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Le Pleiadi
Le sorelle del cielo notturno

Chiunque contempli il cielo stellato in una notte d’autunno non può fare a meno di notare un piccolo carro scintillante che sembra quasi riprodurre, ma in miniatura, il vasto disegno dell’Orsa Maggiore. E’ la costellazione delle Pleiadi, nella catalogazione astronomica M 45, facente parte di quella zodiacale del Toro e non lontana dal maestoso Orione.

Le Pleiadi conosciute anche come le Sette Sorelle, catalogate con la sigla M 56.

Il cielo del tardo autunno e dell’inverno è infatti il più incantevole da ammirare, nell’aria tersa delle notti gelate. Le Pleiadi sono note da tempi remotissimi: le troviamo citate nella Bibbia (Giobbe 9,9 e 38,31; Amos 5,8), oltre che da Esiodo ne Le opere e i giorni e da Omero in entrambi i poemi. Ammonisce infatti Esiodo: Se ti prende il desiderio della perigliosa navigazione bada! Quando le Pleiadi fuggono nel tenebroso mare l’impeto del possente Orione, infuriano i soffi di tutti i venti, non tenere le tue navi nel fosco oceano. E Omero così descrive lo scudo che il divino artefice Efesto forgiò per Achille: Erano cinque le zone dello scudo, e in esso fece molti ornamenti coi suoi sapienti pensieri. Vi fece la terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, le Pleiadi, l’Iadi e la forza di Orione (Il. XVIII, 656-64). A sua volta Ulisse il luminoso, quando partì sopra una zattera dall’isola di Calipso: così col timone drizzava il cammino sapientemente, seduto, mai sonno sugli occhi cadeva, fissi alle Pleiadi, fissi al Boòte che tardi tramonta e all’Orsa, che chiamano pure col nome di Carro (Od. V, 270-73).

Le Pleiadi scandivano i ritmi delle attività agricole e della navigazione, tanto che il loro stesso nome potrebbe derivare da pleio, "navigo", indicando, con il loro tramonto primaverile, il tempo propizio per mettersi in mare, oppure da pleos, "pieno, più". Il loro sorgere e il loro scomparire segnavano date precise per l’uomo protostorico e antico. La tradizione greco-romana vi scorgeva le sette sorelle figlie di Atlante trasformate in stelle dopo essere sfuggite al prepotente cacciatore Orione che voleva possederle tutte. Anch’egli poi, morso da uno scorpione, fu mutato nella costellazione omonima. Figlie di Atlante e di Pleione, i loro nomi erano: Alcyone, Asterope, Electra, Maia, Merope, Taygeta e Celaeno. Sull'isola di Chio Orione, ubriaco, avrebbe tentato di fare violenza a Merope, ma Zeus la salvò e mutò le sette sorelle in colombe, appunto peleiades secondo un’altra etimologia del nome, collocandole poi nel cielo. In Grecia erano chiamate Pleiadi anche le profetesse di Dodona in Epiro, sede dell'oracolo di Zeus, dove esisteva una quercia sacra di cui si interpretava il fruscio prodotto dal movimento delle foglie. Restando nel mondo greco, non si può fare a meno di ricordare un verso della poetessa Saffo: Tramontata è la luna, e le Pleiadi a mezzo della notte; anche giovinezza già dilegua e ora nel mio letto resto sola (fr.94 Diehl).

Ma il mito antico, si sa, è solo la versione recente di storie ancora più lontane che conducono al mondo assiro, babilonese e sumero, a quei popoli mesopotamici cioè che per primi osservarono e catalogarono le costellazioni , zodiacali e non, come rappresentazione e interpretazione dei disegni divini.

