Servizi
Contatti

Eventi


La doppia anima dei vendicatori della notte

La letteratura degli ultimi due secoli ha spesso proposto, anche a livello popolare, alcune tematiche di origine iniziatica ammantandole del velo del segreto e del mistero. Questo dato di fatto ci ha spinti a seguirne le sparse tracce e a ricostruirne, almeno per sommi capi, un percorso concentrando la ricerca su un particolare personaggio che rappresenta un elemento ricorrente, cioè la figura del “vendicatore”, versione moderna del cavaliere medievale che punisce i malvagi e salva gli oppressi, ma rivestito di particolari connotazioni. Il tema del “vendicatore” fu inserito nella classificazione delle società segrete già dalla trattatistica ottocentesca che bene aveva individuato le differenze tra gli ordini militari e religiosi (in particolare i Templari), le società operative (corporazioni iniziatiche), le associazioni astrologiche e alchemiche e infine questa particolare organizzazione a scopo etico-politico-sociale. Se il problema dal punto di vista storico è ancora aperto, si può affermare che la letteratura, anche se in momenti diversi, ha riproposto tutti questi temi. Nel secolo XIX, ma ancora di più nel XX, si assiste alla pubblicazione di molte opere narrative di vasta diffusione i cui protagonisti immaginari si oppongono a un potere ritenuto iniquo attraverso una società segreta o sotto la copertura di un’identità insospettabile nell’ottica di una ribellione positiva.

Alexandre Dumas padre

Una delle prime copertine del romanzo Il conte di Montecristo

Il referente di maggior spicco, e al tempo stesso capostipite del genere, è Alexandre Dumas padre (1803-70), autore di popolarissimi romanzi di successo tra cui l’esaltante epopea de Il conte di Montecristo, pubblicato nel 1844-45, il cui protagonista Edmond Dantès riesce a punire attraverso una serie di geniali vendette tutti coloro che lo avevano fatto incarcerare nel castello d’If per abietti o futili motivi. Il tema della vendetta è in generale uno dei più favoriti dal pubblico europeo nonostante il precetto cristiano che impone il perdono, prescrizione comunque poco condivisa dalla maggioranza della popolazione battezzata. L’idea di far pagare il fio ai reprobi è invece irresistibile anche in chi dovrebbe “porgere l’altra guancia” e la descrizione di tutte le fasi di una vendetta elaborata e crudele come quella di Dantès, anche se consumata un quarto di secolo dopo i fatti, ebbe, e ha tuttora, un fascino irresistibile. Personaggio byroniano, cattivo ma con ragione, Edmond possiede delle particolari connotazioni di segretezza e di inflessibilità avvalendosi infatti dell’ausilio di fidatissimi collaboratori, da lui precedentemente salvati e legati da un patto d’onore. L’apparente “solidarietà tra scellerati” — l’ex-detenuto evaso sceglie i migliori amici fra contrabbandieri, briganti e pirati — si pone in questo caso come diritto sacrosanto, poiché i valori sociali appaiono capovolti e il potere (sotto forma di denaro, successo, carriera, onori) è nelle mani dei peggiori individui. L’azione dei “fuorilegge” è pertanto ritenuta giusta perché volta a ristabilire la “vera” legge morale basata sugli autentici valori umani. Dantès, capostipite di tutti i vendicatori moderni, veste in costumi esotici, assume un miscuglio da lui inventato di hascisc e oppio, ha per schiava una bellissima bajadera velata innamorata di lui, il che lo collega ad altre culture, né europee né cristiane.

Una delle prime edizioni del romanzo Ivanhoe di Walter Scott.

