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L'isola doviziosa e ubertevole di là del mare

Quando le incursioni vikinghe sconvolgevano l’Europa, dall’Irlanda, l’isola di smeraldo, l’antica Erin celtica, alcuni monaci fuggitivi portarono sul continente un testo destinato a diventare uno dei più noti e apprezzati del Medioevo. Si tratta della Navigatio Sancti Brendani, la cui notorietà ai nostri giorni si è completamente offuscata. Eppure fu un libro molto letto, noto anche a Dante, spesso citato e imitato, tanto da essere tradotto in diverse lingue: anglo-normanno, francese, provenzale, catalano, inglese, olandese e svariati dialetti germanici. Si trattava di una cronaca in latino (l’originale è conservato nella biblioteca municipale di Alençon e proviene dall’abbazia di Saint Evrault) redatta verso il IX-X secolo da un anonimo monaco irlandese il quale, rielaborando leggende locali, solo in parte cristiane, narrava del viaggio compiuto dal santo alla ricerca dell’Isola dei Beati. La leggenda è citata anche dal monaco borgognone Rodolfo il Glabro (985-1050) nelle sue “Storie del Mille”. A testimonianza della grande fortuna di questo racconto anche in Italia possediamo due traduzioni in volgare: la prima in veneziano scritta tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, l’altra in toscano della fine del XV secolo. San Brandano, il cui vero nome era Brennan Mac Hua Alta, fu figura storica. Nato probabilmente verso il 480-490 a Traigh Lu (attuale Tralee nella contea di Kelly) da nobile famiglia e vissuto ben 94 anni fondò numerosi monasteri nell’isola e altrove, tra cui quello di Clonfert, in gaelico Cluain Ferta che significa “bosco dei miracoli”, reso in latino come saltus virtutis. L’Irlanda dei suoi tempi aveva già recepito la predicazione cristiana di San Patrizio (370-461), ma rimase a lungo governata dai tuath, i clan che si dividevano il territorio. Una tradizione di santi irlandesi viaggiatori e fondatori di monasteri – tra i quali S.Colombano che nel 614 istituì Bobbio presso Picenza e S.Gallo padre dell’omonimo cenobio svizzero – lo vide tra gli antesignani. A lui tuttavia si attribuiva anche un prodigioso viaggio per mare alla ricerca di un’isola edenica, tra animali fantastici e divini messaggeri, prodigi naturali e segni premonitori.

L’avventura del santo irlandese è ambientata nella prima metà del VI secolo. Brandano ascolta dal suo parente Berinto, anche lui monaco, un resoconto di viaggio. Al di là del mare, verso occidente, esisterebbe un’isola dove “non è mai notte ma sempre dì chiaro e mai non c’è nugolo, né piova, né alcuno turbamento d’aria, né di tempo, e mai non c’è infermità.... né non c’è tristezza, né male, né dolore, né morire si può”. Subito Brandano decide di partire per cercare “l’isola doviziosa e ubertevole di cotanti alberi e fiori” e con sette monaci si reca sulla costa dove allestisce un cantiere navale allo scopo di approntare un’imbarcazione adatta alla bisogna, robusta e leggera al tempo stesso. È una nave “ben piena di legname e forti travi all’usanza di quella contrada... tutta di fuori di cuoia di buoi”: insomma si tratta di un curragh, tipica imbarcazione irlandese dell’epoca. Singolare è anche il fatto che la dipinge di vermiglio e la battezza “cocca”. Con questa nave rossa ricoperta di pelli, quasi una canoa indiana, i monaci guidati da Brandano partono verso occidente incontrando prodigi di ogni tipo. Tra i primi è il pesce Iesòn (e bisognerebbe indagare sull’etimologia di questo nome, nel quale pare nascondersi una suggestiva analogia con Giasone e l’impresa degli Argonauti), un’enorme creatura marina sopra la quale i monaci attraccano fiduciosi credendola un’isola tanto da accendere un fuoco sul suo dorso allo scopo di cuocervi le vettovaglie. L’inopportuno barbecue viene interrotto dall’immenso animale che si scuote e costringe i monaci, digiuni e terrorizzati, a una subitanea fuga. La figura di questo pesce, tanto grande da sembrare un’isola, si riallaccia al mito della balena di biblica memoria, ma anche al Fisiologo greco, al Bestiario d’amore medievale, oltre a racconti di viaggio di ogni tempo e paese. Tuttavia nel mostruoso pesce di Brandano si ritrova soprattutto una figura ricorrente nei racconti di viaggio dell’Irlanda celtica, quella del kraken, un mostro marino adagiato sui fondali che attira un’enorme quantità di pesci procacciando un buon bottino a chi osi andarvi a pescare, ma causando il naufragio immediato dei pescherecci se solo accenna a muoversi. Il kraken è un mito costante degli imram i racconti di mare celtici precristiani, un genere letterario di cui la navigazione di Brandano si pone in continuità, anche se vi confluiscono le sacre scritture (in particolare l’Apocalisse di San Giovanni), la mitologia germanica, l’Eneide e l’Odissea, le cronache dei pellegrinaggi in Terra Santa.

