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Solitudo

Misura - Profondità - Bellezza

Nel vocabolario in lingua latina Castiglioni-Mariotti, ed. 2007, la parola “Solitudo” ha una forte espansione semantica, dice: 1. L’essere solo; luogo deserto. 2. isolamento, abbandono, mancanza di aiuto, scarsità, penuria. Anche nel Devoto-Oli, ed. 2011: 1. esclusione di ogni rapporto di presenza e vicinanza altrui, desiderato o ricercato come motivo di pace e di raccoglimento oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza di affetti, di sostegno e di conforto; 2. luogo inabitato o deserto con un senso di inospitale e sconfinata vastità. Nel dizionario Treccani della lingua italiana invece la parola “solitudine” è così riportata: (dal lat. solitudo-dinis, der. di solus): 1.solo, senza compagnia, come situazione passeggera o duratura. 2. Luogo solitario, disabitato. Nel piccolo Rizzoli-Larousse, 2004: 1.Stato di una persona sola, ritirata dal mondo (Cavalcanti,1342); 2. Condizione di un luogo non frequentato (Brunetto Latini, 1294). Non a caso quindi Annamaria Cielo ha scelto il titolo in latino, che acquista più dimensioni e mantiene l’ambivalenza dello stato di sofferenza e allo stesso tempo di raccoglimento e creatività, permettendo più rendicontazioni di un viaggio interiore, ma anche legato alle relazioni.

Da sempre letteratura e filosofia si sono misurati con la solitudine, da Agostino a Leopardi e via di seguito. Il tema è complesso e sfruttato, ma Annamaria Cielo con Solitudo ha superato largamente la sfida, ha tenuto fede ai significati del titolo nella sua ramificazione di origine e ad alcune parole affini alla solitudine come: silenzio, attesa, assenza, oblio, paura, memoria, vuoto, tutte apprensioni che si trovano rispecchiate nei suoi versi dando carne e luogo dall’infanzia fino alla metafora della vita intera: il seme. E poi fino alla morte: Ultima solitudine, madre dell’urlo, / non quello primitivo e indifeso / dato alla luce dall’acqua – ma sete / sete che trascina nella vastità senz’aria / dove tutto un dividersi / assottiglia sempre più / amore e volti cari sulle anse del lasciare...

Nel penetrare la realtà più profondamente, la solitudine contiene il seme numinoso da cui scaturisce ogni espressione di vita, ma pure si misura con altre espressioni dell’esistenza come il dolore e la paura:

Ma è in ciò che fa paura che devi cercare- / dove i pensieri volano alla cieca e tutto / precipita e accade. / ... / È Un posto da grandi la paura! / È Pensare molto, / per sapere cosa ti hanno insegnato / e cosa viene da te, per stare bene. / / Tutto quello che fa bene, poi, non lascia / soli....

Il libro si articola in cinque movimenti, che prendono spunto da pensieri come genesi per entrare in varie realtà e progredire nella comprensione e nel mistero che ci pervade.

1.Tremila i sempre / da quando Solitudine trovò / il primo uomo nel mattino. Sono i versi che aprono la ricognizione dall’infanzia del sogno fino alla visione della vita legata alla metafora del seme:

Una bimba entra nella casa degli adulti. / Impara, baci e solitudine. / ...Cos ì- nel parco silenzioso / si mette una campana di mughetti / per cappello. / È il profumo di un’idea nel sogno d’inizio. / Gli occhi della terra si aprono...

Il sogno, di seguito, è rappresentato da “un disco d’oro” che “girava nell’erba” e dalgrammofono di un giglio” da cui usciva un “rosso musicale”. La delusione del sogno porta alla prima solitudine, che scuote il profondo come un aratro scuote la terra, custode dei semi:

Semi hanno pazienza e prospettiva. / Loro battito nel buio è di crescere. / / Se buoni, rivelano il raccolto - / la sua divulgazione. / E da un seme inghiottiamo la vita.

Ma c’è anche il seme povero, quello che sprofondato non si apre ed è metafora della freddezza, del distacco, dell’indifferenza:

...Così un uomo, se l’amore tace / senza uno sguardo in cui rinvenire.