L’antecedente storico è in qualche modo Robin Hood, cantato in antiche ballate inglesi e divenuto personaggio comprimario nel romanzo Ivanhoe (1820) di Walter Scott, la cui vindice lotta è però di tipo politico-ideologico-dinastico, non personale. La vendetta del conte di Montecristo ha invece un qualche sentore del decadentismo di là da venire, gli ambienti sono cupi e notturni — invece delle amene foreste di Robin Hood —, lo pervade un’amara malinconia interiore ben diversa dal tripudio di gruppo degli “allegri compagni della Foresta di Sherwood”. Dantès si muove nei salotti, ostenta signorile indifferenza, frequenta le sue stesse vittime nelle occasioni mondane, benefica chi se lo merita, ma ordisce atroci e macchinosi intrighi dietro le quinte di se stesso; presenta insomma una specie di sdoppiamento della personalità: quello del ricco ma enigmatico gentiluomo e quello del cospiratore, elemento questo destinato ad avere enorme fortuna in seguito. “Io conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da pascià: mi piace un luogo, vi resto: me ne annoio, parto; sono libero come un uccello, ho le ali come lui. Le genti che mi circondano mi obbediscono e quale volta mi diverto ad inceppare la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca o un galantuomo che perseguita. Poi ho la mia giustizia: giustizia alta e bassa, senza dilazione, senza appello, che condanna o assolve e alla quale nessuno può obiettare” rivela il protagonista all’interno della favolosa grotta di Montecristo, dove riceve per diletto un viaggiatore di passaggio. Ma al procuratore corrotto che l’ha condannato fa, nel presentarsi, un discorso intimidatorio: “Il mio regno è grande come il mondo perché non sono né italiano, né francese, né indiano, né americano, né spagnolo: io sono cosmopolita. Nessuno può dire di avermi veduto nascere; Dio solo sa quale terra mi vedrà morire…Non essendo di alcun paese, non domandando protezione, non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non uno scrupolo, che arresta i potenti, non un solo ostacolo, che paralizza i deboli, può arrestarmi e paralizzarmi. Non ho che due avversari: la distanza e il tempo. Il terzo, ed è il più terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi nella nella strada che percorro e prima che abbia conseguito lo scopo a cui miro. Ciò che gli uomini chiamano capricci della fortuna, vale a dire la rovina i cambiamenti le eventualità, li ho tutti prevenuti e se qualcuno può colpirmi, nessuno può rovesciarmi…”

Una delle locandine pubblicitarie apparse sulla stampa del romanzo La strana avventura del dottor Jekyll e mister Hyde di Robert Louis Stevenson.

Questa doppia anima, richiesta peraltro dalla stessa natura della sua missione, lo colloca in un dualismo psicologico che di lì a poco sarà magistralmente affrontato da Robert Louis Stevenson in svariati romanzi, ma soprattutto nel celebre e splendido La strana avventura del dottor Jekyll e mister Hyde (1886) il quale, a sua volta, ha un precursore nel racconto William Wilson di Edgar Allan Poe (1809-49). L’uomo e il suo doppio, la maschera e il volto, la persona e la persòna stanno imponendosi in letteratura sconfinando quasi nella psicologia e nella filosofia. Inquadrato questo scenario letterario, bisogna però rilevare come il conte di Montecristo rappresenti un punto fermo e al tempo stesso un punto di partenza. Nasce con lui il personaggio del "giustiziere della notte" che, diversamente dal giustiziere del giorno di Walter Scott (e di Dumas stesso nel personaggio del moschettiere), si misura con gli aspetti più oscuri della mente umana, con le radici più profonde del potere che, ben lungi dall’essere un indiscusso diritto dinastico, si perde invece nei più inconfessati vizi interiori. La lotta contro questi aspetti aberranti diventa in tal modo la motivazione di un ribellismo che non ha nulla di eroico o di atletico, non si muove negli spazi aperti attraverso diretti confronti fisici, ma assume caratteri di segretezza e cospirazione. Il risvolto “solare” viene a questo punto confinato alla sfera dei romanzi per ragazzi, mentre quello “notturno” prende decisamente i connotati della società segreta, fondata al tempo stesso sulla certezza della giusta causa, sulla solidarietà tra eletti, sulla segretezza e la crudeltà delle punizioni.

La copertina del romanzo La mano nera di Cletto Arrighi.

Il frontespizio del racconto Il numero 13 di Salvatore Farina.