Portolano di Piri Reis XVI sec (lacerto)

Altri ostacoli attendono gli intrepidi monaci navigatori destinati a vagare per sette anni nel lontano occidente. Un’enorme colonna di cristallo quadrangolare di oltre mille piedi di lato (Brandano, con spirito quasi scientifico, si premura di farla misurare) che galleggia sul mare ma al tempo stesso vi sprofonda e nella quale qualcuno ha voluto riconoscere un iceberg, si para loro dinnanzi minacciosa. L’isola Griffa definita sommariamente “sozza” perché priva di qualsiasi vegetazione li induce alla fuga e un’isola di fuoco popolata da uomini brutti e maleodoranti si qualifica apertamente come una dèpendence dell’Inferno, al punto che gli attrezzi da fabbro lanciati loro dietro dai dannati fanno bollire il mare. Tra una giaculatoria e l’altra Brandano riesce sempre a uscirne, sottomettendosi alla volontà di Dio, accettando qualunque imprevisto e soprattutto, serafico e imperturbabile, confortando i suoi fidi che, loro sì, sono spesso colti da veri attacchi di panico. Confratelli che abitano strani arcipelaghi tropicali pieni di uccelli parlanti e canterini confortano la sua costanza, tra essi l’abate Albeo definito “un bello vecchiardo” dalla lunga candida barba e il misterioso “procuratore dei poveri di Cristo” che alla fine li condurrà alla meta. È impossibile leggendo il testo sfuggire alla tentazione di identificare questi volatili con pappagalli parlanti o melodiosi canarini, ma queste creature vanno ben oltre: parlano, cantano, suonano, pregano, recitano salmi. Uno di essi, particolarmente loquace, giunge perfino a predire le prossime avventure stando appollaiato sull’albero della nave. “Sette anni starete innanzi che voi torniate a casa vostra” annuncia il profeta pennuto, come gli inviati divini che spiegarono a Ulisse che avrebbe dovuto girovagare per dieci anni. Un altro uccello parlante racconta che in realtà essi sono angeli caduti, quelli della schiera di Lucifero per intendersi, trasformati da Dio, ma dotati del dono della chiaroveggenza. Brandano non demorde e accetta tutte le condizioni. Così ogni anno celebra il giovedì santo nell’isola dell’amico “procuratore dei poveri di Cristo”, la Pentecoste in quella degli uccelli bianchi, il Natale con Albeo, tutto secondo un minuzioso scadenzario liturgico.

Negli intervalli incontra altri personaggi. L’eremita Paolo vive in meditazione sopra un’isola montuosa sulla cui cima troneggia “una pietra molto grande e molto polita e molto quadra, tanto era lunga quanto larga così alta”. Davanti a lui una fontana rotonda si rivela un incredibile planisferio tolemaico dato che tutti i segni zodiacali, rappresentati da pietre preziose, ruotano attorno a una palla di terra al centro producendo con il loro movimento “uno suave suono”, come dire l’armonia delle sfere. Giuda Iscariota galleggia nel mare seduto su una pietra, ma solo perché è domenica e i suoi tormenti vengono sospesi. Alla fine Brandano approda felicemente alla sua meta dove “ben pareva tempo dilettevole a modo di dolce primavera” e ne visita le meraviglie: fiumi d’acqua cristallina, ma anche di vino, olio e miele, strade lastricate di pietre preziose, ponti istoriati che portano a boschi aromatici. Solo che “venne voglia di vedere l’albero onde Adamo tolse lo pome e il legno della scienzia buona e a vedere l’albero della vita”, ma un angelo spiega che ciò “non piace a Dio”. La visita quasi turistica di Brandano termina sulle rive di un grande fiume che divide in due l’isola e costituisce un divieto invalicabile. Ma non è consentito oltrepassarlo e un bel giovane “adorno e piacevole” che si presenta come “uno dei donzelli di Dio” ordina loro di ritornare in patria. Anche il più intrepido dei viaggiatori deve accettare il limite oltre il quale non può andare e sappiamo quale fu la sorte dell’Ulisse dantesco che volle superare anche l’ultimo ostacolo. La “vertute e canoscenza” di Brandano gli suggerisce invece di accettare e di procacciarsi il ritorno. Il fiume è evidentemente il segno del confine tra due mondi e se il viaggio del santo irlandese si è spinto già oltre l’umano, esiste un ulteriore “al di là” dal quale egli rimane escluso.

