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Appena ho letto il libro ho provato piacere, attrazione, senza capire del tutto il contenuto di certi testi dove c’è qualcosa di oscuro. Quell’ “ombelico”, che si sottrae a ogni possibile decifrazione di cui parla Freud a proposito dell’analisi testuale, mi portava o ad abbandonare la lettura o a tentarne la decifrazione. Naturalmente ho tentato di decifrare, fa parte del gioco della lettura. È Meir Shalev, scrittore israeliano a me caro, a dire con ironia di questa condizione del lettore: “Che strano, la gente esige dallo scrittore quello che non è a portata d’occhio. Dai libri si pretende più logica e coerenza di quella che ci si aspetta dalla vita”.

Per avvicinarmi alla compattezza dei testi e ai significati mi aggancio alla precedente esperienza di Puzzle (1984), primo libro edito di Annamaria, partendo dalla copertina: il rosso del titolo in campo giallo-oro, la fotografia di un fuoco ardente in un bosco invernale chiazzato di neve. Elementi dello sprigionarsi della passione, il giallo-oro dell’espansione, della maturazione, della coscienza di sé. Ma anche un aspetto d’ombra, il fuoco divoratore, il gioco luce-tenebra. O forse il grande fuoco di un sogno gitano. O la trasmutazione della natura. Complessità appunto, anche dei e nei simboli, la stessa complessità che risalta nella copertina de L'istinto del fuoco.

Da Claudio Wiamann, Il simbolismo dei colori (2000) leggo che “il rosso è il colore dell’energetica psichica e fisica (attività-azione-movimento-stimolazione). Le potenzialità inconsce del fuoco sotterraneo, passionale, possono venire alla luce anche con aggressività, in forma prepotente e devastante…”, dunque portare fino all’istinto di uccidere, alla guerra. Ma il fuoco è anche il simbolo universale della vita, è il divenire (Eraclito), per gli orientali il rosso, l’arancione rappresentano lo spirito, l’amore, il cuore. L’azzurro è l’infinito, la perfezione ideale. Il cenere è la morte, la rovina, la vecchiaia. Il bianco ghiaccio è l’indifferenza, l’insensibilità, la morte. Il bianco neve l’innocenza, la purezza. Il verde la primavera e la speranza. L’oro è la bellezza, il calore, la regalità, la bontà, la nobiltà, la potenza, la ricchezza. Infine il giallo è la conoscenza, la gioia, la luce di Dio.

Attraversando il simbolismo del rosso, si passa dunque dalle espressioni alte della spiritualità fino all’inferno, dalle manifestazioni più illuminate a quelle più in ombra. Nel colore rosso c’è un bipolarismo inquietante. E in Annamaria Cielo?

Proviamo a verificarlo a partire dai primi testi.

Le cose (a Marco)

Marco, le cose
delineano territori
a noi, animali delle intemperie.
Non sono fondamenta.
Nascondono i segreti delle carezze
le nostre ansie predatorie.
Non scavano il profondo
profondo nostro di antichi rettili
non semplice pietrame
capace di sopravvivere.
Le cose non danno l’amore.
Eppure le amiamo.
Le amiamo al punto d’incoscienza
e in quella crepa sottile
sprofondiamo figli di Caino
e uccidiamo.
Marco, le cose delineano territori:
prima e ultima coscienza del tempo.

Poesia dal tono sostenuto, arduo, alto, orfico, dove l’ambiguità degli umani, i falsi ideali, la banalità del male risaltano attraverso una capacità di avvicinare, di ingrandire, come attraverso un cannocchiale, per meglio analizzare le cose, che non sono fondamenta, non scavano il profondo, non danno l’amore, ma nascondono i segreti delle carezze, le nostre ansie predatorie fino a diventare figli di Caino. In Per amore di una donna (1999) Meir Shalev scrive: “I bambini hanno al posto degli occhi lenti da ingrandimento”. La stessa sensazione leggendo questa poesia della Cielo. Qui il rosso è dato dal sangue che è vita e amore, ma anche eredità, delitto.

Nell’ora che filtra (pag.10) – poesia dove è evidenziata la continuità con l’altro, non solo spaziale ma emozionale, riconoscersi è sentirsi parte di un tutto. (Qui è la luce e il verde delle foglie, la speranza).

Nell’ora che filtra il suo tempo
senza guardiani né serrature
esiste un lago di luce aperta
dove nessuno vive senza il sogno dell’altro
dove tutto l’obliquo dei giorni non cade
e ti riconosci
dall’altra parte di una foglia
strappata al turbine del vento.