Naturalmente non è compresa in queste considerazioni la versione “nera” della cospirazione, già più moderna, quando cioè la società segreta lotta per il male e l’eroe “solare” la affronta fino all’immancabile vittoria. Questo aspetto apparirà successivamente in sette nefaste, come La mano nera di Cletto Arrighi uscito nel 1883 — precedente letterario omonimo, e forse non a caso, sia dell’organizzazione terroristica che nel 1914 organizzò l’attentato di Sarajevo, sia della mafia italo-americana che nel 1909 assassinò Petrosino —, fino agli esiti postmoderni del folle di turno (Stranamore, Goldfinger) che vuole dominare il mondo e trasforma la lotta contro il potere in lotta per il potere. Dantès ha parecchi discendenti anche fuori del paese d’origine. Tutta la letteratura popolare tra ‘800 e ‘900 gli è in qualche modo debitrice. L’eroe ribelle, giustiziere o ladro, cupo o scanzonato, signoreggia in molti prodotti letterari di quel lasso di tempo: da Ponson du Terrail, autore di Rocambole, al raffinato Arsenio Lupin di Maurice Leblanc, fino agli italiani Linares, Novelli, Piola, Natoli. E’ la stagione del feuilleton francese e del suo derivato italiano il “romanzo d’appendice”, lunghe narrazioni a tinte forti pubblicate all’interno dei quotidiani, il cui esemplare più insigne è costituito da I misteri di Parigi (1842-43) di Eugene Sue.

Una delle illustrazioni dell'edizione pubblicata a puntate sui quotidiani de I misteri di Parigi.

Una delle prime copertine de I misteri di Parigi di Eugene Sue.

Tipica di queste produzioni è la pubblicazione a puntate brevissime per un tempo lunghissimo, sistema che per i nostri tempi equivale un po’ alle telenovele o soap opera. La differenza tuttavia è enorme, in quanto il feuilleton costringeva alla lettura anche persone con pochissima istruzione svolgendo opera meritoria nei confronti dell’analfabetismo ancora dominante, mentre la telenovela, presupponendo la passività del pubblico, incrementa anzi l’analfabetismo di ritorno che affligge i nostri tempi tecnologici. Nacquero in quell’epoca i vari generi della letteratura popolare: il patetico, il sociale, l’avventuroso, l’orrido, il poliziesco. Ma torniamo all’Italia e al filone dei vendicatori.

Luigi Natoli (1857-1941), giornalista e scrittore siciliano, confeziona un prodotto letterario i cui valori morali sono apertamente improntati sul grande precedente di Dumas. Autore di numerosi romanzi “d’appendice”, Natoli pubblica su “Il Giornale di Sicilia” tra il 1909 e il 1910 un celebre e spesso trascurato capolavoro del genere, cioè I Beati Paoli, ambientato nella Palermo dell’inizio del XVIII secolo, storicamente inquadrata grazie a uno studio puntuale e approfondito. Nella sua impresa letteraria —ben 750 pagine nella successiva edizione in volume — Natoli fonde una tradizione manzoniana, in cui lo studio dei documenti storici era premessa essenziale alla scrittura, con una tematica dumasiana centrata sulla giustizia segreta e ineluttabile. Con Natoli la società segreta esaminata, più leggendaria che altro, assume anche connotati rituali. I Beati Paoli nella realtà storica sono attestati da una sola fonte che riferisce di una società attiva prima del 1723, anno in cui i due maggiori responsabili furono arrestati e giustiziati. Si tratta dell’opera storica Opuscoli palermitani di Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca che la pubblicò a Palermo nel 1790. Lo storico riferisce di aver conosciuto da ragazzo un certo Vito Vituzza, di professione carrettiere, il quale si presentava come l’unico scampato della setta e viveva all’interno della chiesa di San Matteo. Ma costui, a meno che non si trattasse di un mitomane, era l’ultimo sopravvissuto e l’unico testimone diretto di un’associazione che non ebbe seguito, anche se il popolo di Palermo continuò a favoleggiarne per decenni attribuendo ogni più piccolo episodio di esasperazione popolare alla mitica setta. Natoli si ispira a queste scarne notizie documentarie per creare uno straordinario affresco che ha tutti i connotati del classico feuilleton: neonati dispersi, figli naturali che ignorano la loro augusta ascendenza, inquisizione all’opera, faide di famiglia, avvelenamenti, agnizioni, suicidi, agguati, processi, torture.