Tra le spiegazioni del viaggio di Brandano vi sono quelle che lo ritengono un’impresa realizzata da uno dei tanti scopritori dell’America prima di Colombo. Brandano cioè avrebbe davvero viaggiato nell’Atlantico approdando nel Nuovo Mondo prima di Erik il Vikingo e dell’ammiraglio genovese. Ma non si possono identificare dei luoghi precisi nel testo della Navigatio ed è arduo abbinare la lunga durata del giorno – che farebbe pensare a un posto vicino al circolo polare artico dove, durante il solstizio d’estate, il sole non tramonta mai – con la flora e la fauna tropicali. Il viaggio di Brandano, se mai è avvenuto, si è caricato di leggende preesistenti, degli antichi miti di Erin, fatti di isole lontane e inafferrabili poste nel lontano occidente dove il sole va a dormire, come Tir Na N’Og, cioè l’isola dei giovani, dove ovviamente non si invecchia mai. Nella mitologia irlandese tutte le stirpi di dominatori, – eroi, giganti o dèi che fossero – erano sempre arrivati dal mare e verso il mare erano talvolta ripartiti una volta conclusa la loro parabola storica ed epica. Nell’isola di smeraldo il misticismo cristiano aveva sostituito il deserto di sabbia degli anacoreti della Tebaide con l’altrettanto immenso e crudele deserto d’acqua, dal quale affioravano i mostri dell’inconscio per mettere alla prova la tenacia della santità. L’isola dell’eterna giovinezza, dei beati, della luce perenne, si poneva alla fine del viaggio come premio per l’eremita delle onde. Il viaggio di Brandano faceva quindi leva su un motivo antico e mai estinto: quello dell’Eden, del giardino delle delizie, situato in un lontano “altrove”, premio per l’ardimentoso e per il tenace, per il forte e per il saggio, soprattutto per il santo. Ma era un premio da cercare, affrontando ostacoli, mostri e stranezze senza mai demordere dai propri intenti, in una vita di dure prove e costante impegno. Questo Paradiso tuttavia era percepito come reale, palpabile, terreno, immaginato come qualcosa che si sarebbe potuto raggiungere vivendo, senza passare attraverso la soglia della morte. Ecco quindi che “l’isola doviziosa e ubertevole” di Brandano diventa – e nei secoli rimane – l’isola del cuore, del desiderio, dell’amore, l’isola mai trovata, l’isola “che non c’è”... e già in questa definizione si prefigura una rinuncia amara perché la si raggiungerà, forse, solo attraccando sull’ultima sponda.

Bibliografia

J. BRILL, La traversata mitica, Nuova Atlantide, 1993.
M.P. CICCARESE, Animali simbolici, Bologna, 2002.
M.A. GRIGNANI / C. SANFILIPPO, Navigatio Sancti Brendani, Bompiani, Milano, 1975.
F. MASPER / A. GRANATA, Bestiario medievale, Casale Monferrato, 1999.
AA.VV., Il Cristianesimo irlandese, in “Erin”, Rivista del Centro di Studi sull’Irlanda, n.6, febbraio 1999.

