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Introduzione a
La terra che snida ai perdoni
di Gian Piero Stefanoni

la scheda del libro

Gian Piero Stefanoni

Raccolgo in questo piccolo lavoro alcune mie escursioni, alcune mie passeggiate tra i luoghi e le anime poetiche di una terra a me cara per una consonanza ed una frequentazione che venendo da lontano (come molti romani entro un’infanzia e un’adolescenza segnata da ripetuti soggiorni in terra d’Abruzzo - tra l’altopiano delle ventimiglia e Francavilla al mare in particolare) si è ricucita nel tempo dell’età adulta (per origine di suoceri amatissimi) più specificatamente in quella zona della provincia di Chieti che si raccoglie lungo la Val di Sangro fino al lago di Bomba e Pennadomo e ai paesi dell’Aventino-Medio Sangro (che ha il suo cuore a Palena).

Terra che consente in breve tempo passaggi felici e ricchissimi dall’area della costa (che è quella dei trabucchi) a quella del versante della Maiella che si rincorre e ci rincorre fino a Fara San Martino e alle sue gole. Il canto che la ha accompagnata è un canto antico legato profondamente a movenze e forme della poesia popolare (vedi ad esempio tra le altre nel riuso lo strambotto, lo stornello, la can zone a dispetto) coi suoi richiami pastorali d’idilli ed età dell’oro come nel resto della regione, inizialmente caratterizzati nella dicitura vernacolare da bozzettismo e “mimesi della vita popolare”, appunto, “vista sopratutto come scenetta comica, con il suo corollario di personaggi caratteristici, di battute frizzanti, di canzonature satiriche ed effetti talora persino caricaturali” (come Nicola Fiorentino, guida e figura critica preziosa tra le direzioni e le pieghe di questa scrittura ricorda in Oltre la cruna, il lavoro edito nel 2010 dalla Cofine) ed illuminata e trasfigurata poi a partire dalla maestria sapiente di Cesare De Titta (1862-1933) che seppe superare già dalle intenzioni i pregiudizi su una lirica che “potesse assorgere ad espressione di arte” (secondo le sue stesse parole) fino ad una poesia insieme modernissima nella radice mai espunta delle sue zolle (e che ha nella figura di Alessandro Dommarco, come già rilevato da Anna De Simone, il suo capostipite).

La lingua è quella di uno dei due gruppi in cui è suddiviso il dialetto abruzzese e cioè quello abruzzese orientale o adriatico o “della costa” (a parte una piccola area appartenente a quello occidentale o “della montagna”) a sua volta divisibile in parlata teatina (Chieti), parlata frentana (Lanciano) e parlata vastese (Vasto), a queste ultime due appunto riferibili gli autori da me analizzati. Sottolineando il presupposto di commento poetico più che critico di queste righe (ovviamente senza nessun intento esaustivo e non linguistico soprattutto non avendone le precipue competenze ma di semplice ispirazione e accompagnamento per chi avrà la ventura di appassionarsene) la scelta degli autori segue criteri diversi che vanno dalla casualità di testi incontrati e a me donati (ma di sicura pregnanza) al filo del rigore oggettivo di valenze fondanti all’interno di una storia letteraria mai disunita a quella di una civiltà che dalle sue memorie e dalle sue direzioni chiamava e chiama ancora ad una continuità delle interrogazioni. Un piccolo campione dunque ma rappresentativo nella dinamica delle sue direttrici delle figure e delle forme di una poesia che ha dato esiti rilevanti non solo in ambito regionalistico a cui pure naturalmente si aggancia.

Il ritratto che da queste evocazioni e da queste suggestioni si staglia è suddiviso allora entro le due sezioni in cui sono analizzati, nella prima, testi di autori più lontani e in qualche modo più che significativi (come nel caso infatti del ricordato Alessandro Dommarco) di poetiche le cui tracce per novità e risonanza di intrecci hanno fatto da spartiacque tra diverse tradizioni fino alle narrazioni neodialettali della seconda di poeti più vicini a noi quali Vito Moretti, Giuseppe Rosato, Marcello Marciani e Mario D’Arcangelo nelle cui opere la modernità di cui si è accennato poc’anzi accorpa in sé tutte le corde di un discorso che fa i conti tra le risonanze della grande lirica europea con la desacralizzazione delle aspirazioni di un’epoca che procede per negazioni e cancellazioni, da cui per contraltare i ripiegamenti intimistici, le boutade provocatorie e linguistiche, la preghiera d’affondo tra corpo e terra sotto a un cielo di oscurità e rivelazioni.

A chiudere, a corollario, una analisi in appendice di singoli testi di alcuni degli altri autori che per impronta e visione hanno caratterizzato la vicenda lirica di questa poesia e che dunque può favorire, seppure nella velocità degli accenni, una maggiore chiarezza del quadro d’insieme. E dunque, nei nomi, il gigante Cesare De Titta, il curioso ed evocativo Modesto Della Porta, Giulio Sigismondi, Guido Giuliante e l’ancora attivo Camillo Coccione. Le risultanze e le risonanze che nel corso delle letture mi si sono proposte, unitamente agli studi critici relativi, mi hanno dato conferma per la impronta antropologica che le è connaturata di una efficacia espressiva del dialetto che si impone con eguale se non maggiore misura rispetto alle interrogazioni poetiche in lingua relative, è bene ripeterlo, soprattutto a un contemporaneo che va smarrendo velocemente se stesso e la propria parola tra dilatazioni di separazioni e tagli di memoria , l’uomo stretto tra tecnologismi di compressione e protervie del quotidiano riportato al centro, alla sua creaturalità nel dialogo reciproco con la propria terra. Dialogo che nel riconoscimento comune snida ai perdoni (come da titolo giocando su un bel passaggio di Vito Moretti), induce ai ricongiungimenti nella grazia e nel destino di una medesima e umanissima condizione (e che le terribili giornate di questo inverno hanno purtroppo rimarcato molto dolorosamente andando di qui un pensiero a chi è stato nel bisogno).

Mi avvalgo infine del diritto di preferenza (che viene dall’affinità e dalla sostanza) per rimarcare tra tutti (oltre il più volte citato Dommarco) il lavoro di due autori che mi hanno più degli altri sorpreso, coinvolto, interrogato e in ultimo sospeso (a ragione di ogni vera poesia). Mi riferisco a Marcello Marciani e a Mario D’Arcangelo, poeta e uomo raffinato, nella bontà di un’umiltà colta e senza tempo.

In ricordo del caro Nicola Pantaleone, a sua moglie Maria

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