Imprevisto il varco, (pag.11) dove Annamaria dice... affiora l’istinto… vedo Freud (1933): “La dottrina degli istinti è per così dire la nostra mitologia. Sei istinti sono degli esseri mitici, superbi e indefiniti.” Qui immagini e ritmo si fondono perfettamente, c’è padronanza dello stile, un affiorare che si fa un penetrare, una fusione dello sguardo e del pensiero. “Varco” è la parola chiave, fisico e psichico si fondono insieme.

I testi vanno analizzati prestando attenzione ai dettagli, al ritmo, alla suggestione immaginativa, alla connotazione meditativa, bisogna trovare le parole chiavi, preziose per schiudere le porte del giardino segreto, come dice il critico Mario Cossali. Cosa c’è dietro la porta? Italo Bonassi, parla di “versi che esprimono l’indecifrabilità del reale e schiudono appena le porte del mistero attraverso il codice policromo delle luci- ombre dei simboli. Il simbolismo qui fa parte di una ricerca (simbolismo moderno), di decifrazione della realtà. Il fine dell’esistenza è comprendere il perché della vita, come lasciarsi prendere dallo stupore del mistero”.

Annamaria Cielo osserva la vita in ogni sua forma, “i più segreti istinti dell’uomo a volte sono uguali a quelli di certi animali”, dice, spiegando la poesia L’uccello di raso (pag.17): “non si tratta della descrizione estetica di un uccellino che costruisce il suo nido, ma dell’esigenza animale di costruire e delimitare il proprio territorio ancora prima di scegliere l’amore. Il potere di attrarre la femmina è subordinato alla sua capacità di costruire un bel nido, sicuro da intrusi (altri uccellini tenteranno di rubargli steli, foglie e altro). L’uccello di raso, in testi di antropologia, è l’animaletto che meglio rappresenta questa somiglianza con il maschio umano”.

Oltre ai colori Annamaria Cielo richiama al pensiero usando il canto, la voce, il suono, li usa come riordino del disordine esistente.

Abbiamo poesie dove la parola 'canto' ricorre:

che nessun canto vibrando potrà mai lacerare
senza una tua canzone sulle ore
E più demente della morte sono | senza canto d’amore
preghiere di canti senza velo
Portava canto l’acqua al temporale
Gli spiriti invidiosi cantano | a rami di vetro appesi.

Abbiamo poesie dove i versi hanno una 'voce':

parlo al verde della tua natura
messaggero di risa
come bimbo che ride alle menzogne nere
(nell’aria) rintoccavano parole
il mio nome alto sul rumore dell’onda
ascolto che mi chiami  | così forte è la voce | che il cuore incendia

Abbiamo poesie dove il 'suono' rincorre:

suono di tamburi
di grandine il suono sul mare assolato
un organo di gigli suona
vento forte | sul monte e sulle pietre
vento | flauto selvaggio
forte suono di un cielo assediato
(ascoltano) i venti e le maree
il sole apre … | un varco di rumore non assente
rumore implorante (che la pioggia) ruba al mare
l’eco crudele che arrampica | al fondo della memoria

“Il suono, la voce, il canto, anche e soprattutto della Natura, sono al centro della mia vita, mi servono per recuperare la parte sensibile, sono la sopravvivenza per allontanare l’inascoltabile”, dice Annamaria Cielo. Quindi non parla solo il codice dei colori, ma ci sono altre chiavi.

Nella poesia Spazio inerte (pag.18), dove la parola ormeggia dà l’idea del liquido, del movimento, della provvisorietà, il pensiero si fa denso. La parola chiave è eppure la cui finalità è di legarsi alla memoria (che non annienta ma è spasimo) per arrivare al lume chiaro del prodigio. Altri significati, altri pertugi.

Senza canto d’amore (pag. 28) è una poesia alta, dagli echi saffici. Ancora la centralità dell’amore, unica salvezza possibile.

Vado a cercare dove il sole
di velo si veste e scompare.
E in ripide voragini sprofondo.
E più demente della morte sono
senza canto d’amore.

Senza “dolorismi” è la poesia  Nella tua mano un giorno (pag.54), esito di commozione. Pathos vero!

Istinto lento (pag.30) è una poesia dove l’autrice fa capire che per sentire la vita bisogna partire dal corpo (risveglio), seguire l’istinto per arrivare al sentimento. L’istinto è lento come la crescita personale tra sogni e ribellioni alla ricerca dei processi psichici, ma allo stesso tempo è alla ricerca delle radici del sentirsi vivere. Qui non c’è bipolarismo, ma c’è una fusione di elementi sia razionali sia non razionali.

