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Il linguaggio del romanzo

Tutto il “linguaggio” di Annamaria Cielo è in rapporto stretto con la “vita”. E con la Natura. Tutta la storia ruota intorno alla grande madre, dallo sguardo dove "non vi era solo dolcezza, vi era un qualcosa in più, come la terra quando si apre alla bella stagione, paziente, accogliente". Tutta la storia ruota intorno al coraggio perché “il timore impedisce l’azione, sottolineava, e ci fa inutili”.

C’è molta precisione nell’uso della parola, una forza nell’essenzialità della descrizione, che porta al movimento continuo, ininterrotto degli eventi. La Natura partecipa agli eventi – ecco di seguito alcune frasi: – Un autunno si mise il cappotto ed era già guerra – La neve ha la dolcezza di una cosa bella – La criniera della cavalla volteggiava nell’aria lucida come in un presagio di tempo agitato – (Sui colli Berici) il giallo discuteva con il verde della sua vita breve e meravigliosa. – Rino ne trangugiò la memoria. Non più campi né margini di sole. Solo ombre nel pensiero – L’attesa è una brutta bestia, è una brutta bestia come la solitudine, l’attesa fa debole –

Anche dopo un litigio fra Bruna e il marito Rino, la ritrovata “pace” trova uno spazio ampio, cosmico, ciò che si era frammentato si ricostruisce nella completezza della luna e del cosmo: “...la luna piena rideva imponente. La tristezza non ebbe più nome”.

Anche il bucato steso all’aperto, cioè l’“inanimato”, ha un qualcosa di umano e legato alla Natura: contiene, cosparge, diffonde, e tutto si allarga: dalla tela al rito dell’amore: “Si liberava allora un profumo di pulito, simile al buon odore della neve e della fertilità”.

Anche i ricordi legati agli “operai” vengono amati e goduti in tutte le proprie manifestazioni: Romano, Isa, Maria Luisa, Danilo, Nello il motocarrista, Salvatorica la sindacalista, gli agenti rappresentanti. Di Saverio, l’uomo della notte, che ha salvato la famiglia da un incendio, si legge: “Frange di fuoco, farina, salvia e bontà per dire il tuo ricordo”.

Anche il “pastificio” prende vita dal linguaggio, nel rapporto tra la macchina il grano e l’acqua per fare la pasta si legge: “...Il faraone della macchina e la formica ansiosa del tempo si incontrano. L’amore è compiuto”. E di sé l’autrice racconta: “Avevo il cuore pieno d’amore e di pasta”.

È un linguaggio dettato dalla lucidità, ma che interpreta la vita con emozione e intensità, anche nei momenti disperati (che Bruna affronterà insieme alla figlia), momenti di eclisse, come quando “il buio si attorciglia alla spirale della luce e resta un anello d’oro sospeso in aria...”.

Di conflitti da affrontare la vita ce ne infligge tanti, come la “morte”. Rino è morto. Sola, con lui nella camera da letto, Bruna gli parla per un’ultima volta, in silenzio la sua anima parla con quella del marito... e tutto torna a galla: “Primavera, amore, velo, fiume, mare. Le loro anime, stringendosi forte, ancora sanguinavano come il fuoco.”

Ma c’è anche una “morte morale”, quella mancanza inspiegabile di denaro e di rispetto che annienterà Bruna dopo la scomparsa del marito. Farà salti mortali per tenere il sereno nell’animo della figlia, disorientata e nervosa. E qui la “pazienza” è la vera protagonista, è la forza responsabile che aiuta, assieme alla speranza, a superare le avversità, a tollerare le privazioni peggiori: “Ogni conquista umana ha sul viso uno sguardo azzurro, e vi brilla la pazienza. In Bruna si specchiò il mare, che da anni non la vedeva, si specchiò e lei lo toccò, tanto s’era rialzata”.

Concludendo: il lavoro instancabile di Annamaria Cielo è stato quello di raccontare il rapporto tra generazioni diverse e ruoli sociali diversi, tra avvenimenti del cuore e del mondo, tra groviglio quotidiano (su cui prevalgono le ambiguità) e dipanamento degli eventi, sempre con una “tensione epica” e un uso della letteratura come forma di pensiero, di coscienza, di sapienza.

30 marzo 2011

Recensione
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