui alcuni stilemi, che si ritrovano in tutte le poesie: le parole doppie (fantasia-energia, uomo-natura, memorie-fondale, messaggi-segni…) o addirittura triple (magistra-fanciulla-corista, arte-catarsi-emozione, fascino-limite-misura, vela-faro-volo) tese a presentare e quasi esplicare ruoli, funzioni, significati che ottengono un effetto di moltiplicazione polisemica, i neologismi (ad esempio il termine «biscoteca», distorsione di «discoteca» – peraltro citata nel verso seguente – ma profondamente legata proprio alla quotidiana esperienza infantile della merenda nella poesia VI de L’attesa bambina), o l’uso ripetuto e sapiente delle sinestesie (colori come rumori, suoni come forme e via cambiando) che le servono a dare una particolare efficacia alle immagini ma anche a sottolineare che l’ordinaria morfosintassi è inadeguata per esprimere compiutamente l’operazione letteraria, e di molte altre figure retoriche (anastrofi, assonanze, anafore, metafore, metonimie, ossimori). Infine l’uso ricorrente dei tempi, dei mesi, delle stagioni, dei fiori che nulla hanno di esornativo ma che servono a indicare icasticamente, con immediata efficacia rappresentativa, stati d’animo e sentimenti.

Tutto questo non tanto (o non solo) per mostrare la padronanza che l’autrice possiede della lingua italiana, ma per sottolineare come tale dominio non sia finalizzato ad una raffinata ma leziosa manifestazione della propria capacità bensì divenga strumento per una versificazione armoniosa che – attraverso un gioco sottile ma profondo di rimandi ed allusioni – disveli progressivamente la profondità del contenuto che si intende proporre al lettore.

Il lessico allusivo e suggestivo e l’euritmica e melodica sonorità delle poesie, caratterizzata da un’alternanza di unità metriche più brevi e più ampie, con non rare rime interne, concorrono pertanto a ricreare quella magica e misteriosa atmosfera che caratterizza appunto l’attesa intesa non più come semplice insipienza o puro fieri ma come dimensione esistenziale, habitus necessario a relativizzare l’esistente e ad aprire a nuovi e talvolta insperati varchi verso l’eternità.

Materiale
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