2. Le radici della casa. Il raccolto. Il secondo movimento ripercorre in modo suggestivo la figura del padre, radice e raccolto di tanti insegnamenti. C’è qui un Io molto equilibrato, c’è la storia di una vita nella sua famiglia. Ci sono luoghi, profumi, suoni, colori, passi e forti emozioni:

Rosario del silenzio. Rovereto. / Viale lungo d’ippocastani in fiore.  / Frange di sole dietro i monti / come fiordi lucenti nell’alba affiorante. // Nella mano di te / tenevo il passo con un saltello. / Fiera di certezze. / Respiro inarcato dall’amore./..

Poi il dolore e la morte: Padre, due guerre guarite. / Poi il mutare in sempre il Sonno. / Non avevo spada per difenderti! In tutto il florilegio, la parola morte sarà pronunciata solo due volte mentre la parola vita ricorrerà per venti volte. Qui è chiamata “Sonno”.

3. Difendo l’anima: nevica. Immagine inusuale nel tema della solitudine, qui la neve diventa uno stato di innata forza, che accompagna la vita intera della solitudine: neve-freddo, neve-ricordi, neve-calore, neve-comunione, neve-nemica, neve-verginale sostanza, neve-impronta, neve-fiaba, neve-meditazione, neve-coperta... Più che un’idea della materia, la neve sembra un sentimento capace di dettare esperienze forti e sollevare da ansie, in un clima di sospensione tra ragione e cuore:

...Fuori dalla finestra riposavo gli occhi. / E il pensiero nel bianco pian piano / si faceva ordine e verginale sostanza. / La solitudine si sgranellava in fiocchi / e un vento la portava.

4. “Perché è già fare – svuotarsi! / Chi è deserto non può” (Marina Cvetaeva) è il penultimo percorso di Solitudo. C’è il vuoto incolmabile:

C’è un vuoto che va visto al buio. / Senza un sasso per udirne il fondo. / Senza attese né punti di sostegno. / Senza carezze né amore.

Ma c’è anche lo svuotamento del Sé per lasciare spazio alle “forze formatrici” e ad altre mescolanze. Poesia chiave:

Guardo il mare, foresta liquida delle onde. / E il metà vuoto sospeso nel vuoto. / L’occhio non vede la forza formatrice,... / Solo c’è un cuore che parla di mescolanza perfetta delle forme,  / di forme in metamorfosi / come vita lunga intorno ad altre vite, / vite invisibili nell’aria respirata. /

Il vuoto legato all’abbandono, alla delusione è un tema che coinvolge ogni essere vivente e non è un caso che questa poesia sia al centro del libro:

Non piangere, così è per tutti. / Per me, per la montagna, per gli uccelli: / solitudine è l’atto d’esser vivi./ Fin dall’acqua del ventre, a luci spente.

5. Solitudine e fede. È l’ultimo movimento. I testi sono più complessi, sono una rendicontazione della vita in cui entra anche il male, il dolore, l’urlo, la morte. Eppure la parola vita è continuamente ripetuta. Sono poesie di grande bellezza, misura e profondità. Niente cade nel sentimentale e nemmeno nell’effusione; i sentimenti sono controllati per acquistare maggiore forza e intrecciarsi al meglio con il pensiero. Qui la solitudine è balzo, stacco, stallo, silenzio, pianto, cammino, morte, emersione, sudore e vita. Nella seguente poesia, riassuntiva del percorso della solitudine, c’è tutto il senso del vivere e del morire, si sente il dolore del corpo e dell’anima, c’è l’altruismo e l’egoismo, c’è la riflessione e la rivendicazione. Sopra a tutto romba il pathos della malinconia:

Solitudine ruggendo tra i rovi /.... / salutando i desideri / .../ camminando sola nel torrente dolore / .../ tacendo verità per un aggrappo alla quiete /.../ salvandomi dal vuoto inaudito / dagli sguardi senz’affetto / dalle sciabole dell’attesa / dal tracollo di certezze. / Solitudine, ombelico della mia ombra... / Santa preghiera. / Sudario per un arcobaleno.

Solitudo è il frutto di un coraggioso lavoro, costante su se stessi per arrivare alla parola ispirata, unica, di originale spessore, quella coerente tra pensiero e intuizione e realtà. Parola profondamente capace di comunicare con gli altri per aprire i confini alle molteplici direzioni. Nelle poesie di Annamaria Cielo ci si riconosce. Sono poesie che smuovono. Nessun verso è vano, perché arriva all’anima del mondo.

Recensione
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