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Il sorriso di un viaggio immaginario, attraverso il racconto di svariati colori e nello splendere di ricordi classici , mai sopiti, diviene in queste poesie la sfumatura trasfigurata della carezza di un tempo senza limiti. Il viaggio ha salde basi storiche ed offre quelle policromatiche figure della mitologia nel piccolo/grande  universo della rappresentazione.

Il mito è presente, anzi fa parte delle nostre esperienze di vita in modi diversi, così da immaginarsi nel calco levigato di un marmo, nella succosa scoperta della divinità, nella chiave del nostro subconscio e del nostro linguaggio, a ricomporre le figure del racconto, per rielaborare nella sensibilità di un intervento musicale le suggestioni una volta confuse, una volta evocate, delle incertezze metafisiche o delle possibilità degli schemi. “Ogni mito che ci è stato tramandato, anche il più oscuro e il più sconcertante, ha qualcosa da dirci. Contiene domande, ci provoca: ed è ogni volta un invito a prenderlo sul serio, a interrogarlo, eterna sfinge che nasconde enigmi e segreti in cui ne va del nostro vivere, anzi del nostro tentativo di dare senso alla vita” (scrive S, Givone nel suo Mito e contemporaneità ) e un diverso accento poetico, quasi di tenerezza si appalesa  in queste pagine di Roberto Mosi.

…Diana, regina delle selve,
sono giunto al sacro albero
sulle sponde del lago di Nemi
per conquistare il Ramo d’oro.
Mi separa solo il sacerdote,
sovrano del bosco.
Scatto come il serpente.
Il pugnale si abbassa,
sangue schizza sulla bocca,
risuona l’acciaio, mi batto
furioso per il Ramo d’oro.
Ritorno sui miei passi.
Appendo il Ramo alle porte
della città, la luce rischiara
l’oscurità dei nostri tempi…

Basta poco per comprendere il registro, una sostanza di cose sperate e rielaborate che sfocia nell’accadere delle occasioni, con una capacità stilistica di notevole corposità culturale.

Recensione
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