Lo scrittore e giornalista Luigi Natoli.

Copertina del romanzo I Beati Paoli.

Contrariamente all’accuratezza storica dei tempi e dei luoghi, i personaggi di Natoli hanno scarsissima profondità psicologica, alcuni poi sono del tutto anacronistici rifacendosi più che altro a tipi diffusi all’epoca dell’autore. Due per tutti: donna Gabriella sembra un personaggio dannunziano, sempre esagerata, sempre irriflessiva, quasi la caricatura di Barbara Leoni celebre amante del Poeta, insomma il vero personaggio della “Belle dame sans merci” derivato da Swinburne e da Les Fleurs du mal di Baudelaire; il cavaliere Coriolano della Floresta è invece un vero dandy ricalcato su Oscar Wilde, frequentatore indolente dei salotti, negato all’amore per le donne in quanto implicitamente omosessuale, ironico e annoiato. Si tratta di due figure che evidentemente non sarebbero mai potute esistere nella Palermo del primo ‘700. Coriolano è poi il personaggio centrale della vicenda dato che è capo dei Beati Paoli, insomma il grande burattinaio. Nelle riunioni indossa sempre una maschera nera perché nessuno tra gli affiliati sappia chi è, ma si svela senza difficoltà al suo grande amico, l’eroe solare della vicenda, il quasi-moschettiere da libro per ragazzi, Blasco di Castiglione. Le riunioni segrete e sotterranee della confraternita avvengono di notte in una cripta con al centro un altare, gli affiliati si dispongono in due file longitudinali, in fondo si trovano i capi, l’estraneo viene definito “profano” e portato nell’assemblea bendato, ma solo dopo avergli chiesto il consenso. “Dategli la luce” ordina il capo che poi spiega a un nuovo adepto: “Tu sei entrato in un luogo nel quale nessun profano ha messo mai il piede, ma ciò impegna la tua vita forse in un modo che tu non immagini. Sei tu sicuro di mantenere le tue promesse? Se non lo sei dichiaralo: sarai accompagnato nel modo stesso col quale sei venuto e sarai lasciato libero. Noi abbiamo fiducia nel tuo silenzio. Ma se dichiari di essere sicuro bada che non ti concederemo più di ritirarti e che accanto, dietro a te, in strada, in chiesa, nella tua casa stessa, vi sarà sempre, invisibile e infallibile, il braccio vendicatore della nostra giustizia”.

Una domanda sorge spontanea: da dove ha preso tutto ciò Natoli? Dovendo immaginare e descrivere i rituali dei Beati Paoli l’autore ha attinto probabilmente a un repertorio massonico, ovviamente alterandolo e portandolo all’eccesso della drammatizzazione. I giuramenti si firmano infatti con il sangue, i patti tra adepti si sanciscono mescolando ognuno il sangue dell’altro, una piccola cella sotterranea accoglie gli ospiti appena arrivati e viene sprangata con tanta cura che il rinchiuso può ragionevolmente temere di venirvi abbandonato a morire di stenti. Naturalmente viene da chiedersi se tutto ciò sia un artificio letterario di un abile giornalista scrittore che si è basato su alcuni elementi massonici raccattati qua e là, conosciuti magari per interposta persona, o si tratti invece di precise prese di posizione da parte di un profondo conoscitore della storia locale il quale si compiace di immaginare in uso nella Sicilia del 1713 delle consuetudini di poco precedenti alla fondazione londinese della Massoneria nel 1717. Come dire: non solo la Sicilia stava, con Federico II, fondando lo stato italiano, non solo quella siciliana è la prima letteratura in lingua volgare, ma la Sicilia avrebbe addirittura anticipato Anderson! La Sicilia madre misconosciuta, e per questo ancora più autentica, di ogni cosa buona e giusta che poi altri hanno realizzato spacciandola per propria: l’unità nazionale scippata dai Piemontesi, la lingua rubata dai Toscani, la massoneria trafugata dagli Inglesi… e via esaltando. Intendeva Natoli sostenere questo? Credeva in una pan-sicilianità negata? E’ un’ipotesi.