Oltre le colonne di un sogno

Le Colonne d’Ercole, limite nell’antichità ritenuto invalicabile, suscitarono da sempre l’immaginario collettivo. Oltre al mito di Atlantide narrato da Platone nel suo Fedone, ha resistito a lungo quello di Anthilia. Quando gli Arabi nel 711 conquistarono Toledo, capitale del regno dei Visigoti di Spagna, i cristiani riparati a nord vagheggiarono l’esistenza di un luogo oltre l’Atlantico, dove si sarebbero rifugiati i Visigoti fondandovi un regno cristiano. Si sarebbe trattato di un arcipelago di sette isole, chiamato Anthilia, dove i toledani sarebbero vissuti in pace e concordia. Per secoli se ne attese il ritorno, che avrebbe segnato la riunione con i fratelli lontani, o se ne sognava l’arrivo per dare man forte all’esercito cristiano nella riconquista della penisola iberica. La leggenda era tanto radicata che molte mappe nautiche riportavano le sette isole di Anthilia in mezzo all’oceano e lo stesso Cristoforo Colombo mostrava di crederci. Sappiamo che cercando il Cipango di Marco Polo giunse in realtà a San Salvador (Guanahani), Cuba e Hispaniola (Haiti). Comunque le isole toccate per prime dall’impresa di Colombo portano tuttora il nome di Antille, divise in Grandi Antille (Cuba, Giamaica, Haiti, Portorico) e Piccole Antille, anche se nessuno ha mai ritrovato la mitica Anthilia. Nelle Canarie esiste invece la leggenda dell’isola di Borondòn, nome nel quale si celerebbe addirittura un ricordo di S.Brandano. Borondòn è un’isola-fantasma che emerge periodicamente per poi tornare subito tra i flutti. Si potrebbe pensare ad un fenomeno vulcanico, simile alla celebre Ferdinandea che realmente affiorò nel Mediterraneo all’inizio del XIX secolo e scomparve dopo qualche anno, tuttavia l’isola di Borondòn non è mai stata vista da nessuno, anche se alle Canarie molti, per secoli, continuarono a cercarla, tanto che essa figurava perfino nei trattati territoriali tra Spagna e Portogallo. Anche Ma Noa, la capitale del mitico Eldorado era immaginata sopra un’isola al centro di un lago avvolto dalle nebbie. Fu cercata avidamente dai conquistadores spagnoli, anche con la testimonianza, non si sa quanto spontanea o estorta, di indigeni che assicuravano di esserci stati. I primi rendiconti scritti ne parlavano diffusamente, assicurando che la sua auspicata scoperta sarebbe stata imminente. La “Historia general de las Indias” di van Huten nel XVI secolo la descriveva così: “Su di un’isola c’è Ma Noa, in un grande lago isolato. Le case, comprese le pareti e il tetto, sono costituite da oro puro e si riflettono in un lago pavimentato d’oro”. Naturalmente, nessuno la vide mai. (m.t.)

Le isole mai trovate

Il mito dell’isola lontana ha radici antichissime su cui hanno favoleggiato le mitologie di tutti i tempi: vi si giunge dopo una difficile navigazione o un volo prodigioso. Thule, limite dell’estremo settentrione, l’isola bianca degli antichi, era immaginata come un luogo incantato con giorni e notti senza fine, nel quale finisce questo mondo e comincia l’Altro, il soggiorno dei Beati. Ma è il mondo celtico ad avere fantasticato di più su questo tema. L’Altro Mondo, l’Al di là è infatti collocato su un’isola all’estremo nord o all’estremo ovest. Ne parlano gli ethrai, racconti di viaggi ultraterreni nei quali i protagonisti raggiungono un’isola avvolta dalle nebbie dove vivono le anime dei morti con le quali hanno un dialogo e i più celebri imram dove l’eroe o gli eroi approdano dopo una pericolosa navigazione a un’isola di delizie eterne. Del resto i centri druidici si trovavano realmente su isole e spesso si trattava di collegi sacerdotali femminili, da cui la leggenda di isole abitate solamente da donne. L’isola dell’eterna primavera, l’isola dei sogni e dei desideri è un mito moderno che a sua volta si rifà, banalizzandole, a queste premesse storiche e letterarie. L’idea di un mondo di pace, di libertà o di conoscenza iniziatica, appartato dal resto del mondo, soprattutto contrapposto all’Oceano con le sue insidie, si fonde così con il mito dell’Eden, un luogo di armonia naturale che ci appartiene ma da cui siamo stati cacciati e che da qualche parte esiste ancora per riaccoglierci. Ecco allora le Isole Felici, le Isole Fortunate dove si proietta il desiderio umano dell’eterna felicità. Apollo infatti regna sulle Isole dei Beati, Achille in realtà vive ancora sull’Isola Bianca alle foci del Danubio dove lo portò sua madre dopo una finta morte sotto le mura di Troia, Artù riposa, unico vivente, nel paradiso degli eroi sito nell’isola di Avalon dove le fate hanno guarito le sue ferite e dove, gelosamente nascosto, si trova anche il Graal. (m.t.)


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