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Salso delle barene

Interessante e coinvolgente, questa silloge di Armando Santinato caratterizzata dalla capacità dell'autore di trasmettere al lettore una sottile (non sottesa) sensazione di precarietà, destinata tuttavia quasi a dissolversi di fronte alla forza evocativa che la poesia di Santinato assume quando il poeta propone delicate immagini di luogo dal Veneto alla Liguria, da Torino alla Sicilia.

Una precarietà che si avverte sin dalla lirica iniziale, "L'approdo" ("O vita / sei pegno d'una promessa / contratta per gioco in una scommessa") e che diventa palese in "Scolpita di neve", dove intorno alla metaforica donna di neve destinata a sciogliersi "riprese il valzer gitano / delle ombre".

La vita trascorre inesorabile, bruciando sogni e certezze "La favola / si copre di cenere / nel sarcofago del tempo", l'autore non di rado alza lo sguardo al cielo e la sua poesia si fa preghiera: "Signore / mi sento / goccia tardiva / Non sento / che il respiro stanco / del crepuscolo", "Anch'io / sono una canna / scossa dal tormento e dalla paura / ma sento it tuo vento mio Signore" e ancora, nella commovente lirica composta nel settembre 1998 in occasione della scomparsa di Lucio Battisti "Signore / mi sento mancare il giorno / il tempo si consuma fra le mani / anche miei sogni fuggono lontani / e non resta che cenere nel forno".

Chiaramente, non mancano in "Salso delle barene" altre tematiche di rilievo, dalla denuncia dell'inutilità delle guerre ("La guerra / come la tempesta / si dimentica in fretta / e si combatte ancora") alle ombre del passato ("Gli estinti / non si danno per vinti / ai cancelli della memoria"), alle presenze femminili. Tuttavia anche tali liriche sono ammantate di fragilità e precarietà, dall'amore erroneamente creduto dimenticato di "Miraggio" a "Seduzione", a "L'antico seduttore" ("Io / son debole o dolce Signore / non siedo a tavolo dei prediletti / sono fragile coccio tra colonne").

Per un riuscito giuoco di contrasti, tanta inquietudine pare placarsi solamente di fronte alla secolare magia dei luoghi, tanto geografici quando su tutti proprio quella laguna che da sempre è considerata simbolo della precarietà essendo probabilmente destinata, nei secoli, a inghiottire Venezia con i suoi palazzi, le sue chiese, la sua magia.

Eppure, in "Salso delle Barene" tutto pare serenamente immutabile: "Veste / d'antico / la mia laguna", "Tira / ventate di bora / dalle bocche di Malamocco", verso quell'"Arcipelago / di sogni rapito / oltre gli Euganei".

Descrizioni quasi pittoriche, quelle di Santinato, dal golfo di La Spezia "dove torna / l'arcobaleno / fra solchi / di vele / e trema / su l'onda / l'ombra / dei monti" alle "Suggestioni liguri" con le Cinque Terre, Portofino e Fiascherino di Tellaro, al Piemonte "curvo tra verdi colline"con i suoi "filari d'antichi vigneti", a una Torino the non e solamente quella dei luoghi classici (la Mole, Superga) ma anche la città raccolta e un po' dimessa di un tardo pomeriggio estivo al parco Rignon, alla Sicilia "nobile figlia del sole" e "...magica terra del suono e dell'amore.

E' comunque a Venezia, la sua Venezia, che il poeta vuol far ritorno: "Presto / ritornerò barene / per la raccolta novella di mosto / tornerò per le regate d'agosto / al fischio più lungo delle sirene".

Recensione
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