I vendicatori della giustizia giusta

I Beati Paoli “storici”, a quanto riportato dal Villabianca, vantavano illustri precedenti, cioè gli altrettanto leggendari vindicusi normanni attestati da alcune fonti, uomini in armi che provvedevano a “fare giustizia”, cioè ad esercitare, secondo un codice personale, una “giustizia giusta” constatando che quella applicata dal potere era “giustizia sbagliata”. Anche in questo caso l’antefatto è riportato al medioevo (siamo alla fine del XII secolo), culla turbolenta della cultura europea. Simili confraternite non erano comunque rare nell’età di mezzo, quando l’associazionismo comincia a prendere caratteri iniziatici. A farlo, lo sappiamo, è soprattutto quello operativo costituito dai maestri d’arte, in particolare i costruttori di edifici sacri; ma in ogni corporazione di mestiere doveva essere praticato un rito iniziatico e un giuramento di fedeltà e segretezza. A questo ambito particolare si possono riferire i primi rituali.

L’associazionismo a scopo morale e sfondo giustizialista non è invece storicamente certo, si tratti dei vindicusi normanni o del Vehemegerichte, il misterioso tribunale segreto che Carlo Magno avrebbe fondato nel IX secolo e che, secondo qualcuno, sarebbe stato esportato nella Sicilia normanna. “Carlo Magno inviò in Westfalia, dove il male era maggiore, i suoi agenti devoti incaricati di una missione segreta. Questi agenti attirarono a loro e legarono col giuramento e la mutua sorveglianza tutti quelli che erano energici tra gli oppressi, tutti quelli che amavano ancora la giustizia, sia tra il popolo sia tra la nobiltà, scoprirono ai loro adepti i primi poteri che avevano avuto dall’imperatore e istituirono il tribunale dei franchi-giudici. Era una polizia segreta avente diritto di morte. Il mistero che circondava i giudici, la rapidità delle esecuzioni, tutto colpì l’immaginazione di questi popoli ancora barbari. La Santa Veheme prese proporzioni gigantesche, si tremava al racconto di uomini mascherati, delle citazioni inchiodate alle porte dei signori più potenti, dei capi dei briganti trovati morti col terribile pugnale cruciforme sul petto e con l’estratto del giudizio della Santa Veheme nella striscia attaccata al pugnale. Questo tribunale teneva le sue riunioni nelle forme più fantastiche; il colpevole, entrato in qualche crocicchio isolato, vi era preso da un uomo nero che gli bendava gli occhi e lo conduceva in silenzio; era sempre di sera ad un’ora inoltrata perché la sentenza non sia pronunciata che a mezzanotte. Il delinquente era introdotto in vasti sotterranei; una sola voce l’interrogava, poi gli si toglieva la benda, il sotterraneo s’illuminava e si vedevano i franchi-giudici tutti vestiti di nero e mascherati”. Così racconta, con piglio romanzesco, Elifas Levi in Storia della magia (1859). Ma nella realtà storica?

Lo scrittore Eliphas Lévi.

Una delle prime copertine della Storia della magia di Eliphas Lévi.