Della terra l’istinto (pag.45): ritorna il codice dei colori, un ultimo argine è “una pietà vivente”. I versi danno l’idea della forza della violenza della natura, c’è durezza, aderenza alla realtà, non spietatezza. La parola è incisiva equilibrata essenziale.

Nella poesia Il sole (pag.53) la parola chiave è “aprire finestre”. Ritorna il “varco”.

La verità ha la forza del sole (pag.55) il varco è quasi una dissolvenza, il cerchio piccolo, mediante è il corrispettivo della conoscenza. E’ una poesia piena di porosità, come se la vita colasse da piccoli fori. Fa parte dei testi che impongono ricerca e attenzione. Poi l’ascolto provoca la tensione.

Spiriti invidiosi (pag.64), lingua selettiva, tesa, visionaria, purificata dal rischio di essere letteraria o annaspante nel narrativo. L’estrema concentrazione della parola è qui come la luce di un lampo, la luce di un lampo porta la vita, della vita sono invidiosi perfino gli spiriti. L’invidia è ben rappresentata dal vetro freddo e fragile, corrispettivo materico. Tutte le immagini sono frutto di un occhio sapiente che sa cogliere l’essenziale di una situazione.

Il centro del libro è dei sonetti. Nata Libera è uno spazio volutamente narrativo sul tema dell’istinto. Siamo in campo sperimentale sia per lo stile che per certe regole infrante al fine di dare risalto a dissonanze e a sconfinamenti per accentuare dov’è la vita e la morte ad ogni passo. In altri casi i sonetti della Cielo ricalcano gli schemi classici. Qui, nel complesso, l’esperimento è riuscito. E’ una storia d’amore fra donna e animale, una storia vera, due destini. La ricerca della libertà è al centro del significato. Traspare drammaticità: implacabile è la legge dell’esistenza.

I più significativi: Il ritrovamento, Affiora l’istinto, La madre umana, L’ultimo ritorno

Per quanto riguarda lo spazio della memoria da evidenziare le poesie: Nel segreto dei tuoi occhi, Arciere dei suoni, Allora, 30 luglio 1968, Presagio, Rivelazione (Révélation). Affiora una sorta di complicità tra la distanza purificatrice e il ricordo del dolore. L’attenuazione non annulla il Pathos, il dettato resta nitido, come poche note di pianoforte, ma intonate. La ricognizione nel passato non porta a nessuna edulcorazione della realtà presente. Dove il tempo è crudo e lo spazio è arido c’è però sempre una rivelazione, una meta. La sensualità è nascosta. La morte è prossimità e insieme separazione e distanza. Spiriti buoni uscivano dal mare (Presagio, pag. 59): sono versi dove la madre descrive un sogno, ma così intenso da farle intuire d’essere un presagio di morte: le anime buone dei fratelli, dei genitori, dei nipoti, escono dal mare e la chiamano. Si rivelerà un presagio perché la morte verrà a prenderla pochi giorni dopo, nel mezzo di un dolce sonno.

La Cielo è un poeta che guarda e allo stesso tempo scruta la propria anima. Écoute la pluie, Ascolta la pioggia, testo nato in francese, è una poesia di grande bellezza, dove nessuna ipocrisia risalta in quei versi “L’écho cruel qui rampe | au fond de la mémoire: l’eco crudele che arrampica | al fondo della memoria”. La vita qui è messa sotto torchio, è spremuta fino in fondo, senza ipocrisia appunto, unico sollievo: l’amore per la Natura.

Le poesie Infinito, Dentro il giorno, Fioritura chiudono il florilegio. La loro efficacia è di andare in profondità, i conti con la vita vengono fatti, ma c’è sempre una fioritura. Anche il nulla, lo straniamento cercano un varco nella vita, cercano il tutto, ci proiettano verso l’infinito.

L’Istinto del fuoco è un testo che rivela compattezza, concentrazione, grande impegno, rigore formale.

Lo scrittore, il poeta, si avvicinano all’essere mediante la parola. Molte le strade. Grande la tensione. Difficile il cammino in ciò che Nadine Gordimer, saggista sudafricana, ha definito: “il labirinto sanguinoso, ma ricco di bellezza dell’esperienza umana, dell’essere”. La ricerca stilistica della Cielo sa depurarsi dall’imitazione, la ricerca della tematica è originale, dimostra un saper guardare la vita dritto negli occhi. Il filosofo Franco Rella nel suo ultimo lavoro Dall’esilio parla di “lavoro artistico come testimonianza”, parla di un “lavorare pazientemente i confini per trasformarli in transiti e soglie, verso altri possibili confini, verso un altro orizzonte”.

Mi pare che il lavoro di Annamaria Cielo vada proprio in questa direzione.

Recensione
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