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La vita fa rumore

la Recherche
8 gennaio 2016

Autore prolifico e sempre entro un'incisione critica ed etica del reale, già come dirigente della cultura alla Regione Toscana e come redattore di "Testimonianze" (la rivista fondata da Padre Balducci), Roberto Mosi conferma qui tutto il suo timbro insieme passionalmente partecipativo e incalzante tra le maglie di un contemporaneo riportato sempre alla dimensione cruda delle sue spoliazioni e delle sue dolenze.

L'evento- l'occasione, il pretesto- da cui prende le mosse il libro è un corteo di protesta che ha visto sfilare tanti giovani, tanti cittadini per le strade di Firenze nel luglio 2013 dopo la decisione di un giudice di anticipare alle 21 l'orario di chiusura della Libreria Cafè de la Citè, luogo di aggregazione culturale e sociale di non poca importanza. "La vita fa rumore" nella scritta in rosso di un cartello (e che fa da prologo nella foto dello stesso Mosi nella copertina del libro) viene ripresa dall'autore e segnata a paradigma di un contrasto sempre più evidente tra urgenze, sempre più comuni a molti purtroppo, e non ascoltate e un convivere civile sordo, monco entro corde e sacche di indifferenze e nascondimenti (quando non di repressioni).

Perché la vita attorno a noi preme- ci viene ricordato- ci tira per la giacca e ci scuote, ci mette a nudo con la sua palestra di interrogazioni e perdite. A partire dal lavoro, sovente, cui Mosi dedica buona parte del libro ricordando dapprima le lotte di conquista dei più elementari diritti (a ritroso tratteggiando figure epiche come la Tosca e lo sciopero delle trecciaiole) la cui eredità viene messa poi a rischio nella precarietà di una condizione odierna il cui futuro sembra farsi ogni giorno più oscuro (non a caso il libro ha la sua dedica per i giovani fiorentini in cerca di occupazione).

Alla poesia, allora, viene esplicitamente chiesto da farsene carico nella denuncia e nella testimonianza (vedi la lavoratrice in "Manifattura":"Parla delle nostre ide, / tessi il filo della memoria") di un canto ormai senza più versi se non quelli rappresentati dalle grida degli operai di fronte alle sirene della polizia, dei tanti migranti (mirabilmente tratteggiati come figure in un mondo di uccelli) e dei tanti lavoratori-neri-in nero nelle nostre campagne che coi tanti dispersi bussano con la loro fame, con le loro mani direttamente ai nostri infingimenti.

La dignità smarrita nei lineamenti e nelle strade allora tenta una fuoriuscita negli appelli del giorno a cui queste pagine danno volentieri credito e voce spingendoci ad una misura, ad una tenerezza di luce, che in quanto umana non ci è mai estranea e, dunque, tanto meno diversa e che rappresenta la gemma di bene del testo (tra i tanti l'infermiera del manicomio, il vecchio ferroviere "capovaccaio" "che segue lento le greggi / ai margini di lontani deserti", l'addetta alle pulizie che digita appuntamenti d'amore col proprio uomo).

Il riconoscimento reciproco, l'interconnessione, si sforza così Mosi fino in fondo di far risalire come i valori forti a vincere quel mercato delle anime cui tutto per ogni sofferenza è a saldo seguendo (come lui in "Ospedale") tracce di storie e di figure attraverso i tanti padiglioni della vita per orientarci-ricalcando le sue stesse parole- nei labirinti delle nostre notti infinite. Ognuno guerriero contemporaneo delle lotte di tutti i giorni, novelli Ulisse la sera a casa come tornando a Itaca, nel sogno di un "incontro con altri / cieli, con la sua stella cometa".

Recensione
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