Si tratterebbe in ogni caso di iniziative limitate ad aree circoscritte, durate per breve tempo e spesso clamorosamente fraintese. La rivolta aperta del singolo, lo si sa, era sempre destinata all’insuccesso, per quanto eroicizzata in leggende popolari di ogni tempo e paese che perpetuavano il cliché del ladro “gentiluomo”, in lotta contro i soprusi e propenso a “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, attitudine questa di cui si può essere matematicamente certi che mai è esistita nella storia umana. Ne fa parte, tanto per fare degli esempi noti, proprio Robin Hood che forse visse veramente nell’Inghilterra del XIV secolo (citato in un documento del 1325), ma che era un cacciatore di frodo, passato al brigantaggio per il semplice motivo che il bracconaggio era punibile con l’impiccagione, ma anche l’ottocentesco bandito Passatore (al secolo Stefano Pelloni), la cui generosità con gli oppressi nasceva dell’esigenza di procurarsi dei fiancheggiatori ospitali nei momenti di emergenza. Nel secolo appena trascorso sia la letteratura che la cinematografia hanno particolarmente messo in rilievo i personaggi dalla doppia identità: cittadini obbedienti di giorno e giustizieri di notte. Piaceva l’idea della doppia vita, della setta segreta, della giustizia alternativa e, proprio per questo, “autentica”, il tutto sulla scia della nascente psicanalisi, quasi che il XX secolo avesse riscoperto un’ambivalenza da età barocca, in quell’epoca peraltro pienamente giustificata dall’attività dell’Inquisizione. Ne è un esempio, quasi contemporaneo al Natoli, La primula rossa (1905) della baronessa ungherese Emma Magdalena Orczy (1865-1947) dove però l’eroe manca di crudeltà e si limita a salvare, con l’aggiunta di una sottile ironia, i malcapitati destinati alla ghigliottina durante la Rivoluzione Francese. Anche il dandy Lord Percy Blakeney, figlio dell’epoca in cui viene scritto e non di quella in cui viene proiettato, recita un doppio ruolo: flemmatico gentiluomo da salotto da un lato, ardimentoso spadaccino dall’altro, centro in ogni caso di una doppia — e faticosissima — vita. Il vendicatore, da solo o in compagnia, si pone in conflitto sia con la società che con se stesso.

La Baronessa Orczy (Emma Magdalena Orczy).

La copertina originale del romanzo La primula rossa della baronessa Emma Magdalena Orczy.

Ma è il romanzo popolare americano, immediatamente seguito dal cinema, a riproporre con reiterato successo il tema della "doppia identità" con il fortunato personaggio di Zorro, sullo sfondo della California ancora spagnola del 1820, prima dell’annessione agli Usa, creato nel 1919 dallo scrittore Johnston Mc Culley (1883-1958) e uscito a puntate come un romanzo d’appendice con il titolo La maledizione di Capistrano.

Una delle prime edizioni del romanzo La maledizione di Capistrano di Johnston Mc Culley.

Una delle illustrazioni del romanzo.

Forse legato al precedente storico di Joaquìn Murrieta, impiccato dagli statunitensi subito dopo il loro ingresso in California (1853), si basa su un intrepido eroe mascherato che contrasta nottetempo il potere costituito. Tuttavia il personaggio era stato già abbozzato molti anni prima da uno stravagante generale a riposo, il messicano anticlericale Vicente Riva Palacio nel romanzo Memorie di un impostore (1872) il cui eroe Martin Garatuza, detto appunto “el Zorro” (cioè la volpe), è a sua volta liberamente ispirato a una figura storica molto amata e studiata dall’autore, cioè Guillén Lombardo, un irlandese di nome William Lamport, che effettivamente visse nel Messico del XVII secolo lottando contro l’Inquisizione che alla fine lo mise al rogo nel 1659. Riprendendo alcuni elementi dalle opere di Riva Palacio (che tuttavia negava di conoscere), Mc Culley fa di Zorro un personaggio dalla doppia identità, che si nasconde nel ruolo ufficiale del giovane e superficiale latifondista Diego de la Vega, veste di nero, punisce i reprobi sotto forma di trafficanti, burocrati e sbirri corrotti. Tuttavia la versione edulcorata che ne è stata tratta nei telefilm prodotti da Walt Disney conserva pochissimo del personaggio del romanzo. La violenza di Zorro, risposta alla violenza del potere, si limita infatti a disegnare con la spada delle Z sulle rotondità del sergente Garcia, mentre nell’opera di Palacio c’era ben altro e vi si descrivevano omicidi, torture, stupri ai quali l’eroe si opponeva e che qualche volta sventava. La rivolta morale di Zorro, simile a quella dei Beati Paoli, implica anch’essa una doppia vita, una doppia personalità, una doppia verità. Implica anche l’esistenza di collaboratori e fiancheggiatori che ovviamente devono essere sicurissimi, ma Zorro, perduta ogni ritualità, conta su un servitore muto, che si finge anche sordo, e sul suo stesso padre, persone che in un modo o nell’altro non possono parlare. Mc Culley e Walt Disney, massoni entrambi, propongono al grosso pubblico mondiale un personaggio quasi completamente privato di ogni connotazione iniziatica, anzi ironico e mascalzone.