Pietra di confine babilonese (ca. 1200 a..C.), Berlino

Le antiche pietre di confine babilonesi decorate con simboli astrali testimoniano la conoscenza delle Pleiadi alla fine del II millennio a.C. Poco dopo, verso il 1100 a.C. le prime classificazioni zodiacali come quella di Elam le citano espressamente. Gli Assiri chiamavano le Pleiadi Kimtu che significa “la famiglia”, gli Ebrei Kimah (il mucchio) e anche lo zodiaco di Dendera, imponente soffitto astrale di età tolemaica, le rappresenta. Molti popoli antichi inoltre localizzavano proprio nelle Pleiadi la cosiddetta Isola di Gorgo dalla quale sarebbero discese le acque del diluvio, mentre un testo induista, il Mahabharata, le identificava con le mogli dei sette Rishi dell’Orsa Maggiore.

Lo zodiaco di Dendera: soffitto astrale di età tolemaica, Egitto.

Bisogna inoltre ricordare che Alcyone, la stella più brillante della costellazione, era detta dai babilonesi Temennu, cioè “la pietra fondamentale”, dagli Indù Amba (la madre); molto più tardi gli Arabi la chiamarono al Wasat, cioè il centro. Tutti questi riferimenti possono far riflettere sulla tradizione “polare” che precede quella “solare”. L’idea di un centro del mondo, riflesso terrestre di un centro celeste universale è infatti una delle più antiche del pensiero umano. Il carro astrale, o forse i tanti carri del cielo, grandi e piccoli, erano probabilmente identificati come luoghi di irraggiamento del principio creatore da cui tutto dipende. Tuttavia l’immagine del carro è già recente; prima dell’età classica predominava l’idea dell’aratro, quella della bilancia (la prima non fu infatti l’omonima costellazione zodiacale, ma proprio l’Orsa maggiore) e, ancora prima dell’orsa, sacra ai guerrieri, vi si vedeva l’immagine del cinghiale, sacro ai sacerdoti. Tutto ciò si riferisce alla ben nota Orsa maggiore, ma forse anche le Pleiadi entravano in queste identificazioni se si pensa ai nomi con cui venivano indicate.

Una prova ulteriore della loro importanza la si riscontra anche nella nostra Europa, che una certa visione storiografica vuole culturalmente arretrata rispetto a Egizi e Babilonesi. La scoperta avventurosa del disco di Nebra trovato insieme a due spade nel 1999 da alcuni cercatori clandestini a circa 50 km da Lipsia, in Germania, ha cambiato di molto le valutazioni precedenti.

Il disco di Nebra (ca. 1600 a.C), Halle (Germania)

Il disco, che nel 2003 è stato acquisito dal museo di Halle, è in bronzo e misura circa 32 cm. di diametro. In lamina d’oro vi è rappresentato il cielo stellato con le figure del sole, della luna crescente, delle Pleiadi, della barca solare che riporta il sole a est e, particolare importantissimo, l’arco di 82 gradi, riferito proprio a quella precisa zona del centro Europa, tracciato dal sole nei suoi punti estremi del solstizio d’inverno e del solstizio d’estate. Quell’arco è il tempo divino e tutto il disco raffigura la legge, la vera e immutabile regola stabilita dal principio creatore. Nell’astratta ma efficace rappresentazione spiccano i sette punti raggruppati delle Pleiadi, anch’esse parte importante dell’ordine divino come era percepito verso il 1600 a.C., quindi ben prima che nel nostro continente arrivassero gli indoeuropei. Si tratterebbe di un piccolo osservatorio astronomico portatile, contemporaneo o di poco successivo a molti luoghi sacri della cultura megalitica orientati verso i punti solstiziali. Il disco di Nebra, definito “la più antica mappa del cielo finora esistente”, è precedente di secoli sia alle pietre di confine babilonesi che a Omero, ma tutto, citazioni e rappresentazioni, attesta l’importanza delle Pleiadi.

