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Finché ci sarà una nota

Si può descrivere, esprimere, convertire in parole l’armonia, il suono, il variare delle note musicali? E’ impresa che sembra impossibile, ma non per chi domina e plasma il suono e il ritmo delle parole come uno strumento musicale, non cioè per un poeta, non per Patrizia Fazzi. A lei è già riuscita un’impresa quasi impossibile, da far tremare le vene e i polsi, ovvero trasporre in versi la perfezione strutturale, la simbologia cromatica e il messaggio etico di Piero della Francesca, attraverso un poemetto, “La conchiglia dell’essere” edito dodici anni fa e ancora unico nella vasta bibliografia sul genio rinascimentale.

Ed ora, benché l’autrice non suoni strumenti musicali né tanto meno dipinga, la sua voce poetica ha saputo modulare non, come nel precedente libro, “la penna come pennello”, ma i versi come spartito, pubblicando una breve silloge tutta ispirata e composta sull’onda dell’ascolto di magistrali esecuzioni concertistiche. Già dal titolo e dalla poesia iniziale, Finchè ci sarà una nota, emerge un’assoluta dichiarazione di fede e di gratitudine verso la Musica e verso (come scrive in una poesia successiva) “chi suona, chi canta, chi compone, chi ascolta”, ossia il cerchio completo che iscrive coloro che nelle note si riconoscono e vibrano, “agiscono” come pubblico o interpreti nell’infinito teatro che ospita melodie, spartiti, strumentistica musicale. “Finchè ci sarà una nota / una sola / a catturare e disegnare l’aria /… tu musica sarai / antica e nuova lingua / per noi”: questo l’esordio della composizione scritta nel 2003 ascoltando dal vivo il M° Nicola Piovani, quasi a consacrare quel battito ancestrale che diventa linguaggio universale di generazione in generazione, di paese in paese.

La musica è, nel succedersi dei versi di Patrizia Fazzi, “una balia’, una “disciplina del cuore e della mano”, “un prato”, è una serie di “passi di danza nell’anima”, una “mongolfiera / che libera e solleva l’emozione”…La musica apre “la serratura del cuore” ed ascoltare un concerto diviene “un sogno quieto”, un’”estasi pacata”, un breve ma intenso atto liberatorio dalla “gabbia banale dei giorni”, fino a trasportarci, in “un crescere e salire di armonie”, a “montagne russe di sublime”. Queste sono solo alcune delle numerose e ardite metafore che la Fazzi ha plasmato per rendere l’impatto che l’ascolto e la pratica della musica può avere su ognuno di noi, portandoci in una dimensione ‘altra’, prossima a quella “linea di sublime che giace e tace segreta”, se solo riusciamo ad allinearci e abbandonarci “per un lungo momento” alle vibrazioni sonore scaturite dalla maestria di mani che suonano o dirigono, fino a sentirsi tutt’uno con essi, “dolcemente stravolti / fino all’applauso finale”.

E per farlo la poetessa aretina ha forgiato la lingua attraverso un sapiente uso di allitterazioni (“candida caduta di cellule”, p. 19), antitesi (“suono acuto-dolce-acuto-dolce”, p. 29), anafore, rime interne, immagini inconsuete. Ma, come ha sapientemente notato Claudio Santori, autore della Introduzione, l’autrice ha anche creato ritmi, cadenze, pause, movimenti fonici che al variare della musica sono simili: vere e proprie improvvisazioni, variazioni, contrappunti, canoni, allegri, adagi,… al punto che Santori, profondo conoscitore della storia e del linguaggio musicale, definisce l’operazione poetica di Patrizia Fazzi “una poesia non sulla musica, ma una poesia che sia musica”, confermando le parole del M° Roberto Fabbriciani, flautista di fama mondiale, che ha impreziosito le pagine della raccolta con una sua Presentazione:

Le poesie di Patrizia Fazzi hanno la capacità di cogliere il linguaggio della musica portandolo dal piano metafisico a quello letterale. Le emozioni che suscitano i versi sono strettamente collegate a quel divenire nel tempo rappresentato dall’arte musicale al punto che, già ad una prima lettura, abbiamo l’impressione ascoltare fraseggi, ritmi, armonie, tensioni e risoluzioni (p.7).

E proprio dall’ascolto di una magistrale esecuzione al flauto di Roberto Fabbriciani è nata l’unica poesia, Essere, che esula da una dimensione metamusicale per entrare di diritto in quella etico-esistenziale, avvalendosi inoltre di un ritmo anaforico che scava nel senso stesso del nostro dibattersi quotidiano per elevarlo, attraverso efficaci climax, ad un quasi epico destino: “Essere, esistere, / essere, comprendere, / essere, sollevandosi su tutto…perché è l’essere che conta / non l’avere / se non avere il coraggio di essere / e resistere” (p. 31). A conferma dunque di come la musica possa essere la molla per girare la chiave che apre la serratura dell’io, portando l’anima a riflettere non più sulla bellezza delle note, ma su se stessa tout court, su quell’impegno estremo che la vita richiede per tenere accesa la linfa della speranza: “eppure una lacrima resta / a bagnare la terra del cuore / a dare linfa al seme minuscolo / ignaro del tesoro che racchiude / pronto a brillare anche nella notte / anche nel deserto senza rose di pietà” (p. 33).

Un posto a sé merita la poesia Note, anche questa prova di uno sperimentalismo poetico che mira a divenire quasi testo italiano di un notissimo tango argentino, ‘Por una cabeza’ di Nicholas Gardel. I versi ripropongono la struggente malinconia e insieme la vitalità del ritmo musicale, giungendo a poter essere proposti come una sorta di canto; particolarmente riuscito sul piano metrico il ritornello: “E’ un’armonia / che ti porta via / ti muove e commuove / e ti porta in alt o/ in alto con sé” (p.37-39).

Il volume è arricchito dai disegni originali di Gianni Delogu, che ben si abbinano ad ogni componimento sia quando si ispirano ad un verso-chiave (come “un saliscendi nella scala di infinita bellezza”, p. 19, o “la musica è un prato”, p. 23) sia quando ritraggono con finezza espressiva alcuni grandi nomi della musica, come Nicola Piovani, Riccardo Muti, Renato Sellani, Giorgio Albiani. E su tutti spicca l’immagine di Euterpe, la Musa della Musica, alla quale è dedicata una vera e propria “Ode”.

In definitiva una silloge breve, ma perfettamente compiuta, intitolata ed aperta da una poesia al verbo futuro, che lancia nello spazio temporale l’immagine della mongolfiera musicale - leitmotive anche figurativo del libro – affidando alla musica e al linguaggio codificato da Guido d’Arezzo l’innegabile funzione di essere “antica e nuova lingua per noi”, alfabeto universale che si riconnette anche al rapporto musica-matematica, di pitagorica memoria. In questa prospettiva è acuta nella sua sintesi la poesia di chiusura dell’opera:

O Musica, ora ti riconosco:
mi appari nella tua forza lieve e immensa,
numero che si fa suono
suono che si fa cuore
nel tuo cosmico codice
avverto
il brivido dell’universo.

Arezzo, 13 giugno 2019

Recensione
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