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Quattro quarti di luna

Nella poesia di Ruffilli c’è lo stimolo a non vagheggiare il reale ma a toccarlo, a renderlo dimensione dei suoi incanti e delle sue paure, precipitoso vortice che lo riconduce ora al passato, a “un diluvio di miti”, ora agli schianti e alle sofferenze del presente.

È un parlare lungo, disteso, senza ebbrezze impazienti, senza vertigini, ma con una continuità e una saldezza di discorso che rasenta il racconto diretto.

Al fondo c’è un’irresistibile nostalgia di purezza, di verginità: dilatazioni e accumuli di memoria sino a rendere sempre più vivo il “deserto calcinato” della sua esistenza.

Così operando la poesia di Ruffilli non cerca conclusioni, né consolazioni, solo l’intimo consenso che la salvi dal vuoto, dal rischio del nulla.

Recensione
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