L’unico riferimento che pare essere rimasto consiste nella beffarda Z tracciata dal protagonista la quale potrebbe collegarsi alla zade fenicia accostabile a una lettera pre-greca sinonimo di vita, o con zayin, lettera dell’alfabeto ebraico che significa luce e il cui valore numerico è 7, cifra sacra per antonomasia. Zorro quindi più che il suo monogramma traccerebbe, a uso dei profani attenti, un messaggio di energia vitale e di elevazione spirituale. Il protagonista del romanzo di Riva Palacio, primo autore di strani graffiti (ma era solo la testa di una volpe!) affermava fin dal 1872: “La salvezza consiste nel saper trovare il principio vitale, la scintilla divina che è in noi, che nessuna forza può estirpare”. Si tratterebbe in ogni caso dell’ultimo residuo simbolico, riferito a un personaggio che per il suo abito nero si configurerebbe, almeno in apparenza, come uno spirito delle tenebre essendo in realtà, per rovesciamento esoterico, un autentico spirito della luce. Ma nient’altro traspare nei telefilm di Zorro dove tutto il contesto pseudo-iniziatico della società segreta con fini di giustizia si svuota di contenuto. La recente ripresa di Isabel Allende invece lo ripropone apertamente. Zorro giovinetto milita così in una confraternita spagnola dal nome molto indicativo, la Justicia, il cui operato viene stroncato dalle forze dell’ordine. Tornato nella natia California Diego de la Vega rimarrà fedele agli ideali e ai metodi della propria comunione iniziatica, di cui ormai resta unico ma agguerrito esponente. La versione della Allende è comunque più che altro improntata a motivazioni ideologico-politiche, del tutto assenti nello Zorro di Mc Culley.

Il messaggio comunque non era rimasto senza risposta dato che anche il fumetto americano degli anni ’40 ripropone le doppie identità con Superman, incarnazione extraterrestre del cavaliere medievale, abitualmente rinchiuso nel ruolo del grigio e occhialuto giornalista Clark Kent, oppure Batman, mascherato oppositore delle trame disoneste di un potere corrotto, di giorno annoiato miliardario nullafacente dal nome di Bruce Waine. Anche con loro si ripropongono i due ruoli del giustiziere, diurno e notturno, ben rappresentato dalle rispettive città: la luminosa Metropolis di Superman e la buia tentacolare Gotham City di Batman.

