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Ritorno al tempo che non fu

Zapping online.it

Infrangere il silenzio dei secoli in una ardimentosa lotta contro il dolore, contro le illusioni, contro le disperazioni, è impresa ricca di stupore e di coraggio che il nostro protagonista realizza. Il viaggio fantasioso e immaginario di un giovane che si sperde e affoga tra visioni multicolori e ineluttabili superstizioni.

Sin dalle prime pagine del romanzo Ritorno al tempo che non fu di Alessandro Pierfederici, l’atmosfera di favola che aleggia nel racconto, anzi nel raccontare, trasporta il lettore in visioni quasi irreali, egregiamente eteree, che lasciano sospesa ogni ipotesi di trasparenze, tra lo svolgersi delle parole, il privilegio del personaggio narrante e le esili significazioni delle visioni. Una strana similitudine si manifesta tra la “selva selvaggia ed aspra e forte” dell’Inferno dantesco ed il bosco sconosciuto nel quale il protagonista si addentra tra incognite e timori. Un viaggio incredibilmente fantasioso che spinge verso aree sconosciute, anche se in fin dei conti ci si ritrova soltanto alla periferia di una città non ben identificata, né definita nei suoi contorni. La selva abbraccia ogni pensiero e ci si addentra alla scoperta di passaggi segreti, di costruzioni cadenti ed antichissime, di stanze ampie e luminose, o di capanne malamente sopravvissute ai tempi, tra figure fumose e apparizioni dalla eterea figura di fata, soggetto principale al quale giungere. Anche qui esistono vari livelli di lettura, proposti in maniera semplice e scorrevole: quello più scontato e superficiale che costituisce soltanto il livello cronachistico insito nel libro, appartenente alla generazione che si propone come autobiografia, nello scorrere di giorni riferiti al passato e vivibili nel presente, e quello – invece – che ricerca l’angolazione psicoanalitica, volta all’inseguimento di una verità che si nasconde pagina dopo pagina, cercando di riconoscere qualcosa di sconosciuto: un rifugio dell’anima nel corollario delle complicate reazioni dell’angoscia e della incertezza.

Una singolare e felice parabola della vita, che agendo con abilità sui due registri, quello dell’Assoluto e quello del contingente, passa agevolmente da un piano all’altro, evitando, così, di restare impaniato nelle sabbie mobili del semplice filosofare, dimensione che, liberata dal confronto con il “vivere”, rischia di chiudere orizzonti, oscurare il sogno, spegnere le parole dei poeti. Lo scavo psicologico si approfondisce nei meandri della psiche, una escavazione che lascia il lettore continuamente ansioso di partecipare agli eventi narrati, anche se questi sembrano essere quasi impossibili, per quella carica di inenarrabile che sostiene le visioni del protagonista. Ancora una similitudine dantesca la possiamo ritrovare in quel brano del libro in cui appare un barcaiolo – una sorta di Caronte ringiovanito e forte – che, addetto al guado tra due rive quanto mai impervie, si presenta più volte, e sempre desideroso di poter raccontare una strana leggenda, oscura, che incombe sul paesaggio, sulle colline, sui cittadini, ormai da un tempo indeterminato, da secoli. Il libro acquista, rovistando e rintracciando i molti segni della storia, l’aspetto di una metafora infinita, cioè di una ricerca del senso storico di certi luoghi, di certi affioramenti del paesaggio, di certe visioni pittoriche, di certi personaggi sfiorati dalla penna, per rintracciare gli atteggiamenti morali che possono venir recepiti tra le riga. Scoprire i momenti musicali nella scrittura di questo ardimentoso e giovane autore, il quale ci offre una sua opera prima veramente corposa e tutta da leggere, impegnandosi nella metafora che avvince e coinvolge, non è semplice motivo di ritrovarsi nella memoria del ritmo e della policromia. Il ritmo ci accompagna nei passaggi lirici che egli riesce a disegnare, quando tenta di rompere il sipario magico e mitico che avvolge il suo mondo. La policromia ci rapisce nelle esperienze di una trasformazione interiore ed esteriore che il protagonista avverte nel cercare di superare apparenze e percezioni che dominano questo suo viaggio mitologico/simbolico. Il tessuto volutamente semplice della scrittura si dipana nella pagina, quasi luce di una ricerca di immagini, che giocoforza potrebbero essere anche compatibili in veri e propri sconfinamenti nel fiabesco, così come la narrazione ha il merito di anticipare. Da un proposito di suicidio – accennato nelle prime battute – alla suprema conoscenza, ritrovata nelle ultime.

Così appare il viaggio – esteriore ma intimo – di questo giovane viaggiatore; e nel procedere del suo personale coinvolgimento si accentua quel sentimento misterioso che appartiene alla realtà secondo una visuale forse metafisica, in espressioni sempre più lievi, limpide ed evocative. I ricordi traspaiono secondo alcuni calcoli ricchissimi di tradizioni ma sfumati nell’aura di un presente ipotetico. La fantasia si intreccia allora con complicate situazioni fiabesche, che rendono la lettura colorata per quelle figurazioni, per quelle novità artisticamente riuscite, per il ricchissimo corredo di rielaborazione che l’autore riesce a proporre, cercando di ritardare sino alla fine la sorpresa che attende sia lui come viandante stordito, sia chi lo segue tra le riga. Sembra quasi impossibile ritrovare una certa realtà in questa strana vicenda, che sollecita molto spesso la curiosità di chi legge, tra le ombre che velano gli avvenimenti e le sospensioni che attendono il protagonista. Una sorta di sinfonia in crescendo, per rimanere nella professione principe dell’autore, che oscilla tra una spontanea metaforizzazione del vissuto e una discreta inventiva da libro giallo. Ma questo non è un libro giallo, perché non si propone una traccia di colpevole, bensì si rincorre una incantata maledizione che sovrasta su di un popolo visibile ma intangibile. Forse per Pierfederici la ricerca della verità è tutta contenuta nelle angolazioni psicologiche, che resistono ed esistono nelle conoscenze dell’intimo umano, nelle esperienze esistenziali, colte in un momento storico del tutto particolare, nel quale l’Io viene scaraventato nel mondo, sia esso tangibile, sia esso immaginario. Il rifugiarsi nell’introspezione e lo sbrigliarsi delle energie occulte diventano in questo lungo racconto un’arte barocca, che gioca tra l’amore irraggiungibile e le segrete profezie plasmate dal fantastico. Il mistero ha l’incanto del poemetto, quasi funzione di elevazione riferita orficamente al regno dell’iperuranio, ove le diverse strade percorse diventano erratica esistenza di sogni e di fantasmi.

Stilisticamente, infine, il romanzo è saldamente costruito, secondo i canoni tradizionali, da una personale voce narrante, forse visione questa tutta autobiografica, ed una sintassi pulita, secca, calibrata, come ormai non è solito riscontrare. Caratteristiche le rievocazioni memoriali, ad evidente scavo anamnestico personale, rappresentate quasi sempre in aperture realistiche, e vincolate al particolare di una sfera rarefatta e metafisica. Egli cerca di imbrigliare il suo furore espressivo, ricco di sussulti e rimbalzi, riducendo la prosa con interventi nei quali si esalta la musicalità della scrittura.
Recensione
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