Grazie alla scienza moderna siamo venuti a sapere che le immagini delle costellazioni sono dovute a effetti ottici, che molte stelle le quali, viste dalla terra, compongono figure non fanno in realtà parte di sistemi stellari comuni, che altre hanno cambiato forma nei millenni, che la precessione degli equinozi ha spostato tutto, tanto che la levata e il tramonto delle Pleiadi non coincidono più con i lavori agricoli. Grazie ai telescopi si è anche appreso che le “sette sorelle” sono in realtà circa 250 e distano in media 415 anni luce. Formatesi di recente (50 milioni di anni, ma le più giovani datano a 2 milioni di anni) sono ancora avvolte dalla nebulosa che le ha prodotte, ma sono destinate alla vita breve delle stelle giganti azzurre che la compongono. Fra centomila anni probabilmente esploderanno in una terrificante supernova, mentre il nostro sole -se tutto va bene- ha davanti a sé circa altri cinque miliardi di anni. Questa è la realtà effettuale, l’analisi dei fenomeni. Per gli antichi invece il disegno divino scorreva nelle stelle e, come in uno specchio, si rifletteva sulla terra. Il mondo spirituale e quello materiale traevano origine dalle stesse leggi, dai medesimi principi immutabili, decifrabili solo da parte di alcuni eletti, predestinati o iniziati che fossero.

Qualche altra notizia

Le Pleiadi ispirarono per secoli lettere e arti. Nell’Egitto di Tolomeo II Filadelfo (III sec.a.C.) una scuola poetica di sette letterati si chiamò appunto “Le Pleiadi”. L’identità dei componenti non è del tutto certa e solo di cinque si conoscono con sicurezza i nomi: Licofrone di Calcide, Alessandro Etolo, Sositeo di Alessandria, Omero di Bisanzio, Filico di Corcira. Nel XII secolo la ricostruita cattedrale di S. Michele a Pavia ripropose le orientazioni astrali con particolare riguardo al punto da cui sorgono le Pleiadi, la cui levata eliaca massima e minima coincideva in quel tempo con le feste dell’Arcangelo: 8 maggio e 29 settembre.

Basilica di San Michele, Pavia

In epoca rinascimentale fu il pittore Giulio Romano a dipingere a Palazzo Tè a Mantova il tema astrale di Francesco Gonzaga. Il duca era nato il 17 maggio 1500 e, tradizionalmente, gli ultimi tre gradi del segno del Toro erano ascritti all’influenza delle Pleiadi. L’artista, ritenendolo nefasto, omise questo particolare per probabile suggerimento dell’astrologo di corte Luca Glaurico. Poco dopo in Francia altri sette giovani poeti si riunirono a partire dal 1549 nel nome della costellazione, in quel caso valutata positivamente. La scuola poetica detta La Pléiade annoverava i più importanti poeti del rinascimento francese e, nel suo rifarsi a Pindaro, Anacreonte, Orazio e Petrarca, pose le basi alla successiva letteratura. I sette poeti erano: Pierre de Ronsard, Joachim de Bellay, Jean-Antoine de Baiff, Etienne Jodelle, Pontres de Tyard, Remy Belleau, Jean Dorat. Un omaggio particolarmente fastoso alle Pleiadi fu quello offerto da Gabriele d’Annunzio che tra il 1903 e il 1912 compose le Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi il cui piano prevedeva sette raccolte, ognuna dedicate a una delle figlie di Atlante. Uscirono Maia, Elettra e Alcyone. Maia Laus Vitae, una lunghissima lirica di quattrocento versi nella quale il poeta profuse il suo sconfinato entusiasmo per la vita, risulta al giorno d’oggi poco proponibile per la sua torrenziale lunghezza. Dedicate in gran parte alla latinità e ai combattenti sono Elettra e Merope, mentre il piccolo quinto libro, Asterope, comprende solo i Canti della guerra latina. Invece è Alcyone a conservare un fascino inalterato comprendendo alcune fra le più preziose poesie di d’Annunzio: La pioggia nel pineto, La serata fiesolana, Novilunio di settembre, tutte ispirate a un’abbagliante estate tirrenica Il poeta comunque non portò a termine l’impresa.


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