Ma cosa rimane attualmente della società iniziatica (o del personaggio) a fini di giustizia nei prodotti di evasione o, in generale, in quella che viene definita popular culture? Ovviamente non si parla più di sola letteratura, in quanto il repertorio popolare che aveva proposto questo filone ora si avvale anche di altri mezzi: fumetti, cartoni animati, film, telefilm. Nella vastissima produzione attuale rimangono gli stessi topoi di sempre: conflitto tra bene e male, fanciulle perseguitate, eroi salvatori, delinquenti incalliti, ladri gentiluomini. Lo si riscontra continuamente nella filmografia hollywoodiana, soprattutto nel filone fantascientifico, di cui citiamo solo, tanto per fare un esempio tra i molti, il ciclo di Guerre Stellari (rielaborato su alcuni romanzi di Isaac Asimov) con la confraternita dei Jedi e le sue particolari caratteristiche che meriterebbero uno studio a parte. Vero prodotto d’arte, e di origine italiana, è il tormentato personaggio di Corto Maltese di Hugo Pratt al quale vengono giustamente dedicati studi e convegni, pubblicazioni e mostre. Passando invece al mezzo televisivo la serie Star Trek (sceneggiata dopo il 1966 da Eugene Wesley Roddenberry) è molto interessante in quanto rappresenta una collettività umana chiusa in un’enorme astronave alla scoperta dell’universo, animata da desiderio di conoscenza e da estremo rispetto per qualsiasi forma di vita incontrata, senza giudicare la morale o la religione altrui, senza intervenire nel processo evolutivo delle altre civiltà. Gli esploratori dell’Enterprise, vera "loggia mista interstellare", sembrano una comunità di iniziati guidati dalla fede in un ente supremo, coerenti con il principio di tolleranza, spinti da sete di conoscenza, insomma dei veri umanisti; da notare inoltre la plurimillenaria tematica del viaggio come ricerca e conoscenza di se stessi. Diversa, ma al tempo stesso molto simile, è la lunga saga (1978 e successive riprese) di cartoni animati giapponesi Capitan Harlock del noto mangaka Lei-Ji Matsumoto, nella quale gli iniziati, rinchiusi anch’essi in un’astronave dal significativo nome di Arcadia, sono le ultime persone libere del nostro pianeta, costrette alla pirateria come ultima frontiera della libertà, anche quella dello spirito. Infatti la Terra soggiace a un potere miope che ha ormai ridotto tutti a uno stato di acquiescenza ottenuto dalla propaganda e dalla pubblicità. L’azione dei pirati-liberi pensatori si svolge quindi ai margini di un’umanità angariata ma inconsapevole, praticamente amebizzata, che essi vogliono comunque salvare dall’invasione di un’intelligente popolazione extraterrestre femminile e vegetale. Il fatto che i compatrioti non se lo meritino, e che le aliene valgano tutto sommato più dei terrestri, non impedisce al torvo e nerovestito capitano e al suo composito equipaggio di lottare per salvarli. La scelta di campo è insomma quella più dura ma anche la più giusta.

Corto Maltese ideato e disegnato da Hugo Pratt.

Capitan Harlock disegnato da Lei-Ji Matsumoto.

Il settore, come si vede, è ancora in fieri, anzi con espressione moderna in progress. La popular culture mondiale riscopre antiche tematiche — qualcuno dirà che scopre l’acqua calda! — e le ripropone con l’ausilio di effetti speciali ottenuti al computer. Trionfa l’eroe solare che combatte il male oppure la confraternita appartata che lo affronta in segreto perché la verità non si può dire a tutti. Il “migliore dei mondi possibili” è a volte dominante ma insidiato, desideroso di un campione che lo difenda oppure, al contrario, minoritario e coltivato in segretezza perché signoreggia “il peggiore dei mondi”. Comunque sia, è innegabile che il concetto di iniziazione si fa strada e probabili, ma a noi ignote, ricerche di marketing indicano che ciò attrae anche la produzione di massa.

Seguiremo la situazione nel secolo da poco iniziato.

° ° °

Bibliografia

  • Francesco Paolo Castiglione, Indagine sui Beati Paoli, Sellerio, Palermo, 1987.
  • Giovanni De Castro, Le società segrete dal Medioevo al XIX secolo (ristampa), Messaggerie Pontremolesi, 1990.
  • Alexandre Dumas, Il Conte di Montecristo, Oscar Mondadori, Milano 1984.
  • Massimo Introvigne, Zorro massone? Forse. Anzi improbabile. “Avvenire”, 30-12- 1999.
  • Elifas Levi, Storia della magia (ristampa), Atanòr, Roma, 1978.
  • Johnston Mc Culley, La maledizione di Capistrano.
  • Luigi Natoli, I Beati Paoli, Flaccovio Editore, Palermo 2003.
  • L. Nemecek, Guida a Star Trek - the next generation, Roma, Fanucci Editore, 1997.
  • Vicente Riva Placio, Memorie di un impostore.
  • Fabio Troncarelli, La spada e la croce. Guillén Lombardo e l’Inquisizione in Messico, Edizioni Salerno, Roma, 1999.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza