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Giardini d'aria

I Giardini d'aria di Maria Lenti sono un vademecum per compiere senza troppi rischi il viaggio tra il 1949 e l'oggi, insieme alle protagoniste dei racconti nelle quali si riflette, frammentata come in un caleidoscopio, l'autrice. Un'autobiografia, dunque, e insieme lo specchio di una generazione.

Nell'interrogazione del passato la commozione per la lontananza temporale si mescola all'amore, sempre coltivato, per i libri e le parole dotte. Finché, durante it pellegrinaggio per rivedere il vecchio collegio, si apre la voragine dei ricordi penosi. La grama vita nel collegio appare inconcepibile nella sua durezza, quasi ci giungesse dall'Ottocento, già nelle parole che la evocano: il refettorio, freddo, «la bacchetta», «i ceci sotto le ginocchia», «il sacrificio», la «rinuncia al godimento». Il racconto Il giorno era innocente e fresco il vento a un momento risolutivo di autocoscienza: al culmine dell'enumerazione dei tormenti provocati da una severità educativa al limite della persecuzione, la protagonista si chiede se non sia masochismo il suo voler ricordare a tutti i costi. E le sofferenze sono tutte vere, oppure «fandonie» inventate — o amplificate — dalla fragilità disarmata, dalla solitudine di allora? Sono «spettri e certezze incattivite» di una bambina visionaria, «addensati nella parte in ombra» di lei ormai grande? E si risponde: «Il silenzio ha solidificato... il peso di oggi sul peso di ieri»... «E' giunto il momento che su un setaccio fine io separi, di questa preistoria, crusca e farina». Il setaccio è la scrittura di Lenti che, con la consueta perizia linguistica unita alla pacatezza del ragionamento, sa soppesare e filtrare.

Nei racconti successivi si snodano le esperienze giovanili di quella generazione che ha vissuto le tappe sconvolgenti di una trasformazione radicale del mondo negli anni Sessanta. E infine, con le sue perplessità e scetticismi e disillusioni, c'è il presente: da additare alla coscienza, propria e dei lettori; da costruire con una giusta presa di di-stanza dal passato, senza lasciarsi «sequestrare». In Circonferenza la protagonista si trova a decidere del destino dei ricordi (carte, oggetti, ecc.) chiusi in molti scatoloni: potrebbe distruggerli, oppure perdersi nell'amara constatazione che tut-to era «irrimediabilmente diverso, capovolto, vano e non riempibile. Forse falso: lì e in me».

In ogni caso, quel passato è ormai per sempre dentro di lei, intessuto nella sua esistenza. «Talvolta mi morde, talora mi rincorre e mi lascio prendere, oppure lo sfuggo e lo evito, lungo gallerie note e ignote, ma non più oscure.»

Che fare, allora? Congedare il passato, lasciarlo depositare sul fondo, senza tuttavia occultarlo ne dimenticarlo: questo è il messaggio che Maria Lenti ci consegna, per poter passeggiare e attardarsi nei giardini d'aria del presente, ma leggermente, come fa il vento